E se il proporzionale non fosse una connerie?

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Qui da noi il dibattito sul proporzionale non è neanche iniziato che già finisce nella solita caciara elettorale o al massimo nella nostalgia della prima repubblica; e se invece tale dibattito fosse il possibile preludio a una nuova repubblica? La sesta in particolare. Sì perché è di Francia che andremo a parlare: Paese che per anni è stato modello dei maggioritari di casa nostra, troppo spaventati del maggioritario secco anglosassone, così attratti da quel doppio turno capace, sulla carta, di conciliare partiti strutturati e individualità. Dalla Francia viene infatti un volume di Daniel Cohn-Bendit e Hervé Algalarrondo dal titolo significativo Et si on arrêtait les conneries? (E se la smettessimo con le cazzate? Fayard 2016) in cui i due autori (uno leader del maggio ’68 poi europeista e ambientalista, l’altro intellettuale di sinistra) argomentano la tesi che il maggioritario ha ormai condannato la Francia a governi di minoranza e dunque all’impotenza politica. La necessità di riunire le forze al secondo turno di ballottaggio infatti ha fatto sì che da un lato l’astensionismo, dall’altro il bisogno di fare fronte comune contro il nemico, hanno portato all’Eliseo (ma anche alla guida delle città e nei seggi parlamentari) politici che non godono, una volta al potere, che di scarso consenso elettorale e che quindi la Piazza, nel caso di governi gollisti, o i gruppi di pressione, nel caso dei governi socialisti, impediscono il dispiegarsi pieno dell’azione di governo e delle riforme necessarie. Certo non è stato sempre così, il momento di rottura, individuato nel libro, è la riforma del 2002 che ha fatto coincidere la durata del Presidente della Repubblica con quella del Parlamento, portando la presidenza da 7 a 5 anni. Tale riforma pensata per impedire la coabitazione tra un Presidente di un colore e una maggioranza di segno opposto, dunque per garantire la fatidica governabilità, si è invece rivelata come la vera azzoppartice della capacità di governo francese. D’altra parte l’eterogenesi dei fini è un male piuttosto conosciuto quando si vanno a modificare i meccanismi di garanzia, quelli che gli americani chiamano check and balance. In più, aggiungono gli autori, la prossima sfida presidenziale del 2017 vedrà peggiorare la situazione a causa dell’ascesa della Le Pen. La possibilità ormai concreta che la leader populista acceda al ballottaggio a causa di un voto massiccio (a differenza del padre che ci si ritrovò più per le divisioni della sinistra che per meriti propri) porterà l’avversario che la sfiderà (sia esso di centro destra o di centro sinistra) a chiamare un nuovo rassemblement pour la Répubblique che però avrà la durata del ballottaggio ma non avrà la forma di un susseguente governo di unità nazionale (dunque realmente maggioritario nel Paese). E’ quello che è accaduto alle elezioni regionali dove, nonostante il FN sia il primo partito del Paese, non ha eletto nessun presidente di Regione, bloccato da alleanze elettorali che non si sono mai trasformate in alleanze di governo, non impedendo così all’elettorato del fronte popolare di ridursi ma anzi facendone aumentare i consensi proprio a causa dell’inazione governativa. Casi diversi si sono avuti invece in alcuni comuni, tra i quali Bordeaux, governata da uno dei possibili competitor del 2017, il centrista Alain Juppé garantendo invece una governabilità e un consenso ampio.

Ma quale modello alternativo propongono i due autori per smetterla con le conneries di governi minoritari? Per prima cosa i due oltrepassano il Reno e ci raccontano che nella florida Germania, motore dell’economia europea e modello di stabilità politica, il non aver mai ceduto alle lusinghe della governabilità ha garantito crescita, consenso e lo sviluppo di una leadership, interna ed esterna, all’ascesa di una premier forte e riconosciuta come la Merkel (incommensurabilmente più potente di qualunque Sarkozy o Hollande). Dunque il proporzionale come primo vero strumento per ridare rappresentanza al consenso del Paese. Questa la prima gamba del progetto, la seconda invece, sempre sul modello tedesco, è la fine dell’ostracismo verso i governi di coabitazione tra destra e sinistra, gli unici, secondo gli autori, in grado di garantire il rispetto della vera maggioranza politica del Paese, bloccare su basi politiche e non tecniche i populismi e costruire una vera e nuova classe dirigente, improntata sul rispetto reciproco. Dunque questo significherà la fine di destra e sinistra? Tutt’altro. In Germania nessuno ritiene il programma elettorale della CDU-CSU sovrapponibile a quello della SPD, ma proprio a partire da quelle differenze hanno saputo mettersi insieme, conclusa la campagna elettorale, per il bene del Paese. Per i due autori il governo di coalizione non deve essere il modello unico possibile, ma nemmeno essere una possibilità da escludere a priori e anzi, nella situazione attuale della Francia, uno dei pochi in grado di garantire la governabilità e persino la nascita di un leader forte e autorevole, capace di drenare consenso ai populismi montanti. Insomma anche il mito dell’uomo forte, del capo, che è tale in base alla tecnicalità elettorale e non grazie al consenso è ormai giunto al termine e proprio nella patria di De Gaulle e Mitterrand. Premessa non piccola a tutto questo, pensando soprattutto ai nostri governi di larga coalizione, è che la campagna elettorale prima o poi termini e che l’obiettivo di tali governi non sia la maggioranza tecnica minima per sopravvivere in Parlamento ma una raccolta di forze largamente maggioritarie nel Paese. Il libro certo, è scritto prima della stagione degli attacchi terroristici che hanno colpito la Francia e non tiene pienamente conto delle difficoltà della grosse koalition tedesca ad arginare il populismo in Germania; elementi questi, probabilmente, che concorreranno a rendere ancora più inverosimile la proposta dei due autori che, se avessero ragione e non fosse accolta la loro idea, porterebbe la Le Pen all’Eliseo non nel 2017 ma inevitabilmente nel 2022.

