Il lento spegnersi della Libertà

Ci sono romanzi distopici che immaginano il futuro e altri che, più inquietantemente, modificano il nostro modo di guardare il presente. Il canto del profeta di Paul Lynch appartiene indubbiamente alla seconda categoria. Pubblicato in Italia da 66thand2nd nella felicissima traduzione di Riccardo Duranti, il romanzo ha vinto il Booker Prize nel 2023, imponendosi come una delle opere più significative della narrativa contemporanea sulla crisi delle democrazie in occidente e più in generale del lento e inesorabile strangolamento della libertà. Tuttavia, definirlo semplicemente un romanzo politico o una distopia sarebbe riduttivo; Lynch costruisce piuttosto un’esperienza di progressivo soffocamento, nella quale il lettore è costretto ad assistere alla trasformazione della normalità, una normalità in cui è inevitabile per noi riconoscersi, in qualcosa di irriconoscibile, di terrificante.

L’incipit è quasi ordinario. È una sera umida ina città dell’Irlanda di oggi quando Eilish Stack, biologa e madre di quattro figli, apre la porta di casa e si trova davanti due uomini della polizia. Cercano suo marito Larry, insegnate e dirigente sindacale. Non c’è, apparentemente, nulla di cui preoccuparsi, ma proprio quell’apparente normalità è il punto di partenza dell’incubo. Nel Paese il governo ha iniziato a concentrare su di sé poteri straordinari; le garanzie democratiche vengono progressivamente sospese e il paese scivola verso l’autoritarismo. Larry scompare dopo poco in seguito a uno sciopero, mentre intorno a Eilish il mondo conosciuto comincia lentamente a dissolversi, ma a piccolissimi pezzi, incrinando la quotidianità senza, dapprima, sconvolgerla.

La grande intuizione di Lynch è quella di non raccontare la dittatura e la perdita della libertà dal punto di vista di chi la combatte sul piano politico, né attraverso i suoi protagonisti istituzionali, i grandi eventi. La racconta dalla cucina di una casa, dalle preoccupazioni di una madre, dalla spesa quotidiana, dalle telefonate che non arrivano, dai figli da proteggere. Il collasso della democrazia non viene dunque rappresentato come un evento storico improvviso, ma come una successione di piccoli cedimenti: prima scompare una persona, poi una libertà, poi un diritto, poi una certezza. I negozi chiudono, gli scaffali dei supermercati si svuotano, il lavoro viene meno; infine le strade diventano teatro della violenza, la guerra civile dilaga e la fuga dal paese l’unica possibilità.

È proprio questa progressione a rendere Il canto del profeta particolarmente perturbante. Lynch non ha bisogno di costruire un regime totalitario spettacolare, gli basta mostrare come una società democratica possa perdere gradualmente gli anticorpi che la proteggono. L’orrore non arriva accompagnato da una dichiarazione ufficiale: entra nella vita quotidiana quasi senza farsi notare. È questo, forse, il significato più profondo della distopia di Lynch: il totalitarismo non comincia necessariamente con la sua forma compiuta, ma con l’assuefazione all’eccezione.

Il romanzo assume così una dimensione che supera ampiamente il contesto irlandese. L’Irlanda di Lynch è un paese immaginario, ma il suo scenario politico rimanda alle inquietudini del presente: la crescita dell’estremismo, la crisi delle istituzioni, la normalizzazione dello stato d’emergenza, la polarizzazione sociale, la guerra e soprattutto il destino dei profughi. Lo stesso Lynch ha spiegato di aver concepito il libro come un tentativo di «empatia radicale» a partire dall’esperienza della guerra civile Siriana: non semplicemente parlare della condizione dei rifugiati, ma costringere il lettore a vivere dall’interno la perdita della propria casa e della propria sicurezza e ci fa riflettere che quella che per alcuni è la fine del mondo per altri sono solo immagini nel telegiornale la sera. Guardando alla Siria abbiamo tutti pensato che fosse altro da noi, Lynch dimostra con brutale realismo che non è affatto così.

