Una memoria delle transizioni. L’inventario dell’Archivio della Federazione Laburista

Ci sono archivi che raccontano il passato come un insieme di carte, e altri che restituiscono una stagione di vita politica, la densità delle scelte, il respiro dei cambiamenti. L’Inventario del Fondo “Federazione Laburista, 1994-2000”, curato da Paola Cagiano de Azevedo e Anna Cristina Denittis per l’Archivio storico della Camera dei deputati, appartiene con certezza a questa seconda categoria. È un lavoro di precisione archivistica, ma anche una mappa per ritrovare i sentieri di un decennio cruciale nella storia della italiana, quello che seguì al crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica e all’avvio della lunga transizione italiana.

La Federazione Laburista nacque nel 1994 per iniziativa di Valdo Spini, dopo la dissoluzione del PSI, con l’obiettivo di preservare e rinnovare una cultura socialista e riformista in grado di dialogare con le altre forze politiche di centro sinistra, in particolare il PDS e provare a intercettare le nuove forme della politica che stavano sorgendo dalle ceneri del sistema partitico esploso dopo tangentopoli. La parabola Laburista, durata fino al 2000, fu breve ma significativa: tentò di dare forma a un socialismo europeo in Italia nel tempo dell’incertezza, quando la sinistra cercava da un lato di rompere coi propri passati e mostrarsi nuova preservando meccanismi e gruppi dirigenti, mentre un’altra parte tentava di non venir spazzata via dalle inchieste giudiziarie e dal fervore sanfedista, montato da giornali e televisioni, che non faceva distinzioni e processava davanti ai tribunali intere classi dirigenti, lotte e tradizioni. L’inventario dell’archivio della Federazione ne restituisce ora, a distanza di trent’anni, la concretezza minuta: verbali di direzione, circolari, manifesti, corrispondenze, relazioni interne. Tutto ciò che compone il tessuto vivo di un’esperienza politica.

Il merito principale del volume è quello di rendere leggibile la stratificazione di un’epoca. Le curatrici hanno dovuto affrontare un fondo complesso, spesso disordinato, composto da carte confluite in momenti diversi. Da questo materiale eterogeneo hanno ricostruito un ordine coerente, articolato in sezioni che seguono le vicende dell’organizzazione, la sua articolazione territoriale, i rapporti con i partiti alleati, le attività parlamentari e comunicative. Ma soprattutto hanno restituito un ritmo: la tensione costante fra l’ambizione di un progetto riformista autonomo e la progressiva confluenza nella casa comune di quelli che diventeranno nel 1998, non casualmente a Firenze, i Democratici di Sinistra.


Nelle pagine dell’inventario, dietro le sigle e le intestazioni, si intravede una politica fatta di persone, parole, entusiasmi e disillusioni. È un archivio che parla di un tempo in cui la partecipazione aveva ancora un radicamento fisico: congressi, circoli, documenti ciclostilati, dibattiti. Internet era un frutto ancora acerbo qui da noi e i social erano di là da venire; tuttavia l’archivio parla anche del difficile passaggio verso una politica mediatizzata, in cui il linguaggio tradizionale dei partiti iniziava a cedere il passo alla comunicazione televisiva e all’immagine. In questo senso, il fondo laburista è una testimonianza preziosa della soglia fra due mondi: quello novecentesco dell’organizzazione e quello postmoderno della rappresentazione.

L’importanza culturale di questo lavoro va oltre la storia di una piccola formazione politica. L’inventario della Federazione Laburista diventa un atto di restituzione civile, una forma di cura della memoria. In un tempo in cui la velocità della cronaca tende a cancellare le genealogie, ricostruire con rigore e intelligenza le tracce di un’esperienza collettiva significa preservare la possibilità di comprendere le continuità e le fratture della democrazia italiana.

Le curatrici non si limitano a catalogare: raccontano implicitamente una pedagogia della documentazione, ricordando che la politica non è solo decisione e potere, ma anche sedimentazione, parola scritta, archivio. E che negli archivi — se li si sa leggere — si custodisce spesso una parte delle domande che il presente continua a porre.

Questo inventario, insomma, non è un semplice strumento per ricercatori, ma un invito alla memoria attiva: un modo per riscoprire, nelle pieghe di un’esperienza apparentemente minore, il respiro di un’epoca in cui la sinistra italiana tentava ancora di reinventarsi restando fedele a sé stessa. Inutile dire di quanto bisogno di tutto ciò ci sarebbe ancora oggi.

 Il volume è reperibile online all’indirizzo:

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 592 del 18 ottobre 2025

La fascinazione intellettuale del fascismo

Quando nel 1983 apparve per la prima volta “Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France” (in Italia pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1997), il libro di Zeev Sternhell scosse la storiografia europea come poche opere avevano fatto prima.
L’oggetto dello scandalo era una tesi tanto chiara quanto destabilizzante: il fascismo non fu un accidente della destra radicale, né un’imitazione italiana o tedesca trapiantata altrove, bensì una vera e propria ideologia autonoma, nata da un’ibridazione tra nazionalismo e socialismo rivoluzionario, particolarmente feconda proprio in Francia.

Per Sternhell, il fascismo non nasce dall’arretratezza, ma bensì da un processo culturale che attraversa intellettuali e movimenti ben radicati nella modernità politica della fine del XIX secolo e degli inizi del XX.
La sua originalità consiste nell’aver colto come una parte della sinistra – disillusa dal proletariato, critico della democrazia parlamentare, alla ricerca di una nuova sintesi nazionale – abbia trovato un terreno comune con la destra nazionalista e tradizionalista.
Già alla vigilia della Grande guerra, sostiene lo storico, “il fenomeno si era già formato ed era già dotato di un solido quadro concettuale”.

In questo senso, il fascismo appare non come un corpo estraneo, ma come una delle possibili risposte alla crisi della democrazia liberale e all’esigenza di una mobilitazione di massa.
È significativo che Sternhell individui nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel, Lagardelle, Labriola e Michels una radice ideologica decisiva: la convinzione che la democrazia fosse “l’arma offensiva più efficace mai inventata dalla borghesia” e dunque che il socialismo, per realizzarsi, dovesse distruggere la democrazia stessa.

Il volume ha il merito di smascherare ciò che lo storico definisce la “banalità del fascismo”: un’ideologia diffusa ben oltre i circoli ristretti che se ne proclamavano eredi, penetrata nel discorso di intellettuali e politici rispettabili, che spesso nel dopoguerra avrebbero indossato i panni di liberali e democratici. “Gli uomini possono cambiare e hanno il diritto di farlo – scrive Sternhell – non hanno invece il diritto di distorcere la propria storia e quella del loro tempo”.
Quello che però internessa l’autore è la ricerca di radici profonde nella società francese delle pulsioni fasciste, intese come un fenomeno prima di tutto intellettuale, capace di penetrare ben oltre la cerchia di pochi fanatici. E non importa, sostiene lo storico, che il fenomeno in Francia non si sia compiuto se non a seguito della disfatta del 1940; anzi è prorio il suo essere fenomeno non macchiato dalla prassi del potere a rendere ancora più “universale” la sua capacità di penetrazione.

Inolte il caso francese mostra come sia proprio la mancanza di una “Destra” classica e strutturata ad aver favorito il passaggio dalla teoria fascista e nazista alla pratica del loro governo e che, invece, dove la Destra era in grado di mettere in campo una propria dimensione ideologica, organizzativa e politica, come in Francia, il fascismo si era “limitato” ad essere una pericolosa ideologia.

Il punto più controverso del libro sta nella sua radicalità: il fascismo come sintesi rivoluzionaria “né di destra né di sinistra”, espressione di un socialismo nazionale e corporativo che rifiuta sia la lotta di classe sia l’individualismo liberale.
Una visione che spiega, per esempio, la traiettoria del “neo-socialismo” francese di Déat, dove “l’antimarxismo, la solidarietà fra le classi nell’ambito della nazione e la volontà di costituire un sistema corporativo formano un insieme ideologico originale”.

