La città e il lavoro che cambia

Pubblichiamo qui l’intervento tenuto il 21 settembre scorso all’incontro Firenze per il domani presso la Sala Spadolini del ristorante La Loggia di Firenze.

Nel nostro Paese il tema del lavoro, nonostante un po’ di decentramento tentato con la riforma del Titolo V della Costituzione, è per storia e prassi tema prettamente nazionale; e tuttavia è chiaro che l’organizzazione del lavoro influisce, tanto per dirne una, sull’organizzazione degli spazi della città mentre politiche di welfare determinano attrattività per capitali e lavoratori o al contrario respingono imprese e forza lavoro.

Come quindi ha influito e influisce il tema del lavoro sulla realtà di una città come Firenze? Si proverà qui a dare tre ambiti di riflessione sui quali poter impostare un discorso pubblico e un’ipotesi di città, partendo da tre linee di frattura, due già verificate e la terza in via di determinazione. Tre cesure che rappresentano altrettante distanze tra la sinistra riformista e una grande parte di quello che era il suo popolo, il suo elettorato.

La prima cesura è quella relativa al rapporto che in questi anni il centrosinistra, a Firenze come a livello nazionale ha avuto nel confronto del lavoro.

In questi anni, naturalmente a mio parere, l’aver concentrato larga parte della comunicazione sulle “eccellenze” ha finito per far sentire estranea larga parte dei lavoratori del Paese  (che molto spesso non hanno le condizioni per essere eccellenze né possono lavorare per una di queste) e questi hanno finito per non sentirsi parte del discorso pubblico del centrosinistra.

Brutalmente, pur capendone le ragioni (la ricerca dell’ottimismo e dell’esempio), si è parlato ad una platea amplissima mostrandogli esempi irraggiungibili, per le condizioni economiche e sociali del Paese o banalmente per una mera questione di tempo.

Porre come manifesto della imprenditoria della fase che si stava vivendo, per esempio, un imprenditore quale Farinetti, con la sua retorica del buono e bello nella produzione alimentare che messaggio ha dato a quell’imprenditore pugliese a cui una marca della grande distribuzione ha bloccato l’acquisto dell’intera produzione perché un grappolo, un solo singolo grappolo, di un intero pancale non era visivamente conforme?

E questo tipo di comunicazione è avvenuta anche a Firenze, anzi talvolta la nostra città ne è stata anticipatrice, dispiace dirlo. E questo ha vanificato anche le azioni politiche fatte o le politiche per il lavoro e i lavoratori che sono state intraprese in questo territorio ottenendo anche risultati.  Purtroppo però il discorso pubblico, certo per colpa anche dell’informazione sia chiaro, è ormai così compromesso che il 12 settembre scorso i giornali locali titolavano sulla bistecca patrimonio dell’umanità e non sulla rinascita della Seves.

Capisco che parlare di operai e facchini non sia eccitante come parlare con vinificatori, artisti o capitani di industria e che se la risposta è portarli a cena si va poco lontano, però questo tema, a mio avviso, è urgente e necessario. Per questi lavoratori la crisi non è mai finita e anzi, anche qui da noi, in alcuni casi rischia di iniziare ora.

La seconda cesura è una cesura fisica, materiale ed è più propriamente legata alla città e alle sue politiche. È questa una frattura che si determina visivamente nel territorio della città o meglio dell’area fiorentina.

Una mano anonima, ma non stolta, ha scritto a ragione, sui muri della facoltà di architettura qui a Firenze, la frase: “l’urbanistica è l’organizzazione capitalista dello spazio”; ecco partendo da questo assunto occorre ridefinire e determinare le scelte dello sviluppo della città, in questo caso della città metropolitana in base anche alla tipologia di sviluppo economico che si immagina per il territorio. A questo si lega lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei servizi.

È avvenuta, ed è ancora in corso invece, una frattura fra una città che produce e una che consuma la propria storia e ricchezza. In questo la scelta di non far attraversare il centro storico dalla tramvia, aldilà dei giudizi che si dà all’operazione, ha determinato una cesura e una compartimentazione economica fra la città che si nutre sul turismo e la città (vasta) che produce ricchezza sugli altri settori.

È questa una cesura che può essere invertita solo con una riflessione sulla contaminazione dei due ambiti, con una nuova politica che riporti residenza, lavoro e non rendita nel centro storico e che definisca che la vocazione produttiva dell’area fiorentina è anche altro rispetto all’attrazione turistica, lo sfruttamento delle proprie bellezze e una vetrina per multinazionali ed eccellenze.

