L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

Il giorno più bello, gli alberi e la libertà

Oggi è l’undici di agosto e a Firenze si dovrebbe celebrare solo una cosa, la sua Liberazione. Le donne e gli uomini, autoctoni o venuti dalla parte “giusta” del mondo a liberarla. Invece ieri a Firenze è piovuto. Per circa 15 minuti è piovuto forte ed è tirato molto vento. Non è venuto un tornado, né una tromba d’aria. No è piovuto parecchio. Come capita da sempre in estate. E’ capitato anche che un albero è venuto giù, non ha colpito nessuno ma è venuto giù. Un albero grosso, che stava in quella strada (la strada dove sono nato sia detto per inciso) con tante foglie verdi. Un albero che avresti detto sano e rigoglioso. E infatti i cittadini della mia strada (non abito più lì da tanto ma insomma è sempre casa mia) hanno fatto un gran canaio perchè il Comune, brutto e cattivo, non buttasse giù lui e gli alberi a lui vicini perchè “Dio bono e si vede a occhio che son sani”. A occhio eran boni ma un temporale estivo l’ha buttato giù e per fortuna non si è fatto male nessuno. Dunque aveva ragione il Comune, i suoi tecnici, e chi di mestiere guarda gli alberi e decide (o almeno dovrebbe) che vanno “cambiati” perchè gli alberi non sani vanno giù. Vanno giù anche nei boschi, sia chiaro, ma penso che tutti si possa notare la differenza tra un albero che cade in un bosco e uno che cade tra le vie di una città. Quindi il tecnico del comune che guarda gli alberi del quartiere 5 (sia detto sempre per inciso che è uno pure simpatico) ha fatto bene il suo mestiere e ha detto che l’albero andava tagliato e sia dato atto che non lo ha fatto per un bieco interesse corruttivo di far girare gli alberi, come l’Avvocato invocava di far girare la patonza. No l’ha fatto perchè sa fare bene il suo mestiere. Meno bene, mi sia concesso, ha fatto il Comune che di fronte alla protesta ha posticipato il taglio di quegli alberi e dunque farebbe meglio a non dire che si è “sfiorata una strage”, perchè un po’ di colpa, fosse davvero successo qualcosa, l’avrebbe anche l’amministrazione posticipante. Ma torniano agli alberi. Non è la prima volta che a Firenze, e in quella zona, sugli alberi si fanno discussioni e azioni. Per il taglio degli alberi sul tragitto della tramvia c’è chi ci si è appollaiato e chi si è incatenato (ad un albero che non sarebbe stato abbattuto ma questo è un particolare); ricordo anche qualcosa su un nido di uccelli che pareva essere l’ultimo avamposto di una specie ormai prossima all’estinzione e invece pare fosse in disuso da anni. Insomma i miei vicini agli alberi ci tengono, li considerano un elemento immutabile e naturale della città. Non si toccano sono lì da sempre, dicono. Non è così ma anche i più anziani che si ricordano che quell’isolato erano tutte fabbriche e campi fino a quaranta anni fa, si voltano da un’altra parte e brontolano. Gli alberi in città sono un prodotto dell’uomo, come tutto il resto. Spesso risentono più della stagione politica che di quella metereologica. I famosi alberi di viale Morgagni erano una parte del parco della rimembranza, cioè il frutto di una legge del primo dopoguerra che imponeva, per ogni caduto della città sui campi di battaglia, fosse piantato un albero a suo ricordo. Dati gli anni e il sopravvenuto regime fascista invece di boschetti si diede vita a viali alberati su cui far marciare la prossima generazione di soldati da spedire alla prossima guerra. Ma anche le essenze che popolano i nostri giardini hanno dovuto fare i conti col regime. Se mi affaccio dalla mia terrazza mi trovo davanti una collezione di palme da fare invidia a Malindi. Il quartiere dove abito adesso, fu infatti edificato sul finire degli anni ’30 e la moda botanica dell’epoca era in linea con le celebrazioni del neonato impero. Si chiamavano i figli Impero e si piantavano palme nei giardini. Mica solo a Firenze o più a sud, se passate dal quartiere piacentiniano di Bolzano e date una sbirciata nei giardini delle case troverete anche lì qualche palma sopravvissuta ai rigori dell’inverno. E’ solo da un breve lasso di tempo che la flora delle città non è più affare da architetti (categoria spesso molto zelante con la moda e col potere) ma sono diventate affare da botanici e agronomi. Come il signore che guarda gli alberi del quartiere 5 e che aveva detto che quell’albero, a occhio sanissimo, non stava tanto bene. Eppure finche si piantavano palme sulle alpi andava tutto bene e quando un tecnico ci dice che quella pianta non sta bene formiamo un comitato. C’è chi dice che sono le storture della democrazia e spesso lo dicono quelli che la democrazia ce l’hanno antipatica. Poi ci sono quelli che “voi non capite un cazzo, io ho studiato dovete seguire me, perchè sono un Professsore”, che come dice il mio amico filosofo Boem, non servono a molto. E poi ci sono gli intellettuali (in un accezione ampia e diffusa, anche collettiva alla Gramsci che sarebbe il caso di approfondire ma magari non qui) che semplicemente o hanno smesso di studiare, o hanno smesso di impegnarsi o hanno smesso di parlare alla gente. E si autocommiserano quasi fossero una setta decadente millenarista che invece che credere che la terra sia piatta la credono tonda ma non per colpa degli ebrei (peraltro sono diversi giorni in cui mi interrogo sul cosa ci guadagnerebbero gli ebrei a far credere che la terra è sferica come dicono i terrapiattisti). Insomma alla fine parlando di alberi son finito a parlare di Libertà e quindi ho seguito il precetto iniziale sperando così di aver celebrato l’11 agosto che per noi fiorentini è, forse, il giorno più bello.

