Se telefonando…

“Le intercettazioni telefoniche sono un elemento essenziale di ogni azione investigativa”. Così un mio amico poliziotto, bravo investigatore, mi ha risposto di fronte ai miei dubbi e alle mie idee di limitare, non lo strumento investigativo, ma la sua divulgazione.

Il problema è che, leggendo le cronache giudiziarie di questo straziato Paese, si ha come l’impressione che esse rappresentino l’unico strumento di indagine e siano talvolta preferite alla pistola fumante in mano all’assassino. Leggiamo di quintali di carta. Imamginiamo investigatori come ne Le vite degli altri, attenti a ricostruire il contesto, il clima, immaginare scenari. Poco importa se manchino, per esempio in un caso di corruzione, i denari o i favori. Si intuisce la possibilità, si fa trapelare una potenzilità che ci sia altro. Si da un giudizio morale di una società, di una classe politica, di una classe dirigente, rimnendo nell’ombra dell’irresponsabilità  e del segreto istruttorio che appare sempre più come un sarchiapone nelle mani di Walter Chiari, il tutto trascrivendo telefonate senza contesto, toni e connessioni.

Magistrati inquirenti, avvocati, giornalisti tutti egualmente colpevoli di fronte al mostro sbattuto in prima pagina. Ognuno porta la propria responsabilità di fronte a cifre che indicano come le archiviazioni e le assoluzioni siano la maggioranza nelle sentenze in queste inchieste. Inchieste e processi che durano anni e rappresentano un calvario e un costo per donne uomini e per la nostra democrazia.

Non ho mai creduto, nel 1992 e oggi, ai complotti e al potere giudiziario che si sostiuisce a quello politico. Penso che come ogni altro pezzo della classe dirigente di questo paese anche gli operatori della giustizia (i colpevoli di cui sopra) siano ormai preda di una profonda crisi. Di valori, di rinnovamento, di senso di responsabilità.

Ogni singolo rappresentante delle elites di questo sventurato Paese pensa in totale buona fede di compiere al meglio il proprio dovere. Sia esso un politico, un magistrato, un giornalista, un intellettuale, un professore universitario. Quello che manca è il senso di appartenenza a qualcosa di più ampio di noi e del piccolo mondo intorno a noi, sia pur esso interpolato o globale.

E’ una società che è guidata dai suoi dirigenti in un vicolo cieco. Però è proprio là, nei vicoli ciechi, diceva Brecht, che avvengono le Rivoluzioni.

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