Le due sponde della rivolta (reprise)

Dato che il sito di Labouratorio è ancora sotto attacco informatico pare da parte dei cinesi pubblico qui l’articolo che mi era stato pubblicato.

Poco più di 600 chilometri, separano Roma da Tunisi. Due capitali in rivolta se si da per buona l’interpretazione di chi legge i movimenti degli studenti dei mesi scorsi come altro e di più della lotta a una modesta riforma universitaria.

Quanti giornali, analisti, commentatori, politici ci hanno raccontato di una generazione che scendeva in piazza perché le stavano rubando il futuro? Gli stessi che, probabilmente troppo occupati a immaginare il regime italiano, non si accorgevano di un regime (quello sì non democratico) che crollava davvero e alle porte di casa nostra.

Da un lato una generazione, come raccontava Labouratorio nel numero 52, con la pancia piena, spesso privilegiata, che finiva per difendere lo status quo, piuttosto che lottare per una riforma reale e piena del loro sistema di formazione.

Ma questo poco conta per i nostalgici del conflitto, coloro i quali le immagini dello scontro servivano da madeleine proustiane, per scatenare il tempo perduto della gioventù sessantottina o, più di nicchia ma più ascoltati nelle (i)stanze della protesta, del fallimento del G8 di Genova.

Lo stesso immaginario di chi lamenta la vittoria del sì a Mirafiori come opera del tradimento del “proletariato dal collare bianco”, come se oggi nel 2011 la dimensione del conflitto di classe avesse ancora quelle forme e quel lessico, come se postfordismo, toyotismo e divisione internazionale del lavoro, fossero scivolati indenni sul nostro tempo.

Dall’altra parte del mediterraneo invece la stessa generazione è scesa in piazza e ha sovvertito il potere a partire dalla più antica delle proteste: quella per l’aumento del prezzo del pane (mica del prezzo dell’iphone), lo ha fatto apparentemente senza un piano, senza una giuda definita. E oggi si trovano probabilmente spiazzati di fronte ad avvenimenti non previsti né prevedibili.

Dal nostro occidente, da troppo tempo inadeguato a capire cosa accade nel continente africano, prima abbiamo ignorato, poi ci siamo raccontati la storia della rivoluzione su twitter. L’assolutoria e rassicurante versione di una società civile, colta ed europea, pronta a portare la Tunisia nel nostro condominio occidentale.

Nulla però, a livello di governi, pare muoversi per spingere in tale direzione; anzi le uniche parole che sa pronunciare il nostro ministro degli esteri sono un elogio alla riforma locale del dittatore Gheddafi. Di fronte al tiranno che fugge si finisce per parteggiare per i suoi simili proponendo la versione aggiornata al XXI secolo delle brioches di Maria Antonietta.

Nel frattempo tutta l’Africa del nord pare in procinto di esplodere, perché nulla spinge di più di un esempio positivo. La Tunisia, Paese profondamente laico, rimane in bilico tra democrazia e fondamentalismo islamico; se la rivolta dovesse estendersi in Egitto, Algeria, Mauritania possiamo prevedere un peso assai maggiore delle forze estremiste.

Non è da oggi che Al Quaeda del Magreb Islamico ha profondamente messo radici in questi Paesi, ed è pronta a sfruttare lo spazio che la caduta dei regimi potrebbe fornirgli soprattutto verso le plebi del Cairo o di Algeri.

La comunità internazionale, l’occidente, appaiono alla finestra, incapaci di capire i rischi (ma anche le opportunità) di un Africa finalmente democratica, sospesi da un neo attivismo spesso pasticcione degli USA (vedi referendum del Sud del Sudan) e un interesse cinese che guarda ai mercati e alle materie prime senza troppo andare per il sottile su democrazia e diritti.

Infine il medio oriente, con Israele che finirebbe ancor più in trincea di fronte a un radicalizzarsi dei regimi a lui vicini, e un Libano pronto a sprofondare di nuovo in lotte, come dimostra l’uscita di Hezbollah dal governo di fronte al timido tentativo dell’ONU di celebrare i processi per l’assinio dell’ex premier.

Sarebbe allora un futuro piuttosto spiacevole quello in cui si troverebbero a vivere anche i giovani manifestanti italiani e per di più a due passi dalle loro playstation.

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