La spinta di Angelo e il principio di Archimede

Va in scena da giovedì 15 fino al 25 febbraio , al Teatro di Rifredi di Firenze, Il principio di Archimede, opera inedita in Italia del pluripremiato drammaturgo catalano Josep Maria Mirò. Un testo forte, potente, su come le paure di questo nostro tempo si scontrano col nostro bisogno di affettività, un testo messo in scena e tradotto da Angelo Savelli che ne parla con la stessa passione di cui parla delle sue “creature”, un’opera che ha fatto sua e che sta per regalare al suo pubblico.

Il tema de “il principio di Archimede” ad una prima lettura sembra essere la pedofilia, invece, leggendo il testo si intuisce una profondità diversa, maggiore, intrecci e contraddizioni, anche punti oscuri che normalmente preferiamo dimenticare, cosa ti ha convinto a mettere in scena questo testo?

L’averlo visto dal vivo, sulla scena, al suo debutto a Barcellona nel 2012 nella magistrale  messa in scena dello stesso Miró, e la profonda emozione provata in quell’occasione. Un’emozione fulminante che mescolava insieme lo stupore per l’originalità del suo linguaggio narrativo – che esaspera il rapporto tra trama e intreccio in una sorta di straniante avanti ed indietro – e il malessere etico ed intellettuale per le sgradevoli questioni che getta sul tavolo attraverso una riflessione oggettiva ed impietosa, priva d’ideologismi o moralismi. Da allora non l’ho più mollato: me lo sono tradotto, l’ho fatto leggere a vari attori e colleghi, abbiamo cercato un coproduttore – che non abbiamo trovato – abbiamo conosciuto l’autore, apprezzato la sua umanità ed intelligenza, letto le altre sue opere, l’abbiamo invitato a Firenze per fargli conoscere il nostro lavoro e alla fine “Il principio di Archimede” va in scena a Rifredi in esclusiva per l’Italia. Nel frattempo il testo è stato rappresentato in mezzo mondo, sempre con grande successo. E giustamente, perchè è un testo originale, moderno e che parla drammaticamente di noi e della nostra società.

Viviamo in giorni in cui i mostri tornano a popolare le nostre strade e la paura è un elemento ormai, purtroppo centrale, delle nostre società? Sono elementi che si trovano in questo spettacolo, in questo senso possiamo parlare di teatro d’impegno, non tanto come si diceva una volta, in termini di militanza ma di bisogno di interrogarsi. Qui mi pare che l’interrogativo di fondo sia la nostra domanda di sicurezza (anche indotta) è così pressante da annullare persino spazi di affettività? L’autore risponde nel testo e lo vedremo in scena ma qual è il tuo punto di vista?

La perdita colletiva dell’innocenza, la scivolosa identificazione di omosessualità e pedofilia, la trasformazione fatale del dubbio in condanna, l’accettazione passiva e non verificata un tempo di un pettegolezzo e oggi di una fake virale, la rassicurante necessità di sbattere il mostro in prima pagina, l’ossessione della sicurezza che si trasforma in spirale di violenza e soprattutto la rinuncia all’affettività, all’empatia, in un clima di controllo e di sospetto generalizzato, sono i fantasmi che popolano questa opera che abilmente non prende posizioni definitive ma che vuole invece spingere lo spettatore a schierarsi facendogli sentire tutta la responsabilità e la difficoltà di una scelta, molto attuale, tra la sicurezza individuale e il rispetto del diverso, dello straniero, dello sconosciuto. Io personalmente, in quanto cittadino, non posso che rammaricarmi per la deriva egoistica e puritana della nostra convivenza civile e per l’isteria protezionistica che l’ha infettata; ma in quanto regista ho dovuto condividere con i miei attori la difficoltà di aderire senza pregiudizi a tutti i punti di vista dei vari personaggi che il testo ci propone in una sapientissima scansione.