Messe in questo contesto, per esempio, scelte infrastrutturali quali l’aeroporto, l’alta velocità o lo sviluppo urbanistico dell’area fiorentina troverebbero materia di confronto un po’ più seria delle beghe di campanile e probabilmente anche una qualche soluzione.

Infine la terza frattura è quella potenzialmente più rischiosa, quella che può divenire un canyon. È ormai in atto nel mondo un processo di robotizzazione del lavoro che, seppur da noi con qualche ritardo, vedrà drasticamente cambiare il rapporto con il lavoro. La robotizzazione del settore dei servizi, dalla logistica all’assistenza, comporterà una espulsione di forza lavoro con numeri previsti enormi. Stiamo parlando di forza lavoro non qualificata e, a causa delle politiche pensionistiche di questi anni, in buona parte di età avanzata. È un processo globale, che necessita probabilmente di politiche sovranazionali, ma che, è facile profetizzare, avrà ricadute sulle nostre città, col rischio di creare ulteriori ghetti, di alimentare paure e insicurezze. Servirebbe arrivare pronti all’appuntamento, pensando già da ora politiche, spazi e azioni per l’inclusione, la mixitè e il reimpiego di questi uomini.

Perché l’alternativa a una politica che include e non esclude è già in elaborazione. Salvo che da noi, per l’approssimazione dell’attuale classe di governo, la discussione sul reddito di cittadinanza è proprio funzionale a gestire questa (temo lunga) fase di transizione di masse di lavoratori non più impiegabili, attraverso un sussidio assistenziale pagato con una (minima) parte dei guadagni che arriveranno con l’efficientamento dovuto alle macchine.

In un bellissimo libro sulle intelligenze artificiali scritto dal direttore del laboratorio su queste ultime dell’università di Oxford, questo passaggio epocale è descritto paragonandolo a quanto accadde ai cavalli dopo la II rivoluzione industriale. Lascio a voi giudicare se questo passaggio sia o meno auspicabile.

Racconta il professor Bostrom che con la seconda rivoluzione industriale la popolazione di cavalli dell’occidente fu decimata. Non servivano più né per il lavoro dei campi, né per il trasporto delle merci, sostituiti da trattori, camion e treni. Però, ci dice speranzoso Bostrom, dopo qualche decina di anni la popolazione equina è ricominciata a crescere e di molto. Il cavallo da animale da lavoro è diventato animale da sport, compagnia, persino cura e le razze selezionate sono oggi più forti e prestanti.

Questo è uno degli scenari, perché non divenga l’unico scenario occorre immaginare fin da ora come passeremo dai cavalli da tiro ai cavalli da salto, immaginando che nessuno di noi pensi a un presente fatto di carne in scatola.

Articolo apparso sul numero 279 del 6 ottobre 2018 di Cultura Commestibile

L’antropologia della nuova destra esce dall’internet e conquista il potere

La vittoria di Trump può essere considerata un fatto episodico? Oppure può essere considerata una tappa di un percorso politico che investe Nord America ed Europa? O forse siamo di fronte all’invasione di campo, politico nel caso, di un processo culturale che è diventata (o sta diventando) egemone? Su quest’ultima teoria si applica Angela Nagle nel suo volume Kill al Normies, uscito recentemente per Zero Book.

Il volume non è una riflessione sistematica sulla filosofia dell’alt-right americana ma fornisce un primo spunto di ricerca in merito a fenomeni comunicativi e politici che hanno caratterizzato l’ascesa e la fortificazione di una nuova destra, sovversiva nei modi e, ora che ha acquisito il potere politico, anche nei fatti.

La Nagle, statunitense ma che insegna a Dublino, parte dalla rottura dell’utopia di internet degli anni ’90, primi duemila, che faceva il paio con il politically correct imperante dei Clinton e poi di Obama. L’internet che facendosi social media pareva essere una congiunzione tra popoli e culture, dava vita e voce a movimenti utopici come Occupy, un po’ come la terza via blairiana pareva poter addomesticare il mercato globale.

Invece quello che è successo, secondo la Nagle, che l’iperattivismo “buonista” è riuscito ad irritare masse di utenti dei vari social media che, usando strumenti tipici delle controculture libera degli anni ’70, ha finito per ribaltare i rapporti di forza, diventare egemone e alla fine eleggere persino il Presidente degli Stati Uniti.

