Il sindacato di Grillo

La fine dell’intermediazione sindacale proposta dai grillini rischia di essere qualcosa di peggio dello slogan seppur minaccioso apparso sui quotidiani in queste settimane.

E’ infatti apparso sul sacro blog il secondo punto del programma del lavoro del movimento cinque stelle, che non elimina l’intermediazione sindacale, ma la declina in modo grillino e di fatto la trasforma. Per sintetizzare il programma grillino non prevede la fine dei sindacati tout court ma la fine dei sindacati confederali.

Il punto infatti messo alla votazione del blog è la possibilità da parte dei lavoratori di eleggere le proprie rappresentanze sindacali anche di al di fuori delle sigle che abbiano firmato accordi con la controparte datoriale (a livello nazionale, territoriale o aziendale).

Di fatto questo significa legittimare e sdoganare il fenomeno delle sigle sindacali autonome (Cobas, Usb, ecc…) all’interno di fabbriche e luoghi di lavoro, indipendentemente dalla loro capacità negoziale ma soltanto in funzione della loro capacità di interdizione e di protesta.

E’ evidente che il fenomeno Cobas non può oggi essere trattato col solo approccio “normativo” appellandosi all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori e alle sue successive interpretazioni. Intanto perché questo approccio è stato smentito dalle stesse categorie sindacali confederali quando ad essere escluse dalle fabbriche erano loro stesse. E’ il caso della FIOM contro la Fiat di Marchionne che ha portato il tema in Corte Costituzione. La suprema corte infatti, dando ragione alla sigla di Landini, ha di fatto reso vana la modifica all’art.19 dello Statuto dei Lavoratori, voluta proprio anche dalle sigle sindacali con un referendum, per arginare il fenomeno delle sigle sindacali autonome.

Vi è poi il tema dell’analisi concreta del fatto concreto, per dirla con il compagno Lenin, cioè del fatto che in interi settori o in alcune aree geografiche le forze sindacali autonome rappresentano l’unica controparte che si trova nei luoghi di lavoro. Penso ad esempio al settore della logistica nel nord Italia.

Dunque il tema esiste ma la risposta grillina è una risposta possibile o che migliora le cose? La fine o la trasformazione della intermediazione sindacale non è un tema nuovo. Una larga parte delle associazioni datoriali hanno in questi anni, più o meno inconsciamente, teorizzato una riduzione se non un azzeramento del fattore politico, generale, nelle trattative sindacali. L’accentuazione portata sulla contrattazione decentrata rispetto ai contratti collettivi nazionali ha, tra gli altri aspetti, anche quello di eliminare il generale rispetto al particulare dell’azienda o addirittura del singolo stabilimento.

Non appaia strano che questo approccio non dispiaccia ad alcune delle sigle sindacali autonome che si professano all’arco opposto delle forze datoriali. Per scopi diversi anche le sigle autonome ambiscono alla fine della componente confederale della rappresentanza sindacale e alla gestione del conflitto nell’ambito aziendale o al massimo settoriale.

Non sfugga poi che tale situazione ha responsabilità sindacali, naturalmente. Da un lato l’eccesso del ricorso ai tavoli politici da parte delle sigle confederali su molte, troppe vertenze aziendali (complici naturalmente le aziende che in questi anni, pur professandosi liberiste, non hanno lasciato cadere nessuna opportunità di socializzare le perdite), dall’altro lato una lentezza congenita nel comprendere e adattarsi alle mutate condizioni lavorative e sociali (in buona compagnia sia chiaro di tutto il Paese).

La mossa dei cinque stelle dunque va in due direzioni, contrarie ma che tatticamente potrebbero convergere, come spesso accade a quel movimento politico. Da un lato accreditarsi come soggetto rappresentativo delle istanze dei sindacati di base, pur non ponendosi con essi come “cinghia di trasmissione”; un semplice veicolo, un compagno di strada, del sindacalismo di base. Una possibilità rappresentata dalla presenza, sempre sul blog di Grillo a supporto del tema messo in votazione, di un video messaggio di Giorgio Cremaschi, ex Fiom uscito a sinistra dalla CGIL anche in disaccordo con il sindacato di Corso Italia proprio sui temi del rapporto col sindacalismo di base.

Accanto a questo però, il tema sollevato dai grillini, strizza l’occhio a tutti quegli imprenditori convinti che un sindacato confederale debole sia preferibile all’attuale stato delle relazioni industriali e che la conflittualità del sindacalismo di base sia arginabile (o estinguibile) o comunque sia localizzata in settori marginali per le forze produttive del Paese.

Il tema quindi chiederebbe qualcosa di più dell’attenzione ad un titolo ma l’apertura di una riflessione più ampia e complessa sul tema dei corpi intermedi come funzioni di base, mattoni, di una democrazia economica compiuta che supera il concetto basilare della rivendicazione puntuale per dare diritti e dignità generali ai lavoratori e alle imprese.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.213 del 15 aprile 2017

E se il proporzionale non fosse una connerie?

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Qui da noi il dibattito sul proporzionale non è neanche iniziato che già finisce nella solita caciara elettorale o al massimo nella nostalgia della prima repubblica; e se invece tale dibattito fosse il possibile preludio a una nuova repubblica? La sesta in particolare. Sì perché è di Francia che andremo a parlare: Paese che per anni è stato modello dei maggioritari di casa nostra, troppo spaventati del maggioritario secco anglosassone, così attratti da quel doppio turno capace, sulla carta, di conciliare partiti strutturati e individualità. Dalla Francia viene infatti un volume di Daniel Cohn-Bendit e Hervé Algalarrondo dal titolo significativo Et si on arrêtait les conneries? (E se la smettessimo con le cazzate? Fayard 2016) in cui i due autori (uno leader del maggio ’68 poi europeista e ambientalista, l’altro intellettuale di sinistra) argomentano la tesi che il maggioritario ha ormai condannato la Francia a governi di minoranza e dunque all’impotenza politica. La necessità di riunire le forze al secondo turno di ballottaggio infatti ha fatto sì che da un lato l’astensionismo, dall’altro il bisogno di fare fronte comune contro il nemico, hanno portato all’Eliseo (ma anche alla guida delle città e nei seggi parlamentari) politici che non godono, una volta al potere, che di scarso consenso elettorale e che quindi la Piazza, nel caso di governi gollisti, o i gruppi di pressione, nel caso dei governi socialisti, impediscono il dispiegarsi pieno dell’azione di governo e delle riforme necessarie. Certo non è stato sempre così, il momento di rottura, individuato nel libro, è la riforma del 2002 che ha fatto coincidere la durata del Presidente della Repubblica con quella del Parlamento, portando la presidenza da 7 a 5 anni. Tale riforma pensata per impedire la coabitazione tra un Presidente di un colore e una maggioranza di segno opposto, dunque per garantire la fatidica governabilità, si è invece rivelata come la vera azzoppartice della capacità di governo francese. D’altra parte l’eterogenesi dei fini è un male piuttosto conosciuto quando si vanno a modificare i meccanismi di garanzia, quelli che gli americani chiamano check and balance. In più, aggiungono gli autori, la prossima sfida presidenziale del 2017 vedrà peggiorare la situazione a causa dell’ascesa della Le Pen. La possibilità ormai concreta che la leader populista acceda al ballottaggio a causa di un voto massiccio (a differenza del padre che ci si ritrovò più per le divisioni della sinistra che per meriti propri) porterà l’avversario che la sfiderà (sia esso di centro destra o di centro sinistra) a chiamare un nuovo rassemblement pour la Répubblique che però avrà la durata del ballottaggio ma non avrà la forma di un susseguente governo di unità nazionale (dunque realmente maggioritario nel Paese). E’ quello che è accaduto alle elezioni regionali dove, nonostante il FN sia il primo partito del Paese, non ha eletto nessun presidente di Regione, bloccato da alleanze elettorali che non si sono mai trasformate in alleanze di governo, non impedendo così all’elettorato del fronte popolare di ridursi ma anzi facendone aumentare i consensi proprio a causa dell’inazione governativa. Casi diversi si sono avuti invece in alcuni comuni, tra i quali Bordeaux, governata da uno dei possibili competitor del 2017, il centrista Alain Juppé garantendo invece una governabilità e un consenso ampio.