Lo spettacolo si colloca in un unico spazio scenico chiuso, unico, lo spogliatoio della piscina dove il protagonista fa l’istruttore di nuoto e dove accade il fatto che dà vita alla vicenda. Nella tua regia come sfrutti questo elemento, come ne “esci” (se ne esci) da questo limite voluto dall’autore?

Non ne esco affatto. Anzi, l’ho accettato e amplificato. Una scelta che mi ha imposto una prova di rigore quasi chirurgica, rinunciando agli effetti luci, agli interventi musicali, ai movimenti scenografici e a concentrarmi sulla presenza fisica degli attori. Da qui anche la decisione di portare gli spettatori sulla scena, sia per coinvolgerli direttamente ed emotivamente nello spazio chiuso del dramma sia per avvicinarli alla prestazione intensa e a volte minimalista degli attori. Spero ne sia uscito uno spettacolo nitido, lucido, tagliente.

Il tempo della narrazione non è sincronico rispetto alla vicenda narrata, ma segue la visione dei quattro protagonisti, il loro punto di vista? Come hai lavorato con il cast rispetto a questo punto? Quanta libertà hai accordato agli attori visto che, dato il tema, le sfumature di senso possono essere determinanti rispetto al messaggio che intende far passare l’autore?

Questo è un testo che richiede una verità assoluta. Anche perchè uno dei temi dello spettacolo è proprio la percezione e l’ambiguità della verità. Il mio lavoro è stato dunque quello di accompagnare gli attori, mano nella mano, in questa ricerca della loro verità interiore rispetto al testo e ai personaggi, mantenendo larghi margini di ambiguità e muovendosi tra contraddizioni e depistamenti. Un lavoro certosino reso possibile non solo dalla totale adesione dell’intenso protagonista, Giulio Maria Corso, ma anche dalla bravura degli altri tre attori, Monica Bauco, Riccardo Naldini e Samuele Picchi, sempre puntuali e credibili, e sottoposti alla difficoltà di non poter svolgere cronologicamente il percorso dei loro personaggi e di essere costretti, ad ogni inizio di scena, a reinventarsi la loro condizione psicologica.

In questa occasione sei anche il traduttore del testo, come ti sei approcciato al lavoro di traduzione? Il testo italiano è un testo asciutto, per nulla retorico, immagino che in questo tu sia stato assolutamente fedele.

Fedele? Fedelissimo. Fino alla pignoleria. Ma una pignoleria di “scena”, fatta sul palcoscenico con gli attori. Io non mi arrogo la qualifica di traduttore. Non mi cimenterei mai con un testo letterario. Non ho studiato né lo spagnolo né il catalano (le due versioni del testo che ho avuto sotto gli occhi) ma capisco abbastanza bene queste due lingue neolatine per averle molto frequentate; ma soprattutto capisco, da teatrante, stando in scena, cosa un autore, che è anche lui un teatrante, vuole che si dica e, insieme, cosa serve linguisticamente ad un attore per esprimere agiatamente nella propria lingua quel determinato stato d’animo. Logicamente, nel primo approccio al testo, mi sono avvalso della collaborazione di un catalano verace, Josep Anton Codina, regista e operatore culturale di Barcellona. E, lungo tutto il percorso di traduzione/messa in scena, ho cercato di mantenere l’asciuttezza tagliente e quotidiana del testo di Mirò.

Ancora una volta portate a Firenze un autore innovativo e pluripremiato, come funziona il lavoro di ricerca? Un lavoro importante che il pubblico spesso ignora ma che credo sia determinante per il successo delle vostre stagioni?

Il Teatro di Rifredi ama le novità e le proposte originali. E la compagnia Pupi e Fresedde non è certo famosa per i suoi Shakespeare, Goldoni o Pirandello quanto piuttosto per testi, teatrali o letterari, sempre ancorati al presente, scritti nel presente o riscritti per il presente. Per realizzare questo progetto occorre essere sempre curiosi e guardarsi continuamente intorno, anche oltre confine, cercando artisti e spettacoli fuori dai canali che vanno per la maggiore non solo nei circuiti commerciali ma anche tra le conventicole di tendenza. E senza mai dimenticarsi che, in questo presente, la cosa più “presente” è il pubblico, il quale non ci mette niente a diventare “assente” se lo prendi in o lo deludi con un’insignificante routine o un’astrusa fumisteria.

Intervista apparsa su CulturaCommestibile.com n.249 del 10 febbraio 2018

Yves Montand, memorie di un uomo libero

Yves Montand è stata una figura imponente che ha attraversato la Francia per almeno metà del XX secolo. Cantante, attore, icona, potenziale candidato alla presidenza della Repubblica, il figlio dell’esule antifascista di Monsummano Terme emigrato in Francia all’avvento del regime mussoliniano nel nostro Paese, è stato un punto di riferimento per registi, sceneggiatori ma anche tanti cittadini semplici che hanno amato le sue canzoni, i suoi personaggi e le sue prese di posizione franche e sincere.

Ripercorre la sua vita attraverso le sue dichiarazioni e interviste il bel volume, Moi ma vie, curato da Carole Amiel edito in Italia da Clichy che ripercorre la carriera artistica e la maturazione politica dell’artista.

Partito dai music hall della Francia occupata, approdato alla scena musicale parigina che conta grazie ad Edith Piaff con cui inizierà anche una storia d’amore. Quello della sua vita sentimentale, con la Piaff con la compagna di una vita Simone Signoret, sono sempre accenni, pudicamente lasciati fuori dal discorso pubblico. Preservati non per calcolo ma per scelta, a differenza delle posizioni politiche passate dall’innamoramento comunista ad una profonda battaglia contro il tradimento degli ideale e a un antisovietismo militante negli anni 80 che lo porterà a polemizzare anche con l’allora segretario del Partito Socialista Lionel Jospin.

Il Montand che esce dalle pagine del libro non è un divo, è un artista (anche se civettuosamente si definisce per larga parte della sua carriera un artigiano) consapevole dei suoi mezzi, del suo valore (anche economico) che tiene a far sapere che di tutte le sue virtù quella per lui determinante sia la sua libertà. Una libertà anche politica che lo porta a prendere sempre e comunque posizione, per l’Unione Sovietica nei primi anni del dopoguerra, per la destalizzazione, per i profughi cileni, per la primavera di Praga, infine anche per Reagan nella sua battaglia contro i regimi dell’est. Una libertà che le cronache mondane raccontavano tale anche nella vita privata ma che invece nel discorso pubblico mai appare. Anzi l’uomo Montand che parla di sé è sempre il figlio del contadino toscano che va in esilio per affermare la sua libertà, l’uomo integro che pur cantando i sentimenti (fu il primo a portare al grande pubblico i versi di Prevert) non ne viene sopraffatto. Salvo forse sul finale, con l’arrivo in tarda età, del primo figlio a cui farà dedicare da un suo paroliere versi struggenti, un testamento e una promessa. Forse la stessa che Montand bambino fece a se stesso: di vivere da uomo libero.

Articolo apparso CulturaCommestibile n. 247 del 27 gennaio 2018

 

Il trapasso tutto da ridere di Stalin

La tragicità dello stalinismo è stata affrontata in saggi, romanzi, film. La durezza di quel regime, la ferocia di milioni di morti, imprigionati, le libertà soffocate, il terrore, il tradimento dell’ideale di eguaglianza, hanno attraversato generazioni di intellettuali. Eppure forse mai lo stalinismo è stato affrontato nel suo lato grottesco, nella sua farsa terribile. Troppi i morti, troppa la tragicità di intere popolazioni fatte morire di fame nelle carestie programmate per imporre il socialismo delle terre. Ci prova riuscendoci, Armando Iannucci, cineasta scozzese (a dispetto del nome) che mette in scena una commedia brillante, “Morto Stalin se ne fa un altro”, sulle ultime ore del dittatore sovietico e sulla successiva lotta per la successione.

