Un giallo per raccontare la guerra a sinistra negli anni ‘80

È tornato, dopo “La provvidenza rossa” Lodovico Festa e il suo detective probiviro comunista Cavenaghi per un altro giallo ambientato nella Milano Rossa. È uscito dunque, sempre per Sellerio, “La confusione morale” ambientato questa volta nella Milano degli anni ’80, quella in cui il PCI litigava con Craxi a livello nazionale ma governava con i socialisti nella capitale lombarda con la giunta Tognoli (Bagnoli nel libro). Ed è proprio questa dualità, questa alterità del comunismo meneghino la vera protagonista della storia. Come nel primo libro o forse ancor di più, l’intreccio noir e poliziesco sono un pretesto. Ne la provvidenza rossa era il pretesto per raccontare il mondo parallelo dei comunisti milanesi rispetto ad una società “secolarizzata” che li escludeva e da cui si autoescludevano. In questa seconda opera l’alterità è tutta fra compagni: tra quelli che vorrebbero inseguire la modernità del riformismo craxista e quelli, romani in larga parte, che lo vogliono contrastare trascinati dalla “questione morale” che Berlinguer, appena scomparso nella narrazione, aveva lanciato. A differenza però del primo volume, l’autore qui prende decisamente parte, schierandosi con i riformisti milanesi, e nel farlo da un lato (anche per esigenze narrative) traccia confini tropo netti tra i due campi ma soprattutto, conoscendo come andranno i fatti (per sé e per il PCI) dà ai compagni riformisti doti di preveggenza un po‘ troppo ampie, soprattutto per quanto riguarda cosa sarebbe accaduto in URSS dopo il 1989. Eppure, il libro rimane godevole, proprio per l’analisi di quella frattura tra le due sinistre che si compì in quegli anni, e per come “mani pulite” sarebbe nato e sviluppatosi. Anche in questo caso, l’autore forza un po’ la mano, e traccia una linea troppo netta, un destino ineluttabile, alla saldatura tra ambienti della magistratura e una parte, importante, dell’apparato comunista. Quello che è del tutto assente è il giudizio sul PSI di quegli anni, lasciato troppo sullo sfondo, concedendo troppo alla tesi assolutoria del craxismo costretto a determinate azioni, politiche e non soltanto politiche. Altrettanto godibile è il fatto che i personaggi seppur mascherati da nomi fittizi siano altamente riconoscibili e credibili, nonostante qualche dialogo un po’ troppo protocollare; così come la ricostruzione dell’ambiente milanese rimane la parte migliore dello scrivere di Festa, insieme alla descrizione dell’urbanistica e dell’architettura milanese, che già si intravedeva nella prima opera. Meno accurato – come nota Giuliano Ferrara recensendo il libro su il Foglio – nel ricostruire le vicissitudini della sinistra milanese di quegli anni il fatto che per tutto il libro nessun comunista non scopi mai; col risultato che da un lato ci si assolve per l’aver peccato coi craxiani e contemporaneamente ci si assolve pure dai peccati della carne.

Articolo apparso su Cultura Commesibile n. 304 del 13 aprile 2019

La curiosità come metodo politico

Di Riccardo Conti sono stato orgogliosamente “nipotino indisciplinato” e non è dunque facile scriverne a meno di due anni della sua prematura scomparsa. Tuttavia la pubblicazione, a cura della sezione Toscana dell’INU, del numero monografico di Urbanistica e Dossier a lui dedicato merita di cacciare indietro il magone e provare a ragionare su Riccardo Conti nel suo fare urbanistica, che è poi anche il titolo della pubblicazione.

Il volume raccoglie scritti di chi con Riccardo condivise una stagione amministrativa e riformista, come la chiamava lui, irripetibile.  Intanto per il metodo, un incontro di sapienti e di politici, così inimmaginabile nella stagione dei “professoroni”, dell’inesperienza come valore, dell’università della vita. Erano anni in cui i Direttori generali dei vari assessorati della Regione Toscana non avrebbero sfigurato nelle cattedre dei migliori atenei del Paese e in cui, noi capi di gabinetto, temevamo il maglio del CTP del giovedì molto più della scure della giunta politica del lunedì. Nel volume c’è appunto il racconto di Mauro Grassi che ci fu rubato dalla Cultura proprio per approdare all’assessorato di Riccardo e con lui coordinare una squadra formidabile che avrebbe disegnato una Toscana capace non solo di preservarsi ma di svilupparsi.

Riccardo, cresciuto con la cultura onnivora di quelli per cui studiare era la prima forma di riscatto, declinava lo sviluppo territoriale come sviluppo economico, si ostinava a non vedere la terra che era stata della Galileo, del Pignone e della Piaggio a un’eterna Disneyland che consumava il suo passato o nella trasformazione in un Chiantishire fatto di vincoli ad ossimorum. La sua idea di progresso passava dalla città lineare da Firenze al mare, nell’alta capacità che univa Livorno a Rotterdam. C’era in lui un forse ingenuo sviluppismo, un mito di progresso che certo prevaleva su un ambientalismo da salotto, sull’immobilismo progressista che vedeva in una fabbrica di caravan un nemico di classe.

La Toscana di Riccardo era vigne a giropoggio, come aveva letto in Emilio Sereni, ma anche l’Arno Valley il cui poster era appeso nella sua stanza di vicepresidente della Provincia. Lo sguardo dritto e fiero nel futuro non lo abbandonava mai, ma era un futuro fatto sì di rispetto ambientale ma non certo di immobilismo luddista. A Riccardo piaceva il progresso e sognava riforme per sviluppare. Era felice la crescita per lui, mai il suo contrario.

Certo non fu semplice lavorare con Riccardo, rapportarsi con lui come ricorda il nostro Gianni Biagi anch’egli autore di uno scritto della monografia sui rapporti, talvolta burrascosi tra i piani regionali e quello comunale a cui forse un eccesso di critica da parte della Regione contribuì a far allungare il dibattito fino a che il vento che soffiava da Rignano ne decise la fine, più consona alla stagione nuova che rappresentava.

Ma il metodo di Riccardo era un metodo curioso, pedagogico. Intergenerazionale. Quanti giovani devono a Riccardo occasioni di confronto e crescita, opportunità di incarichi, tutti meritati, quanto meno per la qualità di quelli che ci sono succeduti. Ed ecco che è così bello leggere le pagine di Chiara Agnoletti, anche lei cresciuta alla scuola dei nipotini di Riccardo, mai geloso e sempre pronto a sorreggere anche quelli più riottosi di noi.

Quella stagione siamo certi non tornerà più e magari è meglio così, ma riappropriarsi di quel metodo, di quella curiosità, della mazzetta dei giornali esagerata sempre sotto il braccio di Riccardo, sarebbe oggi più che mai una necessità dell’agire politico.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” campeggiava in effige all’Ordine Nuovo gramsciano e Riccardo ne seguì fino all’ultimo il comando. Ricordarlo oggi continuando a studiare è il modo migliore per occuparsi del territorio, anche ferito, che ci circonda.

Articolo uscisto su Cultura Commestibile n. 298 del 2 marzo 2019.

Non avete da perdere che la vostra disuguaglianza

Un po’ a tutti è venuto il dubbio che per sortire dalle secche in cui è precipitata la sinistra, non solo italiana, congressi e beghe di partito non siano sufficienti figurarsi salvifici. Le dimensioni del tracollo, del distacco, denotano un cambio di fase che necessiterebbe di riflessioni ampie, di progetti politici che rimettessero in discussione gli ultimi 20 o 25 anni della sinistra, quanto meno di quella riformista che è statala spina dorsale del socialismo europeo dalla caduta del muro di Berlino.

Anche qui serve una prima distinzione: le tendenze più liberali o mercatiste di questa sinistra hanno trovato, o più correttamente stanno tendando, di trovare strade autonome: Macron in Francia, i liberali britannici, Calenda (forse) qui da noi; proseguono la strada di un governo della mondializzazione, banalizzando, continuando la terza via del riformismo degli anni ’90 del XX secolo che però pare essere proprio quello che l’elettorato europeo rifiuta come l’aglio i vampiri. La sinistra più radicale sembra invece rivolgersi al passato, riscoprendo un calore e una voglia di lottare che fanno piacere e potranno certamente tornare utili, ma appaiono guardare ancora più indietro nel tempo riproponendo ricette eticamente corrette ma in un contesto sociale e economico che non è in grado di accoglierle senza un mutamento complessivo, rivoluzionario si sarebbe detto un tempo.

Tra queste due tensioni ideali sembrerebbe necessario, almeno a chi scrive, trovare una strada diversa che non acconsentisse ai dogmi dell’economia mondiale di mercato ma che nemmeno implicasse come soluzione il ritorno a un eden socialdemocratico che non potrà tornare. In questo filone si colloca il manifesto di AG.I.R.E. , un gruppo di studiosi di cui fanno parte Maurizio Franzini, Elena Granaglia, Ruggero Palladini, Andrea Pezzoli, Michele Reitano e Vincenzo Visco e che si sono posti come obiettivo  dell’agire politico di un nuovo riformismo un nemico tosto come la disuguaglianza.

 Proprio come Keynes e i liberali britannici durante laseconda guerra mondiale immaginarono un mondo in cui l’economia di mercato dovesse essere temperata da azioni pubbliche che la regolassero e facessero godere i dividendi a quanti più cittadini possibile (certo anche per sopravvivere alla spinta del comunismo avanzante), il gruppo AG.I.R.E. immagina un mondo in cui redistribuire la ricchezza della rivoluzione informatica, ridefinire il ruolo di un governo pubblico (magari sovranazionale) non più mero regolatore e poter colmare il divario tra i primi sempre più primi e le masse sempre più ampie di ultimi.

Il volume è uno spunto interessante, seppur nella parte delle azioni politiche concrete sia piuttosto vago e poco incisivo, e cerca di  ridefinire alcuni parametri che parevano intoccabili (la globalizzazione buona e giusta, il mercato in grado di trovare da sé i correttivi, il pubblico come inevitabile fonte di sprechi e inefficienze) e di contrapporre argomenti al pensiero dominante degli ultimi 25 anni, in base al quale l’aumentare della disuguaglianza all’interno dei paesi “ricchi” sarebbe compensato dall’avvicinarsi dei paesi “poveri” a quelli ricchi con il conseguente aumento delle condizioni di vita dei più poveri di quei Paesi.

Altro aspetto interessante del volume è il mix di misure immaginate per combattere la disuguaglianza, intravedendo azioni macroeconomiche, cessioni di sovranità a organismi sovranazionali ma anche azioni di nudge economics applicabili a livello locale.

Insomma pur non ponendosi come un manifesto per la sola sinistra, il testo edito dal Laterza, appare in questi tempi bui come un piccolo faro di speranza, a patto si riescano a superare gli appassionanti dibattiti sugli inviti a cena, le ex stazioni ricolme di ego, il personalismo spinto e le scissioni di microrganismi politici che paiono essere, ad oggi, un delle poche ragioni di interesse dei gruppi dirigenti della sinistra italiana.

Articolo apparso sul  numero 283 del 3 novembre 2018 di www.culturacommestibile.com

La città e il lavoro che cambia

Pubblichiamo qui l’intervento tenuto il 21 settembre scorso all’incontro Firenze per il domani presso la Sala Spadolini del ristorante La Loggia di Firenze.

Nel nostro Paese il tema del lavoro, nonostante un po’ di decentramento tentato con la riforma del Titolo V della Costituzione, è per storia e prassi tema prettamente nazionale; e tuttavia è chiaro che l’organizzazione del lavoro influisce, tanto per dirne una, sull’organizzazione degli spazi della città mentre politiche di welfare determinano attrattività per capitali e lavoratori o al contrario respingono imprese e forza lavoro.

Come quindi ha influito e influisce il tema del lavoro sulla realtà di una città come Firenze? Si proverà qui a dare tre ambiti di riflessione sui quali poter impostare un discorso pubblico e un’ipotesi di città, partendo da tre linee di frattura, due già verificate e la terza in via di determinazione. Tre cesure che rappresentano altrettante distanze tra la sinistra riformista e una grande parte di quello che era il suo popolo, il suo elettorato.

La prima cesura è quella relativa al rapporto che in questi anni il centrosinistra, a Firenze come a livello nazionale ha avuto nel confronto del lavoro.

In questi anni, naturalmente a mio parere, l’aver concentrato larga parte della comunicazione sulle “eccellenze” ha finito per far sentire estranea larga parte dei lavoratori del Paese  (che molto spesso non hanno le condizioni per essere eccellenze né possono lavorare per una di queste) e questi hanno finito per non sentirsi parte del discorso pubblico del centrosinistra.

Brutalmente, pur capendone le ragioni (la ricerca dell’ottimismo e dell’esempio), si è parlato ad una platea amplissima mostrandogli esempi irraggiungibili, per le condizioni economiche e sociali del Paese o banalmente per una mera questione di tempo.

Porre come manifesto della imprenditoria della fase che si stava vivendo, per esempio, un imprenditore quale Farinetti, con la sua retorica del buono e bello nella produzione alimentare che messaggio ha dato a quell’imprenditore pugliese a cui una marca della grande distribuzione ha bloccato l’acquisto dell’intera produzione perché un grappolo, un solo singolo grappolo, di un intero pancale non era visivamente conforme?

E questo tipo di comunicazione è avvenuta anche a Firenze, anzi talvolta la nostra città ne è stata anticipatrice, dispiace dirlo. E questo ha vanificato anche le azioni politiche fatte o le politiche per il lavoro e i lavoratori che sono state intraprese in questo territorio ottenendo anche risultati.  Purtroppo però il discorso pubblico, certo per colpa anche dell’informazione sia chiaro, è ormai così compromesso che il 12 settembre scorso i giornali locali titolavano sulla bistecca patrimonio dell’umanità e non sulla rinascita della Seves.

Capisco che parlare di operai e facchini non sia eccitante come parlare con vinificatori, artisti o capitani di industria e che se la risposta è portarli a cena si va poco lontano, però questo tema, a mio avviso, è urgente e necessario. Per questi lavoratori la crisi non è mai finita e anzi, anche qui da noi, in alcuni casi rischia di iniziare ora.

La seconda cesura è una cesura fisica, materiale ed è più propriamente legata alla città e alle sue politiche. È questa una frattura che si determina visivamente nel territorio della città o meglio dell’area fiorentina.

Una mano anonima, ma non stolta, ha scritto a ragione, sui muri della facoltà di architettura qui a Firenze, la frase: “l’urbanistica è l’organizzazione capitalista dello spazio”; ecco partendo da questo assunto occorre ridefinire e determinare le scelte dello sviluppo della città, in questo caso della città metropolitana in base anche alla tipologia di sviluppo economico che si immagina per il territorio. A questo si lega lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei servizi.

È avvenuta, ed è ancora in corso invece, una frattura fra una città che produce e una che consuma la propria storia e ricchezza. In questo la scelta di non far attraversare il centro storico dalla tramvia, aldilà dei giudizi che si dà all’operazione, ha determinato una cesura e una compartimentazione economica fra la città che si nutre sul turismo e la città (vasta) che produce ricchezza sugli altri settori.