Aldilà della condivisione delle tesi contenute, il libro non è una provocazione politica se non nel titolo ma una riflessione improntata al lungo periodo (cosa talmente rara ormai da rendercelo caro solo per questo) e assolutamente non di parte. Più in generale quello che mettono in discussione i due autori, trovando quindi un senso anche per noi italiani, è la fine del mito della governabilità a tutti i costi. Il mantra degli ultimi 25 anni, al cui altare abbiamo sacrificato quasi tutte le istituzioni, elevato al potere uomini forti che si sono rivelati (e si rivelano) terribilmente deboli al momento di trasformare le lusinghe elettorali in azioni di governo. Forse questo libro, il dibattito sul proporzionale nato in questi anni Inghilterra, e altri movimenti che da sotterranei diventano via via più evidenti fanno preannunciare una nuova stagione politica continentale che riporti in auge i parlamenti, le assemblee, piuttosto che i governi forti, che forti non sono stati affatto. In tale contesto, il nostro Paese, potrebbe scontare l’ennesimo ritardo decennale visto l’attuale dibattito sulla riforma costituzionale (comprensivo delle non proposte del fronte del No) tutta incentrata sulla governabilità e sulla frase ad effetto di “conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà”. I cugini francesi ci suggeriscono invece la virtù della pazienza, di attendere pure qualche ora, se questa ora in più dovesse significare la garanzia di un governo davvero efficace e realmente rappresentativo della maggioranza del Paese. Ecco quindi che la discussione sul proporzionale potrebbe avere qui da noi un altro senso, non nostalgico ma anzi di prospettiva e non stupisce che questa apertura venga da Berlusconi. Il libro oggetto di questo articolo fu infatti recensito con largo plauso, da Giuliano Ferrara sulla prima pagina de il Foglio. Un Ferrara che a differenza del suo successore alla guida di quel giornale (il quale aspirerebbe ad esser per Renzi ciò che Ferrara è per Berlusconi, non capendo la differenza abissale tra i due in quanto a capacità di farsi consigliare da altri) continua ad essere consigliere scomodo ma ascoltato. Con la speranza che tutti quanti la smettano con le conneries, naturalmente.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.186 del 24 settembre 2016.

Quando i diritti valgono una vita

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 15/03/2012

A dar retta a quanto scrive sabato scorso il Foglio (giornale da sempre attento al mondo dei servizi d’informazione italiani), dietro alla mancata chiamata da parte inglese circa il raid fallito per liberare un ostaggio britannico e uno italiano in Nigeria ci sarebbe stata la questione del sequestro di Abu Omar.

Racconta infatti una fonte dei servizi al giornale di Ferrara che, dopo quella vicenda, cioè il fatto che la magistratura italiana ha fatto un processo per il rapimento da parte di agenti americani di un cittadino sul suolo italiano con l’aiuto dei servizi italiani, i servizi anglo americani si fidano molto meno di noi.

Va fatta qui un’avvertenza di metodo. Al Foglio collabora da tempo, tra gli altri, Pio Pompa, ex barba finta, che fu implicato in quel processo e si può supporre che ci sia una certa benevolenza per la tesi che la non collaborazione in quella “extraordinary rendition” abbia comportato una perdita di peso dei nostri servizi; anche perché altri paesi hanno istituito analoghi processi per quei sequestri avvenuti un po’ in tutto il mondo in barba al diritto e ai diritti umani spesso.

Tuttavia volendo prendere per buona la tesi dello spione fonte de il Foglio, si apre un’interessante quesito sulle priorità di una democrazia e di una società: il valore dei nostri diritti, persino dei diritti di un uomo sospettato di terrorismo, valgono la vita di un nostro cooperante che si troverà rapito da un gruppo terroristico?

Qualcuno potrà dire che il nesso è forzato. In parte è vero, ma si tratta di ragionale aldilà del singolo caso, del particolare. Cercando di tenere insieme le due cose, facendo qualcosa di più dell’indignarsi di fronte al fatto che un alleato non ti abbia fatto sapere che sta per tentare un blitz, risolto purtroppo nel peggiore dei modi per gli ostaggi, o dello sfruttare polemicamente la perdita di peso del nostro governo nel mondo.

Perché se i britannici non ci hanno avvertito, come scrive il Foglio, in quanto abbiamo processato chi ha rapito illegalmente un cittadino nel centro di Milano, beh io personalmente posso anche andarne fiero.

Bomba o non bomba, gli israeliani arriveranno a Teheran.

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 23 febbraio 2012.

Nella quasi totale indifferenza dell’occidente e del nostro Paese in particolare (con la lodevole eccezione de il Foglio) nel vicino oriente si sta per scatenare una guerra dagli sviluppi imprevedibili e sicuramente non piacevoli. Certo la crisi, la Grecia da salvare, persino la biancheria intima di Belen appaiono argomenti più pressanti del conflitto che potrebbe vedere coinvolto Israele e Iran e veder scivolare nello stesso la Siria e a catena, l’intero medio oriente.

Ormai appare chiaro infatti che Israele ritiene l’opzione militare per bloccare il programma nucleare iraniano ogni giorno che passa come l’unica strada di fronte, per l’appunto, a un occidente troppo impegnato in altre faccende ed in particolare agli Stati Uniti impegnati nella campagna elettorale presidenziale. Non è un mistero poi che Israele, con molti torti e qualche ragione, non abbia mai visto in Barack Obama un difensore senza se e senza ma delle ragioni israeliane.

La sensazione di isolamento di Israele, già molto presente nella cultura israeliana, ha raggiunto quindi vette elevatissime in questi mesi ed è difficilmente immaginabile per noi, abituati alla pace, comprendere cosa sia vivere in uno Stato che dalla sua nascita non ha mai conosciuto un giorno di Pace e vive sotto la costante minaccia di attentati e attacchi missilistici. Gli analisti israeliani contano circa 20.000 missili puntati sul paese, tra quelli di Hezbollah, Jihad islamica, Iran e Siria. Tutti soggetti che probabilmente guiderebbero la reazione ad un eventuale attacco preventivo israeliano alle infrastrutture nucleari iraniane. Per questo la popolazione israeliana si sta attrezzando con esercitazioni (soprattutto contro armi chimiche e bombe sporche) e  distribuzione di nuove maschere antigas.

Nonostante questa minaccia l’establishment israeliano continua a considerare l’opzione militare preventiva come meno rischiosa di un minaccia nucleare iraniana che darebbe il via, secondo gli analisti israeliani, a una escalation nell’intera regione per dotare di armi nucleare l’Arabia Saudita e l’Egitto.

L’occidente ha chiesto tempo a Israele per risolvere pacificamente la questione e Israele sinora ha atteso. Certo non è stata con le mani in mano, compiendo sabotaggi e omicidi mirati che hanno rallentato (ma non bloccato) il programma iraniano. In questi mesi è infatti in corso una guerra di spie tra Tel Aviv, Teheran e l’Azerbaigian, alleato di Israele, e porta di ingresso per le operazioni del Mossad in Persia. Tuttavia la pazienza israeliana pare essere arrivata al limite visto anche l’atteggiamento USA molto più sensibile al blocco dello stretto di Hormuz che ai missili puntati su Tel Aviv.

L’occidente ha sottovalutato la cultura “guerriera” israeliana pensando che la progressiva laicizzazione israeliana e il miracolo economico in corso nel Paese avesse reso meno guerrafondaia la società israeliana e molto più interdipendente con l’occidente l’economia israeliana e dunque più “vincolata” alle scelte occidentali la politica di Tel Aviv. Hanno però dimenticato che Israele è sempre più interdipendente, economicamente,salvo nel settore della Difesa dove è in grado oggi, molto più di ieri, di fare da solo. L’altra sottovalutazione è stata quella della progressiva radicalizzazione dell’esercito israeliano: i giovani israeliani hanno preferito negli ultimi anni dedicarsi allo studio e all’economia, lasciando nell’esercito in larghissima parte ebrei ortodossi che stanno scalando le carriere militari (in Israele non esiste una vera e propria scuola ufficiali e questi ultimi sono reclutati dai più “capaci” tra i coscritti) giungendo ormai ai vertici delle catene di comando e portando il loro “furore” nei quartieri generali.

Questi elementi, oltre alla storia e alla cultura israeliana, rendono altamente probabile il conflitto e secondo molte fonti, la primavera di questo anno sarebbe il limite ultimo prima che Teheran sia in grado di produrre, da solo, la bomba atomica.

Cosa interessa a noi italiani di tutto cio? Beh innanzitutto abbiamo qualche migliaio di soldati al confine tra Libano e Israele, proprio sulla traiettoria dei missili di Hezbollah, poi siamo il primo partner commerciale  europeo dell’Iran ed il terzo mondiale e importiamo larga parte del nostro petrolio proprio dall’Iran, dato che in questi anni, nonostante le sanzioni e il clima montante, a differenza di Francia e Gran Bretagna non abbiamo interrotto i rapporti con il regime iraniano. Già oggi la benzina sfiora i due Euro, non oso pensare dove possa arrivare in caso di conflitto.  Ultimo punto, seppur molto improbabile, Theran è in possesso di missili in grado di raggiungere la parte meridionale del Paese.  Mi pare ci siano i motivi per occuparsene, almeno prima della farfallina di Belen.

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