Il fiume carsico dei Pink Floyd rispunta dopo 20 anni

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Prima di recensire l’ultimo disco dei Pink Floyd, The Endless River, occorrono un paio di premesse. La prima, banale forse, è che se pensate che i Pink Floyd dopo l’uscita di Roger Waters non siano più i Pink Floyd questo disco non fa per voi. La seconda è che se pensate che The Division Bell non sia un bel disco, questo disco non fa per voi lo stesso. Perché i 18 brani di questo disco stanno tra A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell musicalmente parlando. Sono sonorità di transizione, nel più puro sound dei Pink Floyd gilmouriani, molto più di quelle che usciranno nell’album del 1994. E’ un bel disco strumentale in cui i suoni Pink Floyd sono chiari, evidenti, a tratti maestosi (soprattuto nelle partiture di Wright il tastierista scomparso nel 2008) con atmosfere che si ritroveranno poi nell’album solista On a Island di David Gilmour. C’è un’unica traccia cantata, Louder than Words scritta da Gilmour con la moglie (come quasi tutti i brani di Division Bell), che non è proprio un capolavoro a mio avviso ma che lascia il rimpianto del fatto che se alcuni dei brani dell’album fossero riusciti a diventare “canzoni”, avrebbero potuto essere brani da ricordare. In sintesi il disco suona per quello che è: una serie di tracce che non furono usate venti anni fa, probabilmente con qualche ragione. Detto tutto ciò rimane un disco musicalmente importante, persino emozionante, soprattutto nel piattume di tanta produzione musicale contemporanea.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.99 del 15 novembre 2014.

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