La fascinazione intellettuale del fascismo

Quando nel 1983 apparve per la prima volta “Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France” (in Italia pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1997), il libro di Zeev Sternhell scosse la storiografia europea come poche opere avevano fatto prima.
L’oggetto dello scandalo era una tesi tanto chiara quanto destabilizzante: il fascismo non fu un accidente della destra radicale, né un’imitazione italiana o tedesca trapiantata altrove, bensì una vera e propria ideologia autonoma, nata da un’ibridazione tra nazionalismo e socialismo rivoluzionario, particolarmente feconda proprio in Francia.

Per Sternhell, il fascismo non nasce dall’arretratezza, ma bensì da un processo culturale che attraversa intellettuali e movimenti ben radicati nella modernità politica della fine del XIX secolo e degli inizi del XX.
La sua originalità consiste nell’aver colto come una parte della sinistra – disillusa dal proletariato, critico della democrazia parlamentare, alla ricerca di una nuova sintesi nazionale – abbia trovato un terreno comune con la destra nazionalista e tradizionalista.
Già alla vigilia della Grande guerra, sostiene lo storico, “il fenomeno si era già formato ed era già dotato di un solido quadro concettuale”.

In questo senso, il fascismo appare non come un corpo estraneo, ma come una delle possibili risposte alla crisi della democrazia liberale e all’esigenza di una mobilitazione di massa.
È significativo che Sternhell individui nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel, Lagardelle, Labriola e Michels una radice ideologica decisiva: la convinzione che la democrazia fosse “l’arma offensiva più efficace mai inventata dalla borghesia” e dunque che il socialismo, per realizzarsi, dovesse distruggere la democrazia stessa.

Il volume ha il merito di smascherare ciò che lo storico definisce la “banalità del fascismo”: un’ideologia diffusa ben oltre i circoli ristretti che se ne proclamavano eredi, penetrata nel discorso di intellettuali e politici rispettabili, che spesso nel dopoguerra avrebbero indossato i panni di liberali e democratici. “Gli uomini possono cambiare e hanno il diritto di farlo – scrive Sternhell – non hanno invece il diritto di distorcere la propria storia e quella del loro tempo”.
Quello che però internessa l’autore è la ricerca di radici profonde nella società francese delle pulsioni fasciste, intese come un fenomeno prima di tutto intellettuale, capace di penetrare ben oltre la cerchia di pochi fanatici. E non importa, sostiene lo storico, che il fenomeno in Francia non si sia compiuto se non a seguito della disfatta del 1940; anzi è prorio il suo essere fenomeno non macchiato dalla prassi del potere a rendere ancora più “universale” la sua capacità di penetrazione.

Inolte il caso francese mostra come sia proprio la mancanza di una “Destra” classica e strutturata ad aver favorito il passaggio dalla teoria fascista e nazista alla pratica del loro governo e che, invece, dove la Destra era in grado di mettere in campo una propria dimensione ideologica, organizzativa e politica, come in Francia, il fascismo si era “limitato” ad essere una pericolosa ideologia.

Il punto più controverso del libro sta nella sua radicalità: il fascismo come sintesi rivoluzionaria “né di destra né di sinistra”, espressione di un socialismo nazionale e corporativo che rifiuta sia la lotta di classe sia l’individualismo liberale.
Una visione che spiega, per esempio, la traiettoria del “neo-socialismo” francese di Déat, dove “l’antimarxismo, la solidarietà fra le classi nell’ambito della nazione e la volontà di costituire un sistema corporativo formano un insieme ideologico originale”.

La ricezione del volume fu durissima. Storici come René Rémond o Serge Berstein contestarono l’idea che la Francia avesse fornito un terreno privilegiato al fascismo, insistendo sul suo carattere marginale e “importato”.
Altri, come Ernst Nolte, ribadirono la natura essenzialmente antimarxista e reazionaria del fenomeno.
Sternhell, al contrario, insisteva sulla forza attrattiva che il fascismo ebbe come promessa di “rivoluzione morale e spirituale”, capace di affascinare intere generazioni in cerca di un “fare del nuovo”.

A più di quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, Né destra né sinistra resta ancora un libro scomodo e imprescindibile.
La sua forza sta non solo nell’aver ridefinito la genealogia del fascismo europeo, ma anche nel richiamare con forza il dovere della memoria critica.
Come sottolinea Maria Grazia Meriggi nella postfazione, Sternhell ricorda ai lettori che il pluralismo e il conflitto delle idee proprie della democrazia liberale affondano le radici in conflitti materiali e storici mai definitivamente risolti.
Ed è in questa tensione irrisolta, più che nelle formule politiche, che si misura ancora oggi l’attualità della sua lezione.

