La bella vita di un intellettuale mortale

Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto.

D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni.

Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fantasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire.

D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

La Milano dei Rossi

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La provvidenza rossa è come un universo parallelo che si srotola nella Milano del 1977, un universo in cui al normale vivere della città si contrappone, parallelamente convergente, un mondo regolato dai riti del Partito Comunista Italiano. Uno Stato nello Stato che replica le strutture della società borghese nei suoi pregi e nei suoi vizi. Questo mondo parallelo è il principale pregio di “la provvidenza rossa”, giallo di esordio di Lodovico Festa, che fu comunista milanese negli anni narrati nel libro. Un libro in cui il noir serve da alibi alla narrazione della vita comunista, dove la pervasività del mondo rosso si snoda tra personaggi al massimo bidimensionali che in realtà sono spesso solo maschere delle loro organizzazioni siano esse il Partito, la Lega delle Cooperative, il Sindacato (ovviamente la CGIL) o l’Arci. Un mondo non autosufficiente ma che dalla società borghese trae più che donare; un mondo capace di regolarsi da solo, quasi soffocante per i suoi iscritti che trovano in esso tutto, lavoro, divertimenti, famiglie, amori; seppure nella variante meneghina non arrivi ai tratti dominanti del comunismo emiliano. Mondi raccontati sinora o da storie sociali, come il magnifico “Maison Rouges” di Marc Lazar, o dal sarcasmo musicale di pezzi come “Robespierre” degli Offlaga Disco Pax. Quello di Festa è invece un libro, un romanzo, che ci riporta in un mondo che non c’è più ma che conserva traccia di sé nei profili degli ex militanti rossi, e in alcune prassi politiche che ci appaiono oggi tristemente ininfluenti nel mainstream populista e personalistico della politica dei leader. Invece nella Milano rossa di festa, il protagonista è il collettivo, pur se l’autore ci fa intravedere il futuro (non radioso) che si avvicina: quella Milano da bere, che sta appena scaldando i motori. Una Milano che è l’altra grande protagonista. Una città raccontata con amore, seppure di una città che non c’è più si tratti. La consolante Milano borghese, le cui architetture sono raccontate con più dettagli dei protagonisti, persino quando le architetture sono quelle razionaliste del ventennio. Una Milano che si ricostruisce e si riscatta nell’azione del Partito e nelle sue architetture non ancora appannaggio di archistar, una Milano in cui noi contemporanei forse fatichiamo a immaginare quanto abbia contato la sinistra (non solo comunista) e quanto popolo riuscisse a organizzare intorno a sé. Festa scrive questo libro con l’affetto della sua giovinezza alla quale concede però una lingua troppo da relazione al comitato centrale, soprattutto nei dialoghi, e che lo costringe a una nota finale ed a un artificio narrativo di cui non si sentiva il bisogno. Ma il pregio del realismo della vita e delle prassi comuniste ripagano ampliamente il lettore, soprattutto quello che seppur in un’altra epoca molto successiva e in altri contesti, si è trovato ad essere “l’uomo della federazione” o ad aver comunque vissuto all’interno del vasto mondo comunista e post comunista italiano. Altro grande pregio del libro è che l’autore non riversa nella storia il proprio giudizio sul PCI, un giudizio che lo porterà ad altri lidi e alla vicedirezione de il Foglio, ma anzi pare riacquistare il fuoco della passata militanza, soprattutto quella amendoliana, conservando per ingraiani e berlingueriani (ma anche per il migliorista Napolitano) le frecciate più acute.

Articolo apparso sabato 4 aprile 2016 su CulturaCommestibile n. 164

Il passato del futuro

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Era il 1985 quando fu pubblicata la prima edizione italiana di Neuromante, romanzo fantascientifico di William Gibson, che l’anno prima aveva vinto il premio Hugo; il più importante premio letterario per la fantascienza. Quel volume uscito da noi nella serie oro dell’editore Nord, ha per sempre cambiato il rapporto della fantascienza con il futuro. Nel 1985 la rete, internet, era poco più di un esperimento, la globalizzazione non si sapeva cosa fosse in un mondo incardinato sul bipolarismo USA URSS e il potere dell’economia transnazionale non aveva dispiegato la sua forza. Eppure Gibson riuscì a disegnare un futuro in cui la connessione alle reti dati diventa fondamentale per la società, le multinazionali dominano la vita degli individui e l’urbanizzazione crea ammassi di città senza soluzione di continuità: lo sprawl o BAMA (asse metropolitano Boston Altanta). Certo la rappresentazione grafica del cyberspazio gibsoniano è totalmente diversa dalla normalità del nostro internet, le arcologie delle multinazionali non sono diventate la regola urbanistica (anche se certe tendenze di molte archistar hanno qualche debito con questa teoria) e soprattutto nessuna Las Vegas spaziale orbita intorno alla terra. Eppure il futuro di Gibson conteneva tante tracce del nostro presente, esasperate in un’allegoria come solo la migliore fantascienza sa fare. Per esempio l’individualismo estremizzato (Gibson scrive negli anni dell’edonismo reaganiano) e la totale assenza di ogni struttura politica o statuale ad esclusione del potere repressivo o la successione di guerre e conflitti. Gibson elabora ed esaspera, attualizza, il pessimismo di Philip K. Dick e ne riprende uno dei temi centrali di Do Androids Dream of Electric Sheep? (da cui Ridley Scott trarrà le varie versioni di Blade Runner) ovvero il rapporto tra uomo e macchina. Anzi tra uomo e intelligenza artificiale. Quelle che per Turing (omaggiato non a caso da entrambi gli autori) e la comunità scientifica sono in grado non tanto di apprendere ma di rappresentare la propria conoscenza. In parole povere di pensare, seppure in modo diverso da un essere umano (col paradosso che nessun essere umano potrà mai descrivere un modo diverso di pensare da quello con cui pensa). Ecco quel nodo e quel tema, l’interazione con Neuromante e Invernomuto o i replicanti di Dick, ci appare ancora oggi fantascientifico, irreale. Eppure anche quel futuro è molto più vicino di quello che speriamo. Software in grado di apprendere, potenze di calcolo inimmaginabili sono già oggi realtà e tutti i giorni ci sottoponiamo a test di Turing ogni qualvolta immettiamo un codice CAPTCHA (quelle combinazioni di numeri e lettere scritti strani) per accedere a servizi online e dimostrare così di non essere macchine. Insomma il futuro di Gibson rimane maledettamente attuale e la cultura pop americana continua ad interrogarsi sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale in un percorso che arriva fino agli Avengers che combattono Ultron in questi giorni nelle nostre sale cinematografiche, come nota Raffaele Alberto Ventura su internazionale.it, colpevole soltanto di non citare Gibson tra i riferimenti dell’ultimo blockbuster Marvel. A partire da Gibson abbiamo preso coscienza marxianamente che androidi, multinazionali e supercomputer continueranno a popolare i nostri sogni e incubi di cittadini occidentali e costituire un immaginario collettivo fondamentale in società modellate sempre più da comunità di informatici e scienziati, che prima di diventare tali, sono stati NERD divoratori di fantascienza.

Articolo apparso su www.culturacommestibile.com n.121 del 2 maggio 2015

Com’è profondo il mare

Scrivere dei libri degli amici non è mai semplice. Se non ti piace il libro ti dispiace ferire l’amico, se ti piace hai paura che il giudizio sulla persona renda meno credibile il giudizio sull’opera. Tuttavia quando un amico scrive un libro come La memoria dei Pesci, diventa difficile non parlarne.

Pippo Russo arriva al suo terzo romanzo e lo fa spiazzandoci un altra volta. Tre libri, tre storie completamente diverse e tre stili di scrittura sempre nuovi.

Questa volta siamo in un futuro talmente prossimo da essere presente, il 2011, e in una Firenze talmente vera da farti male, con le sue contraddizioni, i suoi luoghi estranei alle guide turistiche. I suoi colori e i suoi sapori. In questa città solare ma cupa al tempo stesso si muove Brando, un antieroe la cui vita all’apparenza di successo, deraglia sia sentimentalmente che professionalmente. E deraglia a partire dall’intreccio di reale e virtuale in cui Brando, come tutti noi, è immerso. Così tra second life, costruzione di biografie digitali (l’invenzione e il lavoro di Brando), donne amate per l’immagine che danno di se sull’iphone, Brando è chiamato dal mondo virtuale a fare i conti con se stesso e la sua memoria.

Un’ educazione sentimentale di un adulto dei nostri giorni. Un uomo, un maschio, verso cui l’autore non è affatto indulgente e che risalta, in negativo, per contrasto alle donne splendide che ha intorno.

Una scrittura decisa, spigolosa come il personaggio, sottolinea un libro che ci dice molto di come siamo e cosa stiamo diventando.

Pippo Russo, La Memoria dei Pesci, Cult Editore, 2010.

Ok panic!

Polillo è un piccolo editore. Un piccolo editore coraggioso. In questi anni ha lanciato una collana che si chiama i bassotti e che raccoglie una selezione di gialli inglesi e americani degli anni trenta e quaranta. Quella che viene, a ragione, definita l’epoca d’oro del thriller.

Polillo è andato a scovare un romanzo inedito (qui in Italia) scritto da Hellen McCloy nel 1944. Una storia di spie, codici segreti e panico. Panico che è appunto il titolo italiano del romanzo, traduzione fedele dell’originale Panic inglese,  e devo ammettere che il titolo è azzeccato.

Raramente un libro mi ha tenuto così in tensione soprattutto nelle descrizioni delle notti insonni della protagonista in uno sperduto casolare perso nei boschi senza elettricità.

Un romanzo di genere ma colto e intelligente, così come la sua autrice, versatile giornalista americana con un profondo retroterra culturale europeo.

Una scrittura cinematografica che ti trascina all’interno della storia e te la mostra in tutti i dettagli. Suspence compresa.

Per notti insonni.

Hellen McCloy, Panico, Polillo Editore.

Ad andar con lo zoppo

Sarà un debito di riconoscenza per averlo chiamato in Parlamento e, grazie alla legge elettorale, eletto nelle fila del PD ma l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, barese già magistrato e oggi parlamentare, è decisamente veltroniano. Per carità Carofiglio ha sempre una scrittura scorrevole, è capace di farsi leggere con facilità e le sue storie filano sempre lisce fino al finale, eppure questa volta lo spleen del suo avvocato Guerrieri tracima e infarcisce le pagine con un catalogo di film, canzoni, luoghi, cibi memorabili. Un Album Panini dei ricordi, un amarcord generazionale che ha completamente assente quella leggera cattiveria e ironia che invece caratterizzava, per esempio, il primo Nick Horby.

Dunque l’avvocato Guerrieri stavolta lascia le aule di tribunale per trasformarsi in un Marlowe sbadato, viaggiatore in una Bari che rimane, al lettore che non la conosca di suo, sconosciuta dalla pagine del libro; c’è la ricerca di una ragazza scomparsa, le ex escort (potevano mancare a Bari?) proprietarie di locali notturni, le studentesse universitarie che non sono quello che sembrano e un giro di cocaina che circonda il tutto.

Peccato, Carofiglio coi suoi primi due romanzi pubblicati da Sellerio ci aveva abituato male e ci aveva fatto sperare che fosse possibile una via italiana al legal thriller.