È questa una cesura che può essere invertita solo con una riflessione sulla contaminazione dei due ambiti, con una nuova politica che riporti residenza, lavoro e non rendita nel centro storico e che definisca che la vocazione produttiva dell’area fiorentina è anche altro rispetto all’attrazione turistica, lo sfruttamento delle proprie bellezze e una vetrina per multinazionali ed eccellenze.

Messe in questo contesto, per esempio, scelte infrastrutturali quali l’aeroporto, l’alta velocità o lo sviluppo urbanistico dell’area fiorentina troverebbero materia di confronto un po’ più seria delle beghe di campanile e probabilmente anche una qualche soluzione.

Infine la terza frattura è quella potenzialmente più rischiosa, quella che può divenire un canyon. È ormai in atto nel mondo un processo di robotizzazione del lavoro che, seppur da noi con qualche ritardo, vedrà drasticamente cambiare il rapporto con il lavoro. La robotizzazione del settore dei servizi, dalla logistica all’assistenza, comporterà una espulsione di forza lavoro con numeri previsti enormi. Stiamo parlando di forza lavoro non qualificata e, a causa delle politiche pensionistiche di questi anni, in buona parte di età avanzata. È un processo globale, che necessita probabilmente di politiche sovranazionali, ma che, è facile profetizzare, avrà ricadute sulle nostre città, col rischio di creare ulteriori ghetti, di alimentare paure e insicurezze. Servirebbe arrivare pronti all’appuntamento, pensando già da ora politiche, spazi e azioni per l’inclusione, la mixitè e il reimpiego di questi uomini.

Perché l’alternativa a una politica che include e non esclude è già in elaborazione. Salvo che da noi, per l’approssimazione dell’attuale classe di governo, la discussione sul reddito di cittadinanza è proprio funzionale a gestire questa (temo lunga) fase di transizione di masse di lavoratori non più impiegabili, attraverso un sussidio assistenziale pagato con una (minima) parte dei guadagni che arriveranno con l’efficientamento dovuto alle macchine.

In un bellissimo libro sulle intelligenze artificiali scritto dal direttore del laboratorio su queste ultime dell’università di Oxford, questo passaggio epocale è descritto paragonandolo a quanto accadde ai cavalli dopo la II rivoluzione industriale. Lascio a voi giudicare se questo passaggio sia o meno auspicabile.

Racconta il professor Bostrom che con la seconda rivoluzione industriale la popolazione di cavalli dell’occidente fu decimata. Non servivano più né per il lavoro dei campi, né per il trasporto delle merci, sostituiti da trattori, camion e treni. Però, ci dice speranzoso Bostrom, dopo qualche decina di anni la popolazione equina è ricominciata a crescere e di molto. Il cavallo da animale da lavoro è diventato animale da sport, compagnia, persino cura e le razze selezionate sono oggi più forti e prestanti.

Questo è uno degli scenari, perché non divenga l’unico scenario occorre immaginare fin da ora come passeremo dai cavalli da tiro ai cavalli da salto, immaginando che nessuno di noi pensi a un presente fatto di carne in scatola.

Articolo apparso sul numero 279 del 6 ottobre 2018 di Cultura Commestibile

L’antropologia della nuova destra esce dall’internet e conquista il potere

La vittoria di Trump può essere considerata un fatto episodico? Oppure può essere considerata una tappa di un percorso politico che investe Nord America ed Europa? O forse siamo di fronte all’invasione di campo, politico nel caso, di un processo culturale che è diventata (o sta diventando) egemone? Su quest’ultima teoria si applica Angela Nagle nel suo volume Kill al Normies, uscito recentemente per Zero Book.

Il volume non è una riflessione sistematica sulla filosofia dell’alt-right americana ma fornisce un primo spunto di ricerca in merito a fenomeni comunicativi e politici che hanno caratterizzato l’ascesa e la fortificazione di una nuova destra, sovversiva nei modi e, ora che ha acquisito il potere politico, anche nei fatti.

La Nagle, statunitense ma che insegna a Dublino, parte dalla rottura dell’utopia di internet degli anni ’90, primi duemila, che faceva il paio con il politically correct imperante dei Clinton e poi di Obama. L’internet che facendosi social media pareva essere una congiunzione tra popoli e culture, dava vita e voce a movimenti utopici come Occupy, un po’ come la terza via blairiana pareva poter addomesticare il mercato globale.

Invece quello che è successo, secondo la Nagle, che l’iperattivismo “buonista” è riuscito ad irritare masse di utenti dei vari social media che, usando strumenti tipici delle controculture libera degli anni ’70, ha finito per ribaltare i rapporti di forza, diventare egemone e alla fine eleggere persino il Presidente degli Stati Uniti.

E’ proprio il capitolo sull’egemonia, Gramscians of the alt-right, quello a parere di chi scrive più interessante del volume, con l’individuazione di come uno “spirito malvagio” è ben presto passato dal bullismo online, l’istigazione al suicidio, le shitstorm nei confronti di attivisti e celebrità liberal, alla conquista del potere vero e proprio. Una nuova destra alternativa però alla destra classica (da cui l’acronimo alt-right) che pur prendendo da una parte di questa, viene citato nel libro il discorso del conservatore Buchannan, temi e argomenti ne sovverte il discorso pubblico, si fa irriverente, sarcastica e grottesca, Violenta nei modi espressivi, rapida nelle forme di comunicazione, antagonista del sistema. Usa quindi tecniche e strategie di comunicazione e lotta politica che arrivano diritte dalla controcultura degli anni ’60, dalla new-left.

Conservatori lisergici che non hanno remore a manifestare le proprie contraddizioni, attivisti dichiaratamente gay che difendono il ruolo subordinato della donna nella società per esempio o il suprematismo bianco, e a individuare nemici in ogni campo, compreso il proprio. Non lesinano infatti critiche alla destra classica, chiamando gli esponenti cuckconservative, in una crasi tra la figura sessuale del cuckold e il conservatore.

Il libro, una sorta di fermo immagine del fenomeno, è chiaramente dedicato ai soli Stati Uniti ma come non vedere un disegno comune, punti di incontro con gli analoghi fenomeni che avvengono nel nostro continente e nel nostro Paese. Certo una differenza salta agli occhi, mentre negli Usa il fenomeno pare partire da basso e trovare lungo la strada dei newcomers che ne approfittano per una fulminea ascesa sociale e politica, nel vecchio continente accanto a questo fenomeno si assiste ad uno sfruttamento da parte di un pezzo della destra più radicale della temperie in atto. Di sicuro accomunano le due sponde dell’oceano l’incapacità dei gruppi dirigenti classici, sia di destra che di sinistra di arginare e combattere il fenomeno.

Certo il libro non si pone l’obiettivo di trovare una “cura” a questa deriva ma l’autrice nelle pagine finali prova comunque a suggerire una strada: “instead of pathetically tryng to speak the language of this new right by tryng to ‘troll the trolls’ or to mimic its online culture, we should take the opportunity to reject something much deeper that it is reaveling to us”. Non sarà probabilmente l’unica proposta risolutrice ma potrebbe essere un buon inizio.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.276 del 15 settembre 2018

Troppo poco e troppo tardi. Una lettura del manifesto Calenda

Non c’è dubbio che Carlo Calenda sia stato capace di costruirsi un ruolo e una visibilità da personaggio politico nazionale in un tempo relativamente breve, così come indubbie sono le capacità di comunicazione e dialettiche dell’ex ministro. In pochissimo tempo Calenda è diventato, forse insieme al solo Minniti, il volto pubblico del governo Gentiloni: infaticabile sui social non si è risparmiato nel dialogo coi cittadini e nelle polemiche molto spesso con esponenti del PD, Michele Emiliano su tutti. Iscrittosi, direttamente alla Direzione del Partito, al PD dopo la batosta elettorale ne è in breve diventato uno degli esponenti più in vista del partito in disfacimento ponendosi come alternativa renziente al renzismo diroccato (e per ciò inviso a Renzi e ai suoi accoliti). Da questa posizione ha iniziato a maturare pose da padre fondatore e, con indubbio merito e capacità, iniziato a proporre ricette che mercoledì scorso hanno dato vita a una specie di manifesto programmatico pubblicato su il Foglio.

Torneremo poi sulla scelta della testata, partiamo invece dai contenuti. Il manifesto dopo una non breve analisi delle colpe dei progressisti nel tentare di governare la prima globalizzazione e nel configurare un plausibile scenario, lacrime e sangue, di fine del lavoro tradizionale (scenario che ça va sans dire vedrebbe l’Italia messa peggio di quasi tutti i Paesi occidentali) ne evidenzia il rischio, da noi passato ormai dalla potenza all’essere, di una crisi profonda, forse irreversibile, della democrazia liberale. Per impedire del tutto questo scenario, ci dice Calenda, occorre andare oltre la rappresentanza di classe e dunque al “semplice” campo progressista dando vita ad una Alleanza repubblicana.

Tuttavia quello di Calenda non è un cartello elettorale o un fronte di resistenza temporaneo ma un vero e proprio patto politico che si fonda su una comunanza di alcuni temi, a sua scelta verrebbe da dire. Vediamo quali: in primis la sicurezza economica, intesa come adesione all’Euro e al sistema europeo, proseguendo con il “piano Minniti” per fermare gli sbarchi e proteggendo gli sconfitti rafforzando strumenti come il reddito di inclusione.

Naturalmente senza dimenticare i “vincenti”, garantendo loro infrastrutture materiali e immateriali, formazione e competitività, passando poi dal ribadire l’Europa come idea guida e dal combattere l’analfabetismo funzionale.

Tutte cose buone e giuste sia chiaro, difficile per chi non si dichiari oggi sovranista e populista non dirsi d’accordo; tuttavia col limite di presentare un minimo comun denominatore per un cartello elettorale e non certo un programma di governo per una alleanza all’altezza delle premesse di difendere la democrazia come l’abbiamo conosciuta nell’occidente da settant’anni a questa parte.

Se la socialdemocrazia ha fallito nella sua elaborazione degli anni ’90 del XX secolo nel pensare di poter governare la globalizzazione come tutti ormai tendono a dire (anche se il dibattito forse avrebbe bisogno di altro respiro, o almeno di un setaccio che non gettasse Amartya Sen insieme a Tony Blair), pensare di rifondare un pensiero progressista su questi punti ha il fiato corto prima ancora di mettersi in marcia.

Certo nemmeno Marx è partito da il Capitale ma qui manca l’accuratezza e la pesantezza almeno dei grundgrisse, il terreno utopico che è in grado di dare la dimensione del sogno, del riscatto se non per sé almeno per la nostra prole. E se non ripartiamo dal riscatto a partire dagli ultimi (ché chiamarli sconfitti come li chiama Calenda non da’ proprio un’idea di ottimismo), da una idea di speranza, come si può pensare di sconfiggere l’egemonia culturale della paura che oggi ha fatto trovare casa agli ultimi, insegnando a questi a odiare quelli ancora più ultimi?

Questo sui contenuti, ma che dire sulla proposta politica che traspare dal manifesto di Calenda? Che cultura politica rappresenta l’ex ministro? Ecco a mio avviso siamo di fronte a un riformismo elitario, espressione ennesima della borghesia illuminata, intellettuale e colta. Quella classe che di volta in volta ha dato vita a felici famiglie politiche e negli ultimi anni si è presentata come il volto tecnico della politica.

Ecco su questo occorrerà forse aprire una parentesi. E’ talmente introiettata in noi la cultura della politica come degenerazione, almeno dalla nefasta stagione apertasi nel 1992, che larga parte dei gruppi dirigenti del Paese ha visto con piacere e rassicurazione l’idea che siano dei tecnici a guidarci, senza comprendere che la tecnica andava sì invocata e ricercata ma non nella capacità di essere bravi direttori generali, ma nel formare tecnicalità della politica, che non sarà un’arte forse ma è di certo mestiere, inteso qui nel senso arcaico e artigiano del termine.

Siamo dunque arrivati al punto che non ci sogneremo mai di far riparare il nostro impianto elettrico di casa da un pescivendolo ma non ci poniamo il problema che chi ci governa abbia o meno il mestiere di governare tra le sue capacità; stupendoci poi se questa sfiducia nelle elites si trasla poi nei confronti degli scienziati e dei medici.

Insomma il tecnico di per sé non è salvifico e pure Calenda rischia la fine di Monti e Dini, pur non augurandogliela. Sì perché il suo è un liberalismo temperato da un po’ (invero poca) di socialdemocrazia e molto paternalismo: un partito d’azione senza il dirigismo, con meno dottrina sociale e qualche riflessione utopistica in meno.

Culture politiche che in questo paese mai hanno saputo raggiungere un popolo come invece avrebbe bisogno la sinistra oggi dove la sua estinzione non è tema da escludere a priori. Invece vedo in Calenda il ripetersi di vecchi errori, di quello che un tempo avremmo chiamato il problema del rapporto con le masse, escluso quasi a priori da queste culture politiche in virtù di una fede deterministica nella capacità del popolo di comprendere che chi sa lo guiderà al meglio. Paternalismo per l’appunto.

Infine, in questo solco, un’ultima riflessione sul mezzo scelto. Come è noto il mezzo non è mai neutro ma quasi sempre predefinisce e determina il fine. Se il tema è ridare speranza, agibilità e voti al popolo di sinistra, far pubblicare il proprio manifesto su il Foglio (sia detto da affezionato lettore seppur orfano della direzione di Giuliano Ferrara) quanto meno non rappresenta un inizio brillante.

Il rischio, riassumendo, è che si avesse l’ambizione di cambiare il mondo e ci si accorga che al massimo si potrà ambire ad un patto elettorale con Forza Italia. Il patto degli sconfitti peraltro; non proprio un augurio di buon lavoro.

Articolo apparso sul numero 269 del 30 giugno 2018 di CulturaCommestibile.

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR

La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano[1], concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante.

In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso[2]. L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico.

Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale.

Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt[3]: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani.

Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto[4].

Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto.

Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo.

Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista.

Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economica del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso.

Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD.

D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki[5], i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli.

Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 235 del 21 ottobre 2017

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[1] L’occasione sprecata della Legge Fiano in Cultura Commestibile n.230del 16 settembre 2017

[2] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy?mbid=social_facebook

[3] http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_22/via-l-ultimo-monumento-duce-coperto-una-frase-ahrendt-bolzano-00aabeea-e0b5-11e6-a64d-bf022321506f.shtml

[4] Paolo Nicoloso, “Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista”, Einaudi, Torino, 2008.

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

Neanche il riformismo è un pranzo di gala

I rivoluzionari del XX secolo venivano spronati dalla propaganda dei partiti afferenti alla III internazionale ad essere due volte migliori dei capitalisti che si proponevano di abbattere. La tesi era che l’avanguardia rivoluzionaria avrebbe, col proprio esempio, fatto prendere coscienza al proletariato fino al suo riscatto.

Qui in Italia i gruppi che diedero vita a Livorno al PCdI si affermarono intorno a due riviste, il Soviet di Bordiga e l’Ordine Nuovo dei “torinesi” Gramsci, Togliatti, Tasca, Terracini e altri. Due riviste di cultura, in cui, soprattutto sull’Ordine Nuovo, i temi dell’organizzazione del nuovo stato sovietico e socialista erano trattati e approfonditi ben oltre lo slogan “faremo come in Russia”. Anzi è proprio in quegli anni che nasce la necessità di uno specifico italiano nella costruzione del socialismo, che poi Gramsci approfondirà nei Quaderni e Togliatti svilupperà, certo anche tatticamente, nella via italiana al socialismo del secondo dopoguerra.

Studiare, confrontarsi, migliorarsi era la regola. D’altra parte Angelo Tasca, per convincere un giovane e timido Antonio Gramsci ad unirsi alle loro riunioni gli fece dono di un volume di Guerra e Pace con la seguente dedica “Al compagno di studi, oggi, al mio compagno di battaglia, spero, domani”; mentre il motto che campeggiava in prima pagina de L’Ordine Nuovo era “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

Un imprinting che ha segnato fortemente non solo il PCI ma più in generale tutto il movimento operaio e progressista italiano. Basti pensare ai sindaci del dopoguerra, quella generazione fatta anche di operai come Fabiani a Firenze, quella in cui “la maestà del popolo governava” come scrisse Neruda nei versi dedicati proprio al primo cittadino di Firenze, che si misurarono con uno Stato in cui le persistenze e le continuità con il regime liberale ma soprattutto fascista erano fortissime e invasive oltre ogni immaginazione. Eppure passo dopo passo modificarono le cose e governarono, come dopo di loro la generazione di amministratori della seconda metà degli anni settanta, che ancor di più scardinarono a livello amministrativo un Paese già profondamente cambiato culturalmente e socialmente. Lo cambiarono in presenza e in reazione ad un attacco allo Stato che proveniva sia dai teorici della rivoluzione che da quelli della reazione, facendo prevalere un senso delle istituzioni di cui gioverà il paese nei momenti bui e confusi dei primi novanta culminati però con la deviazione, purtroppo ampia e tragica, della degenerazione giustizialista e l’avvio della stagione del populismo in politica.

Vi è dunque un portato storico, una prassi, comune alla sinistra ma anche ben presente nella tradizione democratica cristiana (la maggior parte dei dirigenti storici della DC proveniva da cattedre universitarie) di coincidenza di cultura e impegno politico, di consapevolezza che il cambiamento per esser tale avrebbe dovuto sempre confrontarsi con resistenze anche tecnico amministrative.

Oggi, la banalizzazione della narrazione pare aver sottovalutato se non dimenticato questo, cruciale, aspetto. Non è un problema di sola comunicazione. O meglio, la comunicazione è l’epifenomeno di un modo di pensare e agire. Dietro alla banalizzazione degli oppositori (non tanto quelli politici ma quelli che siedono nei gangli del potere) in gufi, rosiconi e professoroni, non risiede soltanto un impeto da “rivoluzione culturale” maoista, ma una profonda sottovalutazione del loro potere o, molto più probabilmente, una terribile sopravvalutazione del proprio potere come classe politica.

Della stagione del primo renzismo, in attesa di capire se ve ne sarà un secondo, sul piano delle realizzazioni materiali del proprio riformismo, così tanto sbandierato, molto rimarrà come un incompiuto. Non tanto perché l’esito referendario ha interrotto l’esperienza del governo Renzi, ma perché molte delle riforme hanno cozzato con la verifica tecnico amministrativa di altri organi dello Stato.

La riforma della pubblica amministrazione, bocciata in parti consistenti dalla Consulta, la legge elettorale che ha subito medesima sorte, buon ultimo il TAR che ha censurato la Riforma dei Beni Culturali del ministro Franceschini. A questo possiamo aggiungere gli errori, marchiani e palesi, del nuovo Codice degli Appalti, che hanno generato numerosi rilievi del Consiglio di Stato.

Rilievi che hanno a loro volta dato avvio alla figuraccia della riforma (a parere di chi scrive sacrosanta) dei poteri abnormi dell’ANAC approvata dal Consiglio dei Ministri all’insaputa del consiglio stesso.

Errori che sono stati quasi sempre imputati alla irruenza e alla fretta riformatrice della passata stagione del governo o, dagli stessi protagonisti, a nemici esterni, spesso identificati come parrucconi dell’ancient regime.

Probabilmente c’è del vero nella seconda affermazione e a leggere, uno dietro all’altro, i tre cognomi della giudice che ha formulato la sentenza del TAR sulla riforma Franceschini, questa tesi si può pure rafforzare, se ci è concessa un po’ di ironia.

Tuttavia proprio se questa tesi fosse vera, ancora di più emergerebbe il limite politico di quella stagione di governo. Sottovalutare il proprio avversario è infatti molto spesso il primo passo verso una sconfitta certa. Anche la risposta “la prossima volta cambieremo prima il TAR del resto” ha più un valore propagandistico che reale.

Perché il punto anche se si decide di cambiare il TAR (anzi soprattutto se si decide di cambiare il TAR) è cambiarlo bene, in modo formalmente e sostanzialmente perfetto, a meno che non si intenda cambiarlo attraverso un sovvertimento violento dell’ordine costituito.

Ecco dunque che all’approssimarsi dell’ennesima campagna elettorale in cui il segretario del PD, continuerà con la litania delle prossime riforme che metterà in campo qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, la differenza potrà farla soltanto se si soffermerà sul fatto che, al netto degli argomenti scelti, le prossime riforme si impegnerà a farle bene.

