Usare lo Stadio per ridisegnare la Piana.

Cosa accadrebbe se il nostro fornaio, una volta ogni 15 giorni, per far ben respirare il suo lievito madre, con cui fa quelle pagnotte che ci piacciono tanto, bloccasse la strada dove abitiamo costringendoci a faticose deviazioni, a parcheggi difficilissimi o a dover uscire da casa a orari impossibili per evitare il blocco? Probabilmente alla seconda volta che il fornaio interrompesse la strada chiederemmo l’intervento dei vigili e pretenderemmo da loro di sgombrarci la strada per la nostra casa. Eppure tutto questo avveniva ogni 15 giorni al Campo di Marte quando allo Stadio Franchi giocava la Fiorentina nell’epoca pre covid. Non che a porte chiuse non ci siano disagi se il post con cui il Comune annuncia le deviazioni alla mobilità per le attuali partite a porte chiuse non ci sta in un unico screenshot del telefonino.  Disagi che si ripetono ogni 15 giorni perché, lo dico tristemente da tifoso viola, la squadra da anni è quel che è e non si giocano le coppe europee, altrimenti la frequenza e i disagi (giocando nel mezzo della settimana) sarebbero maggiori.

Pochi si ricordano, per fortuna mi viene da dire, che ben prima della conferenza al Four Seasons dei Della Valle, nel 2008, fu una presa di posizione del Consiglio Comunale – a firma del sottoscritto, di Alberto Formigli e Dario Nardella, allora segretario, capogruppo dei DS il partito di maggioranza relativa e presidente della commissione cultura – a porre il tema dello spostamento dello stadio dal Campo di Marte. Lo facemmo in occasione della discussione del Piano Strutturale, partendo dall’assunto che lo stadio lì non consente, strutturalmente, l’ordinato dispiegarsi delle altre funzioni. Cosa che sarebbe considerata inaccettabile, in primis dai residenti della zona, in qualunque altra città del mondo.

Quello che è accaduto dopo è noto, con gli anni dei Della Valle in cui ho sempre avuto l’impressione, dal giorno della “presentazione” al Four Seasons in poi, che si giocasse una sfida a chi rimaneva col cerino in mano, su chi avrebbe detto di no al nuovo stadio, tra la proprietà della squadra e l’amministrazione comunale.

Con l’arrivo di Commisso però le cose sono parse muoversi verso una più chiara e determinata volontà dell’imprenditore privato, riaprendo anche la possibilità di un restyling del Franchi che rappresenta certo una sfida interessantissima sul piano architettonico ma non sposta di una virgola, oggi come 12 anni fa, le problematiche urbanistiche di un quadrante denso di residenza, schiacciato sulle colline e senza prospettive di nuova viabilità a supporto. Anche la proposta avanzata su queste colonne da Gianni Biagi pur prevedendo un ridisegno complessivo dell’area di Campo di Marte e quindi dando risposta non soltanto con un nuovo impianto ai bisogni della Fiorentina e dei tifosi ma anche, almeno in parte, a quelle dei residenti, non appare complessivamente in grado di risolvere lo stadio nel mezzo di un quartiere residenziale densamente popolato.

Oltre a questo ridiscutere del Franchi perché soluzione gradita al soggetto privato mentre il soggetto pubblico, da tre amministrazioni, ha discusso e deciso di trasferire la funzione altrove, andrebbe nella direzione opposta a quella che dovrebbe essere la potestà pubblica del governo del territorio e ben oltre quell’”urbanistica contrattata” che fu ampiamente contestata (e mi si permetta di dire che era cosa assai diversa) una decina di anni fa da chi oggi questa città governa. In questo senso il metodo che propone Gianni e prima di lui Domenici di una società di scopo per costruire e gestire l’impianto rappresenta un punto di equilibrio e di innovazione tra pubblico e privato da perseguire in ogni soluzione scelta.

Anche l’argomento che non si può spostare lo stadio perché poi non si saprebbe cosa fare del Franchi appare un argomento che sancisce il fallimento del pubblico e della sua capacità programmatoria e di ideazione, attrazione e governo delle funzioni. Tanto è vero che sempre su queste colonne sia Biagi che Andrea Bacci hanno ipotizzato funzioni assolutamente compatibili e qualificanti per il vecchio impianto. Se si fosse ragionato con l’idea di non saper che fare dei contenitori dismessi avremmo ancora l’Università in via Laura, il Tribunale in San Firenze e la scuola dei Carabinieri in Santa Maria Novella.

Tuttavia, con buona pace del dibattito che questa rivista e la città hanno intrapreso, è probabile dopo 10 anni di programmazione, ideazione, bandi, localizzazioni impossibili come la Mercafir, che non sarà sulla base di un ragionamento sulla bontà della collocazione per rispondere al bisogno “stadio” che l’impianto si farà o meno al Franchi a Campo di Marte o a Campi, ma sarà sulla base della convenienza del costo dei terreni che il soggetto privato, legittimamente, farà e sulla rapidità di esecuzione di un progetto che Firenze ha annunciato per tre amministrazioni ma mai avviato.

A me pare dunque che oltre ai meriti urbanistici, vista la non volontà di praticamente nessuno di tornare all’ipotesi di Castello, la possibilità di costruire il nuovo stadio a Campi Bisenzio sia quella oggi che ha maggiori vantaggi di realizzabilità. Una scelta che avrebbe il vantaggio di costruirsi su un’area meno carica di funzioni ma che, proprio per questo, imporrebbe costi più elevati per realizzare le infrastrutture di mobilità, soprattutto su ferro, per rendere fruibile in modo sostenibile lo stadio. Un prezzo elevato che il pubblico potrebbe in parte sostenere, a mio avviso, sia impostando un modello di partecipazione mista come quello ipotizzato da Biagi e Domenici sia se lo stadio fosse una delle funzioni sulle quali si aprisse una stagione, finalmente, di pianificazione complessiva della Piana; in cui il capoluogo non scaricasse in quel quadrante solo le funzioni più impattanti o di servizio (aeroporto, termovalorizzatore, ecc…) ma tornasse, come avvenne per l’Università a Sesto, a pensare ad uno sviluppo complessivo e contemporaneo del suo territorio, insieme a quello di quei comuni. Per esempio coinvolgendoli in un ripensamento dell’intervento di Castello che, evidentemente, visto che la proprietà per prima non dà seguito alle previsioni di Piano, ha necessità di essere rivisto, ragionato e ripensato. Sia nella parte privata che in quella pubblica dato che il non avvio della prima non consente la realizzazione di quel parco della piana che comunque sarebbe oggi, praticamente ingestibile, per i costi di conduzione elevatissimi, da un’amministrazione comunale sola.

Approfittare quindi del nuovo stadio per ribadire il ruolo del pubblico invece di utilizzarlo per appuntarsi una mostrina da riscattare alle prossime elezioni. Riprendere in mano un governo del territorio che sia sempre più cura del paesaggio, difesa dell’ambiente e risposta a bisogni dei cittadini. Bisogni dell’abitare, del muoversi ma anche del divertirsi e, perché no, del tifare.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 362 dell’11 luglio 2020

L’attuale manzoniano della malagiustizia

Può apparire scontato, se non banale, che durante una pandemia si ripubblichi “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, non fosse che, come scrive Sciascia nella sua nota al volume per le edizioni Sellerio (nota che da sola vale l’acquisto), il testo del Manzoni sia uno dei suoi migliori quanto uno dei più misconosciuti. Come capita spesso ai testi che hanno fortuna di essere citati senza essere spesso letti o, peggio, capiti.

Testo di drammatica attualità e potenza quello di Manzoni che si interroga sull’ingiustizia della giustizia. Non sull’errore giudiziario, ma sul metodo accusatorio, sulla protezione che il giudice si costruisce da solo o come corporazione, sul bisogno di perseverare nella bugia una volta che questa è costruita per sostenere la tesi accusatoria, di piegare la legge alla consuetudine e al metodo di dover dare colpevoli alla folla.

Si parla di due untori, ma come nota Sciascia nel chiudere della sua nota, si potrebbe parlare dei terroristi degli anni ’70 e dei tanti imputati dei processi di oggi, condannati prima facendosi sfuggire intercettazioni e atti processuali che trovano ampia fortuna sulle pagine delle odierne gazzette e poi perdurando la pena del processo per anni e anni.