Iannucci condensa molti fatti veri, seppur possano apparire completamente inverosimili, avvenuti sotto l’ombra del giorgiano, nello spazio dei giorni che vanno dalla morte al funerale di Stalin facendone un’iperbole che falsa un po’ la narrazione storica ma contribuisce a creare un effetto comico davvero eccellente. Così come eccellente è il cast, con una serie di attori in stato grazia, perfetti per il registro grottesco degli eventi: da Steve Buscemi nei panni (troppo magri rispetto all’originale) di Kruščëv o uno straordinario Simon Russel Beale in quelli (troppo grassi) di Lavrentij Berija. Un cast decisamente affiatato e british supportato da dialoghi scritti magistralmente che sono essenziali per un film corale in cui l’azione è tutta al supporto della sceneggiatura e non viceversa.

Siamo dunque di fronte a un piccolo film che però di questa dimensione trae vantaggio e si fa apprezzare per il suo essere molto divertente ma capace di farci riflettere sulle degenerazioni degli ideali, sulla tirannia e sulla sua riproducibilità, in questo il titolo italiano penalizzante rispetto all’originale (The Death of Stalin) ha almeno il merito, come ha notato in modo molto politically correct il regista nell’anteprima dello scorso martedì al cinema Stensen di Firenze, di farci riflettere sin da subito che quelle incredibili tragedie potrebbero anche ritornare se le dovessimo dimenticare.

Articolo uscito il 13 gennaio 2018 su Cultura Commestibile n.245

Serra Yilmaz nei panni di Grisélidis, prostituta geniale

Il gennaio del Teatro di Rifredi è decisamente all’insegna di Serra Yilmaz, l’attrice icona di Ferzan Ozpetec che da anni è una presenza fissa della stagione di Pupi e Fresedde (in cartellone anche questa stagione per l’undicesimo anno consecutivo) con l’Ultimo Harem e da qualche anno anche con la Bastarda di Instambul, (che sarà in scena Roma alla Sala Umberto dal 15 al 25 marzo).

Ai due successi ormai consolidati firmati Angelo Savelli quest’anno la compagnia di Rifredi ha aggiunto il testo di Coraly Zahonero, autrice e attrice della Comédie Française, Grisélidis, memorie di una prostituta.

Un testo che l’autrice ha costruito sulle memorie e le interviste della prostituta franco-svizzera Grisélidis Réal che visse la sua “professione” come un’arte, costruendoci sopra una poetica che riversò in libri, quadri e nella sua attività militante a favore dei diritti delle prostitute.

Lo spettacolo ha ricevuto un’accoglienza straordinaria in Francia e arriva nel nostro Paese al Teatro di Rifredi dal 25 al 27 gennaio dopo essere andato in scena a Vicenza nel dicembre scorso.

Serra Yilmaz regala una interpretazione sentita, calandosi nella parte e portando in scena oltre al testo il suo impegno di intellettuale e di donna mostrandoci questa prostituta rivoluzionaria, l’approccio dei maschi, la poesia che si può trovare anche nel “mestiere”, senza però mai idealizzarlo. Una presenza scenica cruda, diretta, sottolineata dalle musiche eseguite in scena da Stefano Cocco Cantini.

Uno spettacolo che in tempi di regressione del discorso pubblico e privato sul corpo delle donne lo rimette al centro insieme alla sua dignità e alla sua libertà da (ri)conquistare.

Articolo uscito sabato 20 gennaio 2018 su Cultura Commestibile n. 246

Gli ultimi Jedi dirazza e non delude

Arrivati all’ottavo episodio di una delle più longeve e fortunate saghe cinematografiche, gli ultimi Jedi, non delude le aspettative e anzi supera di gran lunga il predecessore, primo della trilogia targata Disney, mostrando una maturità ed un autonomia che fanno bene al film e alla saga. Visto al primo giorno di programmazione in un tripudio di spade laser brandite da quarantenni accompagnati dai propri figli, gli ultimi Jedi, è un film spettacolare, forse un po’ troppo ingarbugliato e con un’eccessiva ramificazioni di sotto trame che a qualche spettatore han fatto pensare al “troppa trama” di universale memoria, che gioca con l’effetto nostalgia ma in modo meno smaccato e pesante del predecessore.

