Il lento spegnersi della Libertà

Ci sono romanzi distopici che immaginano il futuro e altri che, più inquietantemente, modificano il nostro modo di guardare il presente. Il canto del profeta di Paul Lynch appartiene indubbiamente alla seconda categoria. Pubblicato in Italia da 66thand2nd nella felicissima traduzione di Riccardo Duranti, il romanzo ha vinto il Booker Prize nel 2023, imponendosi come una delle opere più significative della narrativa contemporanea sulla crisi delle democrazie in occidente e più in generale del lento e inesorabile strangolamento della libertà. Tuttavia, definirlo semplicemente un romanzo politico o una distopia sarebbe riduttivo; Lynch costruisce piuttosto un’esperienza di progressivo soffocamento, nella quale il lettore è costretto ad assistere alla trasformazione della normalità, una normalità in cui è inevitabile per noi riconoscersi, in qualcosa di irriconoscibile, di terrificante.

L’incipit è quasi ordinario. È una sera umida ina città dell’Irlanda di oggi quando Eilish Stack, biologa e madre di quattro figli, apre la porta di casa e si trova davanti due uomini della polizia. Cercano suo marito Larry, insegnate e dirigente sindacale. Non c’è, apparentemente, nulla di cui preoccuparsi, ma proprio quell’apparente normalità è il punto di partenza dell’incubo. Nel Paese il governo ha iniziato a concentrare su di sé poteri straordinari; le garanzie democratiche vengono progressivamente sospese e il paese scivola verso l’autoritarismo. Larry scompare dopo poco in seguito a uno sciopero, mentre intorno a Eilish il mondo conosciuto comincia lentamente a dissolversi, ma a piccolissimi pezzi, incrinando la quotidianità senza, dapprima, sconvolgerla.

La grande intuizione di Lynch è quella di non raccontare la dittatura e la perdita della libertà dal punto di vista di chi la combatte sul piano politico, né attraverso i suoi protagonisti istituzionali, i grandi eventi. La racconta dalla cucina di una casa, dalle preoccupazioni di una madre, dalla spesa quotidiana, dalle telefonate che non arrivano, dai figli da proteggere. Il collasso della democrazia non viene dunque rappresentato come un evento storico improvviso, ma come una successione di piccoli cedimenti: prima scompare una persona, poi una libertà, poi un diritto, poi una certezza. I negozi chiudono, gli scaffali dei supermercati si svuotano, il lavoro viene meno; infine le strade diventano teatro della violenza, la guerra civile dilaga e la fuga dal paese l’unica possibilità.

È proprio questa progressione a rendere Il canto del profeta particolarmente perturbante. Lynch non ha bisogno di costruire un regime totalitario spettacolare, gli basta mostrare come una società democratica possa perdere gradualmente gli anticorpi che la proteggono. L’orrore non arriva accompagnato da una dichiarazione ufficiale: entra nella vita quotidiana quasi senza farsi notare. È questo, forse, il significato più profondo della distopia di Lynch: il totalitarismo non comincia necessariamente con la sua forma compiuta, ma con l’assuefazione all’eccezione.

Il romanzo assume così una dimensione che supera ampiamente il contesto irlandese. L’Irlanda di Lynch è un paese immaginario, ma il suo scenario politico rimanda alle inquietudini del presente: la crescita dell’estremismo, la crisi delle istituzioni, la normalizzazione dello stato d’emergenza, la polarizzazione sociale, la guerra e soprattutto il destino dei profughi. Lo stesso Lynch ha spiegato di aver concepito il libro come un tentativo di «empatia radicale» a partire dall’esperienza della guerra civile Siriana: non semplicemente parlare della condizione dei rifugiati, ma costringere il lettore a vivere dall’interno la perdita della propria casa e della propria sicurezza e ci fa riflettere che quella che per alcuni è la fine del mondo per altri sono solo immagini nel telegiornale la sera. Guardando alla Siria abbiamo tutti pensato che fosse altro da noi, Lynch dimostra con brutale realismo che non è affatto così.

Una parte decisiva della forza del libro risiede però nella scrittura, Lynch rinuncia quasi completamente alla tradizionale suddivisione in paragrafi e costruisce lunghe sequenze sintattiche nelle quali dialoghi, pensieri, percezioni e avvenimenti confluiscono gli uni negli altri. Il risultato è un ritmo spesso concitato, quasi senza possibilità di respiro, in cui nei punti più duri le parole colpiscono quasi fisicamente il lettore. I giudici del Booker Prize, nel premiare il romanzo, hanno sottolineato proprio questa caratteristica, definendo la prosa di Lynch una costruzione di «sentences» portate al limite e rilevando la capacità dello scrittore di utilizzare ripetizioni e motivi ricorrenti per produrre un’esperienza fisica della lettura.

La scelta formale non è dunque un semplice esercizio di stile, ma una necessità narrativa, un pezzo del messaggio del libro, della sua forza. La sintassi imita la condizione psicologica di Eilish: man mano che il mondo esterno diventa incomprensibile, anche il racconto perde i punti di riferimento consueti. Non ci sono più pause rassicuranti, né una distanza sufficiente per osservare gli eventi con lucidità; il lettore viene trascinato dentro la coscienza della protagonista e condivide la sua progressiva incapacità di distinguere ciò che è ancora normale da ciò che non lo è più.

È qui che Lynch mostra la sua maggiore ambizione letteraria, il suo romanzo non vuole convincerci attraverso una tesi politica; vuole farci provare una condizione. La politica entra nella vita privata fino a cancellare il confine tra la dimensione pubblica e quella domestica, Eilish non è un’eroina nel senso tradizionale: non possiede una particolare capacità di comprendere gli eventi, non dispone di strumenti politici, non può controllare il corso della storia. È una persona comune che cerca di proteggere i propri figli, ed è proprio questa normalità a renderla universale.

Non tutto, tuttavia, funziona allo stesso modo. L’insistenza sulla progressiva catastrofe può apparire talvolta programmatica e alcune figure restano subordinate alla funzione simbolica che svolgono. Lynch sacrifica deliberatamente parte della complessità psicologica dei personaggi alla necessità di mantenere il lettore dentro una situazione di crescente angoscia. Tuttavia si tratta di una scelta coerente con il progetto del romanzo: Il canto del profeta non vuole costruire una società distopica dettagliatamente descritta; vuole mostrarci cosa accade quando quella distopia diventa improvvisamente la nostra.

Il risultato è un libro duro, spesso claustrofobico, ma anche profondamente umano, al centro della catastrofe politica non c’è infatti un’astratta riflessione sul potere: ci sono i legami familiari, l’amore, la paura, il senso di responsabilità verso i figli e l’impossibilità di sapere quale sia la scelta giusta quando tutte le scelte comportano una perdita.

È forse questa la ragione per cui Il canto del profeta continua a inquietare anche dopo la lettura. Il suo messaggio non è semplicemente che le democrazie possono morire, che la libertà come la conosciamo può svanire. È qualcosa di più sottile: democrazia le libertà possono morire mentre continuiamo a vivere le nostre giornate, andare al lavoro, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola, discutere, aspettare che tutto torni alla normalità. E che proprio questa fiducia nella normalità può diventare la nostra più pericolosa vulnerabilità.

Lynch non offre consolazioni. Non promette che la storia, dopo la parentesi dell’orrore, tornerà al suo corso precedente. La vera materia della sua opera è la vulnerabilità: quella degli individui, delle famiglie, dei profughi, ma anche delle istituzioni democratiche. Ed è forse proprio questa vulnerabilità, più ancora della dittatura immaginata da Lynch, a rendere il libro così vicino al nostro tempo.