La ricezione del volume fu durissima. Storici come René Rémond o Serge Berstein contestarono l’idea che la Francia avesse fornito un terreno privilegiato al fascismo, insistendo sul suo carattere marginale e “importato”.
Altri, come Ernst Nolte, ribadirono la natura essenzialmente antimarxista e reazionaria del fenomeno.
Sternhell, al contrario, insisteva sulla forza attrattiva che il fascismo ebbe come promessa di “rivoluzione morale e spirituale”, capace di affascinare intere generazioni in cerca di un “fare del nuovo”.

A più di quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, Né destra né sinistra resta ancora un libro scomodo e imprescindibile.
La sua forza sta non solo nell’aver ridefinito la genealogia del fascismo europeo, ma anche nel richiamare con forza il dovere della memoria critica.
Come sottolinea Maria Grazia Meriggi nella postfazione, Sternhell ricorda ai lettori che il pluralismo e il conflitto delle idee proprie della democrazia liberale affondano le radici in conflitti materiali e storici mai definitivamente risolti.
Ed è in questa tensione irrisolta, più che nelle formule politiche, che si misura ancora oggi l’attualità della sua lezione.

Dunque perché leggere oggi, di nuovo Sternhell? Se il fascismo “esercitò allora un’attrazione molto più profonda di quanto non si voglia oggi riconoscere” fu perché una nonj ristretta coorte di intellettuali lo vide come “lo strumento di una rivoluzione morale e spirituale radicale”. Riconoscerne il suo “fascino” ci permette di non ridurlo, macchiettisticamente, al ritrovo di un manipolo di reduci in un buio teatrino Milanese, guidati da un leader solo e carismatico.

Il caso francese ci dimostra come la pulsione rivoluzionaria, giovanile, la “volontà furibonda di fare del nuovo” covavano nella società a Destra come a sinistra e che fu, per certi versi, facile appiccare l’incendio. Anche perché, ed è forse la lezione più attuale, tutti questi “ribelli” riconobbero come nemico comune la democrazia liberale. Un istituto che anche oggi non gode di ottima salute.

Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 590 del 04 ottobre 2025

Tra la “Pantera” e le notti magiche

La prossima settimana esce, per Derive e Approdi, il nuovo libro di Pippo Russo, L’estate di Totò Schillaci. Russo anni fa se ne uscì con un libro magnifico – Nedo Ludi –  che parlava del cambiamento dell’Italia degli anni ’90, raccontando una storia di “resistenza” calcistica di un giocatore che rifiutava il passaggio dal calcio a uomo a quello a zona. Fu definito il miglior libro di calcio italiano ma era molto di più. Così come insegna Cartwright per l’Inghilterra, il calcio soprattutto tra gli anni ’70 e ’90 era un laboratorio sociale in cui si mostravano amplificate le nostre società europee.

Questo nuovo libro ritorna a quegli anni, segnatamente il biennio 1989 e 1990, ma il calcio, seppur presente a partire dal titolo, non è il centro del romanzo.

Il libro racconta Palermo, le sue classi sociali e quell’esperienza politica giovanile, l’ultima veramente politica e collettiva che fu “la Pantera”, l’occupazione delle università contro la riforma degli Atenei voluta dal governo Andreotti, partita proprio dalla città siciliana. Lo sfondo non è solo la città, ma un sistema politico locale e nazionale che – lo sappiamo ora – stava per andare in frantumi, così come le case demolite per far posto agli stadi del Mondiale del 1990, l’occasione di riscatto del Paese che fallì miseramente così come fallì quella Nazionale calcistica, predestinata alla vittoria, ma invece sconfitta in semifinale dall’Argentina.

In mezzo due comete che avrebbero potuto essere, ma non furono, come la Pantera e Totò Schillaci.

Ho avuto il privilegio di leggere il libro ancora in bozza e sono uscito dalla lettura scosso e commosso. Nel libro infatti c’è una malinconia pervasiva, un senso del tempo che non è senso di sconfitta, di resa. Appare più rispetto per sé, per un’esperienza politica collettiva, per una città e per le scelte della vita. Un rispetto a tratti orgoglioso, senza però essere mai iattanza.

La prima sensazione è di trovarsi di fronte all’altra faccia di Nedo Ludi, dove è il calcio a fare da sfondo al cambiamento generale di una città, un Paese, una generazione. Però in questo libro si va oltre; c’è una sofferenza personale avvertita, presente, in alcuni tratti soffocante. Sì perché il protagonista vive il proprio cambiamento politico, sociale, calcistico, ma anche personale in una storia d’amore che avrà i tratti dell’estate in cui tutto avrebbe potuto essere altro: la coppa del Mondo, la protesta studentesca, Palermo, il suo sindaco Orlando, la storia d’amore di due ragazzi distanti per censo e appartenenza.

Seppur Palermo sia, di fatto, un personaggio di questo libro, la dimensione di quello che vi si racconta va molto oltre i confini dell’isola. La Pantera non fu la mia generazione, io entravo al liceo nel 1989, ne sentivo echi lontani; l’impatto della politica avverrà più con il 1994, la discesa in campo di Berlusconi che avvenne però senza il conforto dell’ultima stagione collettiva della gioventù studentesca italiana. Eppure le pagine in cui viene descritto lo spegnersi del movimento, giudicandolo ma senza cattiveria, sono un preannunciare della stagione che avremmo, anche noi, vissuto.

Dopo quella stagione venne il trionfo della personalizzazione, vivemmo Berlusconi e i tentativi di fermarlo con “la gioiosa macchina da guerra”, capimmo però, forse meglio dire intuimmo, dal vestito marrone di Occhetto che la resistenza sarebbe stata vana.

Alla mia generazione mancava l’esperienza collettiva che proprio la Pantera aveva rappresentato; né, va detto, i più grandi che quell’esperienza avevano invece fatto, ci hanno voluto o potuto dire quello si trova nei capitoli finali del libro. Quel “prendere atto” di un esaurirsi della lotta, che forse non fu “impostura” o “tradimento” anche se, di sicuro, l’esito non fu quello previsto né voluto.

In L’età di Totò Schillaci questo viene descritto senza rimpiangere né disconoscere niente. C’è anzi l’affermazione della correttezza delle proprie scelte di allora, dato tale contesto e le informazioni disponibili, che non è assoluzione, ma consapevolezza delle scelte, una presa di coscienza si sarebbe detto nel lessico di una stagione che proprio allora viveva la sua coda.

Nel fare questo il protagonista, Enzo, non si fa sconti: non è un personaggio né risolto, né assolto. Russo tuttavia, non lo descrive mai come uno sconfitto, anzi il giudizio morale non è campo di gioco di questo libro ed è una grande forza che il volume porta con sé.

Accanto a tutto questo Totò Schillaci, la sua istintività calcistica che diventa metafora, il suo essere figlio disconosciuto di Palermo che pare accoglierlo solo nel momento della gloria, per poi dimenticarlo di nuovo. Schillaci svolge, nel libro, la funzione della tempesta nell’omonimo dramma shakespeariano: è motore dell’azione, in questo caso mnemonica, del protagonista senza neanche il bisogno di apparire in scena.

Con i ricordi del protagonista però, emergono anche i nostri, quelli di quell’estate che per Firenze fu ambigua. Da una parte il “boicottaggio” del tifo azzurro dopo il passaggio di Baggio alla Juventus e la finale di Avellino, la tracotanza di Matarrese capo della Federazione, i cori contro la nazionale. Dall’altra il tifo, semiclandestino, l’emozione di quegli occhi spiritati di Totò a segno partita dopo partita. Tutto questo riemerge nelle pagine del libro con la consapevolezza dei trent’anni trascorsi ma senza l’inacidirsi del nostro invecchiare, né la spocchia di chi oggi pensa di aver capito tutto a posteriori.

C’è poi un’altra cosa notevole in questo libro ed il trascorrere del tempo, le pagine hanno metronomi diversi, più rapidi nel passato, lenti al limite dell’immobilismo nella narrazione al tempo presente. In queste parti, quasi tutti trascorse su un balcone affacciato su Palermo, riecheggia il lento malinconico ritmo delle poesie di Vittorio Sereni. Una in particolare per me, Nel Sonno. Una poesia eminentemente politica in cui, anche lì, il protagonista faceva i conti con la disillusione della Resistenza nell’Italia repubblicana dominata dalla DC, in quel caso ascendente, mentre in questo libro ne viene descritta la fase terminale. Questo tempo sospeso così malinconicamente attraente è uno dei grandi meriti, per me, del libro.

Infine il libro ci regala anche una coppia di personaggi, Andaloro e Puleo, che svolgono una funzione classica a mezzo tra il coro greco e i Rosencrantz e Guildenstern di Tom Stoppard, in quel capolavoro omonimo che ribalta e svela l’Amleto.

Insomma L’estate di Totò Schillaci è davvero un gran bel libro, come ne capitano davvero pochi, e non lo dico per l’affetto e la stima che mi lega all’autore. No, in questo libro chi ha vissuto quelle stagioni troverà il ricordo e la messa in discussione di una stagione che pareva portare con sé riscatto e rinnovamento, chi è venuto dopo può riflettere sulle svolte, personali e collettive, che certe stagioni portano con sé, su fatto che talvolta un gol o un’assemblea avrebbero potuto cambiare tutto.

Pippo Russo, L’estate di Totò Schillaci, Derive e Approdi, 2025.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 581 del 21 giugno 2025

Bergoglio riformatore «assoluto»

«Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» le parole che vengono pronunciate dal Conte Zio al Padre provinciale ne I Promessi Sposi, sembrano lontanissime dal pontificato di Papa Francesco.
Esuberante nei modi e nell’eloquio, spumeggiante nel contatto con la gente fino – letteralmente – all’ultimo giorno, Bergoglio è stato Papa innovatore e persino di rottura in molti campi, tutto il contrario di quello che sottintendono le Parole del Manzoni, eppure nel bilancio del suo pontificato, almeno per quanto riguarda gli aspetti di riforma delle istituzioni ecclesiastiche alcune troncature e assopimenti si vedono.
Il Papa venuto dalla fine del mondo ha da subito, fin dal primo viaggio a Lampedusa al limite ultimo del continente europeo, mostrato il suo sguardo fuori dal continente. Snobbate le Capitali, ha ignorato la cattolicissima Spagna, disertato la Germania e in Francia si è recato solo nella «periferia» recandosi a Strasburgo (per il Parlamento europeo), Marsiglia ed Ajaccio.
Porti ed isole come metafore di viaggi e migrazioni. Ma sul Papa «politico» e internazionale molto è stato e sarà scritto in questi giorni e nei prossimi a venire.
Qui invece interessa ricostruire il Bergoglio «riformista» e sovrano dello Stato pontificio.
Quando Bergoglio succede a Benedetto XVI, il 13 marzo 2013, si trova a capo di un Chiesa piegata tutta su se stessa, incapace di cogliere pienamente i mutamenti sociali in atto. Il suo predecessore, grande teologo e detentore di una biblioteca personale di oltre 20.000 volumi, sembra incapace di andare oltre al recriminare contro il relativismo e l’individualismo dilagante, seppur fornendoci analisi dottissime e illuminanti. Almeno sembra essere questa la percezione dei Cardinali chiusi in conclave.
Tuttavia, oltre alla perdita di egemonia della Chiesa sul proprio gregge, il governo della Curia romana sembra essere completamente fuori controllo. Le finanze vaticane non rispettano alcuno standard di controllo internazionale, nessuna norma internazionale di trasparenza, tanto da far considerare la Santa Sede al pari di un paradiso fiscale.
La Curia, lasciata senza guida, appare autoreferenziale e si dedica al suo passatempo preferito da più di mille anni, dividersi e rivaleggiare tra i suoi membri, con un di più dato dai tempi moderni: che le «beghe» di Palazzo fanno molto spesso la loro comparsa sui media, veicolate talvolta da faccendieri e misteriose signore.
Forse sarà anche l’incapacità di tenere a freno questo rumore di fondo, oltre alla fatica dell’età, a portare al gesto inimmaginabile delle dimissioni di Ratzinger.
Bergoglio, dunque, pare essere stato scelto – o indicato dallo Spirito Santo per chi crede – come quello, tra i vari Cardinali, capace di rimettere in ordine, di donare trasparenza al governo della Chiesa, di troncare e sopire gli scandali.
Nel suo distacco con l’Europa e le Chiese del continente, in particolare quella francese e tedesca, peserà anche l’atteggiamento nei confronti degli scandali sulla pedofilia. Rispetto a Chiese nazionali capaci, come quella francese, di parlare di «pratica sistematica» nel proprio rapporto del 2021 sul tema, Bergoglio, pur non minimizzando e negando gli abusi, terrà un profilo invece più basso, meno «dirompente» rispetto ad altri temi sensibili trattati dal Pontefice.
Più energico sarà il lavoro del Papa nei confronti della Curia, spesso vissuta lontano da Roma come un intralcio alla missione pastorale, che invece deve diventare, per Francesco, un apparato a servizio delle Chiese locali, soprattutto di quelle più lontane. Per questo prende in mano direttamente, da sovrano assoluto qual è, la sua riforma.
La prima mossa è quella di creare un consiglio ridotto composto da 9 cardinali, per stilare una riforma delle regole di funzionamento dettate da Giovanni Paolo II. Di questo organismo gli italiani sono solo 2, gli altri arrivano, come il Papa, dalle varie «fine del mondo».
Il messaggio è chiaro: il governo della Chiesa deve riflettere la sua diversità. Questo varrà anche per il Conclave che dovrà eleggere il suo successore, affollatissimo (nonostante le regole impongano un massimo di 120 Cardinali elettori ad oggi se ne contano 135), cosmopolita e con gli europei in netta minoranza, e soprattutto, per più dei due terzi necessari all’elezione, nominato dal Papa Francesco.
Altro punto sul quale forte e autoritaria è stata l’azione papale è quello delle finanze vaticane. Lavoro urgentissimo, si svolge già dai primi mesi di pontificato, anche sotto la pressione non proprio discreta degli organismi finanziari internazionali che hanno man mano declassato la Santa Sede al Pari delle Isole Cayman.
Per uscire da questa nassa, Francesco punta sulla trasparenza. Una novità per questa materia. Intraprende un lavoro di ricognizione e di verifica personalmente, chiedendo – sacrilegio – consiglio a esperti laici di sua fiducia, esterni a chi, fino a quel momento, deteneva il potere finanziario della Chiesa.
Il lavoro di queste inchieste porta ad una rivoluzione vera e propria dello IOR, la banca del Vaticano, riportandolo a standard internazionali accettabili. Oltre 5.000 conti correnti vengono chiusi senza troppo clamore e si definisce una regola per la quale solo le istituzioni religiose e le persone legate per incarico e dovere alla Chiesa possano aprire conti presso l’Istituto.
Ma il percorso di riforma non si fermerà qui e non sarà né breve né facile. Probabilmente neanche concluso alla scomparsa del Pontefice. È un percorso comunque di cui ancora sappiamo molto poco, in questo Francesco mantenendosi alla tradizione, ma che ha portato i vari dicasteri romani ad avere e a dover rispettare un budget definito, a sottoporsi ad audit, e ad essere supervisionati da un Segretariato per l’economia.
Anche il patrimonio immobiliare vaticano è stato centralizzato e razionalizzato presso lo IOR che, a sua volta, ha visto nascere un «comitato per gli investimenti della Santa Sede» che verifica l’eticità delle scelte di investimento della banca. Infine Papa Francesco ha creato una vera e propria «authority» – l’ASIF – dotata anche di poteri di «polizia fiscale».
Appare evidente che tali rivoluzioni abbiano creato molti malcontenti e che siano stati frutto più di strappi del Pontefice, piuttosto che di processi condivisi e concordati. Di certo è che il malcontento non si è trattenuto all’interno delle mura vaticane e spesso documenti e indiscrezioni sono apparse sulla stampa mondiale. Anche in questo caso però quello che è stato innovativo, rispetto agli analoghi casi occorsi sotto il pontificato di Benedetto XVI, è stata la reazione: un prelato ed un laico accusati di aver consegnato documenti alla stampa sono stati arrestati dalla gendarmeria vaticana.
Forse invece non del tutto voluto sarà il clamore che susciterà lo scandalo dell’immobile londinese che costerà, molto più di altri scandali del passato, alla «carriera» del potente segretario di Stato George Pell e più in generale al «ridimensionamento» dell’enorme potere di quella carica.
Godendo appunto di totale discrezionalità il segretariato di Stato aveva investito somme ingenti nell’acquisto di un immobile nella capitale inglese versando enormi commissioni a vari intermediari la cui utilità, nel processo di compravendita, non appariva chiara. All’esito dell’operazione la perdita per le casse pontificie era stata di oltre 150 milioni di Euro.
Anche in questo caso l’esito della vicenda sarà all’insegna dell’innovazione e della «trasparenza», quanto meno rispetto agli standard vaticani: il Cardinale Angelo Bacciu, segretario di Stato vicario, sarà rimosso dalle proprie funzioni (ma non dal suo status cardinalizio tanto che oggi chiede di poter partecipare al Conclave) da Papa Francesco, mentre si terrà anche un processo, presso la corte di giustizia vaticana, per rintracciare i numerosi attori di questo «affare».
Da questa vicenda Papa Francesco proseguirà l’opera di riforma ma con molta più cautela. Meno teste rotoleranno anzitempo e con clamore, verranno attese le normali rotazioni o, persino, la scomparsa di chi «resiste» all’opera di rinnovamento. Opera che prosegue tuttavia dicastero per dicastero, commissione per commissione, ufficio per ufficio; però più lentamente dando speranza ai nemici del Papa, rinfrancati anche dal peggioramento delle sue condizioni di salute. Una resistenza che irrita Francesco tanto da tacciare questo atteggiamento di «gattopardismo spirituale».
Ma nulla pare fermare Bergoglio che riuscirà nel 2022 a emanare la nuova Costituzione Apostolica che dona al Pontefice ancora più potere nel controllare la propria amministrazione. Ogni dicastero deve rendere conto al Papa e dal Papa è nominato e a lui, e a lui solo, deve riferire. Una centralizzazione ed un assolutismo a cui i media dedicano molto meno spazio rispetto alle innovazioni che pure sono presenti nel testo. Dal maggior ruolo concesso ai laici e, soprattutto, alle donne che per la prima volta possono dirigere strutture curiali, anche se sarà solo nel gennaio di quest’anno che una donna, Suor Simona Brambilla, diventerà Prefetto del dicastero degli Istituti di vita consacrata.
Come per molti aspetti del suo pontificato, Francesco, doserà sapientemente innovazione e tradizione, illuminando però la prima e tendendo a lasciare indietro, mediaticamente, la seconda. Un atteggiamento che forse lo ha reso più amato, fuori dal suo gregge che all’interno dello stesso e che rende complesso tracciare un vero bilancio del suo agire.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 574 del 26 aprile 2025