E’ proprio il capitolo sull’egemonia, Gramscians of the alt-right, quello a parere di chi scrive più interessante del volume, con l’individuazione di come uno “spirito malvagio” è ben presto passato dal bullismo online, l’istigazione al suicidio, le shitstorm nei confronti di attivisti e celebrità liberal, alla conquista del potere vero e proprio. Una nuova destra alternativa però alla destra classica (da cui l’acronimo alt-right) che pur prendendo da una parte di questa, viene citato nel libro il discorso del conservatore Buchannan, temi e argomenti ne sovverte il discorso pubblico, si fa irriverente, sarcastica e grottesca, Violenta nei modi espressivi, rapida nelle forme di comunicazione, antagonista del sistema. Usa quindi tecniche e strategie di comunicazione e lotta politica che arrivano diritte dalla controcultura degli anni ’60, dalla new-left.

Conservatori lisergici che non hanno remore a manifestare le proprie contraddizioni, attivisti dichiaratamente gay che difendono il ruolo subordinato della donna nella società per esempio o il suprematismo bianco, e a individuare nemici in ogni campo, compreso il proprio. Non lesinano infatti critiche alla destra classica, chiamando gli esponenti cuckconservative, in una crasi tra la figura sessuale del cuckold e il conservatore.

Il libro, una sorta di fermo immagine del fenomeno, è chiaramente dedicato ai soli Stati Uniti ma come non vedere un disegno comune, punti di incontro con gli analoghi fenomeni che avvengono nel nostro continente e nel nostro Paese. Certo una differenza salta agli occhi, mentre negli Usa il fenomeno pare partire da basso e trovare lungo la strada dei newcomers che ne approfittano per una fulminea ascesa sociale e politica, nel vecchio continente accanto a questo fenomeno si assiste ad uno sfruttamento da parte di un pezzo della destra più radicale della temperie in atto. Di sicuro accomunano le due sponde dell’oceano l’incapacità dei gruppi dirigenti classici, sia di destra che di sinistra di arginare e combattere il fenomeno.

Certo il libro non si pone l’obiettivo di trovare una “cura” a questa deriva ma l’autrice nelle pagine finali prova comunque a suggerire una strada: “instead of pathetically tryng to speak the language of this new right by tryng to ‘troll the trolls’ or to mimic its online culture, we should take the opportunity to reject something much deeper that it is reaveling to us”. Non sarà probabilmente l’unica proposta risolutrice ma potrebbe essere un buon inizio.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.276 del 15 settembre 2018

Troppo poco e troppo tardi. Una lettura del manifesto Calenda

Non c’è dubbio che Carlo Calenda sia stato capace di costruirsi un ruolo e una visibilità da personaggio politico nazionale in un tempo relativamente breve, così come indubbie sono le capacità di comunicazione e dialettiche dell’ex ministro. In pochissimo tempo Calenda è diventato, forse insieme al solo Minniti, il volto pubblico del governo Gentiloni: infaticabile sui social non si è risparmiato nel dialogo coi cittadini e nelle polemiche molto spesso con esponenti del PD, Michele Emiliano su tutti. Iscrittosi, direttamente alla Direzione del Partito, al PD dopo la batosta elettorale ne è in breve diventato uno degli esponenti più in vista del partito in disfacimento ponendosi come alternativa renziente al renzismo diroccato (e per ciò inviso a Renzi e ai suoi accoliti). Da questa posizione ha iniziato a maturare pose da padre fondatore e, con indubbio merito e capacità, iniziato a proporre ricette che mercoledì scorso hanno dato vita a una specie di manifesto programmatico pubblicato su il Foglio.

Torneremo poi sulla scelta della testata, partiamo invece dai contenuti. Il manifesto dopo una non breve analisi delle colpe dei progressisti nel tentare di governare la prima globalizzazione e nel configurare un plausibile scenario, lacrime e sangue, di fine del lavoro tradizionale (scenario che ça va sans dire vedrebbe l’Italia messa peggio di quasi tutti i Paesi occidentali) ne evidenzia il rischio, da noi passato ormai dalla potenza all’essere, di una crisi profonda, forse irreversibile, della democrazia liberale. Per impedire del tutto questo scenario, ci dice Calenda, occorre andare oltre la rappresentanza di classe e dunque al “semplice” campo progressista dando vita ad una Alleanza repubblicana.

Tuttavia quello di Calenda non è un cartello elettorale o un fronte di resistenza temporaneo ma un vero e proprio patto politico che si fonda su una comunanza di alcuni temi, a sua scelta verrebbe da dire. Vediamo quali: in primis la sicurezza economica, intesa come adesione all’Euro e al sistema europeo, proseguendo con il “piano Minniti” per fermare gli sbarchi e proteggendo gli sconfitti rafforzando strumenti come il reddito di inclusione.

Naturalmente senza dimenticare i “vincenti”, garantendo loro infrastrutture materiali e immateriali, formazione e competitività, passando poi dal ribadire l’Europa come idea guida e dal combattere l’analfabetismo funzionale.

