Riapre LU.C.C.A. il centro espositivo per l’arte moderna e contemporanea nel cuore di Lucca dopo lunghi lavori di ristrutturazione e riapre al futuro con uno dei futuristi più talentuosi e atipici. Fortunato Depero dal sogno futurista al segno pubblicitario è infatti il titolo e l’oggetto della mostra che sarà visitabile nei rinnovati locali di via della Fratta 36 fino al 25 agosto. Una mostra che prova a raccontare la molteplicità di Depero, uomo dagli ingegni e dalle passioni multiple, che vengono rappresentate nel percorso della mostra dalla centralità del Depero pittore, che si intreccia con il Depero illustratore e il Depero pubblicitario, mantenendo intatto il talento, la visionarietà e lo stile unico.
Particolarmente suggestivi i lavori commissionati da Campari
e raccolti in una apposita sala mentre la selezioni delle opere “americane” di
Depero ne mostra un lato misconosciuto e lo riposiziona in un contesto
mondiale, dimostrandone la sua globalità di artista, facendolo uscire, almeno
come artista, dalle secche del dibattito nazional/nazionalista dell’arte degli
anni del primo Novecento e del ventennio fascista.
Da segnalare, nello spirito del LU.C.C.A. che ha sempre affiancato a grandi nomi dell’arte uno spazio per giovani artisti emergenti, i lavori di un ebanista, trentino come Depero, Giorgio Conta sposti fino al 9 giugno. Si tratta di alcune sue sculture in legno e opere pittoriche in cui il materiale ligneo è sia materia che forma espressiva, realizzate da un talento sicuramente da seguire.
Accendere la radio, prima del solito, attendendo le note del
Requiem di Mozart nell’esecuzione di Von Karajan e i Berliner come al solito,
anche se oggi quel requiem ha un senso diverso; domandarsi a chi sarebbe
toccata la rassegna “che non avremmo mai voluto fare”. Probabilmente al
direttore, che infatti c’è ma in coppia, perché Alessio Falconio bravissimo
direttore di Radio Radicale sa che la voce potrebbe rompersi e quindi ha
chiesto – suppongo – di farsi
accompagnare da Roberto Spagnoli. I due iniziano a leggere; la notizia, l’unica
che daranno dalla lettura dei giornali, è quella che tutti noi sappiamo: ieri,
mercoledì 17 aprile, Massimo Bordin ci ha lasciati. Portato via da un tumore,
una malattia che aveva trattato con riservatezza, come tutte le cose della sua
vita. Mi trovo a piangere mentre i due leggono il ricordo dell’uomo che mi ha
svegliato per gli ultimi 15 anni, che mi ha fatto da faro nell’editoria e nella
politica italiana. Mi pare che se ne sia andato via lo zio bello (ché Bordin
era pure bello) e intelligentissimo, quello a cui avresti chiesto qualunque
consiglio. Nell’etere le due voci, emozionate, sofferenti, leggono le parole
dedicate a Bordin a partire da il Foglio, giornale dal quale dispensava una
rubrica, rapida, affilata, mai banale. Le parole di Adriano Sofri, Giuliano
Ferrara, Guido Vitiello, colleghi, amici, tutti nipotini lasciati spiazzati
dalla morte dello zio bello.
Nelle parole che lo ricordano, nei giornali, nei comunicati
delle istituzioni e dei politici, nei post dei semplici ascoltatori, c’è
emozione vera, sconforto e sofferenza, ammirazione. Tutti gli schieramenti si
ritrovano nel lutto, perfino Crimi, definito da Bordin Gerarca minore, quello
che si è issato a vessillo della morte dell’emittente per la quale Massimo è
stato bandiera e simbolo, sente il bisogno di esprimere cordoglio.
In un Paese che fa polemica su tutto, che si divide sulle
morti come sulla vita, per Bordin piovono lacrime tutte uguali e basterebbe
questo a far comprendere la grandezza dell’uomo. Chi non ho lo ha conosciuto
potrebbe pensare che fosse un paraculo e per questo tutti ne portano
simbolicamente il feretro a spalla, niente di tutto questo: se c’era un uomo di
parte questo era Bordin, di parte ma non fazioso. Talmente convinto delle sue idee
da tenere testa a Pannella, talmente galantuomo da dedicare più tempo alla
lettura delle idee a lui più distanti che a quelle a lui comuni. Magari
contrappuntandole con sospiri, qualche “vabbè” o quel “figuriamoci” che era una
sentenza di cassazione.
Oggetto di culto per un manipolo di adepti, una piccola coorte
che si autoproclamò in un gruppo chiuso su Facebook – riservato come lui –
melomani bordiniani, che facevano a gara a trascrivere le migliori
punteggiature di Bordin nella rassegna appena sentita, spesso quasi in tempo
reale, beandosi tutti di quello che tutti stavamo contemporaneamente sentendo.
Culto della personalità? Può darsi ma dipendeva dalla personalità.
Se la cosa facesse piacere a Bordin non è dato sapere;
riservatissimo, della sua vita personale si sapeva pochissimo e sempre per
racconti di altri. Mai una volta ha letto nella rassegna uno dei suoi corsivi,
si limitava se il punto di vista da lui trattato non era stato preso in
considerazione da nessun altro a dire che “pure un piccolo corsivo ne parla
oggi sul Foglio”. Modesto ma consapevole del suo talento.
Tifoso della Roma, si sarà chiesto come mai gli era capitato
un figlio juventino, ed evitava con cura di trascinare il calcio nella rassegna
o negli altri programmi, sgarrava pochissime volte, spesso in prossimità del
derby, quelli stravinti o quelli strapersi. Si concedeva solo qualche rimbrotto
a chi appellava “capitano” altri da Totti. Romano, amava Roma, come la amano i
romani veri, con un amore disincantato ma enorme, che in parte condivideva per
Napoli e Palermo.
Un talento immenso, una capacità di analisi finissima che si
combaciava con una memoria storica incredibile. Probabilmente una maledizione
per lui, che confrontava le mutevoli posizioni di questo o quell’esponente
politico con quelli del passato e con le giravolte che la politica di questo
paese riserva. Ma Bordin era anche una cultura storica, politica e filosofica
notevolissima, capace di tenere testa, di ribattere sul punto, di smentire
persino, uno che era “memoria e verità” come Marco Pannella. Le loro
conversazioni domenicali erano epiche, smisurate, incommensurabili.
Bordin contrappuntava, smitizzava, facendo incazzare
Pannella e incazzandosi a sua volta, seppur con altro stile. Perché Bordin era
anche incazzoso, probabilmente focoso: rimaneva in lui eco del militante
trozkista nella Roma degli anni ’60, fermato da Pannella in Piazza Venezia prima
di strappare uno striscione del MSI.
Radicale sì ma col cuore a sinistra, la sua conoscenza del
movimento operaio, della storia della sinistra socialista e comunista, tradiva
origini ma anche affinità mai nascoste. Tanto che per offenderlo Pannella, in una
domenica di Pasqua di 19 anni fa, gli diede di “stronzo dalemiano”. Lui, con
addosso una maglietta rossa con su scritte le parole “dubitare, disubbidire,
trattare” abbozzò male una risposta, scoprimmo poi che la cosa l’aveva anche
ferito, fino a portarlo poi alle dimissioni da Direttore, ruolo che per noi non
ha però mai lasciato. Ma in radio tutto questo non traspirò, imprigionato nella
nuvola azzurra del fumo di sigari e sigarette che i due consumavano in quantità
industriali e che ne hanno decretato la fine terrena. Finirono a declinare la
propria diversità a partire dalla cravatta di Pannella, un enorme pendaglio
tutto colorato su una base giallo canarino, davvero importante: “siamo diversi
– fece Pannella. Certo io non ho una cravatta così – rispose Bordin. E questo è
un tuo limite – concluse Pannella”. Poi continuarono a parlare ancora per anni,
fino alla fine di Pannella, di Gambetta dell’incontro con Croce (di cui
circolano almeno una ventina di versioni) a prendersi affettuosamente in giro:
“Marco mancano un po’ più di quaranta minuti alla fine della trasmissione, ce
la fai a chiudere la parentesi?”.
Maestro lo hanno definito in tanti e maestro lo è stato
davvero, di storia, di politica, di giustizia, di giornalismo. Ascoltare la sua
rassegna, o lo speciale giustizia o le trasmissioni sul Medio Oriente o Israele
era come seguire un corso universitario gratuito. Ma fu anche maestro
involontario dei nostri figli, costretti da noi adepti ad ascoltarlo nel
tragitto casa scuola. Mio figlio ai tempi dell’asilo riconosceva immediatamente
la sua voce e lo chiamava “Bin Bin”. Glielo scrissi, mi rispose che prima o
poi, crescendo qualcuno di quei bambini avrebbe finito per denunciarlo.
Fu però maestro suo malgrado di tanti di noi che abbiamo
imbrattato le pagine dei quotidiani. Quante volte nello scrivere un pezzo ci
siamo chiesti: lo leggerebbe Bordin? e come lo troverebbe? Quindi via a
tagliare, stringere, eliminare retroscena e sparate, anche se scrivevamo per un
quotidiano di provincia che nell’edicola di Largo Argentina non sarebbe mai
arrivato.
Tutto questo non ci sarà più e non trovo pace a questa idea;
pensare che anche la sua memoria e il suo lascito ci abbandoneranno il 21
maggio, perché questo governo criminale, spegnerà Radio Radicale è un sovrappiù
di dolore che non meritiamo. Se hanno un senso le lacrime e le parole spese per
Massimo Bordin sta nel provare fino all’ultimo a far vivere la sua radio.
Tutto il clamore sulla sua fine, fatti gli scongiuri di rito, lo avrebbe scacciato con un “un po’ esagerati” e si sarebbe rimesso al lavoro per la sua radio, puntuale alle 7,35 del mattino. “Buongiorno agli ascoltatori di Radio Radicale….”
È tornato, dopo “La provvidenza rossa” Lodovico Festa e il suo detective probiviro comunista Cavenaghi per un altro giallo ambientato nella Milano Rossa. È uscito dunque, sempre per Sellerio, “La confusione morale” ambientato questa volta nella Milano degli anni ’80, quella in cui il PCI litigava con Craxi a livello nazionale ma governava con i socialisti nella capitale lombarda con la giunta Tognoli (Bagnoli nel libro). Ed è proprio questa dualità, questa alterità del comunismo meneghino la vera protagonista della storia. Come nel primo libro o forse ancor di più, l’intreccio noir e poliziesco sono un pretesto. Ne la provvidenza rossa era il pretesto per raccontare il mondo parallelo dei comunisti milanesi rispetto ad una società “secolarizzata” che li escludeva e da cui si autoescludevano. In questa seconda opera l’alterità è tutta fra compagni: tra quelli che vorrebbero inseguire la modernità del riformismo craxista e quelli, romani in larga parte, che lo vogliono contrastare trascinati dalla “questione morale” che Berlinguer, appena scomparso nella narrazione, aveva lanciato. A differenza però del primo volume, l’autore qui prende decisamente parte, schierandosi con i riformisti milanesi, e nel farlo da un lato (anche per esigenze narrative) traccia confini tropo netti tra i due campi ma soprattutto, conoscendo come andranno i fatti (per sé e per il PCI) dà ai compagni riformisti doti di preveggenza un po‘ troppo ampie, soprattutto per quanto riguarda cosa sarebbe accaduto in URSS dopo il 1989. Eppure, il libro rimane godevole, proprio per l’analisi di quella frattura tra le due sinistre che si compì in quegli anni, e per come “mani pulite” sarebbe nato e sviluppatosi. Anche in questo caso, l’autore forza un po’ la mano, e traccia una linea troppo netta, un destino ineluttabile, alla saldatura tra ambienti della magistratura e una parte, importante, dell’apparato comunista. Quello che è del tutto assente è il giudizio sul PSI di quegli anni, lasciato troppo sullo sfondo, concedendo troppo alla tesi assolutoria del craxismo costretto a determinate azioni, politiche e non soltanto politiche. Altrettanto godibile è il fatto che i personaggi seppur mascherati da nomi fittizi siano altamente riconoscibili e credibili, nonostante qualche dialogo un po’ troppo protocollare; così come la ricostruzione dell’ambiente milanese rimane la parte migliore dello scrivere di Festa, insieme alla descrizione dell’urbanistica e dell’architettura milanese, che già si intravedeva nella prima opera. Meno accurato – come nota Giuliano Ferrara recensendo il libro su il Foglio – nel ricostruire le vicissitudini della sinistra milanese di quegli anni il fatto che per tutto il libro nessun comunista non scopi mai; col risultato che da un lato ci si assolve per l’aver peccato coi craxiani e contemporaneamente ci si assolve pure dai peccati della carne.
Che Ambrose Akinmusire fosse un
talento del Jazz lo si sapeva da tempo, probabilmente fin dai suoi esordi e dal
suo percorso formativo prima alla Berkeley High School e poi alla Manhattan
School of Music. Eppure di giovani di talento, per fortuna, ce ne sono molti,
così come molti hanno collaborazioni con i grandi del Jazz. Quello che
caratterizza Akinmusire è però, oltre ad una tecnica sopraffina è un talento
compositivo formidabile ed una capacità di innovare rara nei jazzisti,
tecnicamente ineccepibili, delle ultime generazioni.
