Ci siamo già passati

Gustav Klimt Medicina https://it.wikipedia.org/wiki/Quadri_delle_facolt%C3%A0
Gustav Klimt, Medicina, ricostruzione del dipinto andato perduto nel 1945

Siamo sommersi dalle informazioni. Numeri, tabelle, grafici. Andamento dei casi, diffusione dell’epidemia, numero dei morti. Sui social ci scopriamo tutti virologi, come reazione alla nostra paura di non sapere.

Io in questi casi mi rifugio in quelli che sono stati i miei studi e quello di cui dovrei, ma non è necessariamente detto, capire qualcosa di più. Così mi sono letto il volume di Laura Spinney, 1918 L’influenza spagnola, la pandemia che cambiò il mondo, Marsilio editore.

Dalla storia non si apprende niente, mi dicevano i miei maestri, se pensiamo che questa si ripeta sempre uguale. Aggiungo io, nonostante l’affetto per il vecchio Karl, anche se pensiamo che si ripeta due volte sotto forma di tragedia e di farsa.

La storia può darci però un’indicazione sulle persistenze e sulle rotture. Su cosa rimane immutato (o cambia con lentezza estrema) e cosa muta, magari drasticamente, di fronte all’incalzare del tempo.

Vale anche per le epidemie e cercare nell’influenza che falcidiò il mondo tra il 1918 e il 1920 un modello ripetibile oggi sarebbe l’equivalente di affidarsi al volo delle rondini per predire il futuro.

Il mondo di oggi è completamente diverso, la tecnologia, la medicina, il fatto che non ci sia in Europa una guerra mondiale devastante in atto sono modificazioni gigantesche che rendono impossibile una comparazione.

Tuttavia, le linee di persistenza rimangono e forse aiutano a capire o magari consolano. Sapere che l’umanità è passata da qualcosa di simile potrebbe aiutarci. Sapere che siamo sopravvissuti a pandemie devastanti da Uruk a Perinto, da Ippocrate all’OMS, ci dona una speranza e un conforto di fronte alle nude cifre dei bollettini serali.

Ci dà anche un’idea se le misure in atto hanno una qualche efficacia e beh, spoilerando un po’, posso dire che sì, storicamente hanno avuto un senso. Mentre la tesi di Boris Johnson sull’immunità di gregge contrasta con il fatto che l’epidemia spagnola ebbe tre fasi acute e drammatiche e che le successive due colpirono gli stessi luoghi della prima. Questo in condizioni di contenimento dell’epidemia ben peggiori delle nostre e quindi con un contagio stimato tra il 70 e l’80 per cento della popolazione, ben sopra quelle che gli scienziati ci dicono essere le percentuali dell’immunità di gregge. Immunità che, probabilmente, si raggiunge davvero con un vaccino.

Nel 1918 la scienza e la medicina si presero, almeno nel mondo occidentale, la scena e contribuirono a far passare nelle persone l’idea della vaccinazione, dell’igiene, della profilassi; queste misure anche se non strettamente connesse alla battaglia contro l’influenza, contribuirono decisamente al miglioramento delle condizioni di vita delle persone. A New York questo si tradusse in un miglioramento della vita dei nostri emigrati che uscirono da una condizione di ghetti insalubri e pochi anni dopo arrivarono persino ad eleggere uno di loro sindaco, Fiorello La Guardia.

Ma lo studio dei comportamenti durante l’epidemia della spagnola ci aiuta anche a capire che ci sono alcune istintività contrastanti in noi da una parte scrive la Spinney “i numeri [illustravano] quello che le persone avevano compreso con l’istinto; un accadimento comincerà a esaurirsi quando la densità di individui suscettibili sarà scesa sotto una certa soglia”. Cioè stiamo a casa, isoliamoci, e il contagio terminerà prima. Dall’altra parte però “anche se i medici ripetono di tenerci lontani dagli individui infetti durante un’epidemia noi tendiamo a fare il contrario. Perché? Una risposta, valida soprattutto nei tempi antichi, potrebbe essere la paura di una punizione divina. […] Un’altra risposta potrebbe essere la paura dell’ostracismo sociale una volta passato il pericolo. O forse è semplicemente inerzia. [..] Gli psicologi suggeriscono una spiegazione ancora più interessante. Sono convinti che la resilienza collettiva nasca dalla percezione di sé stessi nelle situazioni di pericolo: non si identificano più come individui, ma come membri di un gruppo”.

Il che non giustifica quelli che vanno a fare passeggiate nei parchi cittadini invece che stare a casa ma forse ci aiuta a comprenderne le ragioni e convincerli che, secondo me, rimane sempre – anche durante una pandemia – preferibile al mandare l’esercito per le strade.