(Gianrico Carofiglio, Le Perfezioni provvisorie, Palermo, Sellerio, 2010)

Figlia di una vestaglia blu

Vite Vendute – Teatro e Lavoro in Toscana
Compagnia del Pepe
FIGLIA DI UNA VESTAGLIA BLU
dall’omonimo romanzo di Simona Baldanzi
lettura scenica a cura di Andrea Bruno Savelli
con Elena D’Anna, Fulvio Cauteruccio, Michele Morrocchi, Andrea Bruno Savelli
e la partecipazione di Lucia Poli

Figlia di operai, marcata come i jeans Rifle che la sua mamma ha cucito in fabbrica cinque giorni a settimana per più di trent’anni indossando la sua vestaglia blu lunga e spessa, Simona decide di scrivere una tesi di laurea sulle tute arancioni, i minatori che forano le montagne del Mugello per far passare il treno ad alta velocità. Distribuisce questionari e poco alla volta intesse rapporti umani con queste persone, che lavorano duramente nelle gallerie e che mangiano, dormono e vivono nei campi base, lavoratori “strappati” dalle loro terre, in maggior parte provenienti dal Sud.
E’ una storia che si sdoppia tra la vita della madre, segnata dalla routine e dall’alienazione del lavoro nella catena di montaggio dello stabilimento della Rifle a Barberino di Mugello, e la vita nei campi base della TAV, fatta di cantieri difficilmente accessibili, di polvere da ingoiare, di volti combattivi e dolenti lontani dalla propria terra, dalla famiglia e dagli amici.
E’ attraverso questa storia sdoppiata che Simona Baldanzi sa rievocare con uno stile semplice e molto coinvolgente una delle numerose storie sul movimento operaio che, ieri come oggi, cerca di non farsi “mettere sotto”, dimostrando come il rispetto sia una sfida da vincere quotidianamente.

Simona Baldanzi, nata nel 1977, vive da sempre nel Mugello. È stata finalista del “Premio Campiello giovani” 1996 con il racconto “Finestrella Viola”. “Figlia di una vestaglia blu” (Fazi Editore, 2006) è il suo primo romanzo.

Martedì 17 febbraio 2009 ore 21.00

Teatro di Rifredi
via Vittorio Emanuele 303 Firenze
www.toscanateatro.it – biglietteria@toscanateatro.it

Biglietti:
intero € 14 + € 1(diritto di prevendita)
ridotto € 12 + € 1 (diritto di prevendita)

Info e prenotazioni: 055.42.20.361/2 biglietteria@toscanateatro.it
Prevendita: Teatro di Rifredi dal lunedì al sabato ore 16 – 19 http://www.toscanateatro.it

La casa degli incontri

Martin Amis è uno dei miei scrittori preferiti. Dunque parto sempre ben disposto nei suoi confronti ogni volta che leggo un suo libro. Però La casa degli incontri è un libro bellissimo. E’ stupendo perchè parla di un amore ossessivo, disperato, di donne, di fratelli, ma anche del comunismo e della Russia sovietica.

Martin Amis aveva già sfidato il demone sovietico in Koba il terribile, che era a metà fra la memorialistica e la saggistica. Qui aggredisce narrativamente l’esperimento sovietico, ne scava a fondo tra gli orrori del gulag, la disperazione della guerra e l’abbandono della riabilitazione.

E poi in mezzo c’è lei, l’ossessione di una vita. Una figura sfuggente che una volta presa distrugge non solo il sogno di sè ma la vitalità stessa del protagonista.

Un racconto in punto di morte, di un  personaggio ma anche di un Paese e di una tragica ideologia.

Banda di Fratelli

Ieri sera durante una riunione ho citato questo pezzo dell’Enrico V di Shakespeare.  Naturalmente più che citarlo l’ho parafrasato. Mi è sempre piaciuta l’espressione banda di fratelli, anche se so che trasuda misoginia ed è tutto fuorchè politically correct. Da’ il senso dell’appartenenza, della comunanza nell’ora suprema, l’idea di un legame che solo chi rischia persino la vita insieme ad un altro può capire. Nel citarlo mi è venuta una voglia matta di rileggere questo pezzo, e di farvelo rileggere.

