Overtourism alla greca

Tra gli esiti non previsti e non voluti delle politiche di austerità e di riforma dell’economia e del mercato del lavoro che hanno interessato la Grecia negli ultimi 15 anni a seguito dell’intervento europeo e del fondo monetario, un gruppo di ricerca dell’università di Oxford ha analizzato lo spostamento consistente di forza lavoro nel settore turistico ricettivo che, è la tesi degli studiosi, ha fatto sì che le promesse di crescita e ritorno allo sviluppo legate all’austerity fossero disattese.

il caso della Grecia viene analizzato nello studio di Michalis Nikiforos, Vlassis Missos, Christos Pierros e Nikolaos Rodousakis, «The café economy: structural transformation in Greece in the wake of austerity and “reforms”» e rappresenta un esempio emblematico: una quota crescente della ricchezza e soprattutto dell’occupazione si è concentrata, a seguito delle politiche fiscali e del mercato del lavoro, nelle attività di alloggio, ristorazione e servizi turistici, fino a configurare una vera e propria “economia dei caffè”.

Al netto dei giudizi sulle politiche di intervento tutte volte all’equilibrio di bilancio, alle privatizzazioni e alla liberalizzazione del mercato del lavoro, l’esperienza greca pone una questione che riguarda ormai gran parte dei territori a forte vocazione turistica, comprese molte città italiane tra cui Firenze: un’economia può affidare il proprio sviluppo prevalentemente al turismo senza compromettere nel lungo periodo la qualità del lavoro, la coesione sociale, l’ambiente e l’accessibilità del territorio?

Lo studio evidenzia che il turismo presenta un paradosso strutturale. Da un lato è una risorsa fondamentale per l’economia greca, capace di generare occupazione, attrarre valuta estera, sostenere i consumi e migliorare gli equilibri macroeconomici. Dall’altro tende a concentrare investimenti e forza lavoro in attività a bassa produttività, limitando la crescita complessiva dell’economia e non consentendo ricavi tali da sviluppare risorse in quantità tali da competere in altri settori a più alto valore aggiunto.

In Grecia, tra il 2009 e il 2023, il settore dell’ospitalità e della ristorazione ha aumentato significativamente il proprio peso nell’occupazione, assorbendo una parte consistente dei posti di lavoro persi a causa delle ristrutturazioni e creati durante e dopo la crisi. Tuttavia, questa crescita ha comportato anche una marcata riduzione della produttività e dei salari reali.

Uno dei primi effetti di questo modello riguarda il mercato del lavoro. Le attività turistico-ricettive sono infatti caratterizzate da una forte intensità di lavoro umano e da limitati margini di innovazione tecnologica: una camera d’albergo, un servizio di ristorazione o l’accoglienza di un visitatore richiedono inevitabilmente lavoro diretto e poco qualificato. Questo permette di creare molti posti di lavoro (anche perché si ha bisogno di più teste per coprire lunghi archi temporali ma per brevi intervalli di lavoro), ma spesso con caratteristiche di stagionalità, precarietà e bassa qualificazione. Lo studio mostra come la crescita dell’occupazione nel turismo sia stata accompagnata dall’aumento del lavoro part-time involontario e dalla riduzione del peso delle professioni ad alta qualificazione.

Si produce così un fenomeno particolarmente problematico: una quota crescente di lavoratori con livelli di istruzione elevati finisce per essere impiegata in attività che non valorizzano pienamente le competenze possedute. Si determina un disallineamento tra capitale umano disponibile e struttura produttiva. Le università, la formazione VET e gli altri sistemi formativi generano, almeno nel breve periodo, competenze sempre più avanzate, ma il sistema economico tende a offrire occupazioni che richiedono qualifiche inferiori. Nel lungo periodo questo può invece alimentare fuga di talenti, sotto-occupazione qualificata e minore capacità innovativa dei territori oltre ad un livellamento della formazione professionale e dell’istruzione sulle figure che il mercato può assorbire senza interventi pubblici; interventi, peraltro, che il privato non avrà interesse a sostenere economicamente.