Naturalmente anche durante l’epidemia della spagnola non mancarono le polemiche sulle misure adottate e sul loro rispetto. Chiusure di esercizi commerciali, bar, teatri e cinema erano considerate a ragione essenziali dalla scienza ma malviste dalle autorità politiche che tardarono o evitarono del tutto di adottarle. Laddove, come a New York, furono adottate l’epidemia fece molti meno danni cha altrove. Sul mancato rispetto si distinse, soprattutto in Spagna, invece la Chiesa Cattolica che non rinunciò a riti e enormi processioni di massa per scacciare il contagio, che ebbero invece l’effetto di propagare il morbo. In questo la decisione di Francesco I di chiudere da subito le Chiese ha l’indubbio merito di aiutare la prevenzione del virus ma rappresenta, a mio avviso, uno degli elementi di rottura più epocali di questa pandemia.

Infine più controversa fu allora la decisione di lasciare aperte le scuole, ritenute più sicure e più salubri delle abitazioni per i fanciulli dell’epoca e naturalmente non mancarono anche allora forti polemiche e tensioni sull’uso delle mascherine. Fu tuttavia in quell’occasione che nacque la consuetudine per i Giapponesi di indossarla anche per il comune raffreddore. Chissà se lo faremo anche noi d’ora in poi.

Insomma ci siamo già passati, il che non elimina la paura, non cancella il lutto e non lenisce il dolore ma magari aiuta a passare più speranzosi il tempo.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.346 del 21 marzo 2020

L’angusta gabbia del palcoscenico nella terra di Tebe

In questo autunno che tarda ad arrivare ripartono consuete le stagioni teatrali: Pupi e Fresedde ha presentato quella del teatro di Rifredi lo scorso 27 settembre inserendo come spettacolo di apertura la prima produzione in italiano dell’autore uruguaiano Sergio Blanco. Tebas land è un testo potentissimo ed emozionante che Angelo Savelli, che cura anche la regia dello spettacolo, ha reso con una traduzione secca e asciutta. Lo spettacolo andato in scena in anteprima al festival di Todi questa estate vede un giovane parricida ed un regista confrontarsi nel campo da basket del cortile di un penitenziario.  Lo sdoppiamento tra la realtà carceraria e lo spettacolo che il regista vuole trarre da questo omicidio passa attraverso riferimenti letterari, primo su tutti quello di Edipo che ispira anche il nome dell’opera, ma anche e soprattutto attraverso i colloqui tra il regista, il parricida e il giovane attore che lo interpreterà sulla scena. Piani che si intersecano e definiscono la tragedia, a partire dal resoconto cronachistico di quanto accaduto per poi scavare e instaurare un rapporto tra l’autore e il detenuto, contrappuntato dall’attore che non è mera cartina di tornasole della riuscita dello spettacolo ma diventa pian piano ulteriore elemento di confronto e conoscenza. Uno spettacolo che ricostruisce il ristretto orizzonte carcerario ponendo lo spettatore sul palco a guardare la gabbia del campo da pallacanestro, asserragliato anche lui e privato del rassicurante confort della propria poltrona in platea. Messo al centro della scena il pubblico è quindi in grado di godersi appieno il gioco di attori che Ciro Masella ma soprattutto Samuele Picchi introducono anche fisicamente tra un rimbalzo di pallone e l’altro. Ancora una volta grande merito al Teatro di Rifredi nel  portare in Italia un autore affermatissimo non soltanto nei paesi di lingua spagnola come era già accaduto con Josep Maria Mirò, che sarà in scena sempre a Rifredi per il terzo anno con Il principio di Archimede o col francese Rémi de Vos con il nuovo spettacolo Tre rotture anch’esso nel cartellone rifredino. Tebas land sarà in scena a Rifredi dal 10 al 27 ottobre con ben 14 repliche che conviene prenotare per tempo visti i posti ridotti per l’allestimento scenico scelto.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 324 del 4 ottobre 2019

