Chris Cornell e le camicie a quadri. Una generazione che non poteva essere maledetta.

Alla mia generazione è toccato il grunge. Ci dividevamo tra Pearl Jam e Soundgarden (sì lo so che c’erano i Nirvana ma non li ho mai potuti soffrire) che non erano gli Stones o i Led Zeppelin, ma non ci è andata malissimo. Non ci dividevano, purtroppo, le camicie di flanella a quadrettoni. Anche quelli che ascoltavano più musica vecchia che il grunge, come me, non rimasero insensibili a quelle note che arrivavano dalla costa west degli Stati Uniti: non dalla fighissima California ma dal nord, Seattle, lo stato di Washington. Freddo, boscaioli ma anche computer e internet con Microsoft che metteva il suo quartier generale a Redmond. Ce l’avevano fatta senza andare via dalla città di Hendrix e non era poco per me che fino ad allora avevo ascoltato quasi solo gente morta o dell’età di mio padre. I primi due vinili comprati da solo furono 24 Nights di Eric Clapton e Ten dei Pearl Jam, segno che o avevo una predilezione per la Cabala o avevo gusti musicali piuttosto schizofrenici. Credo la seconda e ne andavo (e vado) molto fiero. Insomma il grunge è la musica della mia generazione, o almeno della parte rocchettara della mia generazione. Non eravamo una generazione né ribelle né maledetta. Con quelle camicie indosso non sarebbe stato facile, va detto a nostra discolpa. Anche i nostri miti non ci apparivano così. Certo Cobain (sui Nirvana vale quello detto prima) se n’è andato suicidandosi ma gli altri stavano agli eccessi degli anni settanta come Mastella a Lenin. Quindi venire a sapere che se n’è andato Chris Cornell mi fa doppiamente male, perché mi aspettavo che invecchiasse insieme a me. Non me lo immaginavo certo sulle panchine dei giardinetti sia chiaro; ma del resto non vorrei finirci nemmeno io e grazie anche alla Fornero questo rischio mi è molto diminuito. Mentre scrivo, appena appresa la notizia, di getto senza troppo pensare; non so ancora cosa se l’è portato via. Poco importa. Se anche saranno droghe, alcool ad averci privato della sua voce non saremo mai maledetti e ribelli. Anche per questo andarsene così, caro Chris, non mi pare sia stata una grande idea: quelle camicie non ce le perdoneranno mai.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

Macron il candidato senza partito

Ammesso che si possa ancora credere ai sondaggi, per la prima volta il candidato “indipendente” Macron appare in testa alle rilevazioni statistiche e dunque favorito per l’Eliseo alle Presidenziali francesi di quest’anno.

Ammettiamo dunque che i sondaggisti, per questa volta, abbiano il polso di qualcosa di più di un ristretto campione statistico invecchiato e infedele, e ci azzecchino. Come potrebbero andare le cose? Macron potrebbe affrontare il doppio turno contro la Le Pen, e complice la chiamata delle forze repubblicane contro il populismo potrebbe vincere. Non certo con le percentuali di Chirac contro il vecchio Le Pen nel 2002 Ma comunque vincere e diventare presidente della Repubblica. Cosa accadrebbe però dopo?

Qui viene il bello, in Francia infatti la riforma del 2002, ha, di fatto, impedito la coabitazione tra presidente di un segno politico ed esecutivo di un altro, facendo coincidere il tempo della presidenza con quello del parlamento. Le elezioni politiche quindi seguiranno di pochi mesi l’elezione di Macron all’Eliseo. Macron però non ha un partito. Il suo vecchio partito, i socialisti, lo considerano (lo hanno sempre considerato) un corpo estraneo, non troppo a torto. In Inghilterra starebbe tra i Liberali probabilmente, in Francia, dove i liberali sono rari quasi quanto da noi, sta in un limbo. Ecco questo limbo quanti deputati avrà? Ci potremmo quindi trovare nel caso di un presidente votato proprio perché senza un partito che avrà una difficoltà enorme a governare proprio perché senza un partito.

Va infatti ricordato che il modello elettorale francese prevedendo il doppio turno di collegio, favorisce proprio i grossi raggruppamenti politici, i partiti organizzati. Dunque Macron rischia, proprio per la natura della sua candidatura, di essere un presidente zoppo. Un argine immediato per il populismo, un alleato di questi ultimi nel medio lungo periodo. Cosa farebbe infatti un elettorato deluso prima dai conservatori, poi dai socialisti ed infine dall’indipendente?

Per questo su queste colonne mesi fa riportammo un testo ed un dibattito tutto francese sul ritorno al proporzionale. Non tanto per una passione per un sistema elettorale rispetto ad un altro, ma per la necessità di affