Le élite che conseganarono il potere a Hitler

Con Les irresponsables. Qui a porté Hitler au pouvoir? (Gallimard, 2025), Johann Chapoutot torna su uno dei nodi più studiati e al tempo stesso più controversi della storia contemporanea: l’ascesa di Adolf Hitler al cancellierato il 30 gennaio 1933. Lo storico francese, docente alla Sorbona e tra i maggiori specialisti del nazismo “istituzione”, non si propone di riscrivere la storia del Terzo Reich, bensì di spostare il fuoco dell’analisi. La domanda che guida il volume non è infatti perché milioni di tedeschi abbiano votato il partito nazionalsocialista, ma chi abbia realmente deciso di affidare il governo della Germania a Hitler. È una differenza solo apparente, destinata a modificare profondamente la prospettiva interpretativa.

La tesi centrale del libro è netta: Hitler non conquistò il potere da solo, né vi giunse per una sorta di inevitabile deriva della Repubblica di Weimar, o perché sospinto dalla maggioranza dei tedeschi. Furono le élite politiche, economiche, amministrative e mediatiche della Germania conservatrice a scegliere deliberatamente di affidargli il governo, convinte di poterlo utilizzare come strumento per restaurare l’ordine sociale, contenere il movimento operaio e salvaguardare i propri interessi. L’immagine di una “presa del potere” nazista viene così sostituita da quella di una vera e propria consegna del potere, frutto di una catena di decisioni politiche consapevoli.

Chapoutot concentra l’attenzione sugli anni compresi tra il 1930 e il gennaio 1933, quando il sistema parlamentare di Weimar è oramai in una crisi irreversibile. Attraverso un racconto serrato, quasi da cronaca politica, segue il succedersi dei governi Brüning, Papen e Schleicher, fino alle trattative che conducono il presidente Paul von Hindenburg alla nomina di Hitler. Il libro dimostra come il collasso della democrazia tedesca non sia stato l’effetto di una travolgente maggioranza nazista visto che alle elezioni del novembre 1932 il NSDAP, pur restando il primo partito, aveva già iniziato a perdere consensi, ma che la scelta di affidargli il governo fu il risultato di calcoli politici e di una drammatica sottovalutazione del rischio rappresentato dal nazionalsocialismo.

Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è l’attenzione riservata a quello che l’autore definisce “l’estremo centro”: un blocco composto da conservatori, liberali autoritari, grandi interessi economici, alti funzionari dello Stato e importanti gruppi editoriali, accomunati dalla convinzione che la democrazia parlamentare fosse ormai un ostacolo alla stabilità politica e alla ripresa economica. La paura del socialismo, l’ossessione per il pareggio di bilancio, il ricorso sistematico ai decreti d’emergenza e la progressiva delegittimazione del Parlamento prepararono il terreno sul quale Hitler poté essere considerato un alleato utile piuttosto che una minaccia mortale. Non è il fanatismo delle masse, dunque, il vero protagonista del libro, ma l’irresponsabilità di chi, pur disponendo del potere istituzionale, preferì sacrificare la democrazia nel tentativo di conservarlo.

Lo stile di Chapoutot conferma le qualità che hanno reso i suoi lavori precedenti punti di riferimento per lo studio del nazismo. La scrittura è vivace, spesso attraversata da un’ironia amara, sostenuta da una documentazione archivistica rigorosa ma mai esibita come puro esercizio erudito. La narrazione procede con ritmo quasi romanzesco, senza rinunciare alla precisione dello storico. Ne deriva un saggio leggibile anche da un pubblico non specialistico, capace però di dialogare con la storiografia più recente sulla crisi di Weimar.

Naturalmente è proprio il rapporto con il presente a rappresentare il terreno più delicato dell’opera. Chapoutot suggerisce più volte, fin dalle primissime pagine, che la vicenda tedesca costituisca un monito per le democrazie contemporanee, nelle quali segmenti delle classi dirigenti possono essere tentati di legittimare movimenti estremisti pur di conservare il potere. L’autore evita accuratamente il facile anacronismo: non sostiene che la storia si ripeta, ma che alcuni meccanismi politici – la normalizzazione dell’estrema destra, la delegittimazione delle istituzioni rappresentative, l’illusione di poter controllare forze radicali – meritino di essere riconosciuti, interrogati e studiati

Si può forse rimproverare all’autore una lettura talvolta schematica dei rapporti tra conservatorismo e nazismo o una certa insistenza sulle analogie con l’attualità. Tuttavia sarebbe riduttivo leggere Les irresponsables come un pamphlet politico; il suo valore risiede soprattutto nella capacità di restituire centralità alle responsabilità individuali e collettive delle classi dirigenti, sottraendo la storia del 1933 tanto al determinismo quanto alla retorica dell’inevitabile o alla mera (ir)responsabilità del popolo.

In definitiva, Chapoutot offre un libro che parla del passato senza trasformarlo in un repertorio di facili paragoni. La sua ricostruzione ricorda che le democrazie non vengono necessariamente abbattute da chi le combatte apertamente: talvolta sono logorate da chi, ritenendosi naturalmente destinato a governare, accetta di comprometterne i principi pur di non perdere il potere. È una lezione storiografica, prima ancora che politica, che rende questo volume una delle riflessioni più stimolanti apparse negli ultimi anni sulla fine della Repubblica di Weimar e sulle responsabilità delle sue élite.

Johann Chapoutout, Les irresponsables. Qui a porté Hitler au pouvoir?, Paris, Gallimard, 2025. (Ed. italiana Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere?, Torino, Einaudi, 2025, traduzione di Christian Delorenzo).

Articolo uscito su CulturaCommestibile n.629 del 4 settembre 2026

La banalità del maligno

La poderosa biografia che Peter Longerich – ben 890 pagine – ha dedicato a Joseph Goebbels è un tutto fuorché un mattone noioso. La minuziosa ricostruzione della vita del ministro della propaganda del Reich è, innanzitutto, un viaggio per comprendere come, un piccolo borghese con evidenti insicurezze al limite del patologico, è potuto diventare, insieme an accozzaglia non meno disturbata, uno dei padroni della Germania. Un viaggio nella mente di Goebbels che però non è un trattato di psichiatria ma un libro di storia con un imponente apparato critico ed una adeguata bibliografia. Certo è che la gioventù di Goebbles, complice anche la pressoché totale assenza di fonti, è indagata dall’autore molto più sui probabili processi psicologici che lo muovono che sulla semplice ricostruzione dei fatti. Per l’autore i complessi di inferiorità, fisica ma soprattutto sociale, sono la molla che spingono il neo laureato, scrittore fallito, a intraprendere la via della politica. Una strada che lo porta a trovare la sua guida, il suo idolo, in Adolf Hitler. Goebbels, questa la tesi, è sempre stato alla ricerca di un redentore – della sua posizione sociale, delle sue aspirazioni intellettuali che finisce per identificare in quelle dell’intera nazione tedesca – provando a immaginarsi egli stesso in tale posizione, per poi abbandonarsi alla figura di Hitler che riuscirà a mitizzare con la sua propaganda proprio perché lui per primo, lo considererà indispensabile.

Un processo di ricerca dell’approvazione del Fuhrer che segnerà e determinerà la vita privata del ministro della propaganda che, dopo una gioventù sentimentalmente tormentata, finirà per sposare Magda e con la quale instaurerà un ménage di cui Hitler sarà parte integrante e nel quale il dittatore finirà per prendere le decisioni significative (matrimonio, possibile divorzio) e che sosterrà anche economicamente.

Una simbiosi così profonda e perversa che porterà al tragico epilogo finale in cui i Goebbles, compresi i sei bambini, si toglieranno la vita dopo che Hitler avrà posto fine alla propria esistenza.

Ma la biografia, soprattutto dalla nascita del Goebbles politico sino alla tragica fine è una preziosa ricostruzione storica in cui si racconta dall’interno l’ascesa del nazismo, le lotte di potere, la frantumazione e il conflitto tra i gerarchi per finire con la condotta di guerra. Utilizzando i voluminosi diari del Ministro della propaganda, altro segno del suo egotismo, Longerich riesce a ricostruire e demolire l’immagine di potenza di Goebbles mostrandoci come almeno prima della fase finale del regime, Hitler giocasse con lui come il gatto col topo, lo escludesse dalle decisioni importanti convincendolo però del suo, successivo, ruolo fondamentale. O di come Goebbles provasse a sistematizzare posizioni autonome – la visione sociale del nazismo, il no all’alleanza con i conservatori per andare al governo, la sopravvivenza delle SA o la guerra totale – che venivano demolite dal Fuhrer facendo diventare il Ministro il più fervente sostenitore delle tesi a lui, fino a quel momento, opposte.

C’è poi Goebbles convinto antisemita nella suo progressivo passaggio da un antisemitismo borghese ad una ferocia non solo comunicativa indescrivibile; tuttavia cosciente che quegli atti, quelli della soluzione finale, significavano anche l’impossibilità per i nazisti e la Germania di tornare indietro, di salvarsi in qualche modo. Oppure il Goebbles che prova a imporre la propria idea di cultura nazionalsocialista finendo poi per ammettere, seppur nel solo privato dei diari, il fallimento nel creare una letteratura, un teatro, una musica e soprattutto, un cinema rispondente al regime.

Ne esce il ritratto di un uomo debole, tutt’altro che infallibile e onnipotente, incapace di una propria autonomia di pensiero, concentrato anche mentre tutto intorno rovina a ottenere l’approvazione del mondo e del suo capo. Una visione molto diversa da quella che il ministro era riuscito a conservare, nonostante il disastro finale, e che ci restituisce un altro pezzetto, non certo il più piccolo, della banalità del male e dei maligni.

Peter Longerich, Goebbles. Una biografia, Einaudi, 2016. Traduzione di Valentina Tortelli.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 519 del 3 febbraio 2024

La libertà di obbedire al capoufficio.

C’è correlazione tra le procedure insegnate nelle scuole di management e il nazismo? A dirla così si potrebbe pensare che l’ultimo libro di Johann Chapoutot viri verso un genere prolifico ma non proprio rigoroso: quello del nazismo esoterico e delle teorie complottiste che vogliono l’occidente del secondo dopoguerra pieno di nazisti alla dottor Stranamore.

Una sensazione, purtroppo, alimentata dalla scelta dell’editore italiano, Einaudi, di far diventare il titolo originale del libro il sottotitolo dell’edizione italiana e di puntare su un titolo ed una frase-domanda retorica in copertina, acchiappalettori.

Tuttavia, si sa, che ogni mito si appoggia alla realtà ed è in fondo di una specie di Dottor Stranamore che nel libro di parla. Reinhard Höhn fu giurista, professore universitario e generale delle SS durante il nazismo e poi direttore di un’accademia per manager nel dopoguerra. Una struttura in cui passarono i principali quadri della potenza economica tedesca e si formarono 600.000 manager.

Chapouchot, dopo averci raccontato come i professori di dirtto tedesco diedero fondamento alla barbarie nazista ne La legge del sangue (Einaudi, 2016), riparte da una di quelle figure, Höhn per l’appunto, e ce lo mostra trasformarsi, senza mai rinnegarsi, nel dopoguerra democratico in un giustificatore del nuovo modello liberale e capitalista.

Una continuità che viene indagata a fondo e forse un po’ troppo apoditticamente dall’autore, che liquida l’abbandono delle idee razziste, dell’antisemitismo e della conquista dello spazio vitale all’est, da parte di Höhn, con troppa leggerezza, considerandole quasi accessorie all’idea di organizzazione dello Stato e dell’economia. È evidente che linee di continuità esistono e l’autore le indaga a fondo, pur tuttavia, lo stesso Chapoutot è costretto ad ammettere che questa continuità è precedente al Reich nazista e affonda le radici da un lato nel darwinismo sociale del tardo ottocento e dall’altra dagli studi sull’organizzazione d’impresa dei primi del novecento.

Non è nemmeno riscontrabile una specificità nazista nell’accogliere queste teorie come dimostra lo stesso caso di Höhn che si trova a suo agio sia sotto il regime che sotto la repubblica federale.

Dunque la specificità del volume sta, a mio avviso, in altro; nell’indagine del nazismo come rottura del positivismo e nel capitolo in cui, in continuità con La legge del Sangue, dimostra come Hitler intenda superare lo Stato, entità che imbastardisce il sangue germanico, eredità di latini e giudei, per mettere al centro la razza da cui discende la comunità. Una rottura dello stereotipo dell’iperburocratizzazione del nazismo che, ci spiega invece l’autore, è figlia non dello statalismo ma dal moltiplicarsi di agenzie, potentati, feudi, ognuno intento a inseguire lo scopo della purezza della razza e della comunità germanica.

Non fa eccezione il governo dell’economia del Reich, che è per giunta fin da subito, economia di guerra prima votata al riarmo e poi a soddisfare il conflitto. Eppure l’autore ci mostra come questa economia (ed in fondo il regime tutto) pur basandosi sull’eliminazione anche fisica dell’altro, del non allineato, cercasse per la maggioranza dei suoi cittadini di costruire un consenso, financo un’adorazione per l’unico Reich, l’unico popolo, l’unico Führer.

Su questo l’organizzazione economica nazista differisce poco dalle altre organizzazioni capitaliste coeve. Il manager è dotato di autonomia e libertà non verso le scelte ma sul modo di realizzarle, libero di obbedire dunque. Responsabile dei propri insuccessi (veri e presunti) come nella Russia stalinista. Ma l’operaio come l’impiegato devono aver modo di riposarsi e tornare ad essere produttivi; dunque il regime ne organizza il tempo libero come nei dopolavoro fascisti e infine deve poter sognare che il bene che sta producendo potrà essere suo. Un modello che si identifica fin dal nome, per esempio, della Volkswagen la vetturetta per tutti proprio come la Ford Model T sarebbe stata l’auto costruita da quelli che la producevano.

Vi è dunque sì una continuità ma a dispetto di quello che l’autore sottintende è più propria del modello industriale, di cui il nazismo può essere considerata la più efferata delle varianti, che dell’ordine della razza e del sangue. Vista così stupisce meno la capacità di Höhn di ricostruirsi un destino nella Germania democratica di cui farà parte. Il management per obiettivi non fu infatti prerogativa del solo miracolo economico tedesco e non fu la “scoperta” del passato nazista di Höhn a farlo tramontare, casomai (come giustamente nota anche l’autore) fu la sua versione più ridotta, flessibile e meno invasiva teorizzata negli Stati Uniti, a decretarne la fine.

In questo sì il peso della sovrastruttura degli ex nazisti può aver giocato un ruolo di appesantimento e di minor capacità di adattamento alle mutate forme di produrre che, a partire dagli anni ’70, cambiarono l’organizzazione del lavoro almeno nel mondo occidentale.

Vi è poi infine un salto logico difficilmente giustificabile in Chapoutot quando nell’ultimo capitolo, liquidato Höhn e decretato storicamente il fallimento del suo modello, l’autore tende a fare un parallelo tra l’attuale alienazione del lavoro e le teorie del moderno capitalismo.

Alienazioni che sono del tutto evidenti e forse persino più marcate, probabilmente perché difettano di un contromodello culturale e sociale, che negli anni del miracolo economico ma che stentiamo a vedere come discendenti da una elaborazione giuridica che giustificava un regime assassino e genocida.

Come direbbe un caro amico: il problema è il capitalismo casomai, non Höhn.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 396 del 10 aprile 2021.

Il razzista al nostro fianco

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 15 dicembre 2011.

Non so se ha senso disquisire della follia di Casseri, come quella di Breivik, o dei tanti, troppi, omicidi che popolano questo mondo. Di sicuro però ha senso ragionare, conoscere, estirpare, l’odio che li muove che ne nutre la follia omicida. Sia quell’odio organizzato, militante, di cui Casseri era espressione, sia quello latente che serpeggia in tanti cittadini comuni, che di Casa Pound conoscono l’esistenza solo per i manifesti che inzozzano i nostri muri. Ai primi, peraltro più facilmente rintracciabili, si risponde applicando le leggi che il nostro Stato si è dato a partire da quell’apologia di fascismo o alla legge Mancino oggetto di una rivisitazione culturale e politica nefasta negli ultimi anni. E’ di qualche anno fa la bella inchiesta di Paolo Berizzi Bande Nere (Bompiani 2009) in cui vengono descritte le decine di movimenti della nuova destra sempre meno legata ai vecchi miti del ventennio e molto più in grado di calarsi nelle realtà sociali delle nostre città, nell’odio che serpeggia, nel bisogno, umano e ancestrale, di trovare un nemico (di solito l’altro) a cui dare la colpa. Ed è indubbio che si è avvertito un lassismo nei confronti di questi movimenti, sia per sottovalutazione politica sia per una società civile non più adusa a pensarsi come una comunità, un tutto interdipendente. E’ in questo terreno che sorge il razzismo latente, quello di solito che ha in premessa espressioni come “io non sono razzista però…” oppure “io ho molti amici ebrei, gay, neri…” E anche le cronache dei giornali di ieri sono tristemente piene di queste espressioni. Dai commercianti di piazza Dalmazia (tra i quali segnala un amico barista qualcuno non ha avuto nemmeno il cuore di rispettare i 10 minuti di lutto cittadino) al consigliere regionale Donzelli (chi altro altrimenti?) che ha emesso un delirante comunicato in cui alla fine dava la colpa dei fatti di sangue di martedì ai senegalesi e alla sinistra che governa la città. Un comunicato in cui è assente una qualsiasi forma di pietas nei confronti di persone uccise in mezzo a una strada, una cassa di risonanza non certo ai facinorosi neonazisti (almeno lo speriamo nelle intenzioni) ma a quell’odio sordo del razzista che abita accanto a noi. Che, fortunatamente, non armerà la mano come Casseri ma sempre più tollererà e dimenticherà anche la violenza e l’odio. Ieri tutte le istituzioni, comprensibilmente, hanno dichiarato che Firenze non è razzista. Purtroppo non è così anche se ancora si tratta di minoranza ma non certo isolate, occorre allora agire e anche in fretta, con le armi della conoscenza e della giustizia.