La fase complessa dell’editoria italiana

Arrivando al Salone del libro di Torino la prima cosa che noti entrando nel padiglione 3 è lo stand arabeggiante degli Emirati Arabi Uniti. Dopo le polemiche di due settimane sulla libertà di informazione, la libertà in genere, il fascismo e la democrazia, come direbbe un vecchio comunista, capisci che la fase è e rimane complessa. Poco più in là lo stand della Repubblica Popolare cinese con in bella mostra le copie in tutte le lingue del mondo del bestseller del leader Xi Jinping, “Governare la Cina” (edito per inciso in Italia da Giunti), conferma la sensazione di disagio. Si dirà che il tema era il fascismo ritornante, l’egemonia della nuova destra nel nostro Paese, non la democrazia nel mondo. Sarà ma rimango perplesso. Altaforte non c’è più al salone, espulso dagli organizzatori dopo la pressione mediatica e la denuncia di Sindaca di Torino e Presidente della Regione per apologia di fascismo. Denuncia che qualche avvocato definirebbe temeraria per quella che è la giurisprudenza prevalente sulle cosiddette leggi Scelba e Mancino, non solo negli ultimi anni ma da sempre. Il tema però era politico anche se, come al solito, in Italia la politica per nascondere la sua debolezza ricorre all’aiuto della giustizia. Ma il tema politico, sollevato per primo da Cristian Raimo – consulente del salone stesso – e poi amplificato dai Wu Ming c’era tutto e poco senso hanno le critiche che negli anni scorsi editori neofascisti erano già stati al salone del libro. Negli scorsi anni gli editori neofascisti non pubblicavano il libro del ministro degli interni, il tema della conquista dell’egemonia gli scorsi anni non era posto, oggi sì. Si può discutere dell’efficacia del boicottaggio, su chi colpisce, a chi fa male – a me che ho comprato i biglietti mesi prima in base al programma o all’editore neo fascista – ma non sulla legittimità che hanno alcuni lavoratori – seppur intellettuali – a non svolgere il loro lavoro per protesta. Ma, mi perdoneranno gli scrittori boicottanti, dubito che il loro gesto avrebbe ottenuto il risultato atteso senza che una sopravvissuta ai campi di sterminio, la presidente del museo di Auschwitz avesse posto il suo sovrappiù di forza morale dicendo o lei – venuta a celebrare il centenario di Primo Levi – o i fascisti. Ma una volta impacchettato lo stand di Altaforte, ristabilito l’equilibrio antifascista del salone, i problemi son finiti? Certo che no, nessuno lo pensa. Perché prima del salone Einaudi pubblicava il rossobruno Fusaro e non nella collana delle supercazzole, ma tra i piccoli saggi che vedono tra i colleghi del “filosofo” i Montanari, i Settis e i Ginsborg e dopo il salone il solito Furfaro esce con Utet con il suo nuovo libro. È poi notizia degli ultimissimi giorni che Di Battista – che di fascistissimo ha sicuramente il babbo – curerà addirittura la saggistica per Fazi, editore che sul finire degli anni novanta andava piuttosto di moda tra la sinistra engagé e che pubblicava l’esordiente Simona Baldanzi con Figlia di una vestaglia blu che oggi, infatti ripubblica con Alegre.

Nel frattempo, come ricorda la copertina di questo numero di Cultura Commestibile, il governo giallo verde sta per chiudere Radio Radicale, la cui vita è legata a un tenue emendamento leghista mentre si scrive, e ci si chiede cosa faccia al riguardo la #brigatavoltaire costituita da Pierluigi Battista per difendere la libertà di espressione di Altaforte. Probabilmente è troppo intenta a riciclare i libri comprati su Amazon dal giornalista e gettati nel cestino senza leggerli. Almeno D’Annunzio volava su Vienna per gettare i volantini.

Lo dicevamo all’inizio, osservando le donne velate e mascherate intessere un tappeto allo stand degli Emirati Arabi Uniti che la fase era complessa e quindi occorrerebbe non limitarsi alla manichea indignazione di un momento, alla protesta della settimana. Leggere, di solito (visto che di libri in larga parte si parla) è normalmente un buon antidoto. Per esempio, leggere anche solo l’incipit del libro intervista di Chiara Giannini a Salvini aiuta molto. Bastano poche righe, ancor prima del trauma infantile del pupazetto di Zorro sottratto all’asilo al bimbo Matteo, per capire che cambiano i tempi ma non le argomentazioni. In quel Salvini uomo più desiderato dello Stivale dalle italiche femmine, risuona il rapporto, invero molto propagandistico, della virilità maschia di Mussolini che possedeva il Paese come le donne che a lui, vogliose, si concedevano. Che lo scriva una donna che è stata più volte in Afganistan a seguito dei militari italiani, può fare specie ma che la signora avesse qualche problema col senso del ridicolo lo dimostra la sua dichiarazione, a seguito del non poter essere al Salone al banchino del suo editore, di sentirsi come una sopravvissuta dei lager, seppur piccolissima come dice lei. Ecco forse è proprio il senso del ridicolo l’arma da impugnare perché chi fa ridere spesso ha già l’egemonia delle masse. Non credo sia un caso che, come nota Angela Nagle, l’Alt Right americana sia cresciuta coi meme sarcastici sui social network e non coi saggi dei grandi autori. Un modello che anche da noi la lega salviniana ha saccheggiato a man bassa. Da qui discende che “le migliori frasi di Osho” siano più efficaci dei Wu Ming? Probabilmente no, ma data la complessità della fase di cui sopra, appigliarsi alla speranza che una risata li seppellirà rimane comunque consolatorio.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.309 del 18 maggio 2019

Depero a Lucca

Riapre LU.C.C.A. il centro espositivo per l’arte moderna e contemporanea nel cuore di Lucca dopo lunghi lavori di ristrutturazione e riapre al futuro con uno dei futuristi più talentuosi e atipici. Fortunato Depero dal sogno futurista al segno pubblicitario è infatti il titolo e l’oggetto della mostra che sarà visitabile nei rinnovati locali di via della Fratta 36 fino al 25 agosto. Una mostra che prova a raccontare la molteplicità di Depero, uomo dagli ingegni e dalle passioni multiple, che vengono rappresentate nel percorso della mostra dalla centralità del Depero pittore, che si intreccia con il Depero illustratore e il Depero pubblicitario, mantenendo intatto il talento, la visionarietà e lo stile unico.

