Una moschea a Firenze oggi, mica nel 1523

L’autore del progetto della Moschea di Firenze apparso nei giorni scorsi sui quotidiani, l’architetto David Napolitano, affida anche a Facebook la difesa del suo progetto criticato quasi unanimemente da esperti, colleghi e cittadini comuni. Una critica che faccio mia pensando che quanto visto sia una pessima scopiazzatura di edifici fiorentinti rinascimentali pensata più con l’intento di “mimetizzare” le differenze che altro. Un progetto brutto, senza appello, sia sul piano estetico che su quello del messaggio che vuole inviare, almeno per chi scrive.

Ma il suo progettista non pago di aver messo d’accordo praticamente tutti (favorevoli e contrari alla moschea) sul no a quel copia incolla in salsa finto rinascimentale, prova a difendere il suo lavoro con quattro pagine fitte di citazioni dal Vitruvio Pollone, ai pitagorici, passando per il Corano, Salomone e (come poteva mancare?) Leon Battista Alberti.

Sul suo progetto poche a mio avviso inutili righe finali in cui afferma che il suo progetto si pone nella pienezza della “dottrina” e che “la finalità [dell’]architettura classica non è la novità, ma l’armonia” e poi, commentando la nota, si definisce colui il quale è “capace di riprendere il discorso interrotto a Firenze nel 1523”.

Ora, intanto se quel discorso da circa cinque secoli si è interrotto e l’architettura è andata avanti qualche motivo ci sarà, ma volendo anche riprenderlo per buono, ciò non significa che la ripresa significhi riproposizione tale e quale di quanto già visto e già fatto. L’architetttura oltre che scienza é pure sfida, tecnica e simbolica, è lettura del presente e prefigurazione del futuro. Capacità di sopravvivere alle mode e al momento. La forma di arte più immediata e di consumo generale. Insomma tutta l’architettura è stata contemporanea, anche quella classica e proporre non la rivisitazione, l’omaggio al classico ma la sua palese e manifesta riproposizione è sintomo di vecchiaia intellettuale e del fatto che la conoscenza della dottrina è condizione necessaria per superare l’esame di storia dell’architettura non per progettare, oggi, un edificio così simbolicamente pregnante.

Infine il giudizio sul valore simbolico dell’opera. Una moschea in occidente e di questi tempi è uno degli edifici di più difficile concezione. Deve evitare di essere un simbolo di sfida a un occidente smarrito e impaurito di fronte all’islam ma, a mio parere, deve anche evitare il rischio opposto, quello di essere un’ipocrita e rassicurante copia di quanto a noi noto e conosciuto. Entrambe le scelte finiscono per rendere quel luogo ostile, altro ed estraneo alla città in cui si dovrà collocare. Quale soluzione? Forse quello di ibridarsi, di mescolare concezioni e tecniche. Cercando elementi di comunione (architettonica, simbolica e religiosa) e elementi di rottura, dosando bene entrambi. Mi viene in mente la facciata dell’Institut du Monde Arabe progettato da Jean Nouvel a Parigi, dove centinaia di diaframmi meccanici compongono un disegno di arabeschi.

Insomma gioverebbe, allo sterile e immobile dibattito moschea sì, moschea no; un progetto all’altezza del presente e della sfida posta dalla costruzione di una Moschea a Firenze oggi e non nel 1523.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *