Le città postpandemiche

Parigi – urban farm

Per anni dietro le mie spalle, nel mio ufficio di allora, ho avuto un manifesto (se non ricordo male era dell’ARCI) con il motto medievale tedesco: “l’aria delle città rende liberi”. Ci ripensavo in questi mesi di pandemia quando l’aria delle città – più correttamente degli sprawl – appare quella meno salubre e più feconda per la trasmissione del virus. Ragionamenti che anche sociologi, urbanisti, amministratori, stanno provando a fare, approfittando del virus come occasione di ripensamento e ridisegno degli spazi del nostro abitare.

Non tanto come metodo di lotta al virus, si spera che i tempi di cura del COVID non siano quelli medi del ridisegno delle nostre città ma molto, molto, più rapidi, piuttosto un ripensamento che va in direzione di una sostenibilità ambientale e come precauzione per le prossime crisi, non necessariamente pandemiche, che come ci insegna David Quammen in Spillover ci troveremo, anche a causa del nostro sviluppo ad affrontare. Mentre qui da noi si oscilla tra archistar che blaterano di un ritorno ai piccoli borghi, amministratori che aborrono lo smart working per non far chiudere il baretto sotto la Regione e un generale senso di “add’ha passà a nuttata”, nel resto del mondo qualcosa si muove in direzioni diverse e interessanti. Rispondendo ad una intervista del Sole 24 ore del settembre scorso Richard Florida, l’urbanista guru della società della conoscenza che tanto ha plasmato gli anni dell’ottimismo obamiano, ha riletto la sua concezione di egemonia della classe creativa alla luce del COVID-19. Fine delle metropoli, ritorno alla media dimensione urbana. Va considerato che Florida parla del contesto americano e quelle che lui considera grandi città non sono certo le dimensioni delle nostre cittadine italiane. Dunque paradossalmente i nostri centri urbani potrebbero partire avvantaggiati rispetto a questa nuova fase. Anche perché il secondo elemento che Florida ritiene determinante nella città post pandemica è la piazza. Istituzione italiana per eccellenza, che non viene declinata al virtuale ma proprio come spazio di aggregazione e, perché no, di lavoro, legata allo smart working.

Inutile dire che la riflessione di Florida, così come la sua teoria più famosa, affronta il livello medio alto della società, quello che può telelavorare, quello che è sopravvissuto alla rivoluzione dell’ICT e che sopravviverà alla rivoluzione della robotica. Noi invece qualche problema su come sopravviveranno, anche in termini urbanistici, i milioni di lavoratori poco o per nulla qualificati nel processo di espulsione della loro forza lavoro ad opera dei robot vorremmo provare a porlo. Magari con soluzioni non troppo diverse, possibilmente, di quelle immaginate per la parte ricca (di soldi e di conoscenza) della popolazione.

Anche in Canada, precisamente in Québec, il tema è stato affrontato. Le smart city, il lavoro che cambia, le nuove generazioni iperconnesse erano alcuni dei temi della MTL Connect che si è svolta, per larga parte online, la scorsa settimana. In questo caso siamo già a i primi ripensamenti ad un ridisegno delle smart cities a partire dal fallimento di Toronto Google city.

Anche da questa parte dell’oceano però non si sta con le mani in mano. La città di Parigi ha iniziato il percorso di ridisegno del proprio strumento di programmazione urbanistica, ponendosi (prima del COVID) l’obbiettivo di un piano a bilancio ambientale positivo. Per cui dal consumo di suolo si passa alla restituzione di verde e aree umide in misura maggiore a quelle in cui si continuerà a colare cemento.