Particolarmente suggestivi i lavori commissionati da Campari e raccolti in una apposita sala mentre la selezioni delle opere “americane” di Depero ne mostra un lato misconosciuto e lo riposiziona in un contesto mondiale, dimostrandone la sua globalità di artista, facendolo uscire, almeno come artista, dalle secche del dibattito nazional/nazionalista dell’arte degli anni del primo Novecento e del ventennio fascista.

Da segnalare, nello spirito del LU.C.C.A. che ha sempre affiancato a grandi nomi dell’arte uno spazio per giovani artisti emergenti, i lavori di un ebanista, trentino come Depero, Giorgio Conta sposti fino al 9 giugno. Si tratta di alcune sue sculture in legno e opere pittoriche in cui il materiale ligneo è sia materia che forma espressiva, realizzate da un talento sicuramente da seguire.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 308 del maggio 2019

Quella voce che non ci sarà più

Accendere la radio, prima del solito, attendendo le note del Requiem di Mozart nell’esecuzione di Von Karajan e i Berliner come al solito, anche se oggi quel requiem ha un senso diverso; domandarsi a chi sarebbe toccata la rassegna “che non avremmo mai voluto fare”. Probabilmente al direttore, che infatti c’è ma in coppia, perché Alessio Falconio bravissimo direttore di Radio Radicale sa che la voce potrebbe rompersi e quindi ha chiesto – suppongo  – di farsi accompagnare da Roberto Spagnoli. I due iniziano a leggere; la notizia, l’unica che daranno dalla lettura dei giornali, è quella che tutti noi sappiamo: ieri, mercoledì 17 aprile, Massimo Bordin ci ha lasciati. Portato via da un tumore, una malattia che aveva trattato con riservatezza, come tutte le cose della sua vita. Mi trovo a piangere mentre i due leggono il ricordo dell’uomo che mi ha svegliato per gli ultimi 15 anni, che mi ha fatto da faro nell’editoria e nella politica italiana. Mi pare che se ne sia andato via lo zio bello (ché Bordin era pure bello) e intelligentissimo, quello a cui avresti chiesto qualunque consiglio. Nell’etere le due voci, emozionate, sofferenti, leggono le parole dedicate a Bordin a partire da il Foglio, giornale dal quale dispensava una rubrica, rapida, affilata, mai banale. Le parole di Adriano Sofri, Giuliano Ferrara, Guido Vitiello, colleghi, amici, tutti nipotini lasciati spiazzati dalla morte dello zio bello.

Nelle parole che lo ricordano, nei giornali, nei comunicati delle istituzioni e dei politici, nei post dei semplici ascoltatori, c’è emozione vera, sconforto e sofferenza, ammirazione. Tutti gli schieramenti si ritrovano nel lutto, perfino Crimi, definito da Bordin Gerarca minore, quello che si è issato a vessillo della morte dell’emittente per la quale Massimo è stato bandiera e simbolo, sente il bisogno di esprimere cordoglio.

In un Paese che fa polemica su tutto, che si divide sulle morti come sulla vita, per Bordin piovono lacrime tutte uguali e basterebbe questo a far comprendere la grandezza dell’uomo. Chi non ho lo ha conosciuto potrebbe pensare che fosse un paraculo e per questo tutti ne portano simbolicamente il feretro a spalla, niente di tutto questo: se c’era un uomo di parte questo era Bordin, di parte ma non fazioso. Talmente convinto delle sue idee da tenere testa a Pannella, talmente galantuomo da dedicare più tempo alla lettura delle idee a lui più distanti che a quelle a lui comuni. Magari contrappuntandole con sospiri, qualche “vabbè” o quel “figuriamoci” che era una sentenza di cassazione.

Oggetto di culto per un manipolo di adepti, una piccola coorte che si autoproclamò in un gruppo chiuso su Facebook – riservato come lui – melomani bordiniani, che facevano a gara a trascrivere le migliori punteggiature di Bordin nella rassegna appena sentita, spesso quasi in tempo reale, beandosi tutti di quello che tutti stavamo contemporaneamente sentendo. Culto della personalità? Può darsi ma dipendeva dalla personalità.

Se la cosa facesse piacere a Bordin non è dato sapere; riservatissimo, della sua vita personale si sapeva pochissimo e sempre per racconti di altri. Mai una volta ha letto nella rassegna uno dei suoi corsivi, si limitava se il punto di vista da lui trattato non era stato preso in considerazione da nessun altro a dire che “pure un piccolo corsivo ne parla oggi sul Foglio”. Modesto ma consapevole del suo talento.

Tifoso della Roma, si sarà chiesto come mai gli era capitato un figlio juventino, ed evitava con cura di trascinare il calcio nella rassegna o negli altri programmi, sgarrava pochissime volte, spesso in prossimità del derby, quelli stravinti o quelli strapersi. Si concedeva solo qualche rimbrotto a chi appellava “capitano” altri da Totti. Romano, amava Roma, come la amano i romani veri, con un amore disincantato ma enorme, che in parte condivideva per Napoli e Palermo.