Accanto agli effetti occupazionali emergono poi importanti conseguenze fondiarie e immobiliari. L’espansione del turismo ha prodotto una crescente competizione per l’utilizzo degli immobili urbani e costieri greci: gli appartamenti sono stati progressivamente convertiti in strutture ricettive o affitti brevi, mentre gli investimenti esteri si sono concentrati sulla valorizzazione della rendita immobiliare piuttosto che sulle attività produttive, attraverso l’investimento in strutture ricettive. Lo studio individua proprio nell’intreccio tra crescita turistica, piattaforme di locazione di breve periodo e investimenti immobiliari una delle cause del forte incremento dei valori immobiliari registrato nelle principali destinazioni turistiche greche.

Le conseguenze sociali di questo processo sono note: aumento dei canoni di affitto, difficoltà di accesso alla casa per residenti, espulsione progressiva delle famiglie dai centri storici e trasformazione dei quartieri in spazi prevalentemente dedicati ai visitatori. La rendita fondiaria tende difatti a sostituire la funzione residenziale e produttiva del territorio, alterandone l’equilibrio sociale. In molti casi si è assistito alla cosiddetta “turistificazione”, cioè alla riconfigurazione degli spazi urbani sulla base delle esigenze del visitatore anziché di quelle della comunità residente.

Anche gli impatti ambientali sono stati significativi. La crescita dei flussi turistici esercita infatti una pressione crescente sugli ecosistemi, sui consumi idrici, sulla gestione dei rifiuti e sulle infrastrutture urbane. Nelle aree costiere e insulari tali effetti sono risultati particolarmente evidenti con il paradosso ulteriore che la ricchezza prodotta, anche per colpa del sistema fiscale, viene drenata dai costi delle tariffe dei servizi. Lo studio richiama inoltre il contributo delle attività di trasporto, in particolare aereo e crocieristico, alle emissioni climalteranti e all’inquinamento ambientale. L’overtourism, dunque, non genera soltanto congestione, ma può produrre un deterioramento permanente del patrimonio naturale e paesaggistico che costituisce esso stesso la principale attrazione economica del territorio, finendo per consumare la propria fonte di ricchezza.

Esiste inoltre una dimensione culturale spesso sottovalutata. Quando il turismo diventa il principale motore di sviluppo, il rischio è che tradizioni, centri storici e attività economiche locali vengano progressivamente trasformati in prodotti destinati al consumo turistico. La cultura perde parte della propria funzione sociale e identitaria per assumere una funzione prevalentemente commerciale. Si tratta di un fenomeno che genera valore economico nel breve periodo, ma che può impoverire il capitale culturale autentico nel lungo termine. Tutto ciò, ci dice lo studio, è avvenuto in Grecia negli ultimi 15 anni.

Tuttavia, sarebbe un errore leggere questi processi esclusivamente in chiave negativa. Il turismo rappresenta per molti territori una delle poche attività in grado di attrarre domanda esterna e generare reddito senza delocalizzazioni. Nel caso greco, il saldo positivo dei servizi turistici ha contribuito in misura decisiva al miglioramento della bilancia dei pagamenti e al sostegno dell’occupazione durante gli anni più difficili della crisi economica.

Il vero dilemma non è dunque se sviluppare o meno il turismo, ma evitare che esso diventi una monocultura economica. Quando una quota eccessiva di risorse finanziarie, investimenti, lavoro e suolo converge verso attività turistiche e immobiliari, il rischio è quello di indebolire manifattura, innovazione, ricerca e settori ad alta produttività. L’economia cresce, ma su basi fragili e fortemente dipendenti da fattori esterni come i flussi internazionali, le crisi geopolitiche o i cambiamenti delle preferenze dei visitatori; mentre il lavoro si impoverisce, i salari decrescono, il costo della vita aumenta e i giovani talenti emigrano.

La lezione che emerge dal caso greco è quindi chiara: il turismo può essere una componente importante di una strategia di sviluppo, ma difficilmente può rappresentarne l’unico pilastro. Per essere sostenibile deve essere accompagnato da politiche industriali, investimenti in innovazione, valorizzazione delle competenze, formazione continua, upskilling e reskilling della forza lavoro, nonché da strumenti capaci di governare la pressione immobiliare e proteggere l’accessibilità abitativa. Solo in questo modo la rendita turistica può trasformarsi in leva per uno sviluppo equilibrato, anziché in un fattore di progressiva dipendenza economica e sociale.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 636 del 24 ottobre 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.