Le parole sono dette da Enrico V prima della battaglia di Azincourt

“Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada.
Dategli dei soldi perché accelleri la sua partenza,
dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo.
Non vogliamo morire con nessuno
ch’abbia paura di morir con noi.
Da noi in Inghilterra questo giorno è la festa di Santo Crispiniano;
chi a questo giorno sopravviverà ed avrà la fortuna d’invecchiare,
ogni anno, alla vigilia della festa,
radunerà i vicini intorno a sé:
“Domani è San Crispino e Crispiniano”, dirà
e rimboccandosi le maniche ed esibendo le sue cicatrici,
“Queste son le ferite che ho toccate nel dì di San Crispino”.
I vecchi sono facili all’oblio, ma lui avrà obliato tutto il resto,
non però la memoria di quel giorno,
anzi infiorando un poco quel ricordo per quel che ha fatto lui personalmente.
E allora i nostri nomi, alle sue labbra già stati famigliari
– Enrico Re, e Bedford, Warwick, Talbot, Gloucester, Exeter, e Salisbury –
gli ritorneranno vivi alla mente tra i boccali colmi,
e il brav’uomo tramanderà a suo figlio questa nostra vicenda;
ed i Santi Crispino e Crispiniano,
da questo giorno alla fine del mondo non passeranno più la loro festa
senza che insieme a loro non s’abbia a ricordarsi anche di noi;
di questi noi felicemente pochi,
di questa nostra banda di fratelli:
perché chi oggi verserà il suo sangue sarà per me per sempre mio fratello
e, per quanto sia umile di nascita, questo giorno lo nobiliterà;
e quei nobili che in Inghilterra ora dormon ancor nei loro letti,
si dovran reputare sfortunati per non essere stati qui quest’oggi,
e si dovran sentire sminuiti perfino nella essenza d’uomini
quando si troveranno ad ascoltare alcuno ch’abbia con noi combattuto
il dì di San Crispino”.

Ask not

Ask not è il titolo di un gran bel saggio su John F. Kennedy e sul suo discorso d’inaugurazione il 20 gennaio 1961. E’ un saggio che ha il ritmo di un romanzo, scritto con quella prosa e quella capacità di creare immagini ed emozioni che hanno gli storici anglosassoni.

A partire da un discorso, quello che diventerà mitico proprio per quel “non chiedete cosa il vostro paese possa fare per voi…” Clarke ricostruisce la figura di Kennedy, i sogni e le speranze che la sua elezione portò.

Kennedy fu capace di interpretare la voglia di un Paese e soprattutto di una generazione, di assumere delle responsabilità e di rischiare. Mostrò agli americani, per dirla con Paolo Conte, che erano in “un mondo adulto, [in cui] si sbagliava da professionisti”.

Le pagine che descrivono la nevicata la notte prima del discorso sono stupende. Danno il senso della sospensione, dell’attesa. Come se quella neve fosse il confine tra il prima e il dopo, uno spazio quasi cinematografico in cui fermarsi a sperare che il giorno dopo iniziasse un nuovo mondo e non solo una nuova presidenza.

Quel giorno, […], molte persone, come ipnotizzate, guardarono dalla finestra la neve che si accumulava, mentre le conversazioni via via languivano e i cortili e i marciapiedi diventavano bianchi; le feste diventavano più allegre; mentre la neve smorzava i suoni della città e le stanze ben illuminate sembravano più piccole e più accoglienti mentre scendeva la sera e la neve si faceva più fitta”.

Doveva essere una bellissima sensazione. Mi piacerebbe davvero poterla provare. Mi piacerebbe che, nel piccolo potesse provarla la nostra città. Magari l’anno prossimo, quando una cerimonia d’insediamento (decisamente più modesta) accompagnerà un nuovo sindaco.

E’ rara la neve a giugno. Rara, ma non impossibile.