Un talento immenso, una capacità di analisi finissima che si combaciava con una memoria storica incredibile. Probabilmente una maledizione per lui, che confrontava le mutevoli posizioni di questo o quell’esponente politico con quelli del passato e con le giravolte che la politica di questo paese riserva. Ma Bordin era anche una cultura storica, politica e filosofica notevolissima, capace di tenere testa, di ribattere sul punto, di smentire persino, uno che era “memoria e verità” come Marco Pannella. Le loro conversazioni domenicali erano epiche, smisurate, incommensurabili.

Bordin contrappuntava, smitizzava, facendo incazzare Pannella e incazzandosi a sua volta, seppur con altro stile. Perché Bordin era anche incazzoso, probabilmente focoso: rimaneva in lui eco del militante trozkista nella Roma degli anni ’60, fermato da Pannella in Piazza Venezia prima di strappare uno striscione del MSI.

Radicale sì ma col cuore a sinistra, la sua conoscenza del movimento operaio, della storia della sinistra socialista e comunista, tradiva origini ma anche affinità mai nascoste. Tanto che per offenderlo Pannella, in una domenica di Pasqua di 19 anni fa, gli diede di “stronzo dalemiano”. Lui, con addosso una maglietta rossa con su scritte le parole “dubitare, disubbidire, trattare” abbozzò male una risposta, scoprimmo poi che la cosa l’aveva anche ferito, fino a portarlo poi alle dimissioni da Direttore, ruolo che per noi non ha però mai lasciato. Ma in radio tutto questo non traspirò, imprigionato nella nuvola azzurra del fumo di sigari e sigarette che i due consumavano in quantità industriali e che ne hanno decretato la fine terrena. Finirono a declinare la propria diversità a partire dalla cravatta di Pannella, un enorme pendaglio tutto colorato su una base giallo canarino, davvero importante: “siamo diversi – fece Pannella. Certo io non ho una cravatta così – rispose Bordin. E questo è un tuo limite – concluse Pannella”. Poi continuarono a parlare ancora per anni, fino alla fine di Pannella, di Gambetta dell’incontro con Croce (di cui circolano almeno una ventina di versioni) a prendersi affettuosamente in giro: “Marco mancano un po’ più di quaranta minuti alla fine della trasmissione, ce la fai a chiudere la parentesi?”.

Maestro lo hanno definito in tanti e maestro lo è stato davvero, di storia, di politica, di giustizia, di giornalismo. Ascoltare la sua rassegna, o lo speciale giustizia o le trasmissioni sul Medio Oriente o Israele era come seguire un corso universitario gratuito. Ma fu anche maestro involontario dei nostri figli, costretti da noi adepti ad ascoltarlo nel tragitto casa scuola. Mio figlio ai tempi dell’asilo riconosceva immediatamente la sua voce e lo chiamava “Bin Bin”. Glielo scrissi, mi rispose che prima o poi, crescendo qualcuno di quei bambini avrebbe finito per denunciarlo.

Fu però maestro suo malgrado di tanti di noi che abbiamo imbrattato le pagine dei quotidiani. Quante volte nello scrivere un pezzo ci siamo chiesti: lo leggerebbe Bordin? e come lo troverebbe? Quindi via a tagliare, stringere, eliminare retroscena e sparate, anche se scrivevamo per un quotidiano di provincia che nell’edicola di Largo Argentina non sarebbe mai arrivato.

Tutto questo non ci sarà più e non trovo pace a questa idea; pensare che anche la sua memoria e il suo lascito ci abbandoneranno il 21 maggio, perché questo governo criminale, spegnerà Radio Radicale è un sovrappiù di dolore che non meritiamo. Se hanno un senso le lacrime e le parole spese per Massimo Bordin sta nel provare fino all’ultimo a far vivere la sua radio.

Tutto il clamore sulla sua fine, fatti gli scongiuri di rito, lo avrebbe scacciato con un “un po’ esagerati” e si sarebbe rimesso al lavoro per la sua radio, puntuale alle 7,35 del mattino. “Buongiorno agli ascoltatori di Radio Radicale….”