Questo talento emerge in modo
stupefacente nell’ultimo album del trombettista americano, “origami harvest” ,
uscito come i due precedenti per Blue Note. In questo disco Akimnusire ci
sorprende ancora una volta mischiando musica da camera europea, la sua tromba
jazz e il rap. Il groove dei sobborghi americani con l’eleganza delle sale da
concerto europea, viste non in contrapposizione tra di loro ma come un
riflesso, una ribellione all’America attuale, al razzismo dell’alt-right.
Un disco dichiaratamente
politico, nei titoli, nei testi ma anche nel non concedere nulla al mercato, al
pubblico educato e sonnolente del jazz abituale. Akinmusire apre quindi con “a
blooming bloodfruit in a hoodie” pezzo dedicato all’omicidio avvenuto in
Florida nel 2012 del diciassettenne di colore Trayvon Martin ad opera di un
vigilante di una ronda di quartiere. Si tratta di 13 minuti potenti, in cui il
rap duetta con gli archi e la tromba potente, dolorosa, di Akinmusire, in cui
non si avverte (come del resto in tutti i brani del disco) alcun calo di
tensione.
Un disco capace di segnare un’epoca e di consacrare un talento di cui siamo certi godremo a lungo.
Quando circa un anno fa intervistai per questa rivista Angelo Savelli, al debutto con Il Principio di Archimede, non conoscevo Josep Maria Mirò se non per i racconti che di lui, e del suo teatro, mi avevano fatto lo stesso Angelo e Giancarlo Mordini dopo i loro viaggi a Barcellona per vedere le sue opere. Dopo quell’intervista e la visione dello spettacolo di Mirò, tradotto in italiano e messo in scena da Angelo Savelli, cominciai a capire il perché di tanto interesse e di tanta attenzione per questo giovane drammaturgo catalano. Una impressione confermata lo scorso sabato sempre al Teatro di Rifredi con la presentazione, alla presenza dello stesso Mirò, della traduzione italiana di 4 opere teatrali sempre ad opera di Angelo Savelli e con lo spettacolo Nerium Park per la regia di Mario Gelardi. Il volume, Teatro (Cuepress, 2019), racchiude il testo delle due opere già andate in scena nel nostro Paese, Nerium Park e il Principio di Archimede, e due opere sinora inedite per la scena italiana, Dimentichiamoci di essere turisti e soprattutto Tempi selvaggi, il cui allestimento faraonico al teatro nazionale di Catalogna, rimane un sogno per i nostri teatri salvo forse il Piccolo di Milano o pochi altri.
Cosa però rende Mirò e le sue
opere così particolari ed interessanti? Intanto Mirò appare, anche nel racconto
dei registi che hanno diretto le sue opere come Xavier Albertì, direttore del
Teatre Nacional de Catalunya, come un osservatore attento, capace di portare un
punto di vista diverso di fenomeni sociali, fatti di cronaca, e trasformarli in
allegorie. Nel teatro di Mirò si vedono le conseguenze delle cose, non le cose
stesse e i suoi personaggi, impegnati spesso in dialoghi serrati, monchi ma mai
reticenti, ci vogliono dire qualcosa, pur non riuscendoci spesso, fino a
confessare altro da quella che era inizialmente la loro intenzione. E’ un
teatro nervoso quello di Mirò, ma non ansioso, in cui il risultato, il
messaggio, non è quasi mai quello atteso, quello scontato.
Un teatro capace di partire da un
fatto, calarlo in una spazialità: luoghi che diventano personaggi (la piscina
de il principio, il complesso edilizio di Nerum Park) che svolgono una
funzione, recitano un loro ruolo. Ruolo che spesso ha un significato negativo,
perché Mirò indaga i mali del nostro presente, ne fa denuncia senza retorica o
intento da professore. Eppure si tratta di un teatro pedagogico, in cui il
punto di vista dell’autore è tutto fuorché neutro, morale senza essere
moralista.
Dunque il volume di Mirò, la
pubblicazione delle sue opere è un bel contributo a quei registi e quelle
compagnie che si vogliano cimentare con una delle frontiere della drammaturgia
europea, che vogliano uscire dal provincialismo talvolta macchiettistico di un
teatro sociale che quando denuncia perde la poesia e quando fa poesia dimentica
l’analisi concreta del fatto concreto, come avrebbe detto un russo che un tempo
andava di moda.
Mentre andare a vedere le opere di Mirò riconcilia, da spettatori, con il teatro contemporaneo e da’ speranza di autori davvero presenti al nostro tempo; opere da andare a cercare ora che sono in scena nel nostro Paese: Il principio di Archimede è a Roma allo spazio Diamante sino al 17 marzo e Nerium Park è sino a domani a Napoli al Teatro nuovo e poi dal 21 al 24 marzo a Roma sempre allo spazio Diamante.
Di Riccardo Conti sono stato orgogliosamente “nipotino indisciplinato” e non è dunque facile scriverne a meno di due anni della sua prematura scomparsa. Tuttavia la pubblicazione, a cura della sezione Toscana dell’INU, del numero monografico di Urbanistica e Dossier a lui dedicato merita di cacciare indietro il magone e provare a ragionare su Riccardo Conti nel suo fare urbanistica, che è poi anche il titolo della pubblicazione.
Il volume raccoglie scritti di
chi con Riccardo condivise una stagione amministrativa e riformista, come la
chiamava lui, irripetibile. Intanto per
il metodo, un incontro di sapienti e di politici, così inimmaginabile nella
stagione dei “professoroni”, dell’inesperienza come valore, dell’università
della vita. Erano anni in cui i Direttori generali dei vari assessorati della
Regione Toscana non avrebbero sfigurato nelle cattedre dei migliori atenei del
Paese e in cui, noi capi di gabinetto, temevamo il maglio del CTP del giovedì
molto più della scure della giunta politica del lunedì. Nel volume c’è appunto
il racconto di Mauro Grassi che ci fu rubato dalla Cultura proprio per
approdare all’assessorato di Riccardo e con lui coordinare una squadra
formidabile che avrebbe disegnato una Toscana capace non solo di preservarsi ma
di svilupparsi.
Riccardo, cresciuto con la
cultura onnivora di quelli per cui studiare era la prima forma di riscatto,
declinava lo sviluppo territoriale come sviluppo economico, si ostinava a non
vedere la terra che era stata della Galileo, del Pignone e della Piaggio a un’eterna
Disneyland che consumava il suo passato o nella trasformazione in un
Chiantishire fatto di vincoli ad ossimorum. La sua idea di progresso passava
dalla città lineare da Firenze al mare, nell’alta capacità che univa Livorno a
Rotterdam. C’era in lui un forse ingenuo sviluppismo, un mito di progresso che
certo prevaleva su un ambientalismo da salotto, sull’immobilismo progressista
che vedeva in una fabbrica di caravan un nemico di classe.
La Toscana di Riccardo era vigne
a giropoggio, come aveva letto in Emilio Sereni, ma anche l’Arno Valley il cui
poster era appeso nella sua stanza di vicepresidente della Provincia. Lo
sguardo dritto e fiero nel futuro non lo abbandonava mai, ma era un futuro
fatto sì di rispetto ambientale ma non certo di immobilismo luddista. A
Riccardo piaceva il progresso e sognava riforme per sviluppare. Era felice la
crescita per lui, mai il suo contrario.
Certo non fu semplice lavorare
con Riccardo, rapportarsi con lui come ricorda il nostro Gianni Biagi anch’egli
autore di uno scritto della monografia sui rapporti, talvolta burrascosi tra i
piani regionali e quello comunale a cui forse un eccesso di critica da parte
della Regione contribuì a far allungare il dibattito fino a che il vento che
soffiava da Rignano ne decise la fine, più consona alla stagione nuova che
rappresentava.
Ma il metodo di Riccardo era un
metodo curioso, pedagogico. Intergenerazionale. Quanti giovani devono a
Riccardo occasioni di confronto e crescita, opportunità di incarichi, tutti
meritati, quanto meno per la qualità di quelli che ci sono succeduti. Ed ecco
che è così bello leggere le pagine di Chiara Agnoletti, anche lei cresciuta
alla scuola dei nipotini di Riccardo, mai geloso e sempre pronto a sorreggere
anche quelli più riottosi di noi.
Quella stagione siamo certi non
tornerà più e magari è meglio così, ma riappropriarsi di quel metodo, di quella
curiosità, della mazzetta dei giornali esagerata sempre sotto il braccio di
Riccardo, sarebbe oggi più che mai una necessità dell’agire politico.
“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” campeggiava in effige all’Ordine Nuovo gramsciano e Riccardo ne seguì fino all’ultimo il comando. Ricordarlo oggi continuando a studiare è il modo migliore per occuparsi del territorio, anche ferito, che ci circonda.
Se c’è un colpo di batteria che ha cambiato il mondo non c’è dubbio che questo sia quello con cui inizia Like a Rolling Stone, pezzo che apre Highway 61 Revisited l’album di mezzo della trilogia d’oro di Bob Dylan e probabilmente quello che lo consacra, con il successivo Blonde on Blonde, nell’olimpo della musica.