Certo questo impone di scegliere i capaci al posto di fedeli, cosa che finora è parsa più difficile dello scrivere le riforme correttamente.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 220 del 3 giugno 2017

Il sindacato di Grillo

La fine dell’intermediazione sindacale proposta dai grillini rischia di essere qualcosa di peggio dello slogan seppur minaccioso apparso sui quotidiani in queste settimane.

E’ infatti apparso sul sacro blog il secondo punto del programma del lavoro del movimento cinque stelle, che non elimina l’intermediazione sindacale, ma la declina in modo grillino e di fatto la trasforma. Per sintetizzare il programma grillino non prevede la fine dei sindacati tout court ma la fine dei sindacati confederali.

Il punto infatti messo alla votazione del blog è la possibilità da parte dei lavoratori di eleggere le proprie rappresentanze sindacali anche di al di fuori delle sigle che abbiano firmato accordi con la controparte datoriale (a livello nazionale, territoriale o aziendale).

Di fatto questo significa legittimare e sdoganare il fenomeno delle sigle sindacali autonome (Cobas, Usb, ecc…) all’interno di fabbriche e luoghi di lavoro, indipendentemente dalla loro capacità negoziale ma soltanto in funzione della loro capacità di interdizione e di protesta.

E’ evidente che il fenomeno Cobas non può oggi essere trattato col solo approccio “normativo” appellandosi all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori e alle sue successive interpretazioni. Intanto perché questo approccio è stato smentito dalle stesse categorie sindacali confederali quando ad essere escluse dalle fabbriche erano loro stesse. E’ il caso della FIOM contro la Fiat di Marchionne che ha portato il tema in Corte Costituzione. La suprema corte infatti, dando ragione alla sigla di Landini, ha di fatto reso vana la modifica all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori, voluta proprio anche dalle sigle sindacali con un referendum, per arginare il fenomeno delle sigle sindacali autonome.

Vi è poi il tema dell’analisi concreta del fatto concreto, per dirla con il compagno Lenin, cioè del fatto che in interi settori o in alcune aree geografiche le forze sindacali autonome rappresentano l’unica controparte che si trova nei luoghi di lavoro. Penso ad esempio al settore della logistica nel nord Italia.

Dunque il tema esiste ma la risposta grillina è una risposta possibile o che migliora le cose? La fine o la trasformazione della intermediazione sindacale non è un tema nuovo. Una larga parte delle associazioni datoriali hanno in questi anni, più o meno inconsciamente, teorizzato una riduzione se non un azzeramento del fattore politico, generale, nelle trattative sindacali. L’accentuazione portata sulla contrattazione decentrata rispetto ai contratti collettivi nazionali ha, tra gli altri aspetti, anche quello di eliminare il generale rispetto al particulare dell’azienda o addirittura del singolo stabilimento.

Non appaia strano che questo approccio non dispiaccia ad alcune delle sigle sindacali autonome che si professano all’arco opposto delle forze datoriali. Per scopi diversi anche le sigle autonome ambiscono alla fine della componente confederale della rappresentanza sindacale e alla gestione del conflitto nell’ambito aziendale o al massimo settoriale.

Non sfugga poi che tale situazione ha responsabilità sindacali, naturalmente. Da un lato l’eccesso del ricorso ai tavoli politici da parte delle sigle confederali su molte, troppe vertenze aziendali (complici naturalmente le aziende che in questi anni, pur professandosi liberiste, non hanno lasciato cadere nessuna opportunità di socializzare le perdite), dall’altro lato una lentezza congenita nel comprendere e adattarsi alle mutate condizioni lavorative e sociali (in buona compagnia sia chiaro di tutto il Paese).

La mossa dei cinque stelle dunque va in due direzioni, contrarie ma che tatticamente potrebbero convergere, come spesso accade a quel movimento politico. Da un lato accreditarsi come soggetto rappresentativo delle istanze dei sindacati di base, pur non ponendosi con essi come “cinghia di trasmissione”; un semplice veicolo, un compagno di strada, del sindacalismo di base. Una possibilità rappresentata dalla presenza, sempre sul blog di Grillo a supporto del tema messo in votazione, di un video messaggio di Giorgio Cremaschi, ex Fiom uscito a sinistra dalla CGIL anche in disaccordo con il sindacato di Corso Italia proprio sui temi del rapporto col sindacalismo di base.

Accanto a questo però, il tema sollevato dai grillini, strizza l’occhio a tutti quegli imprenditori convinti che un sindacato confederale debole sia preferibile all’attuale stato delle relazioni industriali e che la conflittualità del sindacalismo di base sia arginabile (o estinguibile) o comunque sia localizzata in settori marginali per le forze produttive del Paese.

Il tema quindi chiederebbe qualcosa di più dell’attenzione ad un titolo ma l’apertura di una riflessione più ampia e complessa sul tema dei corpi intermedi come funzioni di base, mattoni, di una democrazia economica compiuta che supera il concetto basilare della rivendicazione puntuale per dare diritti e dignità generali ai lavoratori e alle imprese.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.213 del 15 aprile 2017