Articolo apparso sul Cultura Commestibile n.305 del 20 aprile 2019

Un giallo per raccontare la guerra a sinistra negli anni ‘80

È tornato, dopo “La provvidenza rossa” Lodovico Festa e il suo detective probiviro comunista Cavenaghi per un altro giallo ambientato nella Milano Rossa. È uscito dunque, sempre per Sellerio, “La confusione morale” ambientato questa volta nella Milano degli anni ’80, quella in cui il PCI litigava con Craxi a livello nazionale ma governava con i socialisti nella capitale lombarda con la giunta Tognoli (Bagnoli nel libro). Ed è proprio questa dualità, questa alterità del comunismo meneghino la vera protagonista della storia. Come nel primo libro o forse ancor di più, l’intreccio noir e poliziesco sono un pretesto. Ne la provvidenza rossa era il pretesto per raccontare il mondo parallelo dei comunisti milanesi rispetto ad una società “secolarizzata” che li escludeva e da cui si autoescludevano. In questa seconda opera l’alterità è tutta fra compagni: tra quelli che vorrebbero inseguire la modernità del riformismo craxista e quelli, romani in larga parte, che lo vogliono contrastare trascinati dalla “questione morale” che Berlinguer, appena scomparso nella narrazione, aveva lanciato. A differenza però del primo volume, l’autore qui prende decisamente parte, schierandosi con i riformisti milanesi, e nel farlo da un lato (anche per esigenze narrative) traccia confini tropo netti tra i due campi ma soprattutto, conoscendo come andranno i fatti (per sé e per il PCI) dà ai compagni riformisti doti di preveggenza un po‘ troppo ampie, soprattutto per quanto riguarda cosa sarebbe accaduto in URSS dopo il 1989. Eppure, il libro rimane godevole, proprio per l’analisi di quella frattura tra le due sinistre che si compì in quegli anni, e per come “mani pulite” sarebbe nato e sviluppatosi. Anche in questo caso, l’autore forza un po’ la mano, e traccia una linea troppo netta, un destino ineluttabile, alla saldatura tra ambienti della magistratura e una parte, importante, dell’apparato comunista. Quello che è del tutto assente è il giudizio sul PSI di quegli anni, lasciato troppo sullo sfondo, concedendo troppo alla tesi assolutoria del craxismo costretto a determinate azioni, politiche e non soltanto politiche. Altrettanto godibile è il fatto che i personaggi seppur mascherati da nomi fittizi siano altamente riconoscibili e credibili, nonostante qualche dialogo un po’ troppo protocollare; così come la ricostruzione dell’ambiente milanese rimane la parte migliore dello scrivere di Festa, insieme alla descrizione dell’urbanistica e dell’architettura milanese, che già si intravedeva nella prima opera. Meno accurato – come nota Giuliano Ferrara recensendo il libro su il Foglio – nel ricostruire le vicissitudini della sinistra milanese di quegli anni il fatto che per tutto il libro nessun comunista non scopi mai; col risultato che da un lato ci si assolve per l’aver peccato coi craxiani e contemporaneamente ci si assolve pure dai peccati della carne.

Articolo apparso su Cultura Commesibile n. 304 del 13 aprile 2019

Jazz, Rap e quartetto d’archi per ribellarsi all’America di Trump

Che Ambrose Akinmusire fosse un talento del Jazz lo si sapeva da tempo, probabilmente fin dai suoi esordi e dal suo percorso formativo prima alla Berkeley High School e poi alla Manhattan School of Music. Eppure di giovani di talento, per fortuna, ce ne sono molti, così come molti hanno collaborazioni con i grandi del Jazz. Quello che caratterizza Akinmusire è però, oltre ad una tecnica sopraffina è un talento compositivo formidabile ed una capacità di innovare rara nei jazzisti, tecnicamente ineccepibili, delle ultime generazioni.

Questo talento emerge in modo stupefacente nell’ultimo album del trombettista americano, “origami harvest” , uscito come i due precedenti per Blue Note. In questo disco Akimnusire ci sorprende ancora una volta mischiando musica da camera europea, la sua tromba jazz e il rap. Il groove dei sobborghi americani con l’eleganza delle sale da concerto europea, viste non in contrapposizione tra di loro ma come un riflesso, una ribellione all’America attuale, al razzismo dell’alt-right.

Un disco dichiaratamente politico, nei titoli, nei testi ma anche nel non concedere nulla al mercato, al pubblico educato e sonnolente del jazz abituale. Akinmusire apre quindi con “a blooming bloodfruit in a hoodie” pezzo dedicato all’omicidio avvenuto in Florida nel 2012 del diciassettenne di colore Trayvon Martin ad opera di un vigilante di una ronda di quartiere. Si tratta di 13 minuti potenti, in cui il rap duetta con gli archi e la tromba potente, dolorosa, di Akinmusire, in cui non si avverte (come del resto in tutti i brani del disco) alcun calo di tensione.

Un disco capace di segnare un’epoca e di consacrare un talento di cui siamo certi godremo a lungo.

Articolo uscito su Cultura Commestibile n.300 del 16 marzo 2019

Quando il teatro è finalmente contemporaneo.

