Il corpo del Santo

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Ci sia consentito l’inconsentibile ma la traslazione della salma di Padre Pio a Roma per il Giubileo non è un buon segno. Non lo è per tanti motivi. Il primo è che il Vaticano con il Frate ha sempre avuto un rapporto piuttosto controverso. Non amato in vita, così come non lo amava il regime fascista, ne ha tollerato il culto prima perché capace di garantire coesione e consenso popolare poi perché, negli anni della secolarizzazione spinta della società, era rimasta una delle poche figure genuinamente popolari della Chiesa Cattolica. Non è un buon segno, da laico e laicista sia chiaro, perché ritorna centrale ai fini della devozione non l’insegnamento, l’opera e il mistero del Santo ma il suo corpo, la reliquia, l’oggetto di devozione. Un ritorno al medioevo dove il rapporto tra clero e popolo era mediato dagli oggetti apotropaici e mitici, in una sorta di “semplificazione” ad uso delle masse del discorso divino. Padre Pio è paradigmatico di un modo di intendere, da parte della Chiesa Cattolica, il rapporto con i propri fedeli, più il frate è esaltato e meno è matura la considerazione che il clero ha dei propri fedeli. Il fatto che sia proprio Papa Francesco a riportare in auge Padre Pio credo qualche dubbio possa porlo.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.156 del 6 febbraio 2016.

L’olimpiade romana

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 9 febbraio 2012.

Dubitiamo sinceramente che per scaldare il cuore di Monti, affinché appoggi la candidatura alle Olimpiadi di Roma del 2020, l’appello degli sportivi italiani sia la mossa giusta. Nella costruzione dell’immagine rassicurante del professore che si prende cura del Paese ci è stato fornita ogni tipo di informazione su Monti, la sua famiglia, i suoi gusti; persino quelli alimentari e in quali negozi si rifornisca la signora Monti per il cenone di Capodanno. Dei gusti sportivi invece sappiamo molto poco, solo, per esempio, che sia “moderatamente” rossonero.  Tuttavia aldilà di appelli e interessi del mondo sportivo (e imprenditoriale) il tema delle Olimpiadi a Roma può essere una cartina di tornasole di questo Paese e della sua (in)capacità di programmarsi e pensarsi. Certo nei giorni in cui la capitale è stata messa in ginocchio da una nevicata (dopo esserlo stata per un nubifragio) e in cui il Paese discute se riuscirà o meno ad evitare il default ed uscire da una crisi sistemica, il dibattito potrebbe anche non iniziare. Se proviamo ad astrarci però possiamo considerare l’evento Olimpico (come i grandi eventi sportivi) come un motore di sviluppo e un motivatore di cambiamenti incredibile. Negli anni novanta, nella stagione della pianificazione strategica degli enti locali, la finalizzazione di una trasformazione, della vocazione e della struttura di una città, veniva aiutata dall’obbiettivo di una grande occasione sportiva. Il caso di Torino e le sue olimpiadi invernali è il massimo esempio di questa stagione. Una città che si scopre post-industriale e ripensa sé stessa e finalizza la sua trasformazione prima all’aggiudicarsi, poi a gestire giochi i olimpici e le trasformazioni successive a questi. Ecco perché Manchester, impossibilitata a richiedere olimpiadi, fece di tutto per ospitare almeno i giochi del Commonwealth. Dunque più che l’investimento economico e urbanistico immediato i giochi erano pensati come occasione di investimento culturale, sociale e amministrativo. Giochi che quindi celebrano un Paese e una città che sono stati in grado di pensarsi, trasformarsi e gestirsi. Come sarà per Londra alla fine del decennio della cool Britannia o ancor di più per il Brasile potenza economica mondiale. Altrimenti risultano essere un disastro e non è un caso se nella periodizzazione del declino greco quasi tutti gli osservatori datino l’inizio della fine proprio con le Olimpiadi ad Atene. Il punto che dovrebbe farci considerare dunque l’olimpiade di Roma è  se questo Paese non sia soltanto in grado di costruire faraoinici impianti sportivi ma anche di costruire un futuro a sé stesso, in cui aldilà di quello che raccontava De Coubertin l’importante non è tanto partecipare, ma vincere.