Costi (europei) della politica

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 29 luglio 2010.

Mentre da noi si sbraita (senza costrutto) sui costi della politica, sulle riduzioni degli stipendi dei parlamentari, in Francia, colpita da un affaire che riguarda presunti finanziamenti irregolari al partito del presidente Sarkozy, il principale quotidiano del Paese, Le Monde, ha realizzato un inchiesta su come si finanziano i partiti nel continente europeo.

Il quadro che è esce è molto frastagliato, a partire dalla stessa Francia dove l’assenza di validi strumenti normativi ha reso possibile, negli anni, numerosi scandali legati a finanziamenti occulti ai partiti.

In Spagna, per esempio il finanziamento è, per la maggior parte pubblico, proporzionale al risultato delle ultime legislative. Si tratta di circa 140 milioni di Euro ogni anno per il funzionamento ordinario dei partiti , più rimborsi elettorali in funzione dei seggi, del numero di votanti e di iscritti.

Completamente opposto il caso inglese in cui le sovvenzioni sono essenzialmente private. Gli aiuti dello Stato si concretizzano in spazi televisivi regolamentati, agevolazioni postali e la messa a disposizione di luoghi per fare riunioni. I contributi privati devono essere divulgati solo se superiori alle 5.000 sterline (circa 6.000 Euro),mentre esistono severi tetti di spesa alle campagne elettorali.

Stranamente opaco il sistema svedese che non obbliga i partiti a rendicontare l’origine dei loro fondi, tuttavia i partiti pubblicano autonomamente questi dati.

In Germania invece non esistono limiti al finanziamento privato che anzi è particolarmente invogliato dalla detassazione di tali somme. I contributi superiori a 50.000 Euro sono pubblicati dal sito del parlamento mentre quelli inferiori non subiscono alcun controllo. Nonostante lo scandalo dei fondi neri alla CDU di Helmut Kohl, il sistema non pare capace di garantire la necessaria trasparenza.

E in Italia? Se per una volta il nostro Paese può dirsi in buona compagnia con gli altri partner europei, bisogna riconoscere che da noi, al solito, le cose sono ancora più complicate.

Intanto non dovrebbe esistere, stante il risultato di un referendum abrogativo, alcun finanziamento pubblico ai partiti. E infatti dal 1994 si chiama rimborso elettorale. Ora, il termine rimborso, implicherebbe che uno spende dei soldi e questi vengono restituiti. Non è così però che funziona; infatti ogni formazione politica che ottenga l’1% (era il 4% fino al 2002) dei voti validi alle elezioni partecipa alla ripartizione dei fondi che sono calcolati non sul numero dei votanti ma degli aventi diritto. Tanto per dare due cifre l’impegno di spesa per la penultima legislatura è di 468.853.675 Euro.

Accanto a questo quasi nulli i controlli ai fondi privati. Esiste una modesta detassazione per i contributi superiori ai 500 Euro ma nessun obbligo stringente sui bilanci dei partiti. Discorso a parte la sovvenzione pubblica alla stampa di partito che, in realtà, più che sovvenzionare i partiti tiene in vita molti dei quotidiani in edicola.

Infine pochissimi sanno che è possibile donare il 4 per mille del proprio IRPEF anche ai partiti politici.

Il fatto che nessun partito abbia mai fatto una campagna di comunicazione su questo tema dimostra come ci sia, all’interno dei partiti stessi, la consapevolezza di non essere in sintonia col Paese su questo tema.

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