Il grande fratello islamico

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Cosa accadrebbe se l’islam più fanatico incontrasse la società del grande fratello Orwelliano? Parte da questa intuizione, 2084 la fine del mondo di Boualem Sansal (Neri Pozza Editore), che al capolavoro di Orwell deve tantissimo a partire dal titolo. In una società post nucleare, uno scenario desertico tra Mad Max e la Tatooine di Guerre stellari si muove il protagonista Ati, un fedele dell’unica religione rivelata, dell’unico stato, dell’unico ordine possibile. Il mondo è finalmente in pace secondo i precetti della sottomissione all’unico Dio e al suo Delegato. Impossibile vedere nella distopia di Sansal qualcosa di diverso di una degenerazione dell’estremismo islamico; i riferimenti sono chiari ed evidenti, i nomi appena modificati. La tesi di Sansal è semplice: i rischi dell’islam sono gli stessi del totalitarismo stalinista, la sottomissione richiesta porta per via religiosa e non ideologica alla fine della libertà, del libero arbitrio. Tuttavia il libro esagera nel richiamo orwelliano, fino a farsi riscrittura in alcuni tratti, sovrapposizione e non suggerimento. Oltre a questo, poi, se le parti “filosofiche” di descrizione dell’ideologia abistana, come quelle di nascita e crescita del dubbio nel protagonista, sono sviluppate, approfondite; l’intreccio narrativo, la storia, sembrano quasi trascurate rispetto al messaggio “politico” del volume, finendo però per lasciare in mano al lettore un romanzo monco o un saggio incompleto. Vi è poi il tema politico del libro, che questa forma a metà, non scioglie fino in fondo. Per l’autore è l’islam (o forse addirittura le religione stessa) ad essere portatrice del totalitarismo, della privazione della libertà, oppure è una sua visione, una sua applicazione fanatica a farci correre questo rischio? La domanda, non banale di per sé, diventa cruciale in questi nostri giorni, in cui il terrorismo islamico colpisce le nostre città e l’occidente si divide, tra ragione e paura, tra dialogo e conflitto. Sansal non è nuovo a posizioni “estreme” nella sua lettura dell’islam, a partire dall’altro suo volume tradotto in Italia, Il villaggio del tedesco (Einaudi), in cui si racconta e sviluppa il legame tra islam e nazismo, oltre a ciò pur essendo algerino scrive in francese ed è in Francia che i suoi libri hanno avuto il maggior successo. Per questi motivi questo volume è stato letto, quasi pregiudizialmente, come un critica da destra (neocon l’ha definito il Manifesto) all’islam o in continuità con Sottomissione di Hollequebec (che è un po’ come dire che I promessi sposi sono la continuazione ideale di Romeo e Giulietta); in realtà la questione è più complessa e soprattutto l’autore pare volutamente, a partire dalla forma ibrida scelta, lasciare al lettore molti più interrogativi che certezze.

Apparso su www.culturacommestibile.com n.171 del 21 maggio 2016

La Milano dei Rossi

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La provvidenza rossa è come un universo parallelo che si srotola nella Milano del 1977, un universo in cui al normale vivere della città si contrappone, parallelamente convergente, un mondo regolato dai riti del Partito Comunista Italiano. Uno Stato nello Stato che replica le strutture della società borghese nei suoi pregi e nei suoi vizi. Questo mondo parallelo è il principale pregio di “la provvidenza rossa”, giallo di esordio di Lodovico Festa, che fu comunista milanese negli anni narrati nel libro. Un libro in cui il noir serve da alibi alla narrazione della vita comunista, dove la pervasività del mondo rosso si snoda tra personaggi al massimo bidimensionali che in realtà sono spesso solo maschere delle loro organizzazioni siano esse il Partito, la Lega delle Cooperative, il Sindacato (ovviamente la CGIL) o l’Arci. Un mondo non autosufficiente ma che dalla società borghese trae più che donare; un mondo capace di regolarsi da solo, quasi soffocante per i suoi iscritti che trovano in esso tutto, lavoro, divertimenti, famiglie, amori; seppure nella variante meneghina non arrivi ai tratti dominanti del comunismo emiliano. Mondi raccontati sinora o da storie sociali, come il magnifico “Maison Rouges” di Marc Lazar, o dal sarcasmo musicale di pezzi come “Robespierre” degli Offlaga Disco Pax. Quello di Festa è invece un libro, un romanzo, che ci riporta in un mondo che non c’è più ma che conserva traccia di sé nei profili degli ex militanti rossi, e in alcune prassi politiche che ci appaiono oggi tristemente ininfluenti nel mainstream populista e personalistico della politica dei leader. Invece nella Milano rossa di festa, il protagonista è il collettivo, pur se l’autore ci fa intravedere il futuro (non radioso) che si avvicina: quella Milano da bere, che sta appena scaldando i motori. Una Milano che è l’altra grande protagonista. Una città raccontata con amore, seppure di una città che non c’è più si tratti. La consolante Milano borghese, le cui architetture sono raccontate con più dettagli dei protagonisti, persino quando le architetture sono quelle razionaliste del ventennio. Una Milano che si ricostruisce e si riscatta nell’azione del Partito e nelle sue architetture non ancora appannaggio di archistar, una Milano in cui noi contemporanei forse fatichiamo a immaginare quanto abbia contato la sinistra (non solo comunista) e quanto popolo riuscisse a organizzare intorno a sé. Festa scrive questo libro con l’affetto della sua giovinezza alla quale concede però una lingua troppo da relazione al comitato centrale, soprattutto nei dialoghi, e che lo costringe a una nota finale ed a un artificio narrativo di cui non si sentiva il bisogno. Ma il pregio del realismo della vita e delle prassi comuniste ripagano ampliamente il lettore, soprattutto quello che seppur in un’altra epoca molto successiva e in altri contesti, si è trovato ad essere “l’uomo della federazione” o ad aver comunque vissuto all’interno del vasto mondo comunista e post comunista italiano. Altro grande pregio del libro è che l’autore non riversa nella storia il proprio giudizio sul PCI, un giudizio che lo porterà ad altri lidi e alla vicedirezione de il Foglio, ma anzi pare riacquistare il fuoco della passata militanza, soprattutto quella amendoliana, conservando per ingraiani e berlingueriani (ma anche per il migliorista Napolitano) le frecciate più acute.

Articolo apparso sabato 4 aprile 2016 su CulturaCommestibile n. 164

Troppo facile fare i liberisti col lampredotto degli altri

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La lotta di classe nel centro storico fiorentino, di cui già descrissi le peripezie nel numero 155, ha una nuova battaglia in corso.

E’ di questi giorni infatti la notizia che il Comune, all’interno del perimetro del centro storico patrimonio dell’UNESCO, consentirà l’apertura di esercizi dedicati alla ristorazione in base ad alcuni criteri “geografici”, filiera corta e “genuinità” alle radici enogastronomiche del territorio.

Un’apposita commissione valuterà questi criteri, consentirà deroghe e decreterà le aperture.

Aldilà della tenuta giuridica della norma, di cui dubito parecchio, sulla quale prevedo non tarderà di occuparsi il TAR, quello che qui interessa è l’intento e l’efficacia della norma.

L’intento appare chiaro e coerente con la strategia di questa e delle passate amministrazioni di conformare la realtà del centro storico alla sua rappresentazione immaginifica che il suo fruitore ideale porta con sé. E chi è, nei pensieri di chi Firenze governa, il primo fruitore delle proprie politiche? Non certo il cittadino (che non immaginiamo desideroso di peposo e lampredotto) ma il turista che invece questo immagina di trovare e questo deve trovare.

La creazione della quinta scenica del consumo attraverso l’apposizione di un limite, regolamentato, al Kebab o al cous cous a meno che le verdure non siano coltivate nei verdi campi del Mugello.

Eppure la regolamentazione delle attività di ristorazione è tema serio e affrontato in varie parti del mondo. A Los Angeles, dunque non in un “regime” statalista, alcuni anni fa fu proibita, in alcune aree della città, l’apertura di locali di Junk food (cibo spazzatura). Erano i quartieri più poveri della città, dove le condizioni della vita della popolazione, e in particolare dei più giovani, non consentivano un alimentazione sana con conseguenze sulla (già precaria) qualità della vita e sulla salute.

Dunque un amministrazione ha titolo a normare in materia, anche se personalmente trovo le motivazioni di decoro e tradizione meno importanti di quelle relative alla salute dei cittadini.

Il tema successivo, però, è quale efficacia hanno queste norme? Nel caso di Los Angeles pare molto poca, a Firenze vedremo. Qualche previsione però possiamo provare a farla. Intanto il provvedimento arriva dopo che il centro storico si è ormai trasformato pesantemente. Questo è avvenuto per l’effetto di scelte urbanistiche, della perdita di valore delle merci (non solo alimentari) vendute dagli esercizi commerciali, dal processo di gentrizzazione dovuto anche a fenomeni come Airbnb e dalla crisi economica. Dunque l’azione del provvedimento non avrà l’effetto di modificare l’offerta in essere ma di determinare quella futura e di farlo verso un determinato obiettivo: quella della progressiva trasformazione del centro storico in un compound turistico fatto degli stessi ingredienti dei sogni dei tour operator.

Apparso su CulturaCommestibile n.161 del 12 marzo 2016

Il corpo del Santo

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Ci sia consentito l’inconsentibile ma la traslazione della salma di Padre Pio a Roma per il Giubileo non è un buon segno. Non lo è per tanti motivi. Il primo è che il Vaticano con il Frate ha sempre avuto un rapporto piuttosto controverso. Non amato in vita, così come non lo amava il regime fascista, ne ha tollerato il culto prima perché capace di garantire coesione e consenso popolare poi perché, negli anni della secolarizzazione spinta della società, era rimasta una delle poche figure genuinamente popolari della Chiesa Cattolica. Non è un buon segno, da laico e laicista sia chiaro, perché ritorna centrale ai fini della devozione non l’insegnamento, l’opera e il mistero del Santo ma il suo corpo, la reliquia, l’oggetto di devozione. Un ritorno al medioevo dove il rapporto tra clero e popolo era mediato dagli oggetti apotropaici e mitici, in una sorta di “semplificazione” ad uso delle masse del discorso divino. Padre Pio è paradigmatico di un modo di intendere, da parte della Chiesa Cattolica, il rapporto con i propri fedeli, più il frate è esaltato e meno è matura la considerazione che il clero ha dei propri fedeli. Il fatto che sia proprio Papa Francesco a riportare in auge Padre Pio credo qualche dubbio possa porlo.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.156 del 6 febbraio 2016.

Lotta di classe al Kebabbaro

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La lotta di classe non è conclusa come spesso ci dicono. Non si combatte nemmeno solo nelle periferie o davanti ai cancelli dei magazzini della logisitica.

Vi è una lotta di classe quotidiana, non violenta ma non per questo non cruenta, che si combatte, per esempio, nel centro storico di Firenze. Una lotta di lunga durata, ininterrotta, che vede ormai soccombere proletariato, borghesia liberale e semplici cittadini. Una lotta che non vede cambiamenti significativi di fronte da quasi sempre e che ha avuto, la più recente, battaglia decisiva nella pedonalizzazione di Piazza Duomo e soprattutto nell’impedire il passaggio della tramvia dal centro storico. Un’operazione che ha portato a dare un limite, un perimetro, al centro storico, favorendone la trasformazione in compound. Ennesimo processo di gentrizzazione, isolamento: il ghetto del bello, usufruibile formalmente a tutti, ammiccante in realtà a turisti e clienti. Una volta delimitato il perimetro si procede alla “pulizia”.

Ecco dunque l’ultimo tassello, il provvedimento contro i cosiddetti minimarket. Atto in cui elementi di Stato Etico si fondono con la brama del capitale (ché solo i rivoluzionari da tastiera confondono il capitale col liberismo e dimenticano che il primo ha sempre fatto migliori affari con gli statalisti che con i liberali) al suono di parole come decoro, salute, pulizia e bellezza. Un provvedimento talmente classista che ha fatto gridare al razzismo chi, ormai disabituato a usare categorie politiche, maneggia soltanto quelle sociali. Un intento e un pensiero che sappiamo estraneo ai nostri amministratori ma che la natura del provvedimento ha reso passibile di fraintendimento.

Il pubblico che torna a dare patenti di liceità: Tiger (quella simpatica catena di chincaglierie made in china) sì perché nordico e lindo, the king of Lahore no perché privo di lampade di design (spesso di lampade toutcourt) e diciamocelo piuttosto sudicio.

Una lotta in cui non ci è stato risparmiato, almeno per pudore del ridicolo, la retorica del cancro da estirpare, così maschia e virile. E’ in gioco la salute dei nostri figli! Quelli a cui abbiamo abdicato il nostro ruolo di educatori preferendo indossare la maschera più semplice (ma dozzinale) dei guardiani.

L’alcool quindi, il nemico, feticcio secolare dei proibizionisti di ogni risma. L’alcool come nemico della meglio gioventù, quella che si riprende il futuro. E ho tremato passando davanti a Procacci, con in vetrina le sue splendide bottiglie di ottimo Chianti. Anche lui un nemico? O forse saranno i tre bicchieri a garantirci come già fecero le stelle gialle?

Una siffatta battaglia poi è talmente perfetta che salda gli entusiasti del capitale, buttafuori addetti alla door selection su base censitaria, agli optimates del belllo. I tutori dell’arte e della bellezza, conservatori e tutelatori, progressisti reazionari che sognano un mondo di fruitori del bello a cui loro han dato educazioni e patenti di apprezzabilità. Pronti a brandire oggi la Costituzione Repubblicana come, ieri, brandivano il libretto rosso; non avendo probabilmente letto sino in fondo nessuno dei due.

Capaci di indignarsi per i manifesti sui restauri (e meno male) ma in fondo felici per la ripulitura dal piccolo minimarket africano, così fuori contesto.

Oggi più di ieri si avvertirebbe il bisogno di una Rivoluzione. Liberale.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.155 del 30 gennaio 2016.

Vite peccaminose al soglio di Pietro

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In tempi di papisti entusiasti che non ti aspetti, leggersi le vite dei Papi attraverso le storie, inventate, calunniose, apocrife, dei cronisti lungo il corso dei secoli può essere un’operazione molto utile e interessante. Per questo, Vite efferate di Papi (Quodlibet 2015) di Dino Baldi è volume attualissimo pur narrando storie da San Pietro a Pio IX, raccolte col rigore del filologo ma scritte con la penna del romanziere. Un bel tomo la cui mole non deve spaventare vista al scorrevolezza del testo e le appassionanti vicende narrate. Papi ritratti dai propri contemporanei nei loro vizi, nei loro crimini e nelle meschinità delle storie che hanno sempre accompagnato la corte pontificia. Storie inventate, romanzate, degne comunque di passare alla storia perché narrate. E si badi che Baldi, col rigore che gli è proprio, usa fonti cattoliche, mai luterane, non cede quindi alla tentazione di dar voce ai nemici della Chiesa, dando così alibi ai suoi eventuali critici. Storie di disumana bassezza, di lussuria, delle peggiori aberrazioni umane ma anche di giustizia secolare, torture e decapitazioni compiute dagli eredi di Pietro che si mischiano alle grandi e sovrumane bontà, alle mortificazioni di carne e spirito nel nome del Signore, tanto che, nella lettura si è presi spesso dal dubbio che siano proprio i cosiddetti papi “buoni” a esser passati alle cronache come i più efferati tra gli efferati.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.154 del 22 gennaio 2016

Una buona comunicazione e un canale.

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Ormai le pagine web paiono (qui da noi) finite. Tutto è social. Dall’informazione, al customer care, tutto è rarefatto, temporaneo, breve. Tutto dura il tempo di un tweet presto scordato. Un modello paradossale dove l’ultramoderno convive con i fax, le carte da bollo. Stesso speculare modello di (scarsa) partecipazione e diffusione delle informazione e di conseguenza alle scelte. Un tema enorme che ha a che fare sul dibattito sul populismo (ormai tutto è populismo persino i populisti che rinfacciano agli avversari di essere populisti), sulla qualità delle nostre democrazie e più in generale sul diritto alla conoscenza.

Ancora più in generale il tema dell’approfondire le notizie pare ormai fuori moda. I giornali online calcolano i tempi di lettura dei propri articoli, i direttori di giornali chiedono ai propri redattori di considerare la soglia di attenzione dei lettori al pari di quella di un dodicenne (quando va bene). Tutto è rapido, leggero, etereo. Buono per durare il tempo di una mezza giornata.

Quindi quando ti imbatti in qualcosa di diverso, di approfondito senza essere pesante, ti senti rinfrancato. A me è capitato girellando sul sito della città di Parigi. Una città che è tante cose ma anche un luogo in cui la gente vive con gli stessi, più o meno, problemi di qui. Compresi i lavori pubblici. Capita quindi che uno dei luoghi a me più cari, il canale  Saint-Martin, debba essere completamente svuotato per manutenzione.

Un lavoro lungo, tre mesi, complesso ma indispensabile che toglierà a molti uno dei luoghi preferiti per passeggiate e ad altri una via d’acqua utilizzata come comunicazione o via di trasporto. Ecco che il comune crea una sezione di informazione sui lavori, scritta bene, in modo semplice, con capitoli ben chiari in cui spiega, mostrandoti pure l’avanzamento nella lettura del capitoletto, tempi, necessità dei lavori, modalità di esecuzione. Persino come salvaguarderanno i pesci presenti nei canali (tranquilli non ne faranno una grigliata) e le cose improbabili che si troveranno una volta prosciugato il canale (auto, motorini, bici, segno che l’inciviltà non ha confini).

In definitiva, a mio avviso, una comunicazione efficace, al termine della quale, i più puntigliosi possono scaricarsi anche dei pdf per approfondire. Immagini, mappe, testi leggibili, facilmente rintracciabili. Da cittadino vorrei sempre una comunicazione così, rispetto all’apoteosi di tweet celebrativi che inondano le nostre timeline, ma mi si dirà che sono antico e che il futuro è una palla di cannone accesa e noi lo stiamo quasi raggiungendo.

Le pagine del comune di Parigi sui lavori del canale Saint-Martin le trovate qui

Il piccolo supereroe di periferia

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Paul Vacca ci regala un piccolo gioiello, sì perché Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e salvò il mondo, pubblicato in Italia da Clichy, è un romanzo che non ti aspetti. Tom, piccolo bambino della periferia parigina alla fine degli anni sessanta, è il ragazzino strano, quello che risolve tutti i problemi di matematica, non ha amici, e non lascia trasparire emozioni. Oggi probabilmente si direbbe che Tom soffre di autismo e il suo caso non farebbe molta impressione, ma nella Francia ad un passo dal 68 tutto questo è ancora lungi da venire. Intorno a Tom, i cui unici amici e riferimenti sono all’inizio gli amati supereroi dei fumetti americani, la sua famiglia e la classe media della periferia parigina che circonda la villetta con giardino in cui, al culmine di una scala di 18 gradini, si rintana nella sua cameretta, Tom. Vacca ha uno stile di scrittura semplice ma mai banale e pur affrontando un tema e una storia in cui il rischio del buonismo, del già visto e del banale, è altissimo, riesce, ad ogni intreccio, a stupirci scegliendo sempre la soluzione che non ci saremmo aspettati. Tom che si convince che la sua diversità è la stessa dei suoi eroi dotati di superpoteri, ci commuove ma non ci impietosisce mai, anche nei momenti tragici che la storia descrive. Quello che rimane è un libro che ricorda i grandi film francesi degli anni sessanta, personaggi multiformi, a più dimensioni e una società che si scopre mista, libera o pronta a liberarsi, ma anche contraddittoria e persino cattiva. Eppure alla fine si chiude il libro con un sorriso sul volto e una lacrima che spinge per uscire.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.150 del 19 dicembre 2015