È quindi il metodo dello scritto del Manzoni che stupisce e convince. In punta di piedi, non volendo offendere in alcun modo l’illustre predecessore, nella premessa Manzoni, quasi scusandosi, dice che il suo lavoro si discosta da quello del Verri perché se quest’ultimo aveva come scopo combattere la tortura come metodo d’indagine, egli si pone il tema più generale della giustizia che sbaglia. E sbaglia consapevole di sbagliare come dimostra l’autore nell’entrare, forse pedantemente, nell’analisi delle norme e delle consuetudini che regolavano l’uso della tortura come metodo d’indagine ma soprattutto, nei meccanismi che regolavano la promessa di impunità che l’autorità poteva concedere per far confessare complici e mandanti agli accusati. Dunque non era, per il Manzoni, la tortura il problema ma l’arbitrio, l’abuso del giudice per ottenere non la Verità, ma un colpevole.

Storia vecchia direte, e qui ritorna Sciascia, la sua paura della legge sui pentiti, appena varata quando l’autore siciliano ripubblica per Sellerio l’opera del Manzoni e scrive la nota che accompagna quel volume e la ristampa attuale. E quanto attuale anche oggi può essere questa paura se pensiamo a Guantanamo, o per restare a casa nostra a quando venticnque anni fa nella solita Milano si pontificava di “metterli in galera qualche giorno per farli parlare”. Nell’applauso festante delle gazzette e degli inviati infreddoliti di fronte al maestoso (ma bisognoso di chiudi per stare in piedi come racconta Giorgio Fontana in un altro bel libro pubblicato sempre da Sellerio) Palazzo di Giustizia, con sfondo mobile di tram sferraglianti. Non stupisce a ripensarci oggi che poi uno veda anche la Madonna.

C’è poi un ultimo punto, ed è sempre Sciascia a farcelo notare, che è quello del reato di cui sono accusati gli sventurati protagonisti: di causare la morte per peste attraverso unguenti velenosi. Viene da dire superstizione da antichi da cui, oramai, siamo immuni. Non pare così, se si vuol dare retta a Sciascia, che ci racconta come la storia invece che essere una palla di cannone accesa è più spesso un arabesco che procede in avanti e indietro. Se infatti tra gli antichi vigeva il pregiudizio delle pestilenze come maleficio commesso da uomini per diabolici intenti, in quello che immaginiamo come buio medioevo si tendeva ad incolpare l’influsso degli astri o il castigo divino quali cause delle pestilenze.

Per tornare nel Seicento, raccontato dal Manzoni, a ricercar l’untore come capro espiatorio della non conoscenza e delle inefficienze della sanità lombarda, rifluendo invece nello scientismo dell’Ottocento che aveva a nemico igiene e ratti. Ma non occorre arrivare ai no vax attuali o ai complottisti del 5g per vedere che questo andirivieni di colpevoli aveva, ai tempi della spagnola, trovato nei governi i colpevoli. La prima guerra mondiale – scrivevano i complottisti dell’epoca – era finita troppo presto e occorreva diminuire ancora un po’ la popolazione mondiale attraverso qualche pozione venefica. All’obiezione che anche qualche potente fosse deceduto, si trovava facilmente rimedio nel dire che si era confuso tra veleno e antidoto.

Il punto però, aldilà del consolarci o preoccuparci per la lunga durata del complottismo, è quando queste tesi trovano una Procura zelante, una inquisizione compiacente, un giudice svogliato e ti trovi a passeggiare per Milano, compiendo il tuo mestiere, con una boccetta d’inchiostro in mano, oggi magari con uno smartphone 5g, ed invece di trovare giustizia ti imbatti nella Legge.

Articolo uscito su Cultura Commestibile n.361 del 4 luglio 2020

Idee per la città che verrà

Giovedì 28 maggio è andato in onda il primo webinar di Cultura Commestibile ; quasi due ore a discutere di come potrebbe essere la Firenze post coronavirus.

Una discussione molto interessante, pacata e speriamo fruttuosa. Ve la ripropongo anche qui.

La fase due degli altri – il caso francese

French Prime Minister Edouard Philippe presents his plan to exit from the lockdown at the National Assembly in Paris, Tuesday, April 28, 2020. French Prime Minister Edouard Philippe has outlined a stringent plan to fight coronavirus in France by automatically testing everyone who\'s come in contact with someone infected with COVID-19. (David Niviere, Pool via AP)
(David Niviere, Pool via AP)

Propongo qui la mia trauzione integrale dell’intervento svolto dal Presidente del Consiglio dei Ministri francese Edouard Philippe di fronte all’Assemblea nazionale il 28 maggio 2020. Il testo in francese e il video dell’intervento li trovate qui.

Signor Presidente,

signore e signori deputati,

Eccoci dunque al momento in cui dobbiamo dire alla Francia come la nostra vita riprende.

Dopo lo scorso 17 marzo, il nostro Paese vive confinato.

Chi avrebbe immaginato, soltanto tre mesi fa, il posto che queste parole avrebbero avuto nel nostro dibattito pubblico? Chi avrebbe potuto immaginare una Francia nella quale, improvvisamente, le scuole, le università, i caffè, i ristoranti, la maggioranza delle imprese, le biblioteche e le librerie, le chiese, i templi, le sinagoghe e le moschee, i giardini pubblici e le spiagge, i teatri, gli stadi, tutti quei luoghi comuni, per usare una formula alla quale è affezionato il Presidente dell’Assemblea Nazionale, sarebbero stati chiusi?

Mai nella storia del nostro paese, abbiamo conosciuto una tale situazione. Né durante le guerre, né durante l’occupazione, né durante precedenti epidemie. Mai il paese è stato confinato come lo è oggi.

Ed è del tutto evidente, che non potrà esserlo per sempre.

Poiché se è vero che il confinamento ha costituito una tappa necessaria, potrebbe, se durasse troppo a lungo, determinare degli effetti deleteri.

È stato uno strumento efficace, per lottare contro il virus. Per contenere la progressione dell’epidemia. Per evitare la saturazione delle nostre capacità ospedaliere e, in questo modo, proteggere i francesi più fragili.

Dopo il 14 aprile, il numero dei casi di COVID-19 ospedalizzati diminuisce: da più di 32.000 pazienti ospedalizzati, è disceso a 28.000. Dopo l’8 aprile, il numero di casi di COVID-19 in rianimazione diminuisce. Sorpassavano i 7.100, è ormai di 4.600.

La discesa è iniziata ed è regolare. Lenta, lo vedremo, ma regolare.

Secondo uno studio dell’Ecole des hautes études de santé publique, il confinamento ha permesso di evitare almeno 62.000 decessi il mese. E 105.000 letti in rianimazione sarebbero mancati in assenza di confinamento. Io non credo, signore e signori deputati, che il nostro Paese l’avrebbe sopportato.

Ma uno strumento è valido solo se i suoi effetti positivi non sono, nel tempo, superati dalle sue conseguenze negative.

Ora noi sappiamo, per intuito o per esperienza, che un confinamento prolungato aldilà dello stretto necessario avrebbe, per la Nazione, delle conseguenze gravissime.

Noi sentiamo che l’arresto prolungato della produzione di parti intere della nostra economia, che il turbamento duraturo della scolarizzazione per un gran numero di bambini e adolescenti, che l’interruzione degli investimenti pubblici o privati, che la chiusura prolungata delle frontiere, che l’estrema limitazione della libertà di circolare, di riunirsi, di fare visita agli anziani genitori o ai propri cari, presenterebbero per il paese non solo l’inconveniente penoso del confinamento ma in verità quello, molto più terribile, del collasso. Non uso questo termine a caso. Mi si accusa più spesso di abusare della litote che dell’esagerazione.

Dobbiamo dunque, progressivamente, prudentemente, ma anche risolutamente, procedere a un de-confinamento sia atteso che rischioso.

L’obiettivo del governo è di presentare all’Assemblea Nazionale, e grazie a questa, ai francesi, la nostra strategia nazionale, cioè, gli obiettivi che ci siamo posti e le modalità con le quali andremo a procedere per ottenerli a partire dal prossimo 11 maggio.

(continua a leggere)

Cultura Commestibile in video

Cultura Commestibile si dà al video. In epoca di quarantena Cultura Commestibile, oltre all’appuntamento settimanale con la rivista sul www.culturacommestibile.com, ha “costretto” i suoi autori a metterci la faccia. Ci sono anche io che vi racconto Spillover di David Quammen equesto è il risultato…

Ci siamo già passati

Gustav Klimt Medicina https://it.wikipedia.org/wiki/Quadri_delle_facolt%C3%A0
Gustav Klimt, Medicina, ricostruzione del dipinto andato perduto nel 1945

Siamo sommersi dalle informazioni. Numeri, tabelle, grafici. Andamento dei casi, diffusione dell’epidemia, numero dei morti. Sui social ci scopriamo tutti virologi, come reazione alla nostra paura di non sapere.

Io in questi casi mi rifugio in quelli che sono stati i miei studi e quello di cui dovrei, ma non è necessariamente detto, capire qualcosa di più. Così mi sono letto il volume di Laura Spinney, 1918 L’influenza spagnola, la pandemia che cambiò il mondo, Marsilio editore.

Dalla storia non si apprende niente, mi dicevano i miei maestri, se pensiamo che questa si ripeta sempre uguale. Aggiungo io, nonostante l’affetto per il vecchio Karl, anche se pensiamo che si ripeta due volte sotto forma di tragedia e di farsa.

La storia può darci però un’indicazione sulle persistenze e sulle rotture. Su cosa rimane immutato (o cambia con lentezza estrema) e cosa muta, magari drasticamente, di fronte all’incalzare del tempo.

Vale anche per le epidemie e cercare nell’influenza che falcidiò il mondo tra il 1918 e il 1920 un modello ripetibile oggi sarebbe l’equivalente di affidarsi al volo delle rondini per predire il futuro.

Il mondo di oggi è completamente diverso, la tecnologia, la medicina, il fatto che non ci sia in Europa una guerra mondiale devastante in atto sono modificazioni gigantesche che rendono impossibile una comparazione.

Tuttavia, le linee di persistenza rimangono e forse aiutano a capire o magari consolano. Sapere che l’umanità è passata da qualcosa di simile potrebbe aiutarci. Sapere che siamo sopravvissuti a pandemie devastanti da Uruk a Perinto, da Ippocrate all’OMS, ci dona una speranza e un conforto di fronte alle nude cifre dei bollettini serali.

Ci dà anche un’idea se le misure in atto hanno una qualche efficacia e beh, spoilerando un po’, posso dire che sì, storicamente hanno avuto un senso. Mentre la tesi di Boris Johnson sull’immunità di gregge contrasta con il fatto che l’epidemia spagnola ebbe tre fasi acute e drammatiche e che le successive due colpirono gli stessi luoghi della prima. Questo in condizioni di contenimento dell’epidemia ben peggiori delle nostre e quindi con un contagio stimato tra il 70 e l’80 per cento della popolazione, ben sopra quelle che gli scienziati ci dicono essere le percentuali dell’immunità di gregge. Immunità che, probabilmente, si raggiunge davvero con un vaccino.

Nel 1918 la scienza e la medicina si presero, almeno nel mondo occidentale, la scena e contribuirono a far passare nelle persone l’idea della vaccinazione, dell’igiene, della profilassi; queste misure anche se non strettamente connesse alla battaglia contro l’influenza, contribuirono decisamente al miglioramento delle condizioni di vita delle persone. A New York questo si tradusse in un miglioramento della vita dei nostri emigrati che uscirono da una condizione di ghetti insalubri e pochi anni dopo arrivarono persino ad eleggere uno di loro sindaco, Fiorello La Guardia.

Ma lo studio dei comportamenti durante l’epidemia della spagnola ci aiuta anche a capire che ci sono alcune istintività contrastanti in noi da una parte scrive la Spinney “i numeri [illustravano] quello che le persone avevano compreso con l’istinto; un accadimento comincerà a esaurirsi quando la densità di individui suscettibili sarà scesa sotto una certa soglia”. Cioè stiamo a casa, isoliamoci, e il contagio terminerà prima. Dall’altra parte però “anche se i medici ripetono di tenerci lontani dagli individui infetti durante un’epidemia noi tendiamo a fare il contrario. Perché? Una risposta, valida soprattutto nei tempi antichi, potrebbe essere la paura di una punizione divina. […] Un’altra risposta potrebbe essere la paura dell’ostracismo sociale una volta passato il pericolo. O forse è semplicemente inerzia. [..] Gli psicologi suggeriscono una spiegazione ancora più interessante. Sono convinti che la resilienza collettiva nasca dalla percezione di sé stessi nelle situazioni di pericolo: non si identificano più come individui, ma come membri di un gruppo”.

Il che non giustifica quelli che vanno a fare passeggiate nei parchi cittadini invece che stare a casa ma forse ci aiuta a comprenderne le ragioni e convincerli che, secondo me, rimane sempre – anche durante una pandemia – preferibile al mandare l’esercito per le strade.

Naturalmente anche durante l’epidemia della spagnola non mancarono le polemiche sulle misure adottate e sul loro rispetto. Chiusure di esercizi commerciali, bar, teatri e cinema erano considerate a ragione essenziali dalla scienza ma malviste dalle autorità politiche che tardarono o evitarono del tutto di adottarle. Laddove, come a New York, furono adottate l’epidemia fece molti meno danni cha altrove. Sul mancato rispetto si distinse, soprattutto in Spagna, invece la Chiesa Cattolica che non rinunciò a riti e enormi processioni di massa per scacciare il contagio, che ebbero invece l’effetto di propagare il morbo. In questo la decisione di Francesco I di chiudere da subito le Chiese ha l’indubbio merito di aiutare la prevenzione del virus ma rappresenta, a mio avviso, uno degli elementi di rottura più epocali di questa pandemia.

Infine più controversa fu allora la decisione di lasciare aperte le scuole, ritenute più sicure e più salubri delle abitazioni per i fanciulli dell’epoca e naturalmente non mancarono anche allora forti polemiche e tensioni sull’uso delle mascherine. Fu tuttavia in quell’occasione che nacque la consuetudine per i Giapponesi di indossarla anche per il comune raffreddore. Chissà se lo faremo anche noi d’ora in poi.

Insomma ci siamo già passati, il che non elimina la paura, non cancella il lutto e non lenisce il dolore ma magari aiuta a passare più speranzosi il tempo.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.346 del 21 marzo 2020

Buone feste!

Auguri 2019

« Lombroso è un emerito coglione». Il compagno Ossipon sostenne l’urto di questa bestemmia con un impressionante sguardo vuoto. E l’altro, i cui occhi spenti e offuscati facevano apparire più nere le ombre profonde sotto la fronte ampia e ossuta, mugugnò, afferrandosi ogni due parole la punta della lingua fra le labbra come se la masticasse con rabbia: «Ma voi un idiota simile lo avete mai visto? Per lui, il criminale è il detenuto. Semplice, no? E quelli che lo hanno messo in prigione, che lo hanno costretto ad entrarvi? Proprio così. Costretto a entrarvi. e il crimine, che cos’è? Lo sa lui cos’è, quest’imbecille che si è fatto strada in questo mondo di idioti rimpinzati di cibo guardando le orecchie e i denti di un mucchio di poveri diavoli sfortunati? Sarebbero i denti e le orecchie a imprimere il marchio al criminale? Ma davvero? E la legge allora, che gli imprime il marchio ancora meglio, questo grazioso strumento per marcare a fuoco inventato dai supernutriti per proteggersi dagli affamati? Applicazioni col ferro rovente sulla loro pelle vile, eh? Non lo sentite anche da qui l’odore e il rumore della pellaccia del popolo che brucia e sfrigola? Ecco come si fabbricano i criminali, perché i tuoi Lombroso ci possano scrivere su le loro baggianate.»

E’ con questa riflessione sulla giustizia di Joseph Conrad tratta da “l’Agente segreto” che vi faccio i miei migliori auguri per queste festività e per il 2020. Un anno che in quanto a giustizia e potere si preannuncia preoccupante. Senza, per noi, nemmeno il conforto delle parole, della voce e dell’intelligenza di Massimo Bordin. Quanto manca ancora Direttore…

L’angusta gabbia del palcoscenico nella terra di Tebe

In questo autunno che tarda ad arrivare ripartono consuete le stagioni teatrali: Pupi e Fresedde ha presentato quella del teatro di Rifredi lo scorso 27 settembre inserendo come spettacolo di apertura la prima produzione in italiano dell’autore uruguaiano Sergio Blanco. Tebas land è un testo potentissimo ed emozionante che Angelo Savelli, che cura anche la regia dello spettacolo, ha reso con una traduzione secca e asciutta. Lo spettacolo andato in scena in anteprima al festival di Todi questa estate vede un giovane parricida ed un regista confrontarsi nel campo da basket del cortile di un penitenziario.  Lo sdoppiamento tra la realtà carceraria e lo spettacolo che il regista vuole trarre da questo omicidio passa attraverso riferimenti letterari, primo su tutti quello di Edipo che ispira anche il nome dell’opera, ma anche e soprattutto attraverso i colloqui tra il regista, il parricida e il giovane attore che lo interpreterà sulla scena. Piani che si intersecano e definiscono la tragedia, a partire dal resoconto cronachistico di quanto accaduto per poi scavare e instaurare un rapporto tra l’autore e il detenuto, contrappuntato dall’attore che non è mera cartina di tornasole della riuscita dello spettacolo ma diventa pian piano ulteriore elemento di confronto e conoscenza. Uno spettacolo che ricostruisce il ristretto orizzonte carcerario ponendo lo spettatore sul palco a guardare la gabbia del campo da pallacanestro, asserragliato anche lui e privato del rassicurante confort della propria poltrona in platea. Messo al centro della scena il pubblico è quindi in grado di godersi appieno il gioco di attori che Ciro Masella ma soprattutto Samuele Picchi introducono anche fisicamente tra un rimbalzo di pallone e l’altro. Ancora una volta grande merito al Teatro di Rifredi nel  portare in Italia un autore affermatissimo non soltanto nei paesi di lingua spagnola come era già accaduto con Josep Maria Mirò, che sarà in scena sempre a Rifredi per il terzo anno con Il principio di Archimede o col francese Rémi de Vos con il nuovo spettacolo Tre rotture anch’esso nel cartellone rifredino. Tebas land sarà in scena a Rifredi dal 10 al 27 ottobre con ben 14 repliche che conviene prenotare per tempo visti i posti ridotti per l’allestimento scenico scelto.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n. 324 del 4 ottobre 2019

La fase complessa dell’editoria italiana

Arrivando al Salone del libro di Torino la prima cosa che noti entrando nel padiglione 3 è lo stand arabeggiante degli Emirati Arabi Uniti. Dopo le polemiche di due settimane sulla libertà di informazione, la libertà in genere, il fascismo e la democrazia, come direbbe un vecchio comunista, capisci che la fase è e rimane complessa. Poco più in là lo stand della Repubblica Popolare cinese con in bella mostra le copie in tutte le lingue del mondo del bestseller del leader Xi Jinping, “Governare la Cina” (edito per inciso in Italia da Giunti), conferma la sensazione di disagio. Si dirà che il tema era il fascismo ritornante, l’egemonia della nuova destra nel nostro Paese, non la democrazia nel mondo. Sarà ma rimango perplesso. Altaforte non c’è più al salone, espulso dagli organizzatori dopo la pressione mediatica e la denuncia di Sindaca di Torino e Presidente della Regione per apologia di fascismo. Denuncia che qualche avvocato definirebbe temeraria per quella che è la giurisprudenza prevalente sulle cosiddette leggi Scelba e Mancino, non solo negli ultimi anni ma da sempre. Il tema però era politico anche se, come al solito, in Italia la politica per nascondere la sua debolezza ricorre all’aiuto della giustizia. Ma il tema politico, sollevato per primo da Cristian Raimo – consulente del salone stesso – e poi amplificato dai Wu Ming c’era tutto e poco senso hanno le critiche che negli anni scorsi editori neofascisti erano già stati al salone del libro. Negli scorsi anni gli editori neofascisti non pubblicavano il libro del ministro degli interni, il tema della conquista dell’egemonia gli scorsi anni non era posto, oggi sì. Si può discutere dell’efficacia del boicottaggio, su chi colpisce, a chi fa male – a me che ho comprato i biglietti mesi prima in base al programma o all’editore neo fascista – ma non sulla legittimità che hanno alcuni lavoratori – seppur intellettuali – a non svolgere il loro lavoro per protesta. Ma, mi perdoneranno gli scrittori boicottanti, dubito che il loro gesto avrebbe ottenuto il risultato atteso senza che una sopravvissuta ai campi di sterminio, la presidente del museo di Auschwitz avesse posto il suo sovrappiù di forza morale dicendo o lei – venuta a celebrare il centenario di Primo Levi – o i fascisti. Ma una volta impacchettato lo stand di Altaforte, ristabilito l’equilibrio antifascista del salone, i problemi son finiti? Certo che no, nessuno lo pensa. Perché prima del salone Einaudi pubblicava il rossobruno Fusaro e non nella collana delle supercazzole, ma tra i piccoli saggi che vedono tra i colleghi del “filosofo” i Montanari, i Settis e i Ginsborg e dopo il salone il solito Furfaro esce con Utet con il suo nuovo libro. È poi notizia degli ultimissimi giorni che Di Battista – che di fascistissimo ha sicuramente il babbo – curerà addirittura la saggistica per Fazi, editore che sul finire degli anni novanta andava piuttosto di moda tra la sinistra engagé e che pubblicava l’esordiente Simona Baldanzi con Figlia di una vestaglia blu che oggi, infatti ripubblica con Alegre.

Nel frattempo, come ricorda la copertina di questo numero di Cultura Commestibile, il governo giallo verde sta per chiudere Radio Radicale, la cui vita è legata a un tenue emendamento leghista mentre si scrive, e ci si chiede cosa faccia al riguardo la #brigatavoltaire costituita da Pierluigi Battista per difendere la libertà di espressione di Altaforte. Probabilmente è troppo intenta a riciclare i libri comprati su Amazon dal giornalista e gettati nel cestino senza leggerli. Almeno D’Annunzio volava su Vienna per gettare i volantini.

Lo dicevamo all’inizio, osservando le donne velate e mascherate intessere un tappeto allo stand degli Emirati Arabi Uniti che la fase era complessa e quindi occorrerebbe non limitarsi alla manichea indignazione di un momento, alla protesta della settimana. Leggere, di solito (visto che di libri in larga parte si parla) è normalmente un buon antidoto. Per esempio, leggere anche solo l’incipit del libro intervista di Chiara Giannini a Salvini aiuta molto. Bastano poche righe, ancor prima del trauma infantile del pupazetto di Zorro sottratto all’asilo al bimbo Matteo, per capire che cambiano i tempi ma non le argomentazioni. In quel Salvini uomo più desiderato dello Stivale dalle italiche femmine, risuona il rapporto, invero molto propagandistico, della virilità maschia di Mussolini che possedeva il Paese come le donne che a lui, vogliose, si concedevano. Che lo scriva una donna che è stata più volte in Afganistan a seguito dei militari italiani, può fare specie ma che la signora avesse qualche problema col senso del ridicolo lo dimostra la sua dichiarazione, a seguito del non poter essere al Salone al banchino del suo editore, di sentirsi come una sopravvissuta dei lager, seppur piccolissima come dice lei. Ecco forse è proprio il senso del ridicolo l’arma da impugnare perché chi fa ridere spesso ha già l’egemonia delle masse. Non credo sia un caso che, come nota Angela Nagle, l’Alt Right americana sia cresciuta coi meme sarcastici sui social network e non coi saggi dei grandi autori. Un modello che anche da noi la lega salviniana ha saccheggiato a man bassa. Da qui discende che “le migliori frasi di Osho” siano più efficaci dei Wu Ming? Probabilmente no, ma data la complessità della fase di cui sopra, appigliarsi alla speranza che una risata li seppellirà rimane comunque consolatorio.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.309 del 18 maggio 2019