Stelle gialle e calzini turchesi

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La discussione se la Democrazia italiana stia scivolando verso un regime autoritario è in atto in questo Paese da molto prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi (strategia della tensione, distinzione tra norme precettive e norme programmatiche della Costituzione, vari tintinnii di sciabole, leggi speciali sul terrorismo) e in certi momenti della vita Repubblicana è ormai riconosciuto che il rischio di un sovvertimento dell’ordine democratico fosse più di una ipotesi di scuola.

Tuttavia gli anni che viviamo hanno immesso alcuni elementi pericolosamente sinistri nella nostra società. Una prassi di regime strisciante forse, in cui non si mettono in discussioni le forme della Democrazia rappresentativa ma si finisce per svuotarle di senso e significato. Una progressiva premierizzazione del Paese (a cui non è stato ne è immune il centrosinistra), che prima ha svuotato di senso le assemblee elettive locali con l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Provincia (anche per demerito e mancanza di capacità delle classi politiche locali incapaci di interpretare il nuovo ruolo che la Legge dava ai consigli) ed adesso il Parlamento che non muta la propria forma ma, con la nuova legge elettorale, avendo privato della rappresentatività elettorale i deputati li rende membri di bande devoti al capobanda che li ha fatti eleggere.

Ma quello che a me preoccupa di più è la costruzione di una opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa che ha molti tratti in comune con la costruzione del consenso nei regimi totalitari del novecento.

Si badi bene, non penso che la Storia si riproponga mai nelle stesse forme e nelle stesse modalità né, fino in fondo, penso che si ripeta una volta sotto forma di tragedia e l’altra sotto forma di farsa, ma credo che la comparazione tra alcune analogie sia fondamentale per chi ha a cuore il proseguo della Democrazia.

Alcuni fatti di questi giorni sono, a mio avviso, particolarmente significativi. Innanzitutto le arringhe dei due legali del premier durante il dibattimento sulla legittimità costituzionale del cosiddetto Lodo Alfano. L’argomentazione usata era, mi scuseranno i legulei per la sintesi e la non precisione, che de facto il premier è eletto direttamente dai cittadini e che quindi questa legittimazione popolare lo mette al di sopra dei suoi ministri e del popolo tutto. Argomentazione molto diversa da quella dell’Avvocatura dello Stato, per esempio, nello stesso dibattimento e che, vista la composizione della corte, avrebbe potuto avere maggiori fortune.

Dunque, non considerando Ghedini e Pecorella due stupidi, viene da chiedersi se tale strategia, quasi suicida sul piano giudiziario, fosse invece necessaria a un disegno politico più generale. A questo va aggiunto che il premier ha fatto propria tale argomentazione (in modo certo più rozzo ma temo più efficace) nei giorni successivi sia in polemica col Presidente Napolitano sia più in generale in una ulteriore autolegittimazione di fronte a un potere Repubblicano che si era mostrato a lui contrario.

Ora, come dimostra la sentenza della Corte, è evidente che tale legittimazione di voto popolare non c’è nell’attuale sistema costituzionale italiano, ma sfido chiunque a interrogare i cittadini e chiedere se non considera, de facto, il presidente del Consiglio eletto direttamente (e non solo blandamente indicato come prevede il Porcellum). Prova che la vecchia tecnica di ribadire ogni giorno falsità, o mezze verità, alla fine le rende reali.

Secondo punto l’utilizzo della categoria di anti-italiano per gli oppositori del governo. Se volete tale strumento è ancora più evocativo di passati tragici.

Cito: “Una volta che mi aggiravo nelle vie del centro [di Vienna] capitai improvvisamente su un personaggio dal lungo kaftan e dai riccioli neri. Anche costui un ebreo? fu il mio primo pensiero… ma quanto più lungamente fissavo quel viso straniero esaminandolo tratto per tratto, tanto più si trasformava nel mio cervello la prima domanda in una seconda: è costui anche tedesco?”

Questa è la prima (e fondamentalmente unica) giustificazione dell’antisemitismo in Adolf Hitler ed è tratta dal Mein Kampf.

Ora anche qui non si tratta di dire che Hitler sia uguale a Berlusconi. Quello che qui interessa è l’analogia di strumenti usati. L’argometo dell’anti-italiano è analoga (non identica) a quella dell’anti-tedesco che veniva usata per i nemici del Reich millenario così come per i nemici dell’Unione Sovietica. In quel caso essi erano nemici del Popolo e non dello Stato.