Tutte cose buone e giuste sia chiaro, difficile per chi non si dichiari oggi sovranista e populista non dirsi d’accordo; tuttavia col limite di presentare un minimo comun denominatore per un cartello elettorale e non certo un programma di governo per una alleanza all’altezza delle premesse di difendere la democrazia come l’abbiamo conosciuta nell’occidente da settant’anni a questa parte.

Se la socialdemocrazia ha fallito nella sua elaborazione degli anni ’90 del XX secolo nel pensare di poter governare la globalizzazione come tutti ormai tendono a dire (anche se il dibattito forse avrebbe bisogno di altro respiro, o almeno di un setaccio che non gettasse Amartya Sen insieme a Tony Blair), pensare di rifondare un pensiero progressista su questi punti ha il fiato corto prima ancora di mettersi in marcia.

Certo nemmeno Marx è partito da il Capitale ma qui manca l’accuratezza e la pesantezza almeno dei grundgrisse, il terreno utopico che è in grado di dare la dimensione del sogno, del riscatto se non per sé almeno per la nostra prole. E se non ripartiamo dal riscatto a partire dagli ultimi (ché chiamarli sconfitti come li chiama Calenda non da’ proprio un’idea di ottimismo), da una idea di speranza, come si può pensare di sconfiggere l’egemonia culturale della paura che oggi ha fatto trovare casa agli ultimi, insegnando a questi a odiare quelli ancora più ultimi?

Questo sui contenuti, ma che dire sulla proposta politica che traspare dal manifesto di Calenda? Che cultura politica rappresenta l’ex ministro? Ecco a mio avviso siamo di fronte a un riformismo elitario, espressione ennesima della borghesia illuminata, intellettuale e colta. Quella classe che di volta in volta ha dato vita a felici famiglie politiche e negli ultimi anni si è presentata come il volto tecnico della politica.

Ecco su questo occorrerà forse aprire una parentesi. E’ talmente introiettata in noi la cultura della politica come degenerazione, almeno dalla nefasta stagione apertasi nel 1992, che larga parte dei gruppi dirigenti del Paese ha visto con piacere e rassicurazione l’idea che siano dei tecnici a guidarci, senza comprendere che la tecnica andava sì invocata e ricercata ma non nella capacità di essere bravi direttori generali, ma nel formare tecnicalità della politica, che non sarà un’arte forse ma è di certo mestiere, inteso qui nel senso arcaico e artigiano del termine.

Siamo dunque arrivati al punto che non ci sogneremo mai di far riparare il nostro impianto elettrico di casa da un pescivendolo ma non ci poniamo il problema che chi ci governa abbia o meno il mestiere di governare tra le sue capacità; stupendoci poi se questa sfiducia nelle elites si trasla poi nei confronti degli scienziati e dei medici.

Insomma il tecnico di per sé non è salvifico e pure Calenda rischia la fine di Monti e Dini, pur non augurandogliela. Sì perché il suo è un liberalismo temperato da un po’ (invero poca) di socialdemocrazia e molto paternalismo: un partito d’azione senza il dirigismo, con meno dottrina sociale e qualche riflessione utopistica in meno.

Culture politiche che in questo paese mai hanno saputo raggiungere un popolo come invece avrebbe bisogno la sinistra oggi dove la sua estinzione non è tema da escludere a priori. Invece vedo in Calenda il ripetersi di vecchi errori, di quello che un tempo avremmo chiamato il problema del rapporto con le masse, escluso quasi a priori da queste culture politiche in virtù di una fede deterministica nella capacità del popolo di comprendere che chi sa lo guiderà al meglio. Paternalismo per l’appunto.

Infine, in questo solco, un’ultima riflessione sul mezzo scelto. Come è noto il mezzo non è mai neutro ma quasi sempre predefinisce e determina il fine. Se il tema è ridare speranza, agibilità e voti al popolo di sinistra, far pubblicare il proprio manifesto su il Foglio (sia detto da affezionato lettore seppur orfano della direzione di Giuliano Ferrara) quanto meno non rappresenta un inizio brillante.

Il rischio, riassumendo, è che si avesse l’ambizione di cambiare il mondo e ci si accorga che al massimo si potrà ambire ad un patto elettorale con Forza Italia. Il patto degli sconfitti peraltro; non proprio un augurio di buon lavoro.

Articolo apparso sul numero 269 del 30 giugno 2018 di CulturaCommestibile.

Il museo che diventa impresa

 

Mercoledì 4 luglio alle ore 18,00 a Bottega Strozzi, proprio dentro l’omonino palazzo, io insieme a Maurizio Vanni, Direttore del Lucca Center of Contemporary Art (Lu.C.C.A.), nonché professore ordinario di Museologia e Marketing museale e docente di Marketing emozionale e Marketing della Cultura e delle Arti, presentiamo il suo ultimo libro “IL MUSEO DIVENTA IMPRESA. Il marketing museale per il break even di un luogo da vivere quotidianamente“, Edizioni Celid.
Ne discutiamo assieme a Domenico Piraina, Direttore di Palazzo Reale di Milano, Direttore del Settore Promozione Culturale del Comune di Milano e dei musei scientifici milanesi.

Vi aspetto numerosi!

Un verde futuro, di qualche milione di anni ancora

Cambiare paradigma su millenni di evoluzione, abbassare la nostra superbia e dimenticare tutte le lezioni che ci hanno propinato dalle elementari in poi, “dell’uomo al vertice della catena evolutiva”. E’ questo l’insegnamento maggiore che ci danno Fritjof Capra e Stefano Mancuso nella loro conferenza organizzata nell’ambito del master dell’università di Firenze dal titolo Futuro Vegetale che si è tenuta il 5 maggio scorso al Teatro Niccolini di Firenze.

E’ proprio Capra ad insistere molto sul valore del cambio di metafora, sul nuovo punto di vista, non più basato su organizzazioni gerarchiche ma su reti diffuse ed espanse. Un modello chiosa Mancuso – da anni uno dei principali ricercatori mondiali di neurobiologia delle piante – molto simile a quello dei vegetali che, almeno numericamente, rappresentano i veri vincitori dell’evoluzione.

Mancuso infatti ci ricorda che il 99% degli esseri viventi del Pianeta afferiscono al mondo vegetale e che gli animali che consideriamo più evoluti, noi umani, sono su questo pezzo di universo da qualche millennio e potranno dirsi davvero “migliori” solo quando supereranno la vita media delle specie su questo pianeta, cioè circa 5 milioni di anni.

Insomma dobbiamo essere rimessi al nostro posto, è la tesi dei due conferenzieri, e con questo bagno di umiltà apprendere anche dal regno vegetale le strategie migliori di “sopravvivenza”.

Naturalmente, ed è questo il senso del master interdisciplinare dell’Università di Firenze, questi spunti e modelli vegetali possono essere adattati e riversati nei più disparati campi, dalle organizzazioni sociali e aziendali, all’urbanistica e all’informatica e al rapporto con le intelligenze artificiali.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.262 del 12 maggio 2018

Audizioni: prova d’attori ampiamente superata

Ma come un altro spettacolo di teatro sul teatro? Un altro regista dispotico che dall’ombra determina i destini degli attori? Ma sì se lo spettacolo è Audizioni di e con Alessandro Riccio In scena fino a domani 29 aprile al teatro di Rifredi di Firenze. Spettacolo diretto, crudo ma al tempo stesso divertente e con una bravura attoriale di Riccio e Gaia Nanni (coppia ormai affiatatissima sul palcoscenico) che dovendosi “combattere” per un unico ruolo da protagonista ci fanno dimenticare, come a loro comanda il regista/maestro nell’ombra, che siano un uomo e una donna a contendersi lo stesso ruolo. Un testo asciutto quello di Riccio che mette a disposizione del suo personaggio la sua fisicità, talvolta debordante, mettendosi a nudo, rispetto alle sue interpretazioni più celebri, restituendoci così un attore e il suo volto più autenticamente fragile. Fragilità che sembra il tratto dell’attrice interpretata da Gaia Nanni, che invece con maestria e talento cela e ci fa scoprire un personaggio multiforme fino al finale sorprendente che ti spiazza e ti fa esclamare: “ma dai! Che bravi”.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.260 del 28 aprile 2018