Chris Cornell e le camicie a quadri. Una generazione che non poteva essere maledetta.

Alla mia generazione è toccato il grunge. Ci dividevamo tra Pearl Jam e Soundgarden (sì lo so che c’erano i Nirvana ma non li ho mai potuti soffrire) che non erano gli Stones o i Led Zeppelin, ma non ci è andata malissimo. Non ci dividevano, purtroppo, le camicie di flanella a quadrettoni. Anche quelli che ascoltavano più musica vecchia che il grunge, come me, non rimasero insensibili a quelle note che arrivavano dalla costa west degli Stati Uniti: non dalla fighissima California ma dal nord, Seattle, lo stato di Washington. Freddo, boscaioli ma anche computer e internet con Microsoft che metteva il suo quartier generale a Redmond. Ce l’avevano fatta senza andare via dalla città di Hendrix e non era poco per me che fino ad allora avevo ascoltato quasi solo gente morta o dell’età di mio padre. I primi due vinili comprati da solo furono 24 Nights di Eric Clapton e Ten dei Pearl Jam, segno che o avevo una predilezione per la Cabala o avevo gusti musicali piuttosto schizofrenici. Credo la seconda e ne andavo (e vado) molto fiero. Insomma il grunge è la musica della mia generazione, o almeno della parte rocchettara della mia generazione. Non eravamo una generazione né ribelle né maledetta. Con quelle camicie indosso non sarebbe stato facile, va detto a nostra discolpa. Anche i nostri miti non ci apparivano così. Certo Cobain (sui Nirvana vale quello detto prima) se n’è andato suicidandosi ma gli altri stavano agli eccessi degli anni settanta come Mastella a Lenin. Quindi venire a sapere che se n’è andato Chris Cornell mi fa doppiamente male, perché mi aspettavo che invecchiasse insieme a me. Non me lo immaginavo certo sulle panchine dei giardinetti sia chiaro; ma del resto non vorrei finirci nemmeno io e grazie anche alla Fornero questo rischio mi è molto diminuito. Mentre scrivo, appena appresa la notizia, di getto senza troppo pensare; non so ancora cosa se l’è portato via. Poco importa. Se anche saranno droghe, alcool ad averci privato della sua voce non saremo mai maledetti e ribelli. Anche per questo andarsene così, caro Chris, non mi pare sia stata una grande idea: quelle camicie non ce le perdoneranno mai.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

Per Lara Vinca Masini

appello-lara-vinca-masini

Sul numero 193 di Cultura Commestibile, uscito sabato 19 novembre 2016 abbiamo pubblicato un’appello per la concessione della cosiddetta Legge Bacchelli alla Critica d’Arte Lara Vinca Masini. La storia del diniego alla concessione del contributo era stata raccontata da Simone Siliani sul n. 192 sempre di CulturaCommestibile e potete leggerla qui.

Il manifesto con l’appello potete scaricarlo cliccando qui, mentre se volete aderire basta compilare il form sottostante:

 

 

E se il proporzionale non fosse una connerie?

conn

Qui da noi il dibattito sul proporzionale non è neanche iniziato che già finisce nella solita caciara elettorale o al massimo nella nostalgia della prima repubblica; e se invece tale dibattito fosse il possibile preludio a una nuova repubblica? La sesta in particolare. Sì perché è di Francia che andremo a parlare: Paese che per anni è stato modello dei maggioritari di casa nostra, troppo spaventati del maggioritario secco anglosassone, così attratti da quel doppio turno capace, sulla carta, di conciliare partiti strutturati e individualità. Dalla Francia viene infatti un volume di Daniel Cohn-Bendit e Hervé Algalarrondo dal titolo significativo Et si on arrêtait les conneries? (E se la smettessimo con le cazzate? Fayard 2016) in cui i due autori (uno leader del maggio ’68 poi europeista e ambientalista, l’altro intellettuale di sinistra) argomentano la tesi che il maggioritario ha ormai condannato la Francia a governi di minoranza e dunque all’impotenza politica. La necessità di riunire le forze al secondo turno di ballottaggio infatti ha fatto sì che da un lato l’astensionismo, dall’altro il bisogno di fare fronte comune contro il nemico, hanno portato all’Eliseo (ma anche alla guida delle città e nei seggi parlamentari) politici che non godono, una volta al potere, che di scarso consenso elettorale e che quindi la Piazza, nel caso di governi gollisti, o i gruppi di pressione, nel caso dei governi socialisti, impediscono il dispiegarsi pieno dell’azione di governo e delle riforme necessarie. Certo non è stato sempre così, il momento di rottura, individuato nel libro, è la riforma del 2002 che ha fatto coincidere la durata del Presidente della Repubblica con quella del Parlamento, portando la presidenza da 7 a 5 anni. Tale riforma pensata per impedire la coabitazione tra un Presidente di un colore e una maggioranza di segno opposto, dunque per garantire la fatidica governabilità, si è invece rivelata come la vera azzoppartice della capacità di governo francese. D’altra parte l’eterogenesi dei fini è un male piuttosto conosciuto quando si vanno a modificare i meccanismi di garanzia, quelli che gli americani chiamano check and balance. In più, aggiungono gli autori, la prossima sfida presidenziale del 2017 vedrà peggiorare la situazione a causa dell’ascesa della Le Pen. La possibilità ormai concreta che la leader populista acceda al ballottaggio a causa di un voto massiccio (a differenza del padre che ci si ritrovò più per le divisioni della sinistra che per meriti propri) porterà l’avversario che la sfiderà (sia esso di centro destra o di centro sinistra) a chiamare un nuovo rassemblement pour la Répubblique che però avrà la durata del ballottaggio ma non avrà la forma di un susseguente governo di unità nazionale (dunque realmente maggioritario nel Paese). E’ quello che è accaduto alle elezioni regionali dove, nonostante il FN sia il primo partito del Paese, non ha eletto nessun presidente di Regione, bloccato da alleanze elettorali che non si sono mai trasformate in alleanze di governo, non impedendo così all’elettorato del fronte popolare di ridursi ma anzi facendone aumentare i consensi proprio a causa dell’inazione governativa. Casi diversi si sono avuti invece in alcuni comuni, tra i quali Bordeaux, governata da uno dei possibili competitor del 2017, il centrista Alain Juppé garantendo invece una governabilità e un consenso ampio.

Ma quale modello alternativo propongono i due autori per smetterla con le conneries di governi minoritari? Per prima cosa i due oltrepassano il Reno e ci raccontano che nella florida Germania, motore dell’economia europea e modello di stabilità politica, il non aver mai ceduto alle lusinghe della governabilità ha garantito crescita, consenso e lo sviluppo di una leadership, interna ed esterna, all’ascesa di una premier forte e riconosciuta come la Merkel (incommensurabilmente più potente di qualunque Sarkozy o Hollande). Dunque il proporzionale come primo vero strumento per ridare rappresentanza al consenso del Paese. Questa la prima gamba del progetto, la seconda invece, sempre sul modello tedesco, è la fine dell’ostracismo verso i governi di coabitazione tra destra e sinistra, gli unici, secondo gli autori, in grado di garantire il rispetto della vera maggioranza politica del Paese, bloccare su basi politiche e non tecniche i populismi e costruire una vera e nuova classe dirigente, improntata sul rispetto reciproco. Dunque questo significherà la fine di destra e sinistra? Tutt’altro. In Germania nessuno ritiene il programma elettorale della CDU-CSU sovrapponibile a quello della SPD, ma proprio a partire da quelle differenze hanno saputo mettersi insieme, conclusa la campagna elettorale, per il bene del Paese. Per i due autori il governo di coalizione non deve essere il modello unico possibile, ma nemmeno essere una possibilità da escludere a priori e anzi, nella situazione attuale della Francia, uno dei pochi in grado di garantire la governabilità e persino la nascita di un leader forte e autorevole, capace di drenare consenso ai populismi montanti. Insomma anche il mito dell’uomo forte, del capo, che è tale in base alla tecnicalità elettorale e non grazie al consenso è ormai giunto al termine e proprio nella patria di De Gaulle e Mitterrand. Premessa non piccola a tutto questo, pensando soprattutto ai nostri governi di larga coalizione, è che la campagna elettorale prima o poi termini e che l’obiettivo di tali governi non sia la maggioranza tecnica minima per sopravvivere in Parlamento ma una raccolta di forze largamente maggioritarie nel Paese. Il libro certo, è scritto prima della stagione degli attacchi terroristici che hanno colpito la Francia e non tiene pienamente conto delle difficoltà della grosse koalition tedesca ad arginare il populismo in Germania; elementi questi, probabilmente, che concorreranno a rendere ancora più inverosimile la proposta dei due autori che, se avessero ragione e non fosse accolta la loro idea, porterebbe la Le Pen all’Eliseo non nel 2017 ma inevitabilmente nel 2022.

Aldilà della condivisione delle tesi contenute, il libro non è una provocazione politica se non nel titolo ma una riflessione improntata al lungo periodo (cosa talmente rara ormai da rendercelo caro solo per questo) e assolutamente non di parte. Più in generale quello che mettono in discussione i due autori, trovando quindi un senso anche per noi italiani, è la fine del mito della governabilità a tutti i costi. Il mantra degli ultimi 25 anni, al cui altare abbiamo sacrificato quasi tutte le istituzioni, elevato al potere uomini forti che si sono rivelati (e si rivelano) terribilmente deboli al momento di trasformare le lusinghe elettorali in azioni di governo. Forse questo libro, il dibattito sul proporzionale nato in questi anni Inghilterra, e altri movimenti che da sotterranei diventano via via più evidenti fanno preannunciare una nuova stagione politica continentale che riporti in auge i parlamenti, le assemblee, piuttosto che i governi forti, che forti non sono stati affatto. In tale contesto, il nostro Paese, potrebbe scontare l’ennesimo ritardo decennale visto l’attuale dibattito sulla riforma costituzionale (comprensivo delle non proposte del fronte del No) tutta incentrata sulla governabilità e sulla frase ad effetto di “conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà”. I cugini francesi ci suggeriscono invece la virtù della pazienza, di attendere pure qualche ora, se questa ora in più dovesse significare la garanzia di un governo davvero efficace e realmente rappresentativo della maggioranza del Paese. Ecco quindi che la discussione sul proporzionale potrebbe avere qui da noi un altro senso, non nostalgico ma anzi di prospettiva e non stupisce che questa apertura venga da Berlusconi. Il libro oggetto di questo articolo fu infatti recensito con largo plauso, da Giuliano Ferrara sulla prima pagina de il Foglio. Un Ferrara che a differenza del suo successore alla guida di quel giornale (il quale aspirerebbe ad esser per Renzi ciò che Ferrara è per Berlusconi, non capendo la differenza abissale tra i due in quanto a capacità di farsi consigliare da altri) continua ad essere consigliere scomodo ma ascoltato. Con la speranza che tutti quanti la smettano con le conneries, naturalmente.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.186 del 24 settembre 2016.

La parola lavoro

7051948_1520696

Come siamo passati dal lavoro che nobilitava l’uomo a questi nostri tempi in cui la parola lavoro ha ormai assunto un valore se non negativo almeno pauroso? Questa è una delle domande che si fa Stefano Massini, drammaturgo e consulente artistico del Piccolo di Milano, dovendo descrivere la parola lavoro per un piccolo ma interessante volume edito da il Mulino. Massini non si sveste dei panni dell’uomo di teatro per affrontare il lavoro ma, anzi, sfrutta proprio questo punto di vista “laterale” per osservare il lavoro senza il tecnicismo dei professionisti. Un punto di vista che molto apprezza chi, come chi scrive, di lavoro si occupa di professione. Perché lo sguardo di Massini non indulge alla polemica politica, non si abbassa alla norma, al contratto; no Massini indaga il lavoro a partire dalla parola che lo definisce. Dal suo senso, dall’effetto che fa. Dal lavoro che era riscatto, realizzazione almeno sino alla generazione di mio padre al lavoro che è angoscia (di trovarlo, di non perderlo) o tutto ciò che si frappone al “tempo libero”, unico vero momento di realizzazione di se stesso. Massini riflette sulla rappresentazione di noi, sulle nostre foto postate sui social e da questo collega come un filo invisibile prima ma evidentissimo poi il fatto che sempre più il lavoro dimentichi l’italiano (anche quando esso ha i termini adatti) per spostarsi sull’inglese. Effetto della globalizzazione certo, ma anche forse di una certa vergogna. Oltre naturalmente all’effetto cortina fumogena. Volete mettere quanto sia più comunicativo annunciare un jobsact piuttosto che un piano lavoro? Ma qui è il “tecnico” del lavoro a prendere il sopravvento, Massini, state sereni, non indulge in tutto ciò e anzi volge il proprio sguardo al futuro, al lavoro che va oltre la macchina e vede affacciarsi vere e proprie intelligenze artificiali. Un futuro tutt’altro che remoto, in cui ad essere minacciati non saranno soltanto operai ma anche gli “intellettuali”. Per tornare all’oggi la meccanizzazione e l’informatizzazione del settore dei servizi, quello per capirsi che ha fatto da bacino per l’eccedenza di manodopera non specializzata espulsa dal mondo della produzione, sono dietro l’angolo e porranno a breve un problema per le nostre economie occidentali. Quelle che hanno delocalizzato la produzione, si sono raccontate che tutti avremmo potuto fare i “creativi”, gli ingegneri o i programmatori, ma che poi sfamano la larga parte di sé stesse, numericamente parlando, nei cosiddetti settori ad alta intensità di manodopera. Il lavoro quindi come rappresentazione degli incubi dei nostri giovani, così come era stato dei sogni dei nostri padri. E’ sempre Massini a venirci in soccorso rispetto a questo cambiamento, estraendo dalla valigia dei ricordi la schedina del totocalcio e cosa sognavano gli italiani compilando ogni settimana quella schedina e comparandola ai concorsi di oggi che già dal nome (uno per tutti “turisti per caso”) ci dicono che l’unico sogno rimasto è quello di fuggire dal lavoro.

Recensione apparsa sul n.178 di CulturaCommestibile.com del 10 luglio 2016

Hamburger vista Duomo

mcdonald_vpervimercatese

Le cronache raccontano di una apertura di McDonald in Piazza Duomo a Firenze, l’assessore Bettarini a Controradio conferma trattative in corso, nonostante il sindaco su facebook si dichiari contrario e dia la colpa di una sua eventuale disfatta alle liberalizzazioni. Quelle liberalizzazioni che i partiti di cui Nardella è stato esponente, dirigente e parlamentare hanno sempre votato e sostenuto e pareva di capire sostengono ancora.

Un isterismo che non ha colto non solo il sindaco ma buona parte del suo partito, lo stesso che ha votato tutte le norme nazionali, regionali e comunali che hanno consentito l’attuale liberalizzazione del commercio. Lo stesso partito che osanna la liberalizzazione del mondo del lavoro ma diventa protezionista, almeno a Firenze, per quanto riguarda la ripubblicizzazione di aziende di servizi e le botteghe. Il Pd tuttavia non è solo; il simbolo dell’ “odiosa” multinazionale ameriKana (col k) ha risollevato gli istinti della sinistra dura e pura, che si conferma come sempre attenta al dito e mai alla luna ma anche i conservatori della Firenze che fu, indipendentemente dal loro colore politico.

E’ evidente che la lotta di classe nel centro storico prosegue. In barba al regolamento protezionista, al dazio del lampredotto (di cui parlammo già qui e qui), la grande catena americana chiede di aprire un negozio nel cuore della città, nonostante nel suo menù non si prevedano piatti della tradizione culinaria fiorentina o l’uso di prodotti a km 0. La deroga richiesta dalla multinazionale infatti si basa sul “servizio al tavolo” e “su uno spazio culturale all’interno del negozio”. Insomma la norma che doveva proteggere il centro storico varata dalla giunta Nardella e che ha fatto strada al provvedimento di Legge varato in questi giorni (su cui torneremo prossimamente) dimostra, se la richiesta della multinazionale sarà accolta, in questo caso la sua natura classista e vessatoria, chi può permettersi di affittare locali ampi, di destinare una parte di questi ad un angolo libreria, di pagare (o sottopagare) personale per servire al tavolo due hamburger e coca cola, può chiedere di derogare al peposo nel menù, il kebabbaro che a malapena riesce a pagare uno stanzino piccolo e stretto è fuori legge e additato al pubblico ludibrio, come propagatore del nemico dei nostri tempi, il degrado.

Sia chiaro chi scrive non ha nulla contro Mc Donald, nessun pregiudizio ideologico; peraltro in Piazza del Duomo già oggi decine di multinazionali e catene di commercio hanno già i loro negozi, il punto è altro. E’ la teoria del compound turistico che prende sempre più spazio e piede. Il parco giochi del rinascimento, con le sue botteghe tipiche e i punti ristoro riconoscibili e familiari sia che tu venga da Milano come da Detroit. Il compound non ha bisogno dell’autoctono se non come manodopera, personale di servizio. Per questo spariscono le rastrelliere per le biciclette in piazza Madonna degli Aldobrandini, davanti alle Cappelle Medicee, sostituite (seppur in parte) con gli ennesimi dehors. Si dirà che erano brutte, sporche, turbavano il decoro. E invece che pulirle, liberarle dai detriti di vecchie bici, si preferisce rimuoverle, ripristinare l’ennesima quinta scenica da fotografare o meglio su cui ambientare il proprio selfie da condividere.

Con questa logica si spiega anche la rinuncia al passaggio del tram dal Duomo, o dal centro storico in generale. Ai parchi tematici si arriva con i treni, poi si prosegue a piedi o al massimo coi trenini che però sono in tema con il parco. Su questa logica uno dei prossimi provvedimenti potrebbe essere l’aumento delle licenze per i fiaccherai. Dunque anche nel caso del tram il punto non è trasportistico o di impatto ambientale, visivo; no il disegno è l’armonizzazione, l’omologazione al modello ideale che il turista cliente si aspetta, al contesto in cui vendere il prodotto, sia questo il biglietto del museo (unico e indiscusso indicatore del successo dopo la riforma Franceschini) o l’hamburger con patatine. La vista duomo è un valore aggiunto, un costo che la quantità di clienti, garantita dal contesto, rende ammortizzabile in fretta.

Articolo apparto su Cultura Commestibile n.176 del 25 giugno 2016

Il grande fratello islamico

sansal

Cosa accadrebbe se l’islam più fanatico incontrasse la società del grande fratello Orwelliano? Parte da questa intuizione, 2084 la fine del mondo di Boualem Sansal (Neri Pozza Editore), che al capolavoro di Orwell deve tantissimo a partire dal titolo. In una società post nucleare, uno scenario desertico tra Mad Max e la Tatooine di Guerre stellari si muove il protagonista Ati, un fedele dell’unica religione rivelata, dell’unico stato, dell’unico ordine possibile. Il mondo è finalmente in pace secondo i precetti della sottomissione all’unico Dio e al suo Delegato. Impossibile vedere nella distopia di Sansal qualcosa di diverso di una degenerazione dell’estremismo islamico; i riferimenti sono chiari ed evidenti, i nomi appena modificati. La tesi di Sansal è semplice: i rischi dell’islam sono gli stessi del totalitarismo stalinista, la sottomissione richiesta porta per via religiosa e non ideologica alla fine della libertà, del libero arbitrio. Tuttavia il libro esagera nel richiamo orwelliano, fino a farsi riscrittura in alcuni tratti, sovrapposizione e non suggerimento. Oltre a questo, poi, se le parti “filosofiche” di descrizione dell’ideologia abistana, come quelle di nascita e crescita del dubbio nel protagonista, sono sviluppate, approfondite; l’intreccio narrativo, la storia, sembrano quasi trascurate rispetto al messaggio “politico” del volume, finendo però per lasciare in mano al lettore un romanzo monco o un saggio incompleto. Vi è poi il tema politico del libro, che questa forma a metà, non scioglie fino in fondo. Per l’autore è l’islam (o forse addirittura le religione stessa) ad essere portatrice del totalitarismo, della privazione della libertà, oppure è una sua visione, una sua applicazione fanatica a farci correre questo rischio? La domanda, non banale di per sé, diventa cruciale in questi nostri giorni, in cui il terrorismo islamico colpisce le nostre città e l’occidente si divide, tra ragione e paura, tra dialogo e conflitto. Sansal non è nuovo a posizioni “estreme” nella sua lettura dell’islam, a partire dall’altro suo volume tradotto in Italia, Il villaggio del tedesco (Einaudi), in cui si racconta e sviluppa il legame tra islam e nazismo, oltre a ciò pur essendo algerino scrive in francese ed è in Francia che i suoi libri hanno avuto il maggior successo. Per questi motivi questo volume è stato letto, quasi pregiudizialmente, come un critica da destra (neocon l’ha definito il Manifesto) all’islam o in continuità con Sottomissione di Hollequebec (che è un po’ come dire che I promessi sposi sono la continuazione ideale di Romeo e Giulietta); in realtà la questione è più complessa e soprattutto l’autore pare volutamente, a partire dalla forma ibrida scelta, lasciare al lettore molti più interrogativi che certezze.

Apparso su www.culturacommestibile.com n.171 del 21 maggio 2016

La Milano dei Rossi

9788838934483.1000_0

La provvidenza rossa è come un universo parallelo che si srotola nella Milano del 1977, un universo in cui al normale vivere della città si contrappone, parallelamente convergente, un mondo regolato dai riti del Partito Comunista Italiano. Uno Stato nello Stato che replica le strutture della società borghese nei suoi pregi e nei suoi vizi. Questo mondo parallelo è il principale pregio di “la provvidenza rossa”, giallo di esordio di Lodovico Festa, che fu comunista milanese negli anni narrati nel libro. Un libro in cui il noir serve da alibi alla narrazione della vita comunista, dove la pervasività del mondo rosso si snoda tra personaggi al massimo bidimensionali che in realtà sono spesso solo maschere delle loro organizzazioni siano esse il Partito, la Lega delle Cooperative, il Sindacato (ovviamente la CGIL) o l’Arci. Un mondo non autosufficiente ma che dalla società borghese trae più che donare; un mondo capace di regolarsi da solo, quasi soffocante per i suoi iscritti che trovano in esso tutto, lavoro, divertimenti, famiglie, amori; seppure nella variante meneghina non arrivi ai tratti dominanti del comunismo emiliano. Mondi raccontati sinora o da storie sociali, come il magnifico “Maison Rouges” di Marc Lazar, o dal sarcasmo musicale di pezzi come “Robespierre” degli Offlaga Disco Pax. Quello di Festa è invece un libro, un romanzo, che ci riporta in un mondo che non c’è più ma che conserva traccia di sé nei profili degli ex militanti rossi, e in alcune prassi politiche che ci appaiono oggi tristemente ininfluenti nel mainstream populista e personalistico della politica dei leader. Invece nella Milano rossa di festa, il protagonista è il collettivo, pur se l’autore ci fa intravedere il futuro (non radioso) che si avvicina: quella Milano da bere, che sta appena scaldando i motori. Una Milano che è l’altra grande protagonista. Una città raccontata con amore, seppure di una città che non c’è più si tratti. La consolante Milano borghese, le cui architetture sono raccontate con più dettagli dei protagonisti, persino quando le architetture sono quelle razionaliste del ventennio. Una Milano che si ricostruisce e si riscatta nell’azione del Partito e nelle sue architetture non ancora appannaggio di archistar, una Milano in cui noi contemporanei forse fatichiamo a immaginare quanto abbia contato la sinistra (non solo comunista) e quanto popolo riuscisse a organizzare intorno a sé. Festa scrive questo libro con l’affetto della sua giovinezza alla quale concede però una lingua troppo da relazione al comitato centrale, soprattutto nei dialoghi, e che lo costringe a una nota finale ed a un artificio narrativo di cui non si sentiva il bisogno. Ma il pregio del realismo della vita e delle prassi comuniste ripagano ampliamente il lettore, soprattutto quello che seppur in un’altra epoca molto successiva e in altri contesti, si è trovato ad essere “l’uomo della federazione” o ad aver comunque vissuto all’interno del vasto mondo comunista e post comunista italiano. Altro grande pregio del libro è che l’autore non riversa nella storia il proprio giudizio sul PCI, un giudizio che lo porterà ad altri lidi e alla vicedirezione de il Foglio, ma anzi pare riacquistare il fuoco della passata militanza, soprattutto quella amendoliana, conservando per ingraiani e berlingueriani (ma anche per il migliorista Napolitano) le frecciate più acute.

Articolo apparso sabato 4 aprile 2016 su CulturaCommestibile n. 164