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Come se il cristallo si fosse rotto.

Ci sono dischi (vale anche per libri o film ma molto meno) che rimangono per forza legati a persone o momenti della nostra vita. Aldilà della qualità dell’opera assumono valore per quello che riportano in vita.

Crystal Silence di Chick Corea e Gary Burton per me è uno di quei dischi. Mi ricorda chi me lo ha regalato, tempo fa. E’ un disco atteso a lungo. Nella sua attesa ci sono state richieste di appuntamenti, commessi invadenti, liti e tutto il bello di una storia d’amore.

Da ieri sera l’ho rimesso nella mia playlist dopo diverso tempo e non riesco a staccarmene. In casa, in auto, a lavoro. Lo ascolto ancora e ancora una volta. Ma non imparo nuovi passaggi, non lo ascolto. Ricordo.

Correda la malinconia di un giorno di pioggia e so che sarà la colonna sonora di un fine settimana passato a scrivere.

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Strange place for the snow

Gli E.S.T sono un trio jazz che ormai si crede una pop band. I loro concerti sono decisamente spettacolari se rapportati alla normale sobrietà degli artisti jazz. Ma non è sempre stato così; quando li ho visti la prima volta a Parigi nel 2002 erano un normalissimo trio jazz che faceva una musica molto bella, molto fredda come spesso capita ai jazzisti scandinavi. Era da poco uscito questo disco con un nome così curioso strange place for the snow le cui atmosfere mettono un senso di inquietudine che ti resta dentro anche dopo che la lunghissima ghost track finale è terminata.

Non è un disco facile nè gli est fanno musica facile. Talvolta troppo leziosi o maniacali non hanno più trovato, secondo me, la stessa sensazione di angoscia e di perdita che da’ questo disco.

Risentirli oggi mi ricorda come sia soggettivo il giudizio (io adorai quel concerto chi era con me ancora mi odia per averla portata lì), incerta la percezione e potenzialmente pericoloso il futuro.

Ci sono strani posti e strani periodi per la neve, anche dentro di noi e, nonostante il caldo che fa fuori,

possono prenderti i brividi anche così.

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A kind of blue

Kind of blue è probabilmente il disco più bello di Miles Davis. Primo perchè nel disco oltre a Davis suonano John Coltrane e Bill Evans. Secondo perchè è un disco potentemente struggente, malinconico fin dal titolo, limpido.

Ascoltarlo nel relativo fresco della notte fiorentina mentre si guida per tornare a casa dopo una giornata a dir poco stressante è una di quelle cose che riconciliano. Non posso certo dire che aiuti a scacciare i pensieri dalla testa; anzi. Tuttavia aiuta a definirne i confini, traccia il loro ordine di priorità e ne allontana l’ansia della loro incombenza. Rende anche la consapevolezza dell’incapacità di trovare soluzione a tutti i problemi cosa logica e ripone la fallacità e l’insuccesso nell’ordine naturale delle cose.

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