Paul Lynch, Il canto del profeta, 66th and 2nd, 2024. Traduzione di Riccardo Duranti.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 630 del 12 settembre 2026

Le élite che conseganarono il potere a Hitler

Con Les irresponsables. Qui a porté Hitler au pouvoir? (Gallimard, 2025), Johann Chapoutot torna su uno dei nodi più studiati e al tempo stesso più controversi della storia contemporanea: l’ascesa di Adolf Hitler al cancellierato il 30 gennaio 1933. Lo storico francese, docente alla Sorbona e tra i maggiori specialisti del nazismo “istituzione”, non si propone di riscrivere la storia del Terzo Reich, bensì di spostare il fuoco dell’analisi. La domanda che guida il volume non è infatti perché milioni di tedeschi abbiano votato il partito nazionalsocialista, ma chi abbia realmente deciso di affidare il governo della Germania a Hitler. È una differenza solo apparente, destinata a modificare profondamente la prospettiva interpretativa.

La tesi centrale del libro è netta: Hitler non conquistò il potere da solo, né vi giunse per una sorta di inevitabile deriva della Repubblica di Weimar, o perché sospinto dalla maggioranza dei tedeschi. Furono le élite politiche, economiche, amministrative e mediatiche della Germania conservatrice a scegliere deliberatamente di affidargli il governo, convinte di poterlo utilizzare come strumento per restaurare l’ordine sociale, contenere il movimento operaio e salvaguardare i propri interessi. L’immagine di una “presa del potere” nazista viene così sostituita da quella di una vera e propria consegna del potere, frutto di una catena di decisioni politiche consapevoli.

Chapoutot concentra l’attenzione sugli anni compresi tra il 1930 e il gennaio 1933, quando il sistema parlamentare di Weimar è oramai in una crisi irreversibile. Attraverso un racconto serrato, quasi da cronaca politica, segue il succedersi dei governi Brüning, Papen e Schleicher, fino alle trattative che conducono il presidente Paul von Hindenburg alla nomina di Hitler. Il libro dimostra come il collasso della democrazia tedesca non sia stato l’effetto di una travolgente maggioranza nazista visto che alle elezioni del novembre 1932 il NSDAP, pur restando il primo partito, aveva già iniziato a perdere consensi, ma che la scelta di affidargli il governo fu il risultato di calcoli politici e di una drammatica sottovalutazione del rischio rappresentato dal nazionalsocialismo.

Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è l’attenzione riservata a quello che l’autore definisce “l’estremo centro”: un blocco composto da conservatori, liberali autoritari, grandi interessi economici, alti funzionari dello Stato e importanti gruppi editoriali, accomunati dalla convinzione che la democrazia parlamentare fosse ormai un ostacolo alla stabilità politica e alla ripresa economica. La paura del socialismo, l’ossessione per il pareggio di bilancio, il ricorso sistematico ai decreti d’emergenza e la progressiva delegittimazione del Parlamento prepararono il terreno sul quale Hitler poté essere considerato un alleato utile piuttosto che una minaccia mortale. Non è il fanatismo delle masse, dunque, il vero protagonista del libro, ma l’irresponsabilità di chi, pur disponendo del potere istituzionale, preferì sacrificare la democrazia nel tentativo di conservarlo.

Lo stile di Chapoutot conferma le qualità che hanno reso i suoi lavori precedenti punti di riferimento per lo studio del nazismo. La scrittura è vivace, spesso attraversata da un’ironia amara, sostenuta da una documentazione archivistica rigorosa ma mai esibita come puro esercizio erudito. La narrazione procede con ritmo quasi romanzesco, senza rinunciare alla precisione dello storico. Ne deriva un saggio leggibile anche da un pubblico non specialistico, capace però di dialogare con la storiografia più recente sulla crisi di Weimar.

Naturalmente è proprio il rapporto con il presente a rappresentare il terreno più delicato dell’opera. Chapoutot suggerisce più volte, fin dalle primissime pagine, che la vicenda tedesca costituisca un monito per le democrazie contemporanee, nelle quali segmenti delle classi dirigenti possono essere tentati di legittimare movimenti estremisti pur di conservare il potere. L’autore evita accuratamente il facile anacronismo: non sostiene che la storia si ripeta, ma che alcuni meccanismi politici – la normalizzazione dell’estrema destra, la delegittimazione delle istituzioni rappresentative, l’illusione di poter controllare forze radicali – meritino di essere riconosciuti, interrogati e studiati

Si può forse rimproverare all’autore una lettura talvolta schematica dei rapporti tra conservatorismo e nazismo o una certa insistenza sulle analogie con l’attualità. Tuttavia sarebbe riduttivo leggere Les irresponsables come un pamphlet politico; il suo valore risiede soprattutto nella capacità di restituire centralità alle responsabilità individuali e collettive delle classi dirigenti, sottraendo la storia del 1933 tanto al determinismo quanto alla retorica dell’inevitabile o alla mera (ir)responsabilità del popolo.

In definitiva, Chapoutot offre un libro che parla del passato senza trasformarlo in un repertorio di facili paragoni. La sua ricostruzione ricorda che le democrazie non vengono necessariamente abbattute da chi le combatte apertamente: talvolta sono logorate da chi, ritenendosi naturalmente destinato a governare, accetta di comprometterne i principi pur di non perdere il potere. È una lezione storiografica, prima ancora che politica, che rende questo volume una delle riflessioni più stimolanti apparse negli ultimi anni sulla fine della Repubblica di Weimar e sulle responsabilità delle sue élite.

Johann Chapoutout, Les irresponsables. Qui a porté Hitler au pouvoir?, Paris, Gallimard, 2025. (Ed. italiana Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere?, Torino, Einaudi, 2025, traduzione di Christian Delorenzo).

Articolo uscito su CulturaCommestibile n.629 del 4 settembre 2026

March Bloch, il primo storico “pop”

Quando giovedì prossimo, 23 giugno 2026, le spoglie di Marc Bloch entreranno nel Pantheon di Parigi, primo storico di mestiere ad esservi sepolto, la Francia renderà omaggio non soltanto a uno dei maggiori storici del Novecento, ma anche a una figura che ha incarnato in modo esemplare il legame tra ricerca intellettuale e impegno civile. Famoso non solo oltralpe ma anche qui da noi e non solo all’interno della comunità degli storici e dei medievisti grazie anche all’opera di divulgazione di Alessandro Barbero, Bloch rappresenta una figura emblematica sia per la sua attività accademica che per il suo impegno civile.

Lo storico medievalista, fondatore della scuola delle Annales e resistente fucilato dalla Gestapo nel 1944, rappresenta infatti ancora oggi un punto di riferimento per chi concepisce la conoscenza storica come strumento di comprensione critica del presente, grazie ad un approccio che, per la prima volta, andava oltre alla storia dei potenti (re, generali, condottieri) e indagava ceti popolari, comunità e commerci. La sua canonizzazione all’interno del Pantheon che raccoglie i “grandi” di Francia, annunciata dal presidente Emmanuel Macron nel 2024 e prevista per il giugno 2026, è dunque un riconoscimento che tiene insieme il valore della sua opera, del suo insegnamento e del suo coraggio personale.

Nato a Lione il 6 luglio 1886 in una famiglia ebrea di tradizione repubblicana, Marc Bloch si formò all’École Normale Supérieure, una delle più prestigiose istituzioni accademiche francesi. Fin dagli anni giovanili sviluppò interessi che andavano oltre i confini della storia politica tradizionale, aprendosi alla geografia, alla sociologia, in particolare agli insegnamenti di Durkheim, e all’economia. La sua esperienza nella Prima guerra mondiale, durante la quale combatté come ufficiale dell’esercito francese ottenendo diverse decorazioni al valore, lasciò un’impronta profonda sul suo modo di osservare le società e i comportamenti collettivi, che saranno uno degli elementi che si porterà anche nel mestiere di storico.

Dopo il conflitto intraprese una brillante carriera universitaria, prima a Strasburgo e poi alla Sorbona, anche se da lui vissuta sempre con una certa amarezza prima per la designazione in sedi “periferiche” e poi per il mancato accesso al Collège de France.  Nel 1929 fondò insieme a Lucien Febvre la rivista Annales d’histoire économique et sociale, destinata a rivoluzionare la disciplina storica. Con le Annales Bloch contribuì a mettere in discussione una storiografia concentrata quasi esclusivamente sugli eventi politici e diplomatici, proponendo invece uno studio delle strutture economiche, delle mentalità collettive, delle credenze e delle pratiche sociali. La storia, secondo Bloch, non poteva limitarsi al racconto dei grandi uomini e delle grandi battaglie: doveva interrogare l’insieme della vita umana. Un’impostazione che, seppur non immediatamente, diverrà l’approccio comune di intere generazioni di storici non solo francesi: nel nostro Paese la fortuna di Bloch comincia piuttosto tardi e si può datare dall’edizione italiana per Einaudi de I re taumaturghi accompagnati da una preziosissima introduzione di Carlo Ginzburg, scomparso proprio in questi giorni, che segnerà l’accoglienza dei lavori di Bloch nella storiografia italiana.

Il metodo di Bloch emerge con particolare evidenza proprio in questa opera, I re taumaturghi (1924), in cui lo storico indagò la credenza nata nel medioevo, ma protrattasi ben oltre, secondo cui i sovrani possedessero il potere di guarire alcune malattie, in particolare la scrofola, attraverso il semplice contatto fisico. Più che verificare la veridicità del miracolo, Bloch volle comprendere perché intere società avessero creduto a quel fenomeno e come questa credenza fosse diventato uno degli “strumenti” del potere regale. L’opera accolta sostanzialmente positivamente fin dalla sua pubblicazione, diventerà presto il modello dell’indagine storica che tiene con sé elementi sostanziali della sociologia e dell’antropologia.

Un’altra caratteristica fondamentale del lavoro di Bloch fu l’attenzione alla comparazione: Bloch riteneva che i fenomeni storici dovessero essere studiati mettendo a confronto società diverse, superando i limiti delle storie nazionali. Questa apertura gli consentì di cogliere processi di lunga durata e di individuare analogie e differenze che sfuggivano agli approcci più tradizionali; la sua ricerca sul feudalesimo, per esempio, pubblicata negli anni Trenta, rimane ancora oggi un classico della storiografia europea. Una visione storiografica che era “gemella” di una posizione politica di rifiuto del nazionalismo allora in gran voga anche in Francia e di ogni mito della razza, come testimoniano le sue critiche alla produzione storiografica tedesca che leggeva con assiduità.

Alla base della sua concezione storiografica vi era un’idea semplice e rivoluzionaria: lo storico deve porre domande al passato; non esistono fatti che parlano da soli; esistono problemi, interrogativi, ipotesi che guidano l’indagine. Questa riflessione raggiunse la sua formulazione più compiuta nell’incompiuta Apologia della storia o mestiere di storico, scritta durante gli anni della guerra e pubblicata postuma. In quelle pagine Bloch definì la storia come la scienza degli uomini nel tempo, una disciplina capace di mettere in relazione passato e presente senza confonderli; una disciplina che, come scrive in quel volume, identifica lo storico come l’orco della fiaba: dove fiuta carne umana, sa che là è la sua preda.

La prova più drammatica della sua vita arrivò con la Seconda guerra mondiale, quando, nonostante avesse superato i cinquant’anni, Bloch chiese di essere richiamato in servizio nel 1939 al momento della dichiarazione di guerra alla Germania Nazista. Assistette dalla trincea prima alla “strana guerra” e poi al repentino crollo della Francia davanti all’offensiva tedesca del maggio 1940 e ne trasse una riflessione lucidissima nel volume La strana disfatta, scritto nel 1940 ma pubblicato soltanto dopo la guerra. Il libro non è soltanto una testimonianza storica: è un severo atto d’accusa contro le classi dirigenti francesi, incapaci di comprendere la realtà e di adattarsi ai cambiamenti del proprio tempo, trasformando la sconfitta militare in sconfitta di un’intera società e dei suoi valori.

Le leggi antisemite del regime di Vichy lo colpirono direttamente, escludendolo progressivamente dalla vita accademica e mettendolo, lui come ogni ebreo di Francia, in una situazione di angosciosa incertezza e pericolo. Bloch però non era uomo da subire senza reagire, e fedele ai propri valori prima che alla propria origine divenne membro attivo della Resistenza francese, partecipando alle attività clandestine nella regione di Lione. Pur essendo uno studioso già celebre a livello internazionale, scelse di assumersi i rischi della lotta contro l’occupazione nazista e di “sottostare” agli ordini di un suo ex studente diventato capo della formazione in cui Bloch militava. Arrestato dalla Gestapo nel marzo 1944, fu torturato e infine fucilato insieme ad altri resistenti il 16 giugno dello stesso anno. Aveva cinquantasette anni e non aveva fornito ai carnefici della Gestapo i nomi dei suoi compagni di lotta.

La sua morte contribuì a trasformarlo in una figura simbolica della Francia resistente, ma la sua fortuna certamente non dipende soltanto dal sacrificio personale. Nel corso dei decenni la sua opera ha continuato a influenzare generazioni di storici in tutto il mondo, molti dei temi oggi centrali nelle scienze sociali — l’attenzione alle credenze collettive, alle rappresentazioni, alle strutture economiche e ai rapporti tra discipline diverse — trovano in Bloch uno dei loro principali anticipatori, per questo la sua eredità appare ancora straordinariamente attuale. Una figura che ha saputo superare i confini della sua disciplina, raggiungere il vasto pubblico e diventare una specie di icona pop dello storico. Come hanno osservato numerosi studiosi in occasione della sua prossima entrata nel Pantheon, il lascito di Marc Bloch riguarda non solo la memoria di un uomo, ma anche un modo di concepire il sapere storico come esercizio di libertà critica e responsabilità civica.

L’ingresso nel Pantheon avverrà ottantadue anni dopo la sua esecuzione da parte dei nazisti, sarà il riconoscimento ufficiale di una duplice grandezza: quella dello studioso che ha trasformato il mestiere dello storico e quella del cittadino che, nel momento più difficile della storia europea, scelse di difendere con la propria vita i valori della libertà e della Repubblica.

Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 624 del 20 giugno 2026

Una memoria delle transizioni. L’inventario dell’Archivio della Federazione Laburista

Ci sono archivi che raccontano il passato come un insieme di carte, e altri che restituiscono una stagione di vita politica, la densità delle scelte, il respiro dei cambiamenti. L’Inventario del Fondo “Federazione Laburista, 1994-2000”, curato da Paola Cagiano de Azevedo e Anna Cristina Denittis per l’Archivio storico della Camera dei deputati, appartiene con certezza a questa seconda categoria. È un lavoro di precisione archivistica, ma anche una mappa per ritrovare i sentieri di un decennio cruciale nella storia della italiana, quello che seguì al crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica e all’avvio della lunga transizione italiana.

La Federazione Laburista nacque nel 1994 per iniziativa di Valdo Spini, dopo la dissoluzione del PSI, con l’obiettivo di preservare e rinnovare una cultura socialista e riformista in grado di dialogare con le altre forze politiche di centro sinistra, in particolare il PDS e provare a intercettare le nuove forme della politica che stavano sorgendo dalle ceneri del sistema partitico esploso dopo tangentopoli. La parabola Laburista, durata fino al 2000, fu breve ma significativa: tentò di dare forma a un socialismo europeo in Italia nel tempo dell’incertezza, quando la sinistra cercava da un lato di rompere coi propri passati e mostrarsi nuova preservando meccanismi e gruppi dirigenti, mentre un’altra parte tentava di non venir spazzata via dalle inchieste giudiziarie e dal fervore sanfedista, montato da giornali e televisioni, che non faceva distinzioni e processava davanti ai tribunali intere classi dirigenti, lotte e tradizioni. L’inventario dell’archivio della Federazione ne restituisce ora, a distanza di trent’anni, la concretezza minuta: verbali di direzione, circolari, manifesti, corrispondenze, relazioni interne. Tutto ciò che compone il tessuto vivo di un’esperienza politica.