Dalle barricate all’ultimo duello

Victor Hugo aveva dedicato loro appena una pagina in quell’opera monumentale che è il suo I Miserabili. Due uomini al comando di due immense barricate, «due spaventosi capolavori della guerra civile», tali da risultare indimenticabili.

Poi una breve notazione sul destino di questi due uomini: uno toglierà la vita all’altro, in esilio passata la Manica, in quello che sarà l’ultimo duello mortale, all’ultimo sangue, in Inghilterra.

Da queste scarne ma precise note parte la curiosità di Olivier Rolin che alla vita di questi due uomini ha dedicato un bellissimo libro: All’ultimo sangue, pubblicato in Italia da Settecolori.

Un libro capace di intrecciare letteratura e storia, che si muove con maestria e rispetto, nelle vicende dei due personaggi e delle vicende storiche delle rivoluzioni francesi del XIX secolo, oltre che delle due città protagoniste del libro, Parigi che agita le rivolte, Londra che accoglie esuli e sconfitti di quelle rivoluzioni.

Ma partiamo dalle Barricate e per quale delle molte rivoluzioni dell’ottocento che segneranno la capitale francese saranno erette. È il giugno del 1848 quando i due mostri di masserizie e ingegno umano sbarreranno la strada agli assalti, la rivoluzione è quella, sociale, che scuoterà l’Europa, quella compulsata da Marx nella speranza di un divampare generale e che leggerà come primo dispiegarsi della lotta di classe a conferma del proprio pensiero.

Hugo ripartirà proprio da quelle barricate, da quel giugno del 1848 in cui «l’estate non abdica» per riprendere il lavoro del suo libro Le miserie che presto cambierà il suo titolo nel definitivo Les miserables. Hugo esiliato nell’isola di Guernsey dopo la presa di potere di Napoleone III però ambienta il suo romanzo nel 1832 quando altre barricate sorgeranno tra le vie di Parigi, e dunque quella del 1848 è una digressione dalla trama e dai personaggi del romanzo. Una digressione che, con tutta probabilità, ne cela un’altra e altre barricate, quelle seguenti al colpo di stato di Luigi Bonaparte, e che vedranno il pari di Francia Hugo combattere per la Repubblica, lui fino ad allora monarchico convinto.

È questa progressione di lotte e barricate, questa teoria di sconfitti, Gavroche, i due protagonisti del libro Emmanuel Barthélemy e Frédéric Cournet, e lo stesso Hugo che prende vita nelle pagine di Rolin. L’autore insegue i protagonisti prima e dopo le loro lotte, li vede scappare dalla repressione, li descrive nell’esilio inglese, quello protetto e isolato nell’isola del canale per Hugo, quello talvolta misero e spesso infelice londinese dei due protagonisti.

Ogni tanto anche l’autore fa capolino nelle pagine del libro. Una presenza in punta di piedi nella ricerca dei segni rimasti intatti, nel nostro presente, delle vicende del libro, dai punti di appoggio delle barricate sui palazzi parigini alle locande inglese in cui prese forma l’odio dei due protagonisti fino al loro duello, mortale almeno per uno dei due. L’unica deviazione che si concede Rolin al suo ruolo, rispettoso, di cronista è quando ripensa alla sua di rivolta, quel maggio ’68 in cui non si eressero barricate preferendo cercare il mare sotto i sampietrini.

Difficile catalogare All’ultimo sangue; non si tratta di un romanzo perché i fatti, tutti i fatti, narrati nel libro giura l’autore sono realmente accaduti e quando documenti e ricerche non consentono di ricostruire qualche curva della storia, con somma onestà, Rolin ce lo comunica e rinuncia ad inventare. Non è però un libro di storia propriamente detto, mancando di un apparato di note e possedendo invece un ritmo di racconto e una musicalità di lingua (resa benissimo nella traduzione italiana da Daniela De Lorenzo). L’autore nell’incontro fiorentino di presentazione a Testo lo ha definito un reportage e ci atterremo alla sua definizione.

In ogni caso si tratta di un libro magnifico, in cui l’intreccio dei tanti racconti non fa mai perdere lucidità alla storia, e la capacità di descrizione di Rolin ci cala nelle strade di Parigi e Londra, sia di quelle dell’800 che quelle attuali, mentre la descrizione del duello nella foschia della campagna inglese ha i toni del miglior Conrad.

Olivier Rolin, All’ultimo sangue: Intorno ad una pagina dei Miserabili, Settecolori, 2024. Traduzione di Daniela De Lorenzo.

Articolo uscito su Cultura Commestibile n. 573 del 19 Aprile 2025