All’interno di questo processo, che prevede anche interessanti esercizi di democrazia partecipativa, Le Monde ha dedicato lo scorso 16 ottobre due pagine agli interventi di due urbanisti ed una sociologa sul tema del nuovo PLU (Plan Local d’Urbanisme). Ebbene tutti e tre gli interventi andavano nella direzione di Florida, del superamento della scala urbana della rottura della continuità del costruito. Più radicale, anche nella critica, l’urbanista Albert Levy che poneva come efficace non il limite della città (stiamo comunque parlando di Parigi) e nemmeno quello dell’aria ad essa confinante ma quello dell’intera regione parigina. Parlando in termini di difesa dai cambiamenti climatici, in particolare del surriscaldamento urbano, anche in termini sanitari. Scrive Levy: “lottare contro l’isola di calore urbano ed i suoi effetti sanitari deleteri deve divenire l’obiettivo prioritario dell’urbanistica bioclimatica, rinforzando il posto della natura nella città: ripiantare verde e alberi lungo le strade e nelle piazze, diversificare la vegetazione, rendere verdi facciate e tetti, sviluppare l’agricoltura urbana, gli orti comuni, i parchi, le trame verdi e blu, bloccare l’artificializzazione del suolo, demineralizzare il suolo, favorire l’infiltrazione naturale della pioggia, incoraggiare la fitoterapia, manutenere i corsi d’acqua”. Sono questi gli assi dello sviluppo urbanistico di Parigi, che però se vuole avere un senso deve avvenire a livello di scala regionale, avendo poco senso un salotto verde attorniato da banlieue cementificate, aeroporti intercontinentali e fabbriche inquinanti. Rompere il tessuto urbano, ridare soluzioni di continuità ad un tessuto che si è espanso senza fine e senza senso.

Queste le tesi anche di Agnés Sinaï e di Antoine Grumbach che vanno entrambi nella direzione della fine dell’urbanistica della congestione, la prima, e di una forse utopica riscoperta del territorio e della sua gestione armoniosa per il secondo.

Comunque il punto di fondo è la fine della megalopoli come modello di sviluppo, un ritorno a rotture tra città e campagna con quest’ultima fortemente collegata da infrastrutture tecnologiche e materiali ad impatto però ridotto.

Uno scenario che potrebbe vedere l’Italia e in particolare quel territorio centrale che va dagli Appennini alla Capitale come un unico scenario di sviluppo di queste nuove competenze, di un modello bioclimatico a cui si aggiungerebbero le bellezze architettoniche, artistiche, storiche e paesaggistiche ed un modello di sviluppo economico diffuso, ridisegnando e sostenendo in infrastrutturazione, ricerca e sviluppo il tessuto di medie e piccole imprese.

Potremmo essere capofila di un modello di sviluppo che per le parti più avanzate del pianeta vorrebbe dire cambio traumatico di traiettoria, mentre per noi, prosecuzione di un cammino millenario. Potrebbe, a patto di non limitare l’ottica ai dehors dei bar e ristoranti oramai vuoti, al museo da tornare a riempire e alla ZTL da perforare.

Articolo apparso su Cultura Commestibile.com n. 374 del 24 ottobre 2020

Yves Montand, memorie di un uomo libero

Yves Montand è stata una figura imponente che ha attraversato la Francia per almeno metà del XX secolo. Cantante, attore, icona, potenziale candidato alla presidenza della Repubblica, il figlio dell’esule antifascista di Monsummano Terme emigrato in Francia all’avvento del regime mussoliniano nel nostro Paese, è stato un punto di riferimento per registi, sceneggiatori ma anche tanti cittadini semplici che hanno amato le sue canzoni, i suoi personaggi e le sue prese di posizione franche e sincere.

Ripercorre la sua vita attraverso le sue dichiarazioni e interviste il bel volume, Moi ma vie, curato da Carole Amiel edito in Italia da Clichy che ripercorre la carriera artistica e la maturazione politica dell’artista.

Partito dai music hall della Francia occupata, approdato alla scena musicale parigina che conta grazie ad Edith Piaff con cui inizierà anche una storia d’amore. Quello della sua vita sentimentale, con la Piaff con la compagna di una vita Simone Signoret, sono sempre accenni, pudicamente lasciati fuori dal discorso pubblico. Preservati non per calcolo ma per scelta, a differenza delle posizioni politiche passate dall’innamoramento comunista ad una profonda battaglia contro il tradimento degli ideale e a un antisovietismo militante negli anni 80 che lo porterà a polemizzare anche con l’allora segretario del Partito Socialista Lionel Jospin.