Ma quale modello alternativo propongono i due autori per smetterla con le conneries di governi minoritari? Per prima cosa i due oltrepassano il Reno e ci raccontano che nella florida Germania, motore dell’economia europea e modello di stabilità politica, il non aver mai ceduto alle lusinghe della governabilità ha garantito crescita, consenso e lo sviluppo di una leadership, interna ed esterna, all’ascesa di una premier forte e riconosciuta come la Merkel (incommensurabilmente più potente di qualunque Sarkozy o Hollande). Dunque il proporzionale come primo vero strumento per ridare rappresentanza al consenso del Paese. Questa la prima gamba del progetto, la seconda invece, sempre sul modello tedesco, è la fine dell’ostracismo verso i governi di coabitazione tra destra e sinistra, gli unici, secondo gli autori, in grado di garantire il rispetto della vera maggioranza politica del Paese, bloccare su basi politiche e non tecniche i populismi e costruire una vera e nuova classe dirigente, improntata sul rispetto reciproco. Dunque questo significherà la fine di destra e sinistra? Tutt’altro. In Germania nessuno ritiene il programma elettorale della CDU-CSU sovrapponibile a quello della SPD, ma proprio a partire da quelle differenze hanno saputo mettersi insieme, conclusa la campagna elettorale, per il bene del Paese. Per i due autori il governo di coalizione non deve essere il modello unico possibile, ma nemmeno essere una possibilità da escludere a priori e anzi, nella situazione attuale della Francia, uno dei pochi in grado di garantire la governabilità e persino la nascita di un leader forte e autorevole, capace di drenare consenso ai populismi montanti. Insomma anche il mito dell’uomo forte, del capo, che è tale in base alla tecnicalità elettorale e non grazie al consenso è ormai giunto al termine e proprio nella patria di De Gaulle e Mitterrand. Premessa non piccola a tutto questo, pensando soprattutto ai nostri governi di larga coalizione, è che la campagna elettorale prima o poi termini e che l’obiettivo di tali governi non sia la maggioranza tecnica minima per sopravvivere in Parlamento ma una raccolta di forze largamente maggioritarie nel Paese. Il libro certo, è scritto prima della stagione degli attacchi terroristici che hanno colpito la Francia e non tiene pienamente conto delle difficoltà della grosse koalition tedesca ad arginare il populismo in Germania; elementi questi, probabilmente, che concorreranno a rendere ancora più inverosimile la proposta dei due autori che, se avessero ragione e non fosse accolta la loro idea, porterebbe la Le Pen all’Eliseo non nel 2017 ma inevitabilmente nel 2022.

Aldilà della condivisione delle tesi contenute, il libro non è una provocazione politica se non nel titolo ma una riflessione improntata al lungo periodo (cosa talmente rara ormai da rendercelo caro solo per questo) e assolutamente non di parte. Più in generale quello che mettono in discussione i due autori, trovando quindi un senso anche per noi italiani, è la fine del mito della governabilità a tutti i costi. Il mantra degli ultimi 25 anni, al cui altare abbiamo sacrificato quasi tutte le istituzioni, elevato al potere uomini forti che si sono rivelati (e si rivelano) terribilmente deboli al momento di trasformare le lusinghe elettorali in azioni di governo. Forse questo libro, il dibattito sul proporzionale nato in questi anni Inghilterra, e altri movimenti che da sotterranei diventano via via più evidenti fanno preannunciare una nuova stagione politica continentale che riporti in auge i parlamenti, le assemblee, piuttosto che i governi forti, che forti non sono stati affatto. In tale contesto, il nostro Paese, potrebbe scontare l’ennesimo ritardo decennale visto l’attuale dibattito sulla riforma costituzionale (comprensivo delle non proposte del fronte del No) tutta incentrata sulla governabilità e sulla frase ad effetto di “conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà”. I cugini francesi ci suggeriscono invece la virtù della pazienza, di attendere pure qualche ora, se questa ora in più dovesse significare la garanzia di un governo davvero efficace e realmente rappresentativo della maggioranza del Paese. Ecco quindi che la discussione sul proporzionale potrebbe avere qui da noi un altro senso, non nostalgico ma anzi di prospettiva e non stupisce che questa apertura venga da Berlusconi. Il libro oggetto di questo articolo fu infatti recensito con largo plauso, da Giuliano Ferrara sulla prima pagina de il Foglio. Un Ferrara che a differenza del suo successore alla guida di quel giornale (il quale aspirerebbe ad esser per Renzi ciò che Ferrara è per Berlusconi, non capendo la differenza abissale tra i due in quanto a capacità di farsi consigliare da altri) continua ad essere consigliere scomodo ma ascoltato. Con la speranza che tutti quanti la smettano con le conneries, naturalmente.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.186 del 24 settembre 2016.

Lo spazio a sinistra

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Molto probabilmente avrei potuto esimermi dall’analisi del voto del primo turno delle amministrative, ma visto che gli amici de l’argine sono così carini da ospitarmi ho provato a trovare un punto di vista diverso. Se vi va lo trovate qui

Una buona comunicazione e un canale.

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Ormai le pagine web paiono (qui da noi) finite. Tutto è social. Dall’informazione, al customer care, tutto è rarefatto, temporaneo, breve. Tutto dura il tempo di un tweet presto scordato. Un modello paradossale dove l’ultramoderno convive con i fax, le carte da bollo. Stesso speculare modello di (scarsa) partecipazione e diffusione delle informazione e di conseguenza alle scelte. Un tema enorme che ha a che fare sul dibattito sul populismo (ormai tutto è populismo persino i populisti che rinfacciano agli avversari di essere populisti), sulla qualità delle nostre democrazie e più in generale sul diritto alla conoscenza.

Ancora più in generale il tema dell’approfondire le notizie pare ormai fuori moda. I giornali online calcolano i tempi di lettura dei propri articoli, i direttori di giornali chiedono ai propri redattori di considerare la soglia di attenzione dei lettori al pari di quella di un dodicenne (quando va bene). Tutto è rapido, leggero, etereo. Buono per durare il tempo di una mezza giornata.

Quindi quando ti imbatti in qualcosa di diverso, di approfondito senza essere pesante, ti senti rinfrancato. A me è capitato girellando sul sito della città di Parigi. Una città che è tante cose ma anche un luogo in cui la gente vive con gli stessi, più o meno, problemi di qui. Compresi i lavori pubblici. Capita quindi che uno dei luoghi a me più cari, il canale  Saint-Martin, debba essere completamente svuotato per manutenzione.

Un lavoro lungo, tre mesi, complesso ma indispensabile che toglierà a molti uno dei luoghi preferiti per passeggiate e ad altri una via d’acqua utilizzata come comunicazione o via di trasporto. Ecco che il comune crea una sezione di informazione sui lavori, scritta bene, in modo semplice, con capitoli ben chiari in cui spiega, mostrandoti pure l’avanzamento nella lettura del capitoletto, tempi, necessità dei lavori, modalità di esecuzione. Persino come salvaguarderanno i pesci presenti nei canali (tranquilli non ne faranno una grigliata) e le cose improbabili che si troveranno una volta prosciugato il canale (auto, motorini, bici, segno che l’inciviltà non ha confini).

In definitiva, a mio avviso, una comunicazione efficace, al termine della quale, i più puntigliosi possono scaricarsi anche dei pdf per approfondire. Immagini, mappe, testi leggibili, facilmente rintracciabili. Da cittadino vorrei sempre una comunicazione così, rispetto all’apoteosi di tweet celebrativi che inondano le nostre timeline, ma mi si dirà che sono antico e che il futuro è una palla di cannone accesa e noi lo stiamo quasi raggiungendo.