Quando circa un anno fa intervistai per questa rivista Angelo Savelli, al debutto con Il Principio di Archimede, non conoscevo Josep Maria Mirò se non per i racconti che di lui, e del suo teatro, mi avevano fatto lo stesso Angelo e Giancarlo Mordini dopo i loro viaggi a Barcellona per vedere le sue opere. Dopo quell’intervista e la visione dello spettacolo di Mirò, tradotto in italiano e messo in scena da Angelo Savelli, cominciai a capire il perché di tanto interesse e di tanta attenzione per questo giovane drammaturgo catalano. Una impressione confermata lo scorso sabato sempre al Teatro di Rifredi con la presentazione, alla presenza dello stesso Mirò, della traduzione italiana di 4 opere teatrali sempre ad opera di Angelo Savelli e con lo spettacolo Nerium Park per la regia di Mario Gelardi. Il volume, Teatro (Cuepress, 2019), racchiude il testo delle due opere già andate in scena nel nostro Paese, Nerium Park e il Principio di Archimede, e due opere sinora inedite per la scena italiana, Dimentichiamoci di essere turisti e soprattutto Tempi selvaggi, il cui allestimento faraonico al teatro nazionale di Catalogna, rimane un sogno per i nostri teatri salvo forse il Piccolo di Milano o pochi altri.

Cosa però rende Mirò e le sue opere così particolari ed interessanti? Intanto Mirò appare, anche nel racconto dei registi che hanno diretto le sue opere come Xavier Albertì, direttore del Teatre Nacional de Catalunya, come un osservatore attento, capace di portare un punto di vista diverso di fenomeni sociali, fatti di cronaca, e trasformarli in allegorie. Nel teatro di Mirò si vedono le conseguenze delle cose, non le cose stesse e i suoi personaggi, impegnati spesso in dialoghi serrati, monchi ma mai reticenti, ci vogliono dire qualcosa, pur non riuscendoci spesso, fino a confessare altro da quella che era inizialmente la loro intenzione. E’ un teatro nervoso quello di Mirò, ma non ansioso, in cui il risultato, il messaggio, non è quasi mai quello atteso, quello scontato.

Un teatro capace di partire da un fatto, calarlo in una spazialità: luoghi che diventano personaggi (la piscina de il principio, il complesso edilizio di Nerum Park) che svolgono una funzione, recitano un loro ruolo. Ruolo che spesso ha un significato negativo, perché Mirò indaga i mali del nostro presente, ne fa denuncia senza retorica o intento da professore. Eppure si tratta di un teatro pedagogico, in cui il punto di vista dell’autore è tutto fuorché neutro, morale senza essere moralista.

Dunque il volume di Mirò, la pubblicazione delle sue opere è un bel contributo a quei registi e quelle compagnie che si vogliano cimentare con una delle frontiere della drammaturgia europea, che vogliano uscire dal provincialismo talvolta macchiettistico di un teatro sociale che quando denuncia perde la poesia e quando fa poesia dimentica l’analisi concreta del fatto concreto, come avrebbe detto un russo che un tempo andava di moda.

Mentre andare a vedere le opere di Mirò riconcilia, da spettatori, con il teatro contemporaneo e da’ speranza di autori davvero presenti al nostro tempo; opere da andare a cercare ora che sono in scena nel nostro Paese: Il principio di Archimede è a Roma allo spazio Diamante sino al 17 marzo e Nerium Park è sino a domani a Napoli al Teatro nuovo e poi dal 21 al 24 marzo a Roma sempre allo spazio Diamante.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 299 del 9 marzo 2019

La curiosità come metodo politico

Di Riccardo Conti sono stato orgogliosamente “nipotino indisciplinato” e non è dunque facile scriverne a meno di due anni della sua prematura scomparsa. Tuttavia la pubblicazione, a cura della sezione Toscana dell’INU, del numero monografico di Urbanistica e Dossier a lui dedicato merita di cacciare indietro il magone e provare a ragionare su Riccardo Conti nel suo fare urbanistica, che è poi anche il titolo della pubblicazione.

Il volume raccoglie scritti di chi con Riccardo condivise una stagione amministrativa e riformista, come la chiamava lui, irripetibile.  Intanto per il metodo, un incontro di sapienti e di politici, così inimmaginabile nella stagione dei “professoroni”, dell’inesperienza come valore, dell’università della vita. Erano anni in cui i Direttori generali dei vari assessorati della Regione Toscana non avrebbero sfigurato nelle cattedre dei migliori atenei del Paese e in cui, noi capi di gabinetto, temevamo il maglio del CTP del giovedì molto più della scure della giunta politica del lunedì. Nel volume c’è appunto il racconto di Mauro Grassi che ci fu rubato dalla Cultura proprio per approdare all’assessorato di Riccardo e con lui coordinare una squadra formidabile che avrebbe disegnato una Toscana capace non solo di preservarsi ma di svilupparsi.

Riccardo, cresciuto con la cultura onnivora di quelli per cui studiare era la prima forma di riscatto, declinava lo sviluppo territoriale come sviluppo economico, si ostinava a non vedere la terra che era stata della Galileo, del Pignone e della Piaggio a un’eterna Disneyland che consumava il suo passato o nella trasformazione in un Chiantishire fatto di vincoli ad ossimorum. La sua idea di progresso passava dalla città lineare da Firenze al mare, nell’alta capacità che univa Livorno a Rotterdam. C’era in lui un forse ingenuo sviluppismo, un mito di progresso che certo prevaleva su un ambientalismo da salotto, sull’immobilismo progressista che vedeva in una fabbrica di caravan un nemico di classe.