Dunque perché leggere oggi, di nuovo Sternhell? Se il fascismo “esercitò allora un’attrazione molto più profonda di quanto non si voglia oggi riconoscere” fu perché una nonj ristretta coorte di intellettuali lo vide come “lo strumento di una rivoluzione morale e spirituale radicale”. Riconoscerne il suo “fascino” ci permette di non ridurlo, macchiettisticamente, al ritrovo di un manipolo di reduci in un buio teatrino Milanese, guidati da un leader solo e carismatico.

Il caso francese ci dimostra come la pulsione rivoluzionaria, giovanile, la “volontà furibonda di fare del nuovo” covavano nella società a Destra come a sinistra e che fu, per certi versi, facile appiccare l’incendio. Anche perché, ed è forse la lezione più attuale, tutti questi “ribelli” riconobbero come nemico comune la democrazia liberale. Un istituto che anche oggi non gode di ottima salute.

Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 590 del 04 ottobre 2025

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR

La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano[1], concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante.

In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso[2]. L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico.

Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale.

Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt[3]: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani.

Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto[4].

Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto.

Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo.

Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista.

Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economica del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso.

Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD.

D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki[5], i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli.

Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 235 del 21 ottobre 2017

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[1] L’occasione sprecata della Legge Fiano in Cultura Commestibile n.230del 16 settembre 2017

[2] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy?mbid=social_facebook

[3] http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_22/via-l-ultimo-monumento-duce-coperto-una-frase-ahrendt-bolzano-00aabeea-e0b5-11e6-a64d-bf022321506f.shtml

[4] Paolo Nicoloso, “Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista”, Einaudi, Torino, 2008.

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

Il razzista al nostro fianco

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 15 dicembre 2011.

Non so se ha senso disquisire della follia di Casseri, come quella di Breivik, o dei tanti, troppi, omicidi che popolano questo mondo. Di sicuro però ha senso ragionare, conoscere, estirpare, l’odio che li muove che ne nutre la follia omicida. Sia quell’odio organizzato, militante, di cui Casseri era espressione, sia quello latente che serpeggia in tanti cittadini comuni, che di Casa Pound conoscono l’esistenza solo per i manifesti che inzozzano i nostri muri. Ai primi, peraltro più facilmente rintracciabili, si risponde applicando le leggi che il nostro Stato si è dato a partire da quell’apologia di fascismo o alla legge Mancino oggetto di una rivisitazione culturale e politica nefasta negli ultimi anni. E’ di qualche anno fa la bella inchiesta di Paolo Berizzi Bande Nere (Bompiani 2009) in cui vengono descritte le decine di movimenti della nuova destra sempre meno legata ai vecchi miti del ventennio e molto più in grado di calarsi nelle realtà sociali delle nostre città, nell’odio che serpeggia, nel bisogno, umano e ancestrale, di trovare un nemico (di solito l’altro) a cui dare la colpa. Ed è indubbio che si è avvertito un lassismo nei confronti di questi movimenti, sia per sottovalutazione politica sia per una società civile non più adusa a pensarsi come una comunità, un tutto interdipendente. E’ in questo terreno che sorge il razzismo latente, quello di solito che ha in premessa espressioni come “io non sono razzista però…” oppure “io ho molti amici ebrei, gay, neri…” E anche le cronache dei giornali di ieri sono tristemente piene di queste espressioni. Dai commercianti di piazza Dalmazia (tra i quali segnala un amico barista qualcuno non ha avuto nemmeno il cuore di rispettare i 10 minuti di lutto cittadino) al consigliere regionale Donzelli (chi altro altrimenti?) che ha emesso un delirante comunicato in cui alla fine dava la colpa dei fatti di sangue di martedì ai senegalesi e alla sinistra che governa la città. Un comunicato in cui è assente una qualsiasi forma di pietas nei confronti di persone uccise in mezzo a una strada, una cassa di risonanza non certo ai facinorosi neonazisti (almeno lo speriamo nelle intenzioni) ma a quell’odio sordo del razzista che abita accanto a noi. Che, fortunatamente, non armerà la mano come Casseri ma sempre più tollererà e dimenticherà anche la violenza e l’odio. Ieri tutte le istituzioni, comprensibilmente, hanno dichiarato che Firenze non è razzista. Purtroppo non è così anche se ancora si tratta di minoranza ma non certo isolate, occorre allora agire e anche in fretta, con le armi della conoscenza e della giustizia.