Il Montand che esce dalle pagine del libro non è un divo, è un artista (anche se civettuosamente si definisce per larga parte della sua carriera un artigiano) consapevole dei suoi mezzi, del suo valore (anche economico) che tiene a far sapere che di tutte le sue virtù quella per lui determinante sia la sua libertà. Una libertà anche politica che lo porta a prendere sempre e comunque posizione, per l’Unione Sovietica nei primi anni del dopoguerra, per la destalizzazione, per i profughi cileni, per la primavera di Praga, infine anche per Reagan nella sua battaglia contro i regimi dell’est. Una libertà che le cronache mondane raccontavano tale anche nella vita privata ma che invece nel discorso pubblico mai appare. Anzi l’uomo Montand che parla di sé è sempre il figlio del contadino toscano che va in esilio per affermare la sua libertà, l’uomo integro che pur cantando i sentimenti (fu il primo a portare al grande pubblico i versi di Prevert) non ne viene sopraffatto. Salvo forse sul finale, con l’arrivo in tarda età, del primo figlio a cui farà dedicare da un suo paroliere versi struggenti, un testamento e una promessa. Forse la stessa che Montand bambino fece a se stesso: di vivere da uomo libero.

Articolo apparso CulturaCommestibile n. 247 del 27 gennaio 2018

 

L’eleganza e la leggerezza che ci mancheranno

Jean D’Ormesson era un uomo piccolo che passava con leggerezza sulle cose pesanti della vita. L’ho incontrato, per intervistarlo per questa rivista, qualche anno fa grazie a Tommaso Gurrieri che per Barbés prima e Clichy poi ha tradotto alcuni degli ultimi volumi dello scrittore e filosofo francese. Doveva essere una breve intervista fra un suo impegno e l’altro, fu un densissimo pomeriggio di chiacchere io nel mio goffo francese, lui in una lingua magnifica, musicale e coltissima. Tra i tanti incontri privilegiati che collaborare a questa rivista mi ha dato, questo è uno dei più importanti e di quelli che ricorderò per sempre.

Aristocratico e democratico, liberale e conservatore, D’Ormesson non è stato sicuramente il miglior romanziere francese né il filosofo più importante d’oltralpe ma poche persone hanno saputo incarnare l’intellettuale non engagé come lui. Non perché rifuggisse il confronto politico, anzi, ma perché nella politica come nella vita, passava leggero sugli accadimenti. Direttore de Le Figaro, assistente e consigliere di ministri, detestava (credo ricambiato) Mitterrand del quale però, alla fine, rivedrà il giudizio, credo anche alla luce dei successori del “fiorentino” alla guida del PS.

La sua vita, raccontata nel suo ultimo volume Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, è stata la somma di molte contraddizioni, molti amori, donne bellissime, senza mai perdere la gioia e la voglia di vivere. Agli intellettuali annoiati D’Ormesson ha sempre risposto col sorriso del nato fortunato, per casta e per scelta, che non ha sprecato le fortune che un casato, al servizio dei re di Francia dal medioevo, ed un’istruzione superiore gli avevano messo a disposizione.

Gli ultimi anni li ha passati interrogandosi sulla vita e sulla morte, sul nostro posto nell’universo, senza mai cedere alla paura, all’angoscia ma guardando sempre al futuro, persino quando raccontava il (proprio) passato.

Se ne è andato a 92 anni, che valgono almeno una decina delle vite di molti suoi colleghi.

Uscito su CulturaCommestibile n.242 del 9 dicembre 2017

La bella vita di un intellettuale mortale

Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto.

D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni.

Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fantasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire.

D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

Una buona comunicazione e un canale.

amelie_canal

Ormai le pagine web paiono (qui da noi) finite. Tutto è social. Dall’informazione, al customer care, tutto è rarefatto, temporaneo, breve. Tutto dura il tempo di un tweet presto scordato. Un modello paradossale dove l’ultramoderno convive con i fax, le carte da bollo. Stesso speculare modello di (scarsa) partecipazione e diffusione delle informazione e di conseguenza alle scelte. Un tema enorme che ha a che fare sul dibattito sul populismo (ormai tutto è populismo persino i populisti che rinfacciano agli avversari di essere populisti), sulla qualità delle nostre democrazie e più in generale sul diritto alla conoscenza.

Ancora più in generale il tema dell’approfondire le notizie pare ormai fuori moda. I giornali online calcolano i tempi di lettura dei propri articoli, i direttori di giornali chiedono ai propri redattori di considerare la soglia di attenzione dei lettori al pari di quella di un dodicenne (quando va bene). Tutto è rapido, leggero, etereo. Buono per durare il tempo di una mezza giornata.

Quindi quando ti imbatti in qualcosa di diverso, di approfondito senza essere pesante, ti senti rinfrancato. A me è capitato girellando sul sito della città di Parigi. Una città che è tante cose ma anche un luogo in cui la gente vive con gli stessi, più o meno, problemi di qui. Compresi i lavori pubblici. Capita quindi che uno dei luoghi a me più cari, il canale  Saint-Martin, debba essere completamente svuotato per manutenzione.

Un lavoro lungo, tre mesi, complesso ma indispensabile che toglierà a molti uno dei luoghi preferiti per passeggiate e ad altri una via d’acqua utilizzata come comunicazione o via di trasporto. Ecco che il comune crea una sezione di informazione sui lavori, scritta bene, in modo semplice, con capitoli ben chiari in cui spiega, mostrandoti pure l’avanzamento nella lettura del capitoletto, tempi, necessità dei lavori, modalità di esecuzione. Persino come salvaguarderanno i pesci presenti nei canali (tranquilli non ne faranno una grigliata) e le cose improbabili che si troveranno una volta prosciugato il canale (auto, motorini, bici, segno che l’inciviltà non ha confini).

In definitiva, a mio avviso, una comunicazione efficace, al termine della quale, i più puntigliosi possono scaricarsi anche dei pdf per approfondire. Immagini, mappe, testi leggibili, facilmente rintracciabili. Da cittadino vorrei sempre una comunicazione così, rispetto all’apoteosi di tweet celebrativi che inondano le nostre timeline, ma mi si dirà che sono antico e che il futuro è una palla di cannone accesa e noi lo stiamo quasi raggiungendo.

Le pagine del comune di Parigi sui lavori del canale Saint-Martin le trovate qui

Seduto sul bordo del fiume.

Qualche tempo fa scrissi su queste pagine che avrei voluto essere qui. Lo scorso fine settimana finalmente ci sono stato.  E’ stato molto bello sedersi su quella panchina. Pensare agli otto anni che sono passati da quando, sedere lì era l’abitudine di quasi ogni sera. Non tutto è andato come speravamo allora.

Ma il posto resta lì a parlare di me e a chiedermi se ho ancora qualcosa da raccontargli. Per fortuna avevo molte storie da raccontare. E altre hanno bisogno di essere accompagnate ad un finale.

Penso che sia stato importante tornare lì e tornarci proprio ora.

P.s. la foto stavolta è mia!

les italiens

Tutte le volte che vengo a Parigi, e fortunatamente ci vengo spesso, mi domando come mai il posto in cui si trovano più italiani sia intorno (meno dentro) al centro Pompidou. Fateci caso è veramente pieno di connazionali, in proporzione molti più che al Louvre.

E allora mi chiedo. Com’è che quando vengono a Parigi vengono al Pompidou e quando sono in Patria ogni volta che si inizia a ipotizzare qualcosa anche di lontanamente moderno o contemporaneo in architettura sono pronti a scendere in piazza coi forconi?

Temo che non avrò mai risposta. Però ogni tanto è bello comunque porsi la domanda.

A plus.

Strange place for the snow

Gli E.S.T sono un trio jazz che ormai si crede una pop band. I loro concerti sono decisamente spettacolari se rapportati alla normale sobrietà degli artisti jazz. Ma non è sempre stato così; quando li ho visti la prima volta a Parigi nel 2002 erano un normalissimo trio jazz che faceva una musica molto bella, molto fredda come spesso capita ai jazzisti scandinavi. Era da poco uscito questo disco con un nome così curioso strange place for the snow le cui atmosfere mettono un senso di inquietudine che ti resta dentro anche dopo che la lunghissima ghost track finale è terminata.

Non è un disco facile nè gli est fanno musica facile. Talvolta troppo leziosi o maniacali non hanno più trovato, secondo me, la stessa sensazione di angoscia e di perdita che da’ questo disco.

Risentirli oggi mi ricorda come sia soggettivo il giudizio (io adorai quel concerto chi era con me ancora mi odia per averla portata lì), incerta la percezione e potenzialmente pericoloso il futuro.

Ci sono strani posti e strani periodi per la neve, anche dentro di noi e, nonostante il caldo che fa fuori,

possono prenderti i brividi anche così.