La Toscana di Riccardo era vigne a giropoggio, come aveva letto in Emilio Sereni, ma anche l’Arno Valley il cui poster era appeso nella sua stanza di vicepresidente della Provincia. Lo sguardo dritto e fiero nel futuro non lo abbandonava mai, ma era un futuro fatto sì di rispetto ambientale ma non certo di immobilismo luddista. A Riccardo piaceva il progresso e sognava riforme per sviluppare. Era felice la crescita per lui, mai il suo contrario.

Certo non fu semplice lavorare con Riccardo, rapportarsi con lui come ricorda il nostro Gianni Biagi anch’egli autore di uno scritto della monografia sui rapporti, talvolta burrascosi tra i piani regionali e quello comunale a cui forse un eccesso di critica da parte della Regione contribuì a far allungare il dibattito fino a che il vento che soffiava da Rignano ne decise la fine, più consona alla stagione nuova che rappresentava.

Ma il metodo di Riccardo era un metodo curioso, pedagogico. Intergenerazionale. Quanti giovani devono a Riccardo occasioni di confronto e crescita, opportunità di incarichi, tutti meritati, quanto meno per la qualità di quelli che ci sono succeduti. Ed ecco che è così bello leggere le pagine di Chiara Agnoletti, anche lei cresciuta alla scuola dei nipotini di Riccardo, mai geloso e sempre pronto a sorreggere anche quelli più riottosi di noi.

Quella stagione siamo certi non tornerà più e magari è meglio così, ma riappropriarsi di quel metodo, di quella curiosità, della mazzetta dei giornali esagerata sempre sotto il braccio di Riccardo, sarebbe oggi più che mai una necessità dell’agire politico.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” campeggiava in effige all’Ordine Nuovo gramsciano e Riccardo ne seguì fino all’ultimo il comando. Ricordarlo oggi continuando a studiare è il modo migliore per occuparsi del territorio, anche ferito, che ci circonda.

Articolo uscisto su Cultura Commestibile n. 298 del 2 marzo 2019.

Le foto e le pietre rotolanti. Bob Dylan e Jerry Schatzberg in un incontro di immagini

Se c’è un colpo di batteria che ha cambiato il mondo non c’è dubbio che questo sia quello con cui inizia Like a Rolling Stone, pezzo che apre Highway 61 Revisited l’album di mezzo della trilogia d’oro di Bob Dylan e probabilmente quello che lo consacra, con il successivo Blonde on Blonde, nell’olimpo della musica.

Siamo nel 1965, Dylan col suo cesto di capelli ribelli, la sua voce non propriamente aggraziata ha intrapreso prima timidamente con Bringing It All Back Home poi più decisamente con questo disco la conversione all’elettrico, facendo storcere il naso ai vecchi fans, ma spalancandosi il mondo dei giovani che prepareranno il ’68. In questo mondo di culture che si incontrano preparando lo scontro capita che Dylan trovi sulla sua strada un fotografo allora già abbastanza affermato che pubblicava sulle principali riviste, Jerry Schatzberg e lo inviti nello studio in cui in appena sei giorni compose quello che oggi consideriamo un capolavoro.

L’incontro funziona, Schatzberg inizia a seguire Dylan nel suo lavoro in studio ma anche nelle serate in cui si esibisce. Da lì il passo è breve e chiede a Dylan di “posare” per lui. Ma siamo negli anni ’60: nessuno studio, nessuna luce studiata. Escono fuori foto sgranate, imperfette, da cui emerge tutta la voglia di sperimentare di un artista che, forse inconsciamente, ha capito che sta cambiando qualcosa di più della vecchia chitarra acustica per una elettrica. Per Schatzberg è una illuminazione, tempo dopo dirà “come soggetto fotografico, Dylan era il migliore. Bastava puntargli addossol’obiettivo e le cose accadevano” e da quelle foto Dylan sceglierà quella della copertina dell’altra pietra miliare della sua produzione di quegli anni Blonde on Blonde. Quella di lui col cappotto marrone e la sciarpa a quadretti, i capelli arruffati.

Le strade dei due si divideranno come capita, ma non smetteranno mai una certa propensione al cambiamento, Dylan nella musica fino al riconoscimento massimo del Nobel, Schatzberg nella sua “seconda” carriera di regista cinematografico.

Oggi Skyra ripubblica quegli scatti nel volume Dylan/Schatzberg, che riunisce gli scatti di quel periodo alternati a interviste a Bob Dylan dell’epoca compresa la celebre intervista di Al Aronowitz “A night with Bob Dylan” apparsa sul New York Herald Tribune sempre nel 1965. Un libro dunque necessario, che ci testimonia un artista nelmomento della sua, probabilmente, più travolgente capacità di innovare e un periodo in cui tutto sarebbe potuto accadere e che da cui poi, in effetti, molto è accaduto.

Articolo apparso sul numero 287 del 1 dicembre 2018 di www.culturacommestibile.com