Il merito principale del volume è quello di rendere leggibile la stratificazione di un’epoca. Le curatrici hanno dovuto affrontare un fondo complesso, spesso disordinato, composto da carte confluite in momenti diversi. Da questo materiale eterogeneo hanno ricostruito un ordine coerente, articolato in sezioni che seguono le vicende dell’organizzazione, la sua articolazione territoriale, i rapporti con i partiti alleati, le attività parlamentari e comunicative. Ma soprattutto hanno restituito un ritmo: la tensione costante fra l’ambizione di un progetto riformista autonomo e la progressiva confluenza nella casa comune di quelli che diventeranno nel 1998, non casualmente a Firenze, i Democratici di Sinistra.


Nelle pagine dell’inventario, dietro le sigle e le intestazioni, si intravede una politica fatta di persone, parole, entusiasmi e disillusioni. È un archivio che parla di un tempo in cui la partecipazione aveva ancora un radicamento fisico: congressi, circoli, documenti ciclostilati, dibattiti. Internet era un frutto ancora acerbo qui da noi e i social erano di là da venire; tuttavia l’archivio parla anche del difficile passaggio verso una politica mediatizzata, in cui il linguaggio tradizionale dei partiti iniziava a cedere il passo alla comunicazione televisiva e all’immagine. In questo senso, il fondo laburista è una testimonianza preziosa della soglia fra due mondi: quello novecentesco dell’organizzazione e quello postmoderno della rappresentazione.

L’importanza culturale di questo lavoro va oltre la storia di una piccola formazione politica. L’inventario della Federazione Laburista diventa un atto di restituzione civile, una forma di cura della memoria. In un tempo in cui la velocità della cronaca tende a cancellare le genealogie, ricostruire con rigore e intelligenza le tracce di un’esperienza collettiva significa preservare la possibilità di comprendere le continuità e le fratture della democrazia italiana.

Le curatrici non si limitano a catalogare: raccontano implicitamente una pedagogia della documentazione, ricordando che la politica non è solo decisione e potere, ma anche sedimentazione, parola scritta, archivio. E che negli archivi — se li si sa leggere — si custodisce spesso una parte delle domande che il presente continua a porre.

Questo inventario, insomma, non è un semplice strumento per ricercatori, ma un invito alla memoria attiva: un modo per riscoprire, nelle pieghe di un’esperienza apparentemente minore, il respiro di un’epoca in cui la sinistra italiana tentava ancora di reinventarsi restando fedele a sé stessa. Inutile dire di quanto bisogno di tutto ciò ci sarebbe ancora oggi.

 Il volume è reperibile online all’indirizzo:

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 592 del 18 ottobre 2025

La fascinazione intellettuale del fascismo

Quando nel 1983 apparve per la prima volta “Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France” (in Italia pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1997), il libro di Zeev Sternhell scosse la storiografia europea come poche opere avevano fatto prima.
L’oggetto dello scandalo era una tesi tanto chiara quanto destabilizzante: il fascismo non fu un accidente della destra radicale, né un’imitazione italiana o tedesca trapiantata altrove, bensì una vera e propria ideologia autonoma, nata da un’ibridazione tra nazionalismo e socialismo rivoluzionario, particolarmente feconda proprio in Francia.

Per Sternhell, il fascismo non nasce dall’arretratezza, ma bensì da un processo culturale che attraversa intellettuali e movimenti ben radicati nella modernità politica della fine del XIX secolo e degli inizi del XX.
La sua originalità consiste nell’aver colto come una parte della sinistra – disillusa dal proletariato, critico della democrazia parlamentare, alla ricerca di una nuova sintesi nazionale – abbia trovato un terreno comune con la destra nazionalista e tradizionalista.
Già alla vigilia della Grande guerra, sostiene lo storico, “il fenomeno si era già formato ed era già dotato di un solido quadro concettuale”.

In questo senso, il fascismo appare non come un corpo estraneo, ma come una delle possibili risposte alla crisi della democrazia liberale e all’esigenza di una mobilitazione di massa.
È significativo che Sternhell individui nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel, Lagardelle, Labriola e Michels una radice ideologica decisiva: la convinzione che la democrazia fosse “l’arma offensiva più efficace mai inventata dalla borghesia” e dunque che il socialismo, per realizzarsi, dovesse distruggere la democrazia stessa.

Il volume ha il merito di smascherare ciò che lo storico definisce la “banalità del fascismo”: un’ideologia diffusa ben oltre i circoli ristretti che se ne proclamavano eredi, penetrata nel discorso di intellettuali e politici rispettabili, che spesso nel dopoguerra avrebbero indossato i panni di liberali e democratici. “Gli uomini possono cambiare e hanno il diritto di farlo – scrive Sternhell – non hanno invece il diritto di distorcere la propria storia e quella del loro tempo”.
Quello che però internessa l’autore è la ricerca di radici profonde nella società francese delle pulsioni fasciste, intese come un fenomeno prima di tutto intellettuale, capace di penetrare ben oltre la cerchia di pochi fanatici. E non importa, sostiene lo storico, che il fenomeno in Francia non si sia compiuto se non a seguito della disfatta del 1940; anzi è prorio il suo essere fenomeno non macchiato dalla prassi del potere a rendere ancora più “universale” la sua capacità di penetrazione.

Inolte il caso francese mostra come sia proprio la mancanza di una “Destra” classica e strutturata ad aver favorito il passaggio dalla teoria fascista e nazista alla pratica del loro governo e che, invece, dove la Destra era in grado di mettere in campo una propria dimensione ideologica, organizzativa e politica, come in Francia, il fascismo si era “limitato” ad essere una pericolosa ideologia.

Il punto più controverso del libro sta nella sua radicalità: il fascismo come sintesi rivoluzionaria “né di destra né di sinistra”, espressione di un socialismo nazionale e corporativo che rifiuta sia la lotta di classe sia l’individualismo liberale.
Una visione che spiega, per esempio, la traiettoria del “neo-socialismo” francese di Déat, dove “l’antimarxismo, la solidarietà fra le classi nell’ambito della nazione e la volontà di costituire un sistema corporativo formano un insieme ideologico originale”.

La ricezione del volume fu durissima. Storici come René Rémond o Serge Berstein contestarono l’idea che la Francia avesse fornito un terreno privilegiato al fascismo, insistendo sul suo carattere marginale e “importato”.
Altri, come Ernst Nolte, ribadirono la natura essenzialmente antimarxista e reazionaria del fenomeno.
Sternhell, al contrario, insisteva sulla forza attrattiva che il fascismo ebbe come promessa di “rivoluzione morale e spirituale”, capace di affascinare intere generazioni in cerca di un “fare del nuovo”.

A più di quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, Né destra né sinistra resta ancora un libro scomodo e imprescindibile.
La sua forza sta non solo nell’aver ridefinito la genealogia del fascismo europeo, ma anche nel richiamare con forza il dovere della memoria critica.
Come sottolinea Maria Grazia Meriggi nella postfazione, Sternhell ricorda ai lettori che il pluralismo e il conflitto delle idee proprie della democrazia liberale affondano le radici in conflitti materiali e storici mai definitivamente risolti.
Ed è in questa tensione irrisolta, più che nelle formule politiche, che si misura ancora oggi l’attualità della sua lezione.

Dunque perché leggere oggi, di nuovo Sternhell? Se il fascismo “esercitò allora un’attrazione molto più profonda di quanto non si voglia oggi riconoscere” fu perché una nonj ristretta coorte di intellettuali lo vide come “lo strumento di una rivoluzione morale e spirituale radicale”. Riconoscerne il suo “fascino” ci permette di non ridurlo, macchiettisticamente, al ritrovo di un manipolo di reduci in un buio teatrino Milanese, guidati da un leader solo e carismatico.

Il caso francese ci dimostra come la pulsione rivoluzionaria, giovanile, la “volontà furibonda di fare del nuovo” covavano nella società a Destra come a sinistra e che fu, per certi versi, facile appiccare l’incendio. Anche perché, ed è forse la lezione più attuale, tutti questi “ribelli” riconobbero come nemico comune la democrazia liberale. Un istituto che anche oggi non gode di ottima salute.

Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 590 del 04 ottobre 2025

Tra la “Pantera” e le notti magiche

La prossima settimana esce, per Derive e Approdi, il nuovo libro di Pippo Russo, L’estate di Totò Schillaci. Russo anni fa se ne uscì con un libro magnifico – Nedo Ludi –  che parlava del cambiamento dell’Italia degli anni ’90, raccontando una storia di “resistenza” calcistica di un giocatore che rifiutava il passaggio dal calcio a uomo a quello a zona. Fu definito il miglior libro di calcio italiano ma era molto di più. Così come insegna Cartwright per l’Inghilterra, il calcio soprattutto tra gli anni ’70 e ’90 era un laboratorio sociale in cui si mostravano amplificate le nostre società europee.

Questo nuovo libro ritorna a quegli anni, segnatamente il biennio 1989 e 1990, ma il calcio, seppur presente a partire dal titolo, non è il centro del romanzo.

Il libro racconta Palermo, le sue classi sociali e quell’esperienza politica giovanile, l’ultima veramente politica e collettiva che fu “la Pantera”, l’occupazione delle università contro la riforma degli Atenei voluta dal governo Andreotti, partita proprio dalla città siciliana. Lo sfondo non è solo la città, ma un sistema politico locale e nazionale che – lo sappiamo ora – stava per andare in frantumi, così come le case demolite per far posto agli stadi del Mondiale del 1990, l’occasione di riscatto del Paese che fallì miseramente così come fallì quella Nazionale calcistica, predestinata alla vittoria, ma invece sconfitta in semifinale dall’Argentina.

In mezzo due comete che avrebbero potuto essere, ma non furono, come la Pantera e Totò Schillaci.

Ho avuto il privilegio di leggere il libro ancora in bozza e sono uscito dalla lettura scosso e commosso. Nel libro infatti c’è una malinconia pervasiva, un senso del tempo che non è senso di sconfitta, di resa. Appare più rispetto per sé, per un’esperienza politica collettiva, per una città e per le scelte della vita. Un rispetto a tratti orgoglioso, senza però essere mai iattanza.

La prima sensazione è di trovarsi di fronte all’altra faccia di Nedo Ludi, dove è il calcio a fare da sfondo al cambiamento generale di una città, un Paese, una generazione. Però in questo libro si va oltre; c’è una sofferenza personale avvertita, presente, in alcuni tratti soffocante. Sì perché il protagonista vive il proprio cambiamento politico, sociale, calcistico, ma anche personale in una storia d’amore che avrà i tratti dell’estate in cui tutto avrebbe potuto essere altro: la coppa del Mondo, la protesta studentesca, Palermo, il suo sindaco Orlando, la storia d’amore di due ragazzi distanti per censo e appartenenza.

Seppur Palermo sia, di fatto, un personaggio di questo libro, la dimensione di quello che vi si racconta va molto oltre i confini dell’isola. La Pantera non fu la mia generazione, io entravo al liceo nel 1989, ne sentivo echi lontani; l’impatto della politica avverrà più con il 1994, la discesa in campo di Berlusconi che avvenne però senza il conforto dell’ultima stagione collettiva della gioventù studentesca italiana. Eppure le pagine in cui viene descritto lo spegnersi del movimento, giudicandolo ma senza cattiveria, sono un preannunciare della stagione che avremmo, anche noi, vissuto.

Dopo quella stagione venne il trionfo della personalizzazione, vivemmo Berlusconi e i tentativi di fermarlo con “la gioiosa macchina da guerra”, capimmo però, forse meglio dire intuimmo, dal vestito marrone di Occhetto che la resistenza sarebbe stata vana.

Alla mia generazione mancava l’esperienza collettiva che proprio la Pantera aveva rappresentato; né, va detto, i più grandi che quell’esperienza avevano invece fatto, ci hanno voluto o potuto dire quello si trova nei capitoli finali del libro. Quel “prendere atto” di un esaurirsi della lotta, che forse non fu “impostura” o “tradimento” anche se, di sicuro, l’esito non fu quello previsto né voluto.

In L’età di Totò Schillaci questo viene descritto senza rimpiangere né disconoscere niente. C’è anzi l’affermazione della correttezza delle proprie scelte di allora, dato tale contesto e le informazioni disponibili, che non è assoluzione, ma consapevolezza delle scelte, una presa di coscienza si sarebbe detto nel lessico di una stagione che proprio allora viveva la sua coda.

Nel fare questo il protagonista, Enzo, non si fa sconti: non è un personaggio né risolto, né assolto. Russo tuttavia, non lo descrive mai come uno sconfitto, anzi il giudizio morale non è campo di gioco di questo libro ed è una grande forza che il volume porta con sé.

Accanto a tutto questo Totò Schillaci, la sua istintività calcistica che diventa metafora, il suo essere figlio disconosciuto di Palermo che pare accoglierlo solo nel momento della gloria, per poi dimenticarlo di nuovo. Schillaci svolge, nel libro, la funzione della tempesta nell’omonimo dramma shakespeariano: è motore dell’azione, in questo caso mnemonica, del protagonista senza neanche il bisogno di apparire in scena.

Con i ricordi del protagonista però, emergono anche i nostri, quelli di quell’estate che per Firenze fu ambigua. Da una parte il “boicottaggio” del tifo azzurro dopo il passaggio di Baggio alla Juventus e la finale di Avellino, la tracotanza di Matarrese capo della Federazione, i cori contro la nazionale. Dall’altra il tifo, semiclandestino, l’emozione di quegli occhi spiritati di Totò a segno partita dopo partita. Tutto questo riemerge nelle pagine del libro con la consapevolezza dei trent’anni trascorsi ma senza l’inacidirsi del nostro invecchiare, né la spocchia di chi oggi pensa di aver capito tutto a posteriori.

C’è poi un’altra cosa notevole in questo libro ed il trascorrere del tempo, le pagine hanno metronomi diversi, più rapidi nel passato, lenti al limite dell’immobilismo nella narrazione al tempo presente. In queste parti, quasi tutti trascorse su un balcone affacciato su Palermo, riecheggia il lento malinconico ritmo delle poesie di Vittorio Sereni. Una in particolare per me, Nel Sonno. Una poesia eminentemente politica in cui, anche lì, il protagonista faceva i conti con la disillusione della Resistenza nell’Italia repubblicana dominata dalla DC, in quel caso ascendente, mentre in questo libro ne viene descritta la fase terminale. Questo tempo sospeso così malinconicamente attraente è uno dei grandi meriti, per me, del libro.

Infine il libro ci regala anche una coppia di personaggi, Andaloro e Puleo, che svolgono una funzione classica a mezzo tra il coro greco e i Rosencrantz e Guildenstern di Tom Stoppard, in quel capolavoro omonimo che ribalta e svela l’Amleto.

Insomma L’estate di Totò Schillaci è davvero un gran bel libro, come ne capitano davvero pochi, e non lo dico per l’affetto e la stima che mi lega all’autore. No, in questo libro chi ha vissuto quelle stagioni troverà il ricordo e la messa in discussione di una stagione che pareva portare con sé riscatto e rinnovamento, chi è venuto dopo può riflettere sulle svolte, personali e collettive, che certe stagioni portano con sé, su fatto che talvolta un gol o un’assemblea avrebbero potuto cambiare tutto.

Pippo Russo, L’estate di Totò Schillaci, Derive e Approdi, 2025.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 581 del 21 giugno 2025

Bergoglio riformatore «assoluto»

«Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» le parole che vengono pronunciate dal Conte Zio al Padre provinciale ne I Promessi Sposi, sembrano lontanissime dal pontificato di Papa Francesco.
Esuberante nei modi e nell’eloquio, spumeggiante nel contatto con la gente fino – letteralmente – all’ultimo giorno, Bergoglio è stato Papa innovatore e persino di rottura in molti campi, tutto il contrario di quello che sottintendono le Parole del Manzoni, eppure nel bilancio del suo pontificato, almeno per quanto riguarda gli aspetti di riforma delle istituzioni ecclesiastiche alcune troncature e assopimenti si vedono.
Il Papa venuto dalla fine del mondo ha da subito, fin dal primo viaggio a Lampedusa al limite ultimo del continente europeo, mostrato il suo sguardo fuori dal continente. Snobbate le Capitali, ha ignorato la cattolicissima Spagna, disertato la Germania e in Francia si è recato solo nella «periferia» recandosi a Strasburgo (per il Parlamento europeo), Marsiglia ed Ajaccio.
Porti ed isole come metafore di viaggi e migrazioni. Ma sul Papa «politico» e internazionale molto è stato e sarà scritto in questi giorni e nei prossimi a venire.
Qui invece interessa ricostruire il Bergoglio «riformista» e sovrano dello Stato pontificio.
Quando Bergoglio succede a Benedetto XVI, il 13 marzo 2013, si trova a capo di un Chiesa piegata tutta su se stessa, incapace di cogliere pienamente i mutamenti sociali in atto. Il suo predecessore, grande teologo e detentore di una biblioteca personale di oltre 20.000 volumi, sembra incapace di andare oltre al recriminare contro il relativismo e l’individualismo dilagante, seppur fornendoci analisi dottissime e illuminanti. Almeno sembra essere questa la percezione dei Cardinali chiusi in conclave.
Tuttavia, oltre alla perdita di egemonia della Chiesa sul proprio gregge, il governo della Curia romana sembra essere completamente fuori controllo. Le finanze vaticane non rispettano alcuno standard di controllo internazionale, nessuna norma internazionale di trasparenza, tanto da far considerare la Santa Sede al pari di un paradiso fiscale.
La Curia, lasciata senza guida, appare autoreferenziale e si dedica al suo passatempo preferito da più di mille anni, dividersi e rivaleggiare tra i suoi membri, con un di più dato dai tempi moderni: che le «beghe» di Palazzo fanno molto spesso la loro comparsa sui media, veicolate talvolta da faccendieri e misteriose signore.
Forse sarà anche l’incapacità di tenere a freno questo rumore di fondo, oltre alla fatica dell’età, a portare al gesto inimmaginabile delle dimissioni di Ratzinger.
Bergoglio, dunque, pare essere stato scelto – o indicato dallo Spirito Santo per chi crede – come quello, tra i vari Cardinali, capace di rimettere in ordine, di donare trasparenza al governo della Chiesa, di troncare e sopire gli scandali.
Nel suo distacco con l’Europa e le Chiese del continente, in particolare quella francese e tedesca, peserà anche l’atteggiamento nei confronti degli scandali sulla pedofilia. Rispetto a Chiese nazionali capaci, come quella francese, di parlare di «pratica sistematica» nel proprio rapporto del 2021 sul tema, Bergoglio, pur non minimizzando e negando gli abusi, terrà un profilo invece più basso, meno «dirompente» rispetto ad altri temi sensibili trattati dal Pontefice.
Più energico sarà il lavoro del Papa nei confronti della Curia, spesso vissuta lontano da Roma come un intralcio alla missione pastorale, che invece deve diventare, per Francesco, un apparato a servizio delle Chiese locali, soprattutto di quelle più lontane. Per questo prende in mano direttamente, da sovrano assoluto qual è, la sua riforma.
La prima mossa è quella di creare un consiglio ridotto composto da 9 cardinali, per stilare una riforma delle regole di funzionamento dettate da Giovanni Paolo II. Di questo organismo gli italiani sono solo 2, gli altri arrivano, come il Papa, dalle varie «fine del mondo».
Il messaggio è chiaro: il governo della Chiesa deve riflettere la sua diversità. Questo varrà anche per il Conclave che dovrà eleggere il suo successore, affollatissimo (nonostante le regole impongano un massimo di 120 Cardinali elettori ad oggi se ne contano 135), cosmopolita e con gli europei in netta minoranza, e soprattutto, per più dei due terzi necessari all’elezione, nominato dal Papa Francesco.
Altro punto sul quale forte e autoritaria è stata l’azione papale è quello delle finanze vaticane. Lavoro urgentissimo, si svolge già dai primi mesi di pontificato, anche sotto la pressione non proprio discreta degli organismi finanziari internazionali che hanno man mano declassato la Santa Sede al Pari delle Isole Cayman.
Per uscire da questa nassa, Francesco punta sulla trasparenza. Una novità per questa materia. Intraprende un lavoro di ricognizione e di verifica personalmente, chiedendo – sacrilegio – consiglio a esperti laici di sua fiducia, esterni a chi, fino a quel momento, deteneva il potere finanziario della Chiesa.
Il lavoro di queste inchieste porta ad una rivoluzione vera e propria dello IOR, la banca del Vaticano, riportandolo a standard internazionali accettabili. Oltre 5.000 conti correnti vengono chiusi senza troppo clamore e si definisce una regola per la quale solo le istituzioni religiose e le persone legate per incarico e dovere alla Chiesa possano aprire conti presso l’Istituto.
Ma il percorso di riforma non si fermerà qui e non sarà né breve né facile. Probabilmente neanche concluso alla scomparsa del Pontefice. È un percorso comunque di cui ancora sappiamo molto poco, in questo Francesco mantenendosi alla tradizione, ma che ha portato i vari dicasteri romani ad avere e a dover rispettare un budget definito, a sottoporsi ad audit, e ad essere supervisionati da un Segretariato per l’economia.
Anche il patrimonio immobiliare vaticano è stato centralizzato e razionalizzato presso lo IOR che, a sua volta, ha visto nascere un «comitato per gli investimenti della Santa Sede» che verifica l’eticità delle scelte di investimento della banca. Infine Papa Francesco ha creato una vera e propria «authority» – l’ASIF – dotata anche di poteri di «polizia fiscale».
Appare evidente che tali rivoluzioni abbiano creato molti malcontenti e che siano stati frutto più di strappi del Pontefice, piuttosto che di processi condivisi e concordati. Di certo è che il malcontento non si è trattenuto all’interno delle mura vaticane e spesso documenti e indiscrezioni sono apparse sulla stampa mondiale. Anche in questo caso però quello che è stato innovativo, rispetto agli analoghi casi occorsi sotto il pontificato di Benedetto XVI, è stata la reazione: un prelato ed un laico accusati di aver consegnato documenti alla stampa sono stati arrestati dalla gendarmeria vaticana.
Forse invece non del tutto voluto sarà il clamore che susciterà lo scandalo dell’immobile londinese che costerà, molto più di altri scandali del passato, alla «carriera» del potente segretario di Stato George Pell e più in generale al «ridimensionamento» dell’enorme potere di quella carica.
Godendo appunto di totale discrezionalità il segretariato di Stato aveva investito somme ingenti nell’acquisto di un immobile nella capitale inglese versando enormi commissioni a vari intermediari la cui utilità, nel processo di compravendita, non appariva chiara. All’esito dell’operazione la perdita per le casse pontificie era stata di oltre 150 milioni di Euro.
Anche in questo caso l’esito della vicenda sarà all’insegna dell’innovazione e della «trasparenza», quanto meno rispetto agli standard vaticani: il Cardinale Angelo Bacciu, segretario di Stato vicario, sarà rimosso dalle proprie funzioni (ma non dal suo status cardinalizio tanto che oggi chiede di poter partecipare al Conclave) da Papa Francesco, mentre si terrà anche un processo, presso la corte di giustizia vaticana, per rintracciare i numerosi attori di questo «affare».
Da questa vicenda Papa Francesco proseguirà l’opera di riforma ma con molta più cautela. Meno teste rotoleranno anzitempo e con clamore, verranno attese le normali rotazioni o, persino, la scomparsa di chi «resiste» all’opera di rinnovamento. Opera che prosegue tuttavia dicastero per dicastero, commissione per commissione, ufficio per ufficio; però più lentamente dando speranza ai nemici del Papa, rinfrancati anche dal peggioramento delle sue condizioni di salute. Una resistenza che irrita Francesco tanto da tacciare questo atteggiamento di «gattopardismo spirituale».
Ma nulla pare fermare Bergoglio che riuscirà nel 2022 a emanare la nuova Costituzione Apostolica che dona al Pontefice ancora più potere nel controllare la propria amministrazione. Ogni dicastero deve rendere conto al Papa e dal Papa è nominato e a lui, e a lui solo, deve riferire. Una centralizzazione ed un assolutismo a cui i media dedicano molto meno spazio rispetto alle innovazioni che pure sono presenti nel testo. Dal maggior ruolo concesso ai laici e, soprattutto, alle donne che per la prima volta possono dirigere strutture curiali, anche se sarà solo nel gennaio di quest’anno che una donna, Suor Simona Brambilla, diventerà Prefetto del dicastero degli Istituti di vita consacrata.
Come per molti aspetti del suo pontificato, Francesco, doserà sapientemente innovazione e tradizione, illuminando però la prima e tendendo a lasciare indietro, mediaticamente, la seconda. Un atteggiamento che forse lo ha reso più amato, fuori dal suo gregge che all’interno dello stesso e che rende complesso tracciare un vero bilancio del suo agire.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 574 del 26 aprile 2025

Dalle barricate all’ultimo duello

Victor Hugo aveva dedicato loro appena una pagina in quell’opera monumentale che è il suo I Miserabili. Due uomini al comando di due immense barricate, «due spaventosi capolavori della guerra civile», tali da risultare indimenticabili.

Poi una breve notazione sul destino di questi due uomini: uno toglierà la vita all’altro, in esilio passata la Manica, in quello che sarà l’ultimo duello mortale, all’ultimo sangue, in Inghilterra.

Da queste scarne ma precise note parte la curiosità di Olivier Rolin che alla vita di questi due uomini ha dedicato un bellissimo libro: All’ultimo sangue, pubblicato in Italia da Settecolori.

Un libro capace di intrecciare letteratura e storia, che si muove con maestria e rispetto, nelle vicende dei due personaggi e delle vicende storiche delle rivoluzioni francesi del XIX secolo, oltre che delle due città protagoniste del libro, Parigi che agita le rivolte, Londra che accoglie esuli e sconfitti di quelle rivoluzioni.

Ma partiamo dalle Barricate e per quale delle molte rivoluzioni dell’ottocento che segneranno la capitale francese saranno erette. È il giugno del 1848 quando i due mostri di masserizie e ingegno umano sbarreranno la strada agli assalti, la rivoluzione è quella, sociale, che scuoterà l’Europa, quella compulsata da Marx nella speranza di un divampare generale e che leggerà come primo dispiegarsi della lotta di classe a conferma del proprio pensiero.

Hugo ripartirà proprio da quelle barricate, da quel giugno del 1848 in cui «l’estate non abdica» per riprendere il lavoro del suo libro Le miserie che presto cambierà il suo titolo nel definitivo Les miserables. Hugo esiliato nell’isola di Guernsey dopo la presa di potere di Napoleone III però ambienta il suo romanzo nel 1832 quando altre barricate sorgeranno tra le vie di Parigi, e dunque quella del 1848 è una digressione dalla trama e dai personaggi del romanzo. Una digressione che, con tutta probabilità, ne cela un’altra e altre barricate, quelle seguenti al colpo di stato di Luigi Bonaparte, e che vedranno il pari di Francia Hugo combattere per la Repubblica, lui fino ad allora monarchico convinto.

È questa progressione di lotte e barricate, questa teoria di sconfitti, Gavroche, i due protagonisti del libro Emmanuel Barthélemy e Frédéric Cournet, e lo stesso Hugo che prende vita nelle pagine di Rolin. L’autore insegue i protagonisti prima e dopo le loro lotte, li vede scappare dalla repressione, li descrive nell’esilio inglese, quello protetto e isolato nell’isola del canale per Hugo, quello talvolta misero e spesso infelice londinese dei due protagonisti.

Ogni tanto anche l’autore fa capolino nelle pagine del libro. Una presenza in punta di piedi nella ricerca dei segni rimasti intatti, nel nostro presente, delle vicende del libro, dai punti di appoggio delle barricate sui palazzi parigini alle locande inglese in cui prese forma l’odio dei due protagonisti fino al loro duello, mortale almeno per uno dei due. L’unica deviazione che si concede Rolin al suo ruolo, rispettoso, di cronista è quando ripensa alla sua di rivolta, quel maggio ’68 in cui non si eressero barricate preferendo cercare il mare sotto i sampietrini.

Difficile catalogare All’ultimo sangue; non si tratta di un romanzo perché i fatti, tutti i fatti, narrati nel libro giura l’autore sono realmente accaduti e quando documenti e ricerche non consentono di ricostruire qualche curva della storia, con somma onestà, Rolin ce lo comunica e rinuncia ad inventare. Non è però un libro di storia propriamente detto, mancando di un apparato di note e possedendo invece un ritmo di racconto e una musicalità di lingua (resa benissimo nella traduzione italiana da Daniela De Lorenzo). L’autore nell’incontro fiorentino di presentazione a Testo lo ha definito un reportage e ci atterremo alla sua definizione.

In ogni caso si tratta di un libro magnifico, in cui l’intreccio dei tanti racconti non fa mai perdere lucidità alla storia, e la capacità di descrizione di Rolin ci cala nelle strade di Parigi e Londra, sia di quelle dell’800 che quelle attuali, mentre la descrizione del duello nella foschia della campagna inglese ha i toni del miglior Conrad.

Olivier Rolin, All’ultimo sangue: Intorno ad una pagina dei Miserabili, Settecolori, 2024. Traduzione di Daniela De Lorenzo.

Articolo uscito su Cultura Commestibile n. 573 del 19 Aprile 2025

Il sorriso amaro del nostro attuale mondo

Mai come oggi l’adagio «una risata vi seppellirà» potrebbe risultare azzeccato, salvo il fatto che l’accezione con cui era stato concepito si è completamente ribaltata.

È infatti la risata, o meglio il ghigno beffardo, di Joker quella che rischia di seppellirci e non solo metaforicamente. Almeno così pare pensarla Guido Vitiello che ha appena dato alle stampe per Gramma Feltrinelli “Joker scatenato. Il lato oscuro della comicità”, in cui partendo dal personaggio dei fumetti DC poi trasposto in quasi tutti i capitoli della saga cinematografica di Batman, ci mostra come il giullare cattivo abbia preso il potere nelle nostre società.

Certo il primo Joker che ci salta in mente nelle cronache quotidiane è il Trump che già nel suo primo mandato aveva mostrato tratti di somiglianza col cattivo dai capelli verdi e che oggi quasi ad ogni tweed dispiega tratti da Jocker e che non si stupirebbe se si presentasse vestito di viola scuro.

Intanto come nota Vitiello Joker non ride, usa la risata per uccidere certo, ma lui di per sé al massimo ghigna e il suo perenne sorriso è un taglio o autoinflitto o frutto di sevizie o operazioni finite male a seconda delle leggende sulle origini del Joker stesso. Anche Trump non ride mai se ci fate caso, ghigna, al più sorride ma non lo si vede mai ridere di gusto.

Tuttavia quello di Vitiello non è un libro su Trump, anzi. È un libro che, come ci ha ben abituato l’autore, mette insieme fili invisibili, spaziando dai fumetti, al cinema, dall’antropologia alla letteratura e al teatro. Vitiello ripercorre le origini del Joker e degli archetipi che hanno prodotto il personaggio dei fumetti cercandone radici nel cinema espressionista tedesco a sua volta debitore diretto di Victor Hugo. Collega la stand up comedian con i giullari di corte soprattutto del mondo anglosassone, con le ricerche etnografiche e antropologiche sul riso e il suo collegamento con il mostrare i denti.

Il Joker raccontato nel libro ha assunto sempre più, soprattutto nelle incarnazioni cinematografiche nei Batman di Nolan o nel film a lui dedicato di Todd Phillips, la figura di un miscuglio tra il comico senza successo e il terrorista nichilista divenendo l’incarnazione perfetta tra comicità e distruzione.

Il passaggio dalla fiction alla realtà si realizza facendo diventare la comicità un’arma (talvolta viene da pensare la principale arma) nella lotta politica delle nostre democrazie. Sempre più spesso leader, populisti o no, di destra e di sinistra, adottano stili da comici, utilizzano la battuta, lo scherno come atto politico, con l’efficacia di un decreto esecutivo. Il confine tra motto di spirito e insulto si assottiglia, sulla falsa riga della comicità caustica dei migliori stand up comedian. Il risultato per citare Vitiello stesso è l’«apoteosi odierna, in cui il Re e il Buffone si divertono a cambiarsi di posto, affollando il pianeta di presidenti che si comportano da clown e clown che si candidano a presidenti». E vengono eletti, aggiungiamo noi.

Il tempo dei Joker, il tempo in cui viviamo, è dunque il tempo in cui il Carnevale è morto, o meglio in cui la morte rituale del Carnevale, attraverso la Quaresima non presuppone una rinascita l’anno successivo. Il Carnevale e la Quaresima si confondono non trovando soluzione di continuità, la funzione catartica del rovesciamento del senso viene meno con la morte degli Dei. La secolarizzazione comporta questo prezzo, sembra ammonirci Joker.

Vitiello poi si spinge anche a trovare un’origine istintiva del legame tra riso e aggressività, suggerendo come la risata possa avere origini in comportamenti aggressivi, come mostrare i denti, e come questo aspetto sia stato rimosso nella nostra società ossessionata dal divertimento e dissezionata dalla rete e dai social network, dove la risata decontestualizzata e isolata torna a spaventare come il clown malvagio di It.

Non spaventi però l’erudizione e la molteplicità di fonti che l’autore mette a disposizione anche in una bibliografia amplissima ma posta in forma di suggerimento e riflessione, perché Vitiello come sempre è capace e agile, discorsivo e mai saccente.

In sintesi quello di Vitiello è uno scorcio, il sorriso del Gatto del Cheshire, per rimanere ad uno dei punti affrontato nel libro, che illumina il nostro tempo, ci fornisce una chiave di lettura inedita e che non avremmo saputo da soli intravedere e che invece al termine della lettura ci appare quasi inevitabile.

Guido Vitiello, Joker scatenato. Il lato oscuro della comicità. Feltrinelli, 2025.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 570 del 29 marzo 2025

L’attacco di Trump e dei populisti alla costruzione storica dell’occidente borghese.

«Ma che storia triste, avevo aspettative basse» canta Willie Peyote e va detto che pure noi rispetto alla seconda presidenza Trump non ci aspettavamo molto, anche se quello che avviene in queste settimane appare ben peggio delle nostre già basse aspettative.

Tuttavia il fenomeno Trump aveva già dato modo di farci immaginare che questa volta sarebbe stato ben peggio di quanto avevamo visto nella sua precedente presidenza e nelle tre campagne elettorali presidenziali da lui sostenute. Segni che già il bel volume di Andrew Marantz, Antisocial (Viking 2019, non tradotto in Italia) metteva in evidenza nella prima campagna elettorale presidenziale vinta da Trump insieme alla presa d’atto della fine del sogno dell’internet liberale e libertario.

Questi sospetti su Trump, potevano facilmente venire seguendo la sua comunicazione ed in particolare quella social dell’immobiliarista americano. Almeno questa è una delle linee di lettura che si possono individuare in “Come parla un populista”, agile libello pubblicato da David Allegranti che ripercorre la comunicazione di Trump e il ruolo dei media nel diffonderla o contrastarla fino alla campagna elettorale del 2024.

Certo né il libro né l’autore, per quanto sagace, potevano immaginare il video orribile e inquietante su Gaza o l’agguato in diretta tv e social a Zelenskyy nello studio ovale. Tuttavia la comunicazione di Trump, inteso nel libro come Populista in chief, è sempre stata dirompente, violenta e insultante.

Il libro dunque è un agile strumento (l’autore precisa con ironia che non si tratta di un manuale) per capire la comunicazione di Trump ma più in generale la comunicazione dei populisti o, per meglio dire, la comunicazione populista. Infatti nel primo capitolo del libro, quello appunto dedicato ai populisti e al loro modo di comunicare, Allegranti dimostra, esempi alla mano, che quel tipo di comunicazione è appannaggio anche di politici non prettamente populisti o demagoghi. Con effetti dirompenti per loro stessi ma soprattutto per la conquista, si direbbe egemonica, di quel tipo di linguaggio nella comunicazione politica, ma ci sia permesso di aggiungere, non solo in quella.

Allegranti non si spinge ad affermare che questa sia stata l’unica risposta che i ceti dirigenti abbiano messo in campo alla loro delegittimazione ma in parte ciò è intuibile. Di più verrebbe da pensare: alla spinta alla disintermediazione, allo svilimento prima simbolico e poi pratico dei corpi intermedi, che veniva in prima istanza dal mondo economico (i lacci e lacciuoli all’impresa di berlusconiniana memoria) le classi politiche dell’occidente hanno risposto entusiasticamente preparando il terreno al populismo dal basso (come i 5 stelle da noi) e quello dall’alto dei magnati che si fanno capopopolo, finendo per far la figura dei tacchini che festeggiano il giorno del ringraziamento.

Trump quindi come continuità di un fenomeno oramai trentennale nato nel dopo guerra fredda, ma anche anomalia nella sua potenza di fuoco e negli esiti imprevedibili e potenzialmente devastanti.

È questa la seconda parte del libro quella in cui analizzando la comunicazione di Trump su Twitter, ora X, Allegranti mostra come il Presidente americano prenda la comunicazione populista e la ingigantisca all’ennesima potenza: uso della menzogna, o post verità, sistematico e non giustificato, insulto come modo di rapportarsi a nemici interni e esterni e uso del tweet come atto politico con conseguenze dirette. Un excutive order di 140 caratteri.

Ed è quella della brevità e della fretta comunicativa, unita a una sovrapproduzione di contenuti, un altro elemento che i populisti, e Trump in particolare, hanno colto come elemento determinante sui social. In altre parole il media social è perfetto per dire balle, farle passare in cavalleria sommergendo il ricevente di mille altre notizie e insultare. Già perché la rissa, anche verbale, non ha bisogno di complessità, di argomenti. L’insulto è il claim più efficace che esista.

Infine l’ultima parte del libro è una riflessione che l’autore, oramai giornalista di lunga esperienza, pone ai colleghi dei media mainstream. Una riflessione su come raccontare Trump e il populismo e così facendo sopravvivere alla crisi di credibilità e stima che colpisce la stampa tanto quanto la politica.

Forse questa ultima parte è quella più interessante del libro, anche perché più personale e seppur Allegranti abbia l’accortezza e l’intelligenza di non spiegarci “che fare?”, ha in sé elementi di salutare dubbio e possibili proposte.

Forse, se ci è permesso interloquire con l’autore, manca un passaggio tra la prima e la terza parte, il prendere coscienza che la crisi della politica e la crisi del giornalismo sono parte di una più generale crisi delle elites. L’occidente, la democrazia come la conosciamo in questa parte di mondo, sono il frutto storico, in larga parte, della borghesia e delle sue lotte (intese come conquiste e resistenze ai nemici), economiche sociali e politiche, pensare che l’attacco sia soltanto a parte di esse è forse l’errore più grande che abbiamo di fronte. Non si tratta di rispolverare il concetto di lotta di classe ma di capire che l’attacco, interno ed esterno, al nostro sistema economico, sociale e politico, non è un attacco separato alla nostra società, alle nostre istituzioni e alle nostre economie ma un’unica messa in discussione di una storia e di una costruzione storica che, almeno dal 1789, sembrava inarrestabile.

David Allegranti, Come parla un populista. Donald Trump i social media e i fatti alternativi, Mimesis, 2024.

Articolo uscito su CulturaCommestibile n. 568 del 15 marzo 2025