Eppure il film, lungo, scorre e non si ingolfa mai, certo la storia talvolta si risolve senza difficoltà, in uno standard da film d’azione holliwoodiano, e la complessità dei personaggi è abbozzata, mai scavata. Una differenza sostanziale con le due trilogie di George Lucas. Qui, come ne il risveglio della forza, l’universo Star Wars è a servizio del plot (e del merchandising) e non la storia al servizio dell’universo Star Wars. George Lucas creò un mondo attraverso un film (che infatti ha dato vita a migliaia di spin off fumettistici, di giochi ruolo, letterari, …), Disney usa quel mondo come il contesto dove ambientare dei buoni film. Se l’operazione era parzialmente riuscita a JJ Abrams nell’episodio VII (forse per troppo timore reverenziale del regista), portata all’estremo in Rougue One (uno splendido film di guerra casualmente ambientato nell’universo Star Wars), qui il mix si fa completo rendendo gli ultimi Jedi un film pienamente inserito nella saga ma autonomo nel suo svolgersi. Anzi Rian Johnson, regista e sceneggiatore, riesce a dare un tocco personale, inserendo un umorismo caustico, battute fulminanti che sinora erano riservate al solo Ian Solo. Anche nel ridisegnare i personaggi non mostra alcun timore reverenziale e si permette di inaugurare persino la figura del Jedi sfiduciato, dando finalmente a Luke Skywalker una dimensione non più lancillottesca (non apprezzata, si racconta, dall’attore Mark Hamill, vero fan della saga).

Certo l’impronta Disney si nota, i personaggi sono rigorosamente multietnici, le depressioni, le bassezze, mai portate al limite (come ci si poteva aspettare da uno dei registi di Breaking Bad), nessun rimando a una lettura politica (salvo forse un Kilo Ren che declina un manifesto, oltre la destra e oltre la sinistra, per dominare l’universo), nessuna indagine sulla caduta e la redenzione, centrali nelle due trilogie precedenti. Qui anzi il tormento tra bene e male serve a costruire un colpo di scena fondamentale ma non è il cuore della storia. Anche il rapporto tra padri e figli non si scioglie e la cosa non crea grossi problemi.

Dunque gli ultimi Jedi, con le sue scene di battaglie, i suoi rimandi alla trilogia o a molto altro cinema, risulta un bel film che rinuncia a competere con la trilogia classica e così facendo ne esce rafforzato e godibilissimo.

Uscito su CulturaCommestibile n.243 del 16 dicembre 2017

L’eleganza e la leggerezza che ci mancheranno

Jean D’Ormesson era un uomo piccolo che passava con leggerezza sulle cose pesanti della vita. L’ho incontrato, per intervistarlo per questa rivista, qualche anno fa grazie a Tommaso Gurrieri che per Barbés prima e Clichy poi ha tradotto alcuni degli ultimi volumi dello scrittore e filosofo francese. Doveva essere una breve intervista fra un suo impegno e l’altro, fu un densissimo pomeriggio di chiacchere io nel mio goffo francese, lui in una lingua magnifica, musicale e coltissima. Tra i tanti incontri privilegiati che collaborare a questa rivista mi ha dato, questo è uno dei più importanti e di quelli che ricorderò per sempre.

Aristocratico e democratico, liberale e conservatore, D’Ormesson non è stato sicuramente il miglior romanziere francese né il filosofo più importante d’oltralpe ma poche persone hanno saputo incarnare l’intellettuale non engagé come lui. Non perché rifuggisse il confronto politico, anzi, ma perché nella politica come nella vita, passava leggero sugli accadimenti. Direttore de Le Figaro, assistente e consigliere di ministri, detestava (credo ricambiato) Mitterrand del quale però, alla fine, rivedrà il giudizio, credo anche alla luce dei successori del “fiorentino” alla guida del PS.

La sua vita, raccontata nel suo ultimo volume Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, è stata la somma di molte contraddizioni, molti amori, donne bellissime, senza mai perdere la gioia e la voglia di vivere. Agli intellettuali annoiati D’Ormesson ha sempre risposto col sorriso del nato fortunato, per casta e per scelta, che non ha sprecato le fortune che un casato, al servizio dei re di Francia dal medioevo, ed un’istruzione superiore gli avevano messo a disposizione.

Gli ultimi anni li ha passati interrogandosi sulla vita e sulla morte, sul nostro posto nell’universo, senza mai cedere alla paura, all’angoscia ma guardando sempre al futuro, persino quando raccontava il (proprio) passato.

Se ne è andato a 92 anni, che valgono almeno una decina delle vite di molti suoi colleghi.

Uscito su CulturaCommestibile n.242 del 9 dicembre 2017

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR

La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano[1], concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante.

In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso[2]. L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico.

Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale.

Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt[3]: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani.

Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto[4].

Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto.

Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo.

Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista.

Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economica del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso.

Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD.

D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki[5], i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli.

Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 235 del 21 ottobre 2017

____________________________________

[1] L’occasione sprecata della Legge Fiano in Cultura Commestibile n.230del 16 settembre 2017

[2] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy?mbid=social_facebook

[3] http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_22/via-l-ultimo-monumento-duce-coperto-una-frase-ahrendt-bolzano-00aabeea-e0b5-11e6-a64d-bf022321506f.shtml

[4] Paolo Nicoloso, “Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista”, Einaudi, Torino, 2008.

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

Neanche il riformismo è un pranzo di gala

I rivoluzionari del XX secolo venivano spronati dalla propaganda dei partiti afferenti alla III internazionale ad essere due volte migliori dei capitalisti che si proponevano di abbattere. La tesi era che l’avanguardia rivoluzionaria avrebbe, col proprio esempio, fatto prendere coscienza al proletariato fino al suo riscatto.

Qui in Italia i gruppi che diedero vita a Livorno al PCdI si affermarono intorno a due riviste, il Soviet di Bordiga e l’Ordine Nuovo dei “torinesi” Gramsci, Togliatti, Tasca, Terracini e altri. Due riviste di cultura, in cui, soprattutto sull’Ordine Nuovo, i temi dell’organizzazione del nuovo stato sovietico e socialista erano trattati e approfonditi ben oltre lo slogan “faremo come in Russia”. Anzi è proprio in quegli anni che nasce la necessità di uno specifico italiano nella costruzione del socialismo, che poi Gramsci approfondirà nei Quaderni e Togliatti svilupperà, certo anche tatticamente, nella via italiana al socialismo del secondo dopoguerra.

Studiare, confrontarsi, migliorarsi era la regola. D’altra parte Angelo Tasca, per convincere un giovane e timido Antonio Gramsci ad unirsi alle loro riunioni gli fece dono di un volume di Guerra e Pace con la seguente dedica “Al compagno di studi, oggi, al mio compagno di battaglia, spero, domani”; mentre il motto che campeggiava in prima pagina de L’Ordine Nuovo era “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

Un imprinting che ha segnato fortemente non solo il PCI ma più in generale tutto il movimento operaio e progressista italiano. Basti pensare ai sindaci del dopoguerra, quella generazione fatta anche di operai come Fabiani a Firenze, quella in cui “la maestà del popolo governava” come scrisse Neruda nei versi dedicati proprio al primo cittadino di Firenze, che si misurarono con uno Stato in cui le persistenze e le continuità con il regime liberale ma soprattutto fascista erano fortissime e invasive oltre ogni immaginazione. Eppure passo dopo passo modificarono le cose e governarono, come dopo di loro la generazione di amministratori della seconda metà degli anni settanta, che ancor di più scardinarono a livello amministrativo un Paese già profondamente cambiato culturalmente e socialmente. Lo cambiarono in presenza e in reazione ad un attacco allo Stato che proveniva sia dai teorici della rivoluzione che da quelli della reazione, facendo prevalere un senso delle istituzioni di cui gioverà il paese nei momenti bui e confusi dei primi novanta culminati però con la deviazione, purtroppo ampia e tragica, della degenerazione giustizialista e l’avvio della stagione del populismo in politica.