Siamo nel 1965, Dylan col suo cesto di capelli ribelli, la sua voce non propriamente aggraziata ha intrapreso prima timidamente con Bringing It All Back Home poi più decisamente con questo disco la conversione all’elettrico, facendo storcere il naso ai vecchi fans, ma spalancandosi il mondo dei giovani che prepareranno il ’68. In questo mondo di culture che si incontrano preparando lo scontro capita che Dylan trovi sulla sua strada un fotografo allora già abbastanza affermato che pubblicava sulle principali riviste, Jerry Schatzberg e lo inviti nello studio in cui in appena sei giorni compose quello che oggi consideriamo un capolavoro.
L’incontro funziona, Schatzberg inizia a seguire Dylan nel suo lavoro in studio ma anche nelle serate in cui si esibisce. Da lì il passo è breve e chiede a Dylan di “posare” per lui. Ma siamo negli anni ’60: nessuno studio, nessuna luce studiata. Escono fuori foto sgranate, imperfette, da cui emerge tutta la voglia di sperimentare di un artista che, forse inconsciamente, ha capito che sta cambiando qualcosa di più della vecchia chitarra acustica per una elettrica. Per Schatzberg è una illuminazione, tempo dopo dirà “come soggetto fotografico, Dylan era il migliore. Bastava puntargli addossol’obiettivo e le cose accadevano” e da quelle foto Dylan sceglierà quella della copertina dell’altra pietra miliare della sua produzione di quegli anni Blonde on Blonde. Quella di lui col cappotto marrone e la sciarpa a quadretti, i capelli arruffati.
Le strade dei due si divideranno come capita, ma non smetteranno mai una certa propensione al cambiamento, Dylan nella musica fino al riconoscimento massimo del Nobel, Schatzberg nella sua “seconda” carriera di regista cinematografico.
Oggi Skyra ripubblica quegli scatti nel volume Dylan/Schatzberg, che riunisce gli scatti di quel periodo alternati a interviste a Bob Dylan dell’epoca compresa la celebre intervista di Al Aronowitz “A night with Bob Dylan” apparsa sul New York Herald Tribune sempre nel 1965. Un libro dunque necessario, che ci testimonia un artista nelmomento della sua, probabilmente, più travolgente capacità di innovare e un periodo in cui tutto sarebbe potuto accadere e che da cui poi, in effetti, molto è accaduto.
Un po’ a tutti è venuto il dubbio che per sortire dalle secche in cui è precipitata la sinistra, non solo italiana, congressi e beghe di partito non siano sufficienti figurarsi salvifici. Le dimensioni del tracollo, del distacco, denotano un cambio di fase che necessiterebbe di riflessioni ampie, di progetti politici che rimettessero in discussione gli ultimi 20 o 25 anni della sinistra, quanto meno di quella riformista che è statala spina dorsale del socialismo europeo dalla caduta del muro di Berlino.
Anche qui serve una prima distinzione: le tendenze più liberali o mercatiste di questa sinistra hanno trovato, o più correttamente stanno tendando, di trovare strade autonome: Macron in Francia, i liberali britannici, Calenda (forse) qui da noi; proseguono la strada di un governo della mondializzazione, banalizzando, continuando la terza via del riformismo degli anni ’90 del XX secolo che però pare essere proprio quello che l’elettorato europeo rifiuta come l’aglio i vampiri. La sinistra più radicale sembra invece rivolgersi al passato, riscoprendo un calore e una voglia di lottare che fanno piacere e potranno certamente tornare utili, ma appaiono guardare ancora più indietro nel tempo riproponendo ricette eticamente corrette ma in un contesto sociale e economico che non è in grado di accoglierle senza un mutamento complessivo, rivoluzionario si sarebbe detto un tempo.
Tra queste due tensioni ideali sembrerebbe necessario, almeno a chi scrive, trovare una strada diversa che non acconsentisse ai dogmi dell’economia mondiale di mercato ma che nemmeno implicasse come soluzione il ritorno a un eden socialdemocratico che non potrà tornare. In questo filone si colloca il manifesto di AG.I.R.E. , un gruppo di studiosi di cui fanno parte Maurizio Franzini, Elena Granaglia, Ruggero Palladini, Andrea Pezzoli, Michele Reitano e Vincenzo Visco e che si sono posti come obiettivo dell’agire politico di un nuovo riformismo un nemico tosto come la disuguaglianza.