L’uso di una categoria così minacciosa è però assai strano in anni di spinte contrapposte alla disgregazione dello Stato nazione. Da un lato l’internalizzazione della società (e in parte delle istituzioni) dall’altro il richiamo alle piccole patrie. Ancora più strano in un Paese a scarso nazionalismo come il nostro. Forse spiegabile da un lato come la proposta di sé stesso quale difensore dell’unità italiana (l’unico in grado di tenere la Lega e l’MPA nello stesso governo in effetti) non tanto come insieme di valori condivisi (a quel ruolo paiono dedicarsi Tremonti e Fini temo solo fino a quando il babbo non gli dirà che è suonata la ricreazione) ma come contenitore a cui dare i confini che si vuole (Padania, Regno delle Due Sicilie…)  e in cui fare, per citare un Guzzanti d’annata, un po’ quel che cazzo ci pare.

Terzo punto. Il servizio contro il giudice del Lodo Mondadori fatto da una trasmissione di intrattenimento di Canale 5. Primo punto lo strumento. Non una trasmissione di approfondimento politico, nè un telegiornale. Ma una trasmissione dedicata, vista l’ora a cui va in onda, a casalinghe e pensionati.

Secondo la confezione del servizio. Un signore che non fa niente di strano. Passeggia, fuma una sigaretta, si siede una panchina, dipinto però come un sospetto anche a causa del suo abbigliamento.  Se vi rivedete la scena in cui l’assistente von Remchingen entra nel ghetto ebraico di Francoforte nel film Süss l’ebreo (la vendita il noleggio e la distribuzione del film è illegale in Italia) vedrete che i malvagi giudei sono vestiti in modo strano, hanno nasi adunchi e sono bassi e corpulenti ma non fanno niente di particolarmente strano. Eppure la costruzione della scena ve li rende ostili.

La costruzione del nemico attraverso stereotipi è tema classico nella comunicazione politica. In alcuni casi ha dato vita a veri e propri colossal (Scipione l’affricano) o a capolavori del cinema (l’Alexander Nevskiy di Ejzenštejn) a noi è toccato Brachino e mattina cinque.

Tuttavia dietro alla apparente scemenza dei calzini turchesi si possono intravedere i Kaffettani dei ghetti della civile europa degli anni ’20? Domanda di non facile risposta ma che per il solo fatto di porsela dimostra che il rischio di una involuzione della nostra Democrazia è possibile.

Ultimo fattore, forse il più evidente, la strutturazione della Lega Nord e la sua progressiva evoluzione (involuzione?) antidemocratica.

In questo trovo assurda la fascinazione della sinistra per le capacità organizzative e di radicamento territoriale della Lega, come se la caratteristica dell’essere un partito popolare fosse prerogativa dei soli eredi del PCI (o al massimo della DC).

Il fenomeno di radicamento territoriale della lega è in atto dagli anni ’90, così come la Lega è sempre stata un partito dal voto popolare. Ma ciò, storicamente, non è certo il presupposto per essere una costola del movimento operaio. A meno che non si consideri che costole del socialismo novecentesco furono il fondatore del fascismo italiano e il partito a cui si iscrisse il giovane Hitler. Il partito nazionalsocialista appunto.

Quello che inquieta è la presenza di posizioni apertamente xenofobe, di programmi che coniugano attenzione al sociale ed esclusione sociale. Che parlano di diritti per pochi appartenenti allo stesso gruppo dall’identità territoriale.

Messaggi che trovano spazio in un mondo che la globalizzazione rende ogni giorno più insicuro e più economicamente fragile per chi non ha mezzi e risorse per stare sulla cresta dell’onda.

Il leghismo appare dunque l’altra faccia della medaglia del Berlusconismo. Quest’ultimo ti promette almeno 5 minuti di successo e la garanzia che il tuo orticello (spesso abusivo) sopravviverà comunque. Il Leghismo ti promette che recinterà ben bene il tuo orticello e scaccerà i corvi (neri) che vogliono insidiarlo.

E’ in questo contesto, ogni giorno sempre più egemonico, che ci troviamo a muoverci e forse da questa battaglia culturale servirebbe ripartire.

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