Vi è dunque un portato storico, una prassi, comune alla sinistra ma anche ben presente nella tradizione democratica cristiana (la maggior parte dei dirigenti storici della DC proveniva da cattedre universitarie) di coincidenza di cultura e impegno politico, di consapevolezza che il cambiamento per esser tale avrebbe dovuto sempre confrontarsi con resistenze anche tecnico amministrative.

Oggi, la banalizzazione della narrazione pare aver sottovalutato se non dimenticato questo, cruciale, aspetto. Non è un problema di sola comunicazione. O meglio, la comunicazione è l’epifenomeno di un modo di pensare e agire. Dietro alla banalizzazione degli oppositori (non tanto quelli politici ma quelli che siedono nei gangli del potere) in gufi, rosiconi e professoroni, non risiede soltanto un impeto da “rivoluzione culturale” maoista, ma una profonda sottovalutazione del loro potere o, molto più probabilmente, una terribile sopravvalutazione del proprio potere come classe politica.

Della stagione del primo renzismo, in attesa di capire se ve ne sarà un secondo, sul piano delle realizzazioni materiali del proprio riformismo, così tanto sbandierato, molto rimarrà come un incompiuto. Non tanto perché l’esito referendario ha interrotto l’esperienza del governo Renzi, ma perché molte delle riforme hanno cozzato con la verifica tecnico amministrativa di altri organi dello Stato.

La riforma della pubblica amministrazione, bocciata in parti consistenti dalla Consulta, la legge elettorale che ha subito medesima sorte, buon ultimo il TAR che ha censurato la Riforma dei Beni Culturali del ministro Franceschini. A questo possiamo aggiungere gli errori, marchiani e palesi, del nuovo Codice degli Appalti, che hanno generato numerosi rilievi del Consiglio di Stato.

Rilievi che hanno a loro volta dato avvio alla figuraccia della riforma (a parere di chi scrive sacrosanta) dei poteri abnormi dell’ANAC approvata dal Consiglio dei Ministri all’insaputa del consiglio stesso.

Errori che sono stati quasi sempre imputati alla irruenza e alla fretta riformatrice della passata stagione del governo o, dagli stessi protagonisti, a nemici esterni, spesso identificati come parrucconi dell’ancient regime.

Probabilmente c’è del vero nella seconda affermazione e a leggere, uno dietro all’altro, i tre cognomi della giudice che ha formulato la sentenza del TAR sulla riforma Franceschini, questa tesi si può pure rafforzare, se ci è concessa un po’ di ironia.

Tuttavia proprio se questa tesi fosse vera, ancora di più emergerebbe il limite politico di quella stagione di governo. Sottovalutare il proprio avversario è infatti molto spesso il primo passo verso una sconfitta certa. Anche la risposta “la prossima volta cambieremo prima il TAR del resto” ha più un valore propagandistico che reale.

Perché il punto anche se si decide di cambiare il TAR (anzi soprattutto se si decide di cambiare il TAR) è cambiarlo bene, in modo formalmente e sostanzialmente perfetto, a meno che non si intenda cambiarlo attraverso un sovvertimento violento dell’ordine costituito.

Ecco dunque che all’approssimarsi dell’ennesima campagna elettorale in cui il segretario del PD, continuerà con la litania delle prossime riforme che metterà in campo qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, la differenza potrà farla soltanto se si soffermerà sul fatto che, al netto degli argomenti scelti, le prossime riforme si impegnerà a farle bene.

Certo questo impone di scegliere i capaci al posto di fedeli, cosa che finora è parsa più difficile dello scrivere le riforme correttamente.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 220 del 3 giugno 2017

La bella vita di un intellettuale mortale

Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto.

D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni.

Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fantasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire.

D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017