Provincie, feste e preti

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 18 agosto 2011.

Estate piuttosto movimentata quella del 2011. Tra borse che crollano, titoli di Stato che volano e manovre lacrime e sangue la politica ci mette del suo per dare un contributo al pessimismo del Paese. Basti pensare agli amministratori provinciali che potrebbero essere colpiti dall’accorpamento delle proprie amministrazioni al termine di questo mandato amministrativo. Magari gli stessi che ci giuravano che la soppressione delle Provincie era cosa buona e giusta ora che la soppressione del loro ente potrebbe (seppur con molta calma) diventare realtà si affannano a dichiarare che “la soppressione è giusta ma non fatta così, bisogna rivedere i criteri, la popolazione non è il discrimine giusto, servono i chilometri quadrati, no meglio la popolazione ovina…” Immaginiamo anche che qualcuno pensi (da qui al censimento dell’ottobre prossimo) a una politica di ripresa della natalità per evitare la soppressione dell’ente. E poi c’è l’Europa che tutto ci chiede e a cui tutto dobbiamo dare, siano i saldi della manovra piuttosto che l’alibi con cui sopprimere tutte le festività repubblicane. Si dice che in Europa fanno già così ma basta dare un occhiata alle prime pagine delle agende che una volta la banca ci regalava a Natale (e su cui le nonne appuntavano i risultati del ramino) per fare il confronto con gli altri Paese europei e capire che in Francia e Gran Bretagna han più festività di noi. Con la scusa dell’Europa ci fanno cancellare i già pochi giorni di identità nazionale, una scelta politica ben precisa e molto inquietante almeno per chi scrive. Certo  Tremonti si è giustificato che le feste religiose sono oggetto del concordato e quindi inamovibili, ma i concordati, Craxi insegna, sono modificabili e si poteva comunque aprire una trattativa con la Chiesa Cattolica mettendo da una parte il mantenimento delle festività religiose e dall’altra il mantenimento dei gettiti dell’8 per mille (magari la parte risultante dalla ripartizione dei contributi non assegnati) o delle agevolazioni fiscali per le strutture ecclesiastiche. D’altra parte se siamo tutti chiamati a fare sacrifici e anche il premier giustifica il contributo di solidarietà come una misura di giustizia sociale, chiamare anche la Chiesa Cattolica a contribuire al risanamento del Paese sarebbe stato un modo giusto per riavvicinarla alle masse.

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