Il maggio nei luoghi del maggio. Parigi si celebra come capitale ribelle

Arriva maggio ma questo maggio, per Parigi, sarà un denso di celebrazioni di quel mese di 50 anni fa in cui si immaginavano nuove libertà. La rivoluzione non si è trovata ma liberazione sessuale, coscienza ecologica, libertà delle donne son tutti frutti che quel periodo ha fatto maturare più in fretta. Certo la fantasia al potere che si immaginavano i giovani che, da Berkley alla Sorbonne, da Milano a Praga, riempivano le strade era molto diversa da quella che sperimentiamo oggi e non tutto di quell’esperienza, inevitabilmente, è stato positivo. Tuttavia la città transalpina celebra il suo essere stata la capitale ribelle del mondo intanto con un sito http://soixantehuit.fr/ che contiene l’insieme delle iniziative per il cinquantenario e poi con una mostra Icônes de Mai 68 alla Biblioteca Nazionale, François Mitterrand, apertasi il 17 aprile e che durerà sino al 28 agosto e in cui sono esposte le immagini simbolo di quei giorni dalla “Nuova Marianna” che innalza il suo vessillo appollaiata sulle spalle di un compagno, alle immagini degli scontri coi sanpietrini lanciati senza fare troppa attenzione alla spiaggia che si sarebbe dovuta trovare là sotto. Non manca nemmeno una riflessione/mostra sul maggio ’68 in architettura, quest’ultima in programmazione alla Cité de l’Architecture e du Patrimoine fino al 16 settembre.   Ancora più suggestivo invece il tour guidato nei luoghi del maggio ’68 per ripercorrere quelle immagini dal vivo e confrontare anche come la città, insieme ai suoi abitanti è cambiata. Ritrovo, per i fortunati, il prossimo 5 maggio per due ore di visita ribelle come recita il sito dell’iniziativa (http://www.lesvisitesdemaud.fr/paris-mai-68.html) per chi volesse fare un viaggio nella storia.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.259 del 21 aprile 2018

Il comunismo spettacolare del giovane Marx

Vedere Marx, giovanotto, che corre per le strade di Parigi in fuga dai gendarmi. Bello, se non lui, l’attore che lo interpreta. Insolente come un Hippie, barbuto come un hipster. Lui che trascina con sé un efebico Engels. Giovani e rivoluzionari, pieni di vita, amati e amanti di donne belle, libere, tenaci.

Insomma il Giovane Marx, film di Raoul Peck, ci rende una rivoluzione che non è un pranzo di gala ma un’avventura filmograficamente interessante, persino avvincente. Ed è questo uno dei principali meriti di un film che rende appassionante la prima parte della vita di due filosofi, che passavano la maggior parte del tempo nello scrivere, nel confrontarsi sul materialismo e l’idealismo, polemizzando tra loro in diatribe molto più lunghe e complesse dei bei dialoghi del film. Eppure il film, nonostante le inevitabili semplificazioni e spettacolarizzazioni, regge anche sul piano del pensiero dei due amici che diedero un manifesto al comunismo.

L’altro punto forte del film è il cast, una generazione europea di attori capaci di recitare in tre lingue con accenti impeccabili (che invidia), con bravura e sentimento. Credibili e sempre sul filo della drammatizzazione senza però diventare caricatura. Un film accurato, nei pensieri e nelle ricostruzioni. Scenografie, costumi, persino la scelta dei cavalli, rimanda ad una precisione importante e all’altezza della confusione che le idee del giovane Marx portò a giro, come il suo famoso fantasma, per l’Europa.

Un film non ideologico ma che nelle frasi che lo concludono raccoglie, involontariamente forse, uno dei sensi dell’opera di Marx, il non finito, non come limite ma come presa d’atto che ce n’est qu’un début…

Articolo uscito su Cultura Commestibile n.258 del 14 aprile 2018

La spinta di Angelo e il principio di Archimede

Va in scena da giovedì 15 fino al 25 febbraio , al Teatro di Rifredi di Firenze, Il principio di Archimede, opera inedita in Italia del pluripremiato drammaturgo catalano Josep Maria Mirò. Un testo forte, potente, su come le paure di questo nostro tempo si scontrano col nostro bisogno di affettività, un testo messo in scena e tradotto da Angelo Savelli che ne parla con la stessa passione di cui parla delle sue “creature”, un’opera che ha fatto sua e che sta per regalare al suo pubblico.

Il tema de “il principio di Archimede” ad una prima lettura sembra essere la pedofilia, invece, leggendo il testo si intuisce una profondità diversa, maggiore, intrecci e contraddizioni, anche punti oscuri che normalmente preferiamo dimenticare, cosa ti ha convinto a mettere in scena questo testo?

L’averlo visto dal vivo, sulla scena, al suo debutto a Barcellona nel 2012 nella magistrale  messa in scena dello stesso Miró, e la profonda emozione provata in quell’occasione. Un’emozione fulminante che mescolava insieme lo stupore per l’originalità del suo linguaggio narrativo – che esaspera il rapporto tra trama e intreccio in una sorta di straniante avanti ed indietro – e il malessere etico ed intellettuale per le sgradevoli questioni che getta sul tavolo attraverso una riflessione oggettiva ed impietosa, priva d’ideologismi o moralismi. Da allora non l’ho più mollato: me lo sono tradotto, l’ho fatto leggere a vari attori e colleghi, abbiamo cercato un coproduttore – che non abbiamo trovato – abbiamo conosciuto l’autore, apprezzato la sua umanità ed intelligenza, letto le altre sue opere, l’abbiamo invitato a Firenze per fargli conoscere il nostro lavoro e alla fine “Il principio di Archimede” va in scena a Rifredi in esclusiva per l’Italia. Nel frattempo il testo è stato rappresentato in mezzo mondo, sempre con grande successo. E giustamente, perchè è un testo originale, moderno e che parla drammaticamente di noi e della nostra società.

Viviamo in giorni in cui i mostri tornano a popolare le nostre strade e la paura è un elemento ormai, purtroppo centrale, delle nostre società? Sono elementi che si trovano in questo spettacolo, in questo senso possiamo parlare di teatro d’impegno, non tanto come si diceva una volta, in termini di militanza ma di bisogno di interrogarsi. Qui mi pare che l’interrogativo di fondo sia la nostra domanda di sicurezza (anche indotta) è così pressante da annullare persino spazi di affettività? L’autore risponde nel testo e lo vedremo in scena ma qual è il tuo punto di vista?

La perdita colletiva dell’innocenza, la scivolosa identificazione di omosessualità e pedofilia, la trasformazione fatale del dubbio in condanna, l’accettazione passiva e non verificata un tempo di un pettegolezzo e oggi di una fake virale, la rassicurante necessità di sbattere il mostro in prima pagina, l’ossessione della sicurezza che si trasforma in spirale di violenza e soprattutto la rinuncia all’affettività, all’empatia, in un clima di controllo e di sospetto generalizzato, sono i fantasmi che popolano questa opera che abilmente non prende posizioni definitive ma che vuole invece spingere lo spettatore a schierarsi facendogli sentire tutta la responsabilità e la difficoltà di una scelta, molto attuale, tra la sicurezza individuale e il rispetto del diverso, dello straniero, dello sconosciuto. Io personalmente, in quanto cittadino, non posso che rammaricarmi per la deriva egoistica e puritana della nostra convivenza civile e per l’isteria protezionistica che l’ha infettata; ma in quanto regista ho dovuto condividere con i miei attori la difficoltà di aderire senza pregiudizi a tutti i punti di vista dei vari personaggi che il testo ci propone in una sapientissima scansione.

Lo spettacolo si colloca in un unico spazio scenico chiuso, unico, lo spogliatoio della piscina dove il protagonista fa l’istruttore di nuoto e dove accade il fatto che dà vita alla vicenda. Nella tua regia come sfrutti questo elemento, come ne “esci” (se ne esci) da questo limite voluto dall’autore?

Non ne esco affatto. Anzi, l’ho accettato e amplificato. Una scelta che mi ha imposto una prova di rigore quasi chirurgica, rinunciando agli effetti luci, agli interventi musicali, ai movimenti scenografici e a concentrarmi sulla presenza fisica degli attori. Da qui anche la decisione di portare gli spettatori sulla scena, sia per coinvolgerli direttamente ed emotivamente nello spazio chiuso del dramma sia per avvicinarli alla prestazione intensa e a volte minimalista degli attori. Spero ne sia uscito uno spettacolo nitido, lucido, tagliente.

Il tempo della narrazione non è sincronico rispetto alla vicenda narrata, ma segue la visione dei quattro protagonisti, il loro punto di vista? Come hai lavorato con il cast rispetto a questo punto? Quanta libertà hai accordato agli attori visto che, dato il tema, le sfumature di senso possono essere determinanti rispetto al messaggio che intende far passare l’autore?

Questo è un testo che richiede una verità assoluta. Anche perchè uno dei temi dello spettacolo è proprio la percezione e l’ambiguità della verità. Il mio lavoro è stato dunque quello di accompagnare gli attori, mano nella mano, in questa ricerca della loro verità interiore rispetto al testo e ai personaggi, mantenendo larghi margini di ambiguità e muovendosi tra contraddizioni e depistamenti. Un lavoro certosino reso possibile non solo dalla totale adesione dell’intenso protagonista, Giulio Maria Corso, ma anche dalla bravura degli altri tre attori, Monica Bauco, Riccardo Naldini e Samuele Picchi, sempre puntuali e credibili, e sottoposti alla difficoltà di non poter svolgere cronologicamente il percorso dei loro personaggi e di essere costretti, ad ogni inizio di scena, a reinventarsi la loro condizione psicologica.

In questa occasione sei anche il traduttore del testo, come ti sei approcciato al lavoro di traduzione? Il testo italiano è un testo asciutto, per nulla retorico, immagino che in questo tu sia stato assolutamente fedele.

Fedele? Fedelissimo. Fino alla pignoleria. Ma una pignoleria di “scena”, fatta sul palcoscenico con gli attori. Io non mi arrogo la qualifica di traduttore. Non mi cimenterei mai con un testo letterario. Non ho studiato né lo spagnolo né il catalano (le due versioni del testo che ho avuto sotto gli occhi) ma capisco abbastanza bene queste due lingue neolatine per averle molto frequentate; ma soprattutto capisco, da teatrante, stando in scena, cosa un autore, che è anche lui un teatrante, vuole che si dica e, insieme, cosa serve linguisticamente ad un attore per esprimere agiatamente nella propria lingua quel determinato stato d’animo. Logicamente, nel primo approccio al testo, mi sono avvalso della collaborazione di un catalano verace, Josep Anton Codina, regista e operatore culturale di Barcellona. E, lungo tutto il percorso di traduzione/messa in scena, ho cercato di mantenere l’asciuttezza tagliente e quotidiana del testo di Mirò.

Ancora una volta portate a Firenze un autore innovativo e pluripremiato, come funziona il lavoro di ricerca? Un lavoro importante che il pubblico spesso ignora ma che credo sia determinante per il successo delle vostre stagioni?

Il Teatro di Rifredi ama le novità e le proposte originali. E la compagnia Pupi e Fresedde non è certo famosa per i suoi Shakespeare, Goldoni o Pirandello quanto piuttosto per testi, teatrali o letterari, sempre ancorati al presente, scritti nel presente o riscritti per il presente. Per realizzare questo progetto occorre essere sempre curiosi e guardarsi continuamente intorno, anche oltre confine, cercando artisti e spettacoli fuori dai canali che vanno per la maggiore non solo nei circuiti commerciali ma anche tra le conventicole di tendenza. E senza mai dimenticarsi che, in questo presente, la cosa più “presente” è il pubblico, il quale non ci mette niente a diventare “assente” se lo prendi in o lo deludi con un’insignificante routine o un’astrusa fumisteria.

Intervista apparsa su CulturaCommestibile.com n.249 del 10 febbraio 2018

Yves Montand, memorie di un uomo libero

Yves Montand è stata una figura imponente che ha attraversato la Francia per almeno metà del XX secolo. Cantante, attore, icona, potenziale candidato alla presidenza della Repubblica, il figlio dell’esule antifascista di Monsummano Terme emigrato in Francia all’avvento del regime mussoliniano nel nostro Paese, è stato un punto di riferimento per registi, sceneggiatori ma anche tanti cittadini semplici che hanno amato le sue canzoni, i suoi personaggi e le sue prese di posizione franche e sincere.

Ripercorre la sua vita attraverso le sue dichiarazioni e interviste il bel volume, Moi ma vie, curato da Carole Amiel edito in Italia da Clichy che ripercorre la carriera artistica e la maturazione politica dell’artista.

Partito dai music hall della Francia occupata, approdato alla scena musicale parigina che conta grazie ad Edith Piaff con cui inizierà anche una storia d’amore. Quello della sua vita sentimentale, con la Piaff con la compagna di una vita Simone Signoret, sono sempre accenni, pudicamente lasciati fuori dal discorso pubblico. Preservati non per calcolo ma per scelta, a differenza delle posizioni politiche passate dall’innamoramento comunista ad una profonda battaglia contro il tradimento degli ideale e a un antisovietismo militante negli anni 80 che lo porterà a polemizzare anche con l’allora segretario del Partito Socialista Lionel Jospin.

Il Montand che esce dalle pagine del libro non è un divo, è un artista (anche se civettuosamente si definisce per larga parte della sua carriera un artigiano) consapevole dei suoi mezzi, del suo valore (anche economico) che tiene a far sapere che di tutte le sue virtù quella per lui determinante sia la sua libertà. Una libertà anche politica che lo porta a prendere sempre e comunque posizione, per l’Unione Sovietica nei primi anni del dopoguerra, per la destalizzazione, per i profughi cileni, per la primavera di Praga, infine anche per Reagan nella sua battaglia contro i regimi dell’est. Una libertà che le cronache mondane raccontavano tale anche nella vita privata ma che invece nel discorso pubblico mai appare. Anzi l’uomo Montand che parla di sé è sempre il figlio del contadino toscano che va in esilio per affermare la sua libertà, l’uomo integro che pur cantando i sentimenti (fu il primo a portare al grande pubblico i versi di Prevert) non ne viene sopraffatto. Salvo forse sul finale, con l’arrivo in tarda età, del primo figlio a cui farà dedicare da un suo paroliere versi struggenti, un testamento e una promessa. Forse la stessa che Montand bambino fece a se stesso: di vivere da uomo libero.

Articolo apparso CulturaCommestibile n. 247 del 27 gennaio 2018