Proprio come Keynes e i liberali britannici durante laseconda guerra mondiale immaginarono un mondo in cui l’economia di mercato dovesse essere temperata da azioni pubbliche che la regolassero e facessero godere i dividendi a quanti più cittadini possibile (certo anche per sopravvivere alla spinta del comunismo avanzante), il gruppo AG.I.R.E. immagina un mondo in cui redistribuire la ricchezza della rivoluzione informatica, ridefinire il ruolo di un governo pubblico (magari sovranazionale) non più mero regolatore e poter colmare il divario tra i primi sempre più primi e le masse sempre più ampie di ultimi.
Il volume è uno spunto interessante, seppur nella parte delle azioni politiche concrete sia piuttosto vago e poco incisivo, e cerca di ridefinire alcuni parametri che parevano intoccabili (la globalizzazione buona e giusta, il mercato in grado di trovare da sé i correttivi, il pubblico come inevitabile fonte di sprechi e inefficienze) e di contrapporre argomenti al pensiero dominante degli ultimi 25 anni, in base al quale l’aumentare della disuguaglianza all’interno dei paesi “ricchi” sarebbe compensato dall’avvicinarsi dei paesi “poveri” a quelli ricchi con il conseguente aumento delle condizioni di vita dei più poveri di quei Paesi.
Altro aspetto interessante del volume è il mix di misure immaginate per combattere la disuguaglianza, intravedendo azioni macroeconomiche, cessioni di sovranità a organismi sovranazionali ma anche azioni di nudge economics applicabili a livello locale.
Insomma pur non ponendosi come un manifesto per la sola sinistra, il testo edito dal Laterza, appare in questi tempi bui come un piccolo faro di speranza, a patto si riescano a superare gli appassionanti dibattiti sugli inviti a cena, le ex stazioni ricolme di ego, il personalismo spinto e le scissioni di microrganismi politici che paiono essere, ad oggi, un delle poche ragioni di interesse dei gruppi dirigenti della sinistra italiana.
Pubblichiamo qui l’intervento tenuto il 21 settembre scorso all’incontro Firenze per il domani presso la Sala Spadolini del ristorante La Loggia di Firenze.
Nel nostro Paese il tema del lavoro, nonostante un po’ di decentramento tentato con la riforma del Titolo V della Costituzione, è per storia e prassi tema prettamente nazionale; e tuttavia è chiaro che l’organizzazione del lavoro influisce, tanto per dirne una, sull’organizzazione degli spazi della città mentre politiche di welfare determinano attrattività per capitali e lavoratori o al contrario respingono imprese e forza lavoro.
Come quindi ha influito e influisce il tema del lavoro sulla realtà di una città come Firenze? Si proverà qui a dare tre ambiti di riflessione sui quali poter impostare un discorso pubblico e un’ipotesi di città, partendo da tre linee di frattura, due già verificate e la terza in via di determinazione. Tre cesure che rappresentano altrettante distanze tra la sinistra riformista e una grande parte di quello che era il suo popolo, il suo elettorato.
La prima cesura è quella relativa al rapporto che in questi anni il centrosinistra, a Firenze come a livello nazionale ha avuto nel confronto del lavoro.
In questi anni, naturalmente a mio parere, l’aver concentrato larga parte della comunicazione sulle “eccellenze” ha finito per far sentire estranea larga parte dei lavoratori del Paese (che molto spesso non hanno le condizioni per essere eccellenze né possono lavorare per una di queste) e questi hanno finito per non sentirsi parte del discorso pubblico del centrosinistra.
Brutalmente, pur capendone le ragioni (la ricerca dell’ottimismo e dell’esempio), si è parlato ad una platea amplissima mostrandogli esempi irraggiungibili, per le condizioni economiche e sociali del Paese o banalmente per una mera questione di tempo.
Porre come manifesto della imprenditoria della fase che si stava vivendo, per esempio, un imprenditore quale Farinetti, con la sua retorica del buono e bello nella produzione alimentare che messaggio ha dato a quell’imprenditore pugliese a cui una marca della grande distribuzione ha bloccato l’acquisto dell’intera produzione perché un grappolo, un solo singolo grappolo, di un intero pancale non era visivamente conforme?
E questo tipo di comunicazione è avvenuta anche a Firenze, anzi talvolta la nostra città ne è stata anticipatrice, dispiace dirlo. E questo ha vanificato anche le azioni politiche fatte o le politiche per il lavoro e i lavoratori che sono state intraprese in questo territorio ottenendo anche risultati. Purtroppo però il discorso pubblico, certo per colpa anche dell’informazione sia chiaro, è ormai così compromesso che il 12 settembre scorso i giornali locali titolavano sulla bistecca patrimonio dell’umanità e non sulla rinascita della Seves.
Capisco che parlare di operai e facchini non sia eccitante come parlare con vinificatori, artisti o capitani di industria e che se la risposta è portarli a cena si va poco lontano, però questo tema, a mio avviso, è urgente e necessario. Per questi lavoratori la crisi non è mai finita e anzi, anche qui da noi, in alcuni casi rischia di iniziare ora.
La seconda cesura è una cesura fisica, materiale ed è più propriamente legata alla città e alle sue politiche. È questa una frattura che si determina visivamente nel territorio della città o meglio dell’area fiorentina.
Una mano anonima, ma non stolta, ha scritto a ragione, sui muri della facoltà di architettura qui a Firenze, la frase: “l’urbanistica è l’organizzazione capitalista dello spazio”; ecco partendo da questo assunto occorre ridefinire e determinare le scelte dello sviluppo della città, in questo caso della città metropolitana in base anche alla tipologia di sviluppo economico che si immagina per il territorio. A questo si lega lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei servizi.
È avvenuta, ed è ancora in corso invece, una frattura fra una città che produce e una che consuma la propria storia e ricchezza. In questo la scelta di non far attraversare il centro storico dalla tramvia, aldilà dei giudizi che si dà all’operazione, ha determinato una cesura e una compartimentazione economica fra la città che si nutre sul turismo e la città (vasta) che produce ricchezza sugli altri settori.
È questa una cesura che può essere invertita solo con una riflessione sulla contaminazione dei due ambiti, con una nuova politica che riporti residenza, lavoro e non rendita nel centro storico e che definisca che la vocazione produttiva dell’area fiorentina è anche altro rispetto all’attrazione turistica, lo sfruttamento delle proprie bellezze e una vetrina per multinazionali ed eccellenze.
Messe in questo contesto, per esempio, scelte infrastrutturali quali l’aeroporto, l’alta velocità o lo sviluppo urbanistico dell’area fiorentina troverebbero materia di confronto un po’ più seria delle beghe di campanile e probabilmente anche una qualche soluzione.
Infine la terza frattura è quella potenzialmente più rischiosa, quella che può divenire un canyon. È ormai in atto nel mondo un processo di robotizzazione del lavoro che, seppur da noi con qualche ritardo, vedrà drasticamente cambiare il rapporto con il lavoro. La robotizzazione del settore dei servizi, dalla logistica all’assistenza, comporterà una espulsione di forza lavoro con numeri previsti enormi. Stiamo parlando di forza lavoro non qualificata e, a causa delle politiche pensionistiche di questi anni, in buona parte di età avanzata. È un processo globale, che necessita probabilmente di politiche sovranazionali, ma che, è facile profetizzare, avrà ricadute sulle nostre città, col rischio di creare ulteriori ghetti, di alimentare paure e insicurezze. Servirebbe arrivare pronti all’appuntamento, pensando già da ora politiche, spazi e azioni per l’inclusione, la mixitè e il reimpiego di questi uomini.
Perché l’alternativa a una politica che include e non esclude è già in elaborazione. Salvo che da noi, per l’approssimazione dell’attuale classe di governo, la discussione sul reddito di cittadinanza è proprio funzionale a gestire questa (temo lunga) fase di transizione di masse di lavoratori non più impiegabili, attraverso un sussidio assistenziale pagato con una (minima) parte dei guadagni che arriveranno con l’efficientamento dovuto alle macchine.
In un bellissimo libro sulle intelligenze artificiali scritto dal direttore del laboratorio su queste ultime dell’università di Oxford, questo passaggio epocale è descritto paragonandolo a quanto accadde ai cavalli dopo la II rivoluzione industriale. Lascio a voi giudicare se questo passaggio sia o meno auspicabile.
Racconta il professor Bostrom che con la seconda rivoluzione industriale la popolazione di cavalli dell’occidente fu decimata. Non servivano più né per il lavoro dei campi, né per il trasporto delle merci, sostituiti da trattori, camion e treni. Però, ci dice speranzoso Bostrom, dopo qualche decina di anni la popolazione equina è ricominciata a crescere e di molto. Il cavallo da animale da lavoro è diventato animale da sport, compagnia, persino cura e le razze selezionate sono oggi più forti e prestanti.
Questo è uno degli scenari, perché non divenga l’unico scenario occorre immaginare fin da ora come passeremo dai cavalli da tiro ai cavalli da salto, immaginando che nessuno di noi pensi a un presente fatto di carne in scatola.
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