Le pagine del comune di Parigi sui lavori del canale Saint-Martin le trovate qui

Oltre Marchionni e Landini

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Il paradosso della vicenda che ha visto Fiat, ora FCA, contrapporsi ai sindacati ed in particolare la FIOM sta nel fatto che nel momento in cui l’azienda esce dal sistema confindustriale e si fa un contratto di lavoro per sé, per la prima volta nella sua storia aziendale, diventa l’elemento trainante dell’intero sistema delle relazioni industriali italiane. Questo è uno dei punti che il libro di Paolo Rebaudengo, Nuove Regole in fabbrica (il Mulino 2015), affronta raccontando la vicenda che, dalla fabbrica di Pomigliano, ha portato la fabbrica torinese a creare un nuovo modello di rapporto con i sindacati e i lavoratori. Una delle tesi del libro, per tornare al paradosso, è che la FIAT neanche con la marcia dei 40.000 aveva mai davvero cambiato regole e liturgie del confronto sindacale e che soltanto la vicenda Marchionne Landini ha smosso un moloch tutto italiano. Paolo Rebaudengo non è un soggetto neutro della vicenda essendo stato per anni il direttore delle relazioni industriali di FIAT e il suo è un racconto dichiaratamente di parte. Proprio questo lo rende, forse, ancora più utile. Perché la vicenda FIAT è stata letta dalla grande stampa spesso in modo strumentale (di entrambe le parti a differenza di quanto afferma l’autore per il quale tutta la stampa sarebbe stata schierata con la FIOM) e mai nel merito delle vicende. Tuttavia il libro, pur essendo molto utile agli addetti ai lavori, è pensato anche per un pubblico più vasto perché indaga quello che molto probabilmente sarà lo scenario, quanto meno di confronto, tra lavoratori e imprese. Il dato di partenza infatti del libro e della vicenda viene posizionato non in un bisogno di risparmi e di contrazione dell’occupazione ma dal bisogno di FIAT di diventare un soggetto globale. Per farlo, l’organizzazione del lavoro, era e resta un elemento imprescindibile a partire, dice l’azienda, dalla misurabilità e comparabilità dai dati della produzione. Insomma la globalizzazione entra in fabbrica, pesantemente, ridefinisce uno dei terreni di scontro classici tra capitale e lavoro: l’ufficio tempi e metodi. Da questo oltre che da un bisogno di risposte quasi in tempo reale dell’impresa alle sollecitazioni di mercato discende la riforma delle relazioni industriali che diventano da accessorio delle risorse umane, parte integrante delle strategie di investimento dell’impresa e del gruppo internazionale. Su questo il confronto coi sindacati e con un certo sindacato in particolare non può essere più distante. E’ distante per cultura e, verrebbe da dire, per dimensione di riferimento. Non è un caso che la battaglia da sindacale si sposti quasi subito sul piano legale, dove le fortune dell’azienda sono molto meno certe che in fabbrica e, va detto, tra i lavoratori che hanno sempre approvato i vari accordi. Dunque un sindacato che, da parte aziendale, viene visto come un elemento non capace di capire i tempi attuali della produzione ma attaccato soltanto al diritto e alla sua funzione politica generale. Senza sposare in pieno la tesi aziendale (il sindacato deve essere anche agente politico/sociale e il conflitto esiste e dunque va governato) appare evidente una difficoltà esplicita del movimento sindacale a entrare in contatto in primis con gli strumenti culturali di questi tempi, apparendo come legato a logiche e manifestazioni non più rispondenti al proprio scopo sociale e finendo in alcuni casi, come quello della FIOM, a far sembrare prevalente l’aspetto politico orizzontale su quello della difesa e dello sviluppo dell’occupazione e della qualità del lavoro. Non sono però lesinate critiche anche alle organizzazioni datoriali in particolare Confindustria, dalla quale FIAT per firmare un proprio contratto è costretta ad uscire, vista comunque come un elemento conservativo e ritardante del processo di espansione del gruppo. Un libro interessante, infine, per la sua visione di prospettiva; perché lo scenario che si intuisce al termine di questa stagione vertenziale in FIAT è un modello sul quale si discuterà nei prossimi anni, un modello fatto di meno rappresentanza nazionale, di maggiore contrattualità aziendale, forse di contratti unici di “cornice” e di un nuovo rapporto tra aziende e sindacati fatto meno di principi e più di tecnicalità e dell’espansione di rapporti e interlocutori internazionali. Trovarsi pronti a questa stagione, da ambo i lati, sarà utile alle imprese e ai lavoratori.

Articolo apparso su www.culturacommestibile.com n.137 del 19 settembre 2015

Due olive (greche)

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Devo premettere che a differenza dei tanti (troppi) tifosi da social network io, sulla vicenda greca, ho poche certezze; tuttavia a me stupisce una cosa in questa faccenda: ci si indigna per anni per l’Europa che si occupa dell’acqua delle mozzarelle (cit.) e si invoca un’Europa che faccia politica, poi quando la fa (anche se quella politica non ci piace) come in questo caso, si dice che è un Europa di tecnocrati. Quella di questi giorni è politica; nemmeno nazionale, anzi. Quello che si è coalizzato intorno alla posizione tedesca è una specie di internazionale della destra europea (a cui non si accoda praticamente solo la destra italiana, non a caso). Questa idea della Germania che conquista la Grecia, oltre che assurda (che vuoi che se ne faccia la Germania di un’economia che esporta solo olio d’oliva o di una società elettrica che vale meno di quella di Brema) è pericolosa perché riporta il discorso all’ottocento, mentre qui siamo ben oltre. Quella di queste ore è un’Europa politica. Se non ci piace occorre batterla sulla politica, non piccarsi sui tedeschi brutti e cattivi. Qui si avverte la drammatica scomparsa del socialismo. La nostra sconfitta. Che però è mica cosa di oggi. Dopo la stagione del tentativo di addomesticamento del capitalismo globale (Blair, Jospin, Schroeder) siamo al nulla, alla subalternità di pensiero. A Fassina (per dirne uno) che indica nel Papa l’unica sinistra. Ci siamo dimenticati dei rapporti di forza (lo scriveva Gianpasquale Santomassimo su facebook l’altro giorno anche se immagino lui si riferisse più alla sinistra alla Tsipras), dell’analisi dei fatti, del concetto di egemonia. Oggi i fatti dicono che il continente Europeo è a maggioranza (culturale prima che politica) alla forze della destra liberal/liberista o mercatista (secondo le vostre preferenze lessicali), che non esiste un modello economico, sociale, culturale alternativo al cosiddetto rigore. Confondere questa egemonia con la mancanza di strutture democratiche dell’Unione è come guardare il classico dito. Certo che non esistono strutture democratiche in Europa, ma non perché i plutocrati brutti e cattivi non le hanno volute, è così perché i cittadini (laddove su queste cose si è votato analogamente a quanto accaduto con il voto al referendum greco) hanno fatto fallire quel (seppur timido) progetto, magari anche perché non è stato mai reso un progetto popolare. Una volta persa quella battaglia (della cui sconfitta molta responsabilità pesa su SPD e soprattutto socialisti francesi) non si è messo in campo niente per riprendere la lotta in altre forme. Dire oggi che serve più Europa è come dire per tutta la scorsa stagione che serviva un attaccante alla Fiorentina che la mettesse dentro. Era vero ma non serviva a molto.