Una parte decisiva della forza del libro risiede però nella scrittura, Lynch rinuncia quasi completamente alla tradizionale suddivisione in paragrafi e costruisce lunghe sequenze sintattiche nelle quali dialoghi, pensieri, percezioni e avvenimenti confluiscono gli uni negli altri. Il risultato è un ritmo spesso concitato, quasi senza possibilità di respiro, in cui nei punti più duri le parole colpiscono quasi fisicamente il lettore. I giudici del Booker Prize, nel premiare il romanzo, hanno sottolineato proprio questa caratteristica, definendo la prosa di Lynch una costruzione di «sentences» portate al limite e rilevando la capacità dello scrittore di utilizzare ripetizioni e motivi ricorrenti per produrre un’esperienza fisica della lettura.

La scelta formale non è dunque un semplice esercizio di stile, ma una necessità narrativa, un pezzo del messaggio del libro, della sua forza. La sintassi imita la condizione psicologica di Eilish: man mano che il mondo esterno diventa incomprensibile, anche il racconto perde i punti di riferimento consueti. Non ci sono più pause rassicuranti, né una distanza sufficiente per osservare gli eventi con lucidità; il lettore viene trascinato dentro la coscienza della protagonista e condivide la sua progressiva incapacità di distinguere ciò che è ancora normale da ciò che non lo è più.

È qui che Lynch mostra la sua maggiore ambizione letteraria, il suo romanzo non vuole convincerci attraverso una tesi politica; vuole farci provare una condizione. La politica entra nella vita privata fino a cancellare il confine tra la dimensione pubblica e quella domestica, Eilish non è un’eroina nel senso tradizionale: non possiede una particolare capacità di comprendere gli eventi, non dispone di strumenti politici, non può controllare il corso della storia. È una persona comune che cerca di proteggere i propri figli, ed è proprio questa normalità a renderla universale.

Non tutto, tuttavia, funziona allo stesso modo. L’insistenza sulla progressiva catastrofe può apparire talvolta programmatica e alcune figure restano subordinate alla funzione simbolica che svolgono. Lynch sacrifica deliberatamente parte della complessità psicologica dei personaggi alla necessità di mantenere il lettore dentro una situazione di crescente angoscia. Tuttavia si tratta di una scelta coerente con il progetto del romanzo: Il canto del profeta non vuole costruire una società distopica dettagliatamente descritta; vuole mostrarci cosa accade quando quella distopia diventa improvvisamente la nostra.

Il risultato è un libro duro, spesso claustrofobico, ma anche profondamente umano, al centro della catastrofe politica non c’è infatti un’astratta riflessione sul potere: ci sono i legami familiari, l’amore, la paura, il senso di responsabilità verso i figli e l’impossibilità di sapere quale sia la scelta giusta quando tutte le scelte comportano una perdita.

È forse questa la ragione per cui Il canto del profeta continua a inquietare anche dopo la lettura. Il suo messaggio non è semplicemente che le democrazie possono morire, che la libertà come la conosciamo può svanire. È qualcosa di più sottile: democrazia le libertà possono morire mentre continuiamo a vivere le nostre giornate, andare al lavoro, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola, discutere, aspettare che tutto torni alla normalità. E che proprio questa fiducia nella normalità può diventare la nostra più pericolosa vulnerabilità.

Lynch non offre consolazioni. Non promette che la storia, dopo la parentesi dell’orrore, tornerà al suo corso precedente. La vera materia della sua opera è la vulnerabilità: quella degli individui, delle famiglie, dei profughi, ma anche delle istituzioni democratiche. Ed è forse proprio questa vulnerabilità, più ancora della dittatura immaginata da Lynch, a rendere il libro così vicino al nostro tempo.

Paul Lynch, Il canto del profeta, 66th and 2nd, 2024. Traduzione di Riccardo Duranti.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 630 del 12 settembre 2026

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