
Quando giovedì prossimo, 23 giugno 2026, le spoglie di Marc Bloch entreranno nel Pantheon di Parigi, primo storico di mestiere ad esservi sepolto, la Francia renderà omaggio non soltanto a uno dei maggiori storici del Novecento, ma anche a una figura che ha incarnato in modo esemplare il legame tra ricerca intellettuale e impegno civile. Famoso non solo oltralpe ma anche qui da noi e non solo all’interno della comunità degli storici e dei medievisti grazie anche all’opera di divulgazione di Alessandro Barbero, Bloch rappresenta una figura emblematica sia per la sua attività accademica che per il suo impegno civile.
Lo storico medievalista, fondatore della scuola delle Annales e resistente fucilato dalla Gestapo nel 1944, rappresenta infatti ancora oggi un punto di riferimento per chi concepisce la conoscenza storica come strumento di comprensione critica del presente, grazie ad un approccio che, per la prima volta, andava oltre alla storia dei potenti (re, generali, condottieri) e indagava ceti popolari, comunità e commerci. La sua canonizzazione all’interno del Pantheon che raccoglie i “grandi” di Francia, annunciata dal presidente Emmanuel Macron nel 2024 e prevista per il giugno 2026, è dunque un riconoscimento che tiene insieme il valore della sua opera, del suo insegnamento e del suo coraggio personale.
Nato a Lione il 6 luglio 1886 in una famiglia ebrea di tradizione repubblicana, Marc Bloch si formò all’École Normale Supérieure, una delle più prestigiose istituzioni accademiche francesi. Fin dagli anni giovanili sviluppò interessi che andavano oltre i confini della storia politica tradizionale, aprendosi alla geografia, alla sociologia, in particolare agli insegnamenti di Durkheim, e all’economia. La sua esperienza nella Prima guerra mondiale, durante la quale combatté come ufficiale dell’esercito francese ottenendo diverse decorazioni al valore, lasciò un’impronta profonda sul suo modo di osservare le società e i comportamenti collettivi, che saranno uno degli elementi che si porterà anche nel mestiere di storico.
Dopo il conflitto intraprese una brillante carriera universitaria, prima a Strasburgo e poi alla Sorbona, anche se da lui vissuta sempre con una certa amarezza prima per la designazione in sedi “periferiche” e poi per il mancato accesso al Collège de France. Nel 1929 fondò insieme a Lucien Febvre la rivista Annales d’histoire économique et sociale, destinata a rivoluzionare la disciplina storica. Con le Annales Bloch contribuì a mettere in discussione una storiografia concentrata quasi esclusivamente sugli eventi politici e diplomatici, proponendo invece uno studio delle strutture economiche, delle mentalità collettive, delle credenze e delle pratiche sociali. La storia, secondo Bloch, non poteva limitarsi al racconto dei grandi uomini e delle grandi battaglie: doveva interrogare l’insieme della vita umana. Un’impostazione che, seppur non immediatamente, diverrà l’approccio comune di intere generazioni di storici non solo francesi: nel nostro Paese la fortuna di Bloch comincia piuttosto tardi e si può datare dall’edizione italiana per Einaudi de I re taumaturghi accompagnati da una preziosissima introduzione di Carlo Ginzburg, scomparso proprio in questi giorni, che segnerà l’accoglienza dei lavori di Bloch nella storiografia italiana.
Il metodo di Bloch emerge con particolare evidenza proprio in questa opera, I re taumaturghi (1924), in cui lo storico indagò la credenza nata nel medioevo, ma protrattasi ben oltre, secondo cui i sovrani possedessero il potere di guarire alcune malattie, in particolare la scrofola, attraverso il semplice contatto fisico. Più che verificare la veridicità del miracolo, Bloch volle comprendere perché intere società avessero creduto a quel fenomeno e come questa credenza fosse diventato uno degli “strumenti” del potere regale. L’opera accolta sostanzialmente positivamente fin dalla sua pubblicazione, diventerà presto il modello dell’indagine storica che tiene con sé elementi sostanziali della sociologia e dell’antropologia.