 

Uber, il taxi e il riformismo.

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Articolo appparso il 7 giugno 2013 su Corriere Nazionale – Qui Firenze.

Sta arrivando anche in Italia Uber un app che consente di cercare, chiamare e pagare tramite smartphone un’auto con conducente, un simil taxi quindi. Tramite gps il sistema trova l’auto a te più vicina, la dirige verso di te; alla fine del tragitto la transazione avviene via carta di credito e si può dare un giudizio del servizio. Già attivo negli Stati Uniti e in grandi città europee, ovunque è atterrato ha creato polemiche con i tassisti locali. Inevitabile che anche da noi si ripeta la protesta dei conducenti su piazza, con in più l’aggravante di un potere di interdizione della categoria che ha sempre pesato molto nei confronti del potere locale e centrale. Quello dei taxi é mercato in cui la domanda lamenta sempre la carenza di vetture, mentre l’offerta contesta questo dato e ribatte imputando costi altissimi, orari massacranti (verissimo) e tante altre problematiche; tanto che pare strano il prezzo con cui vengono vendute le licenze.

Come sempre accade un mercato che viene forzatamente costretto da vincoli esterni arriva ad un momento in cui un altro agente esterno, in questo caso la tecnologia, scardina i meccanismi di conservazione. Ecco perché l’occasione di Uber e di altri sistemi simili può essere il banco di prova per la categoria dei tassisti per non fare soltanto battaglie di retroguardia, per il governo nazionale per riformare un settore, aprire alla concorrenza e aumentare il servizio senza grossi costi economici ed infine per gli amministratori locali può essere l’occasione giusta per dimostrarsi riformisti anche fuori da uno studio televisivo.

La bicamerale dell’audience

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Articolo apparso su Corriere Nazionale – Qui Firenze il 30 maggio 2013.

Il fenomeno dell’astensionismo viene interrogato costantemente in questi giorni, dopo questo turno di amministrative che ha visto un’accelerazione di un fenomeno in realtà di lunga durata. Il fatto che questo avvenga in un paese in cui la politica occupa ogni spazio del dibattito pubblico in modo ossessivo dovrebbe spingere ad alcune riflessioni. Abbiamo 7 televisioni generaliste in cui a qualunque orario ed in qualunque giorno dell’anno si parla di politica con politici e opinionisti. Trasmissioni in grado di creare leader e movimenti politici nell’arco di una stagione televisiva, per non parlare di giornali che dedicano alla politica uno spazio della propria foliazione inimmaginabile negli altri paesi. Persino il festival di Sanremo si  trasforma in un’occasione politica. Un circuito in cui più o meno i soliti professionisti dell’informazione si confrontano con più o meno i soliti politici; ogni tanto il nuovo opinionista o il nuovo politico si affianca alle vecchie glorie e diventa parte dello spettacolo. Il risultato di tutta questa sovraesposizione è la classe politica meno stimata della storia repubblicana, l’astensionismo alle stelle e programmi noiosi e tutti uguali. Se non si riesce a fare una riforma istituzionale si pensi almeno a una riforma dei palinsesti.