Un’altra caratteristica fondamentale del lavoro di Bloch fu l’attenzione alla comparazione: Bloch riteneva che i fenomeni storici dovessero essere studiati mettendo a confronto società diverse, superando i limiti delle storie nazionali. Questa apertura gli consentì di cogliere processi di lunga durata e di individuare analogie e differenze che sfuggivano agli approcci più tradizionali; la sua ricerca sul feudalesimo, per esempio, pubblicata negli anni Trenta, rimane ancora oggi un classico della storiografia europea. Una visione storiografica che era “gemella” di una posizione politica di rifiuto del nazionalismo allora in gran voga anche in Francia e di ogni mito della razza, come testimoniano le sue critiche alla produzione storiografica tedesca che leggeva con assiduità.
Alla base della sua concezione storiografica vi era un’idea semplice e rivoluzionaria: lo storico deve porre domande al passato; non esistono fatti che parlano da soli; esistono problemi, interrogativi, ipotesi che guidano l’indagine. Questa riflessione raggiunse la sua formulazione più compiuta nell’incompiuta Apologia della storia o mestiere di storico, scritta durante gli anni della guerra e pubblicata postuma. In quelle pagine Bloch definì la storia come la scienza degli uomini nel tempo, una disciplina capace di mettere in relazione passato e presente senza confonderli; una disciplina che, come scrive in quel volume, identifica lo storico come l’orco della fiaba: dove fiuta carne umana, sa che là è la sua preda.
La prova più drammatica della sua vita arrivò con la Seconda guerra mondiale, quando, nonostante avesse superato i cinquant’anni, Bloch chiese di essere richiamato in servizio nel 1939 al momento della dichiarazione di guerra alla Germania Nazista. Assistette dalla trincea prima alla “strana guerra” e poi al repentino crollo della Francia davanti all’offensiva tedesca del maggio 1940 e ne trasse una riflessione lucidissima nel volume La strana disfatta, scritto nel 1940 ma pubblicato soltanto dopo la guerra. Il libro non è soltanto una testimonianza storica: è un severo atto d’accusa contro le classi dirigenti francesi, incapaci di comprendere la realtà e di adattarsi ai cambiamenti del proprio tempo, trasformando la sconfitta militare in sconfitta di un’intera società e dei suoi valori.
Le leggi antisemite del regime di Vichy lo colpirono direttamente, escludendolo progressivamente dalla vita accademica e mettendolo, lui come ogni ebreo di Francia, in una situazione di angosciosa incertezza e pericolo. Bloch però non era uomo da subire senza reagire, e fedele ai propri valori prima che alla propria origine divenne membro attivo della Resistenza francese, partecipando alle attività clandestine nella regione di Lione. Pur essendo uno studioso già celebre a livello internazionale, scelse di assumersi i rischi della lotta contro l’occupazione nazista e di “sottostare” agli ordini di un suo ex studente diventato capo della formazione in cui Bloch militava. Arrestato dalla Gestapo nel marzo 1944, fu torturato e infine fucilato insieme ad altri resistenti il 16 giugno dello stesso anno. Aveva cinquantasette anni e non aveva fornito ai carnefici della Gestapo i nomi dei suoi compagni di lotta.
La sua morte contribuì a trasformarlo in una figura simbolica della Francia resistente, ma la sua fortuna certamente non dipende soltanto dal sacrificio personale. Nel corso dei decenni la sua opera ha continuato a influenzare generazioni di storici in tutto il mondo, molti dei temi oggi centrali nelle scienze sociali — l’attenzione alle credenze collettive, alle rappresentazioni, alle strutture economiche e ai rapporti tra discipline diverse — trovano in Bloch uno dei loro principali anticipatori, per questo la sua eredità appare ancora straordinariamente attuale. Una figura che ha saputo superare i confini della sua disciplina, raggiungere il vasto pubblico e diventare una specie di icona pop dello storico. Come hanno osservato numerosi studiosi in occasione della sua prossima entrata nel Pantheon, il lascito di Marc Bloch riguarda non solo la memoria di un uomo, ma anche un modo di concepire il sapere storico come esercizio di libertà critica e responsabilità civica.
L’ingresso nel Pantheon avverrà ottantadue anni dopo la sua esecuzione da parte dei nazisti, sarà il riconoscimento ufficiale di una duplice grandezza: quella dello studioso che ha trasformato il mestiere dello storico e quella del cittadino che, nel momento più difficile della storia europea, scelse di difendere con la propria vita i valori della libertà e della Repubblica.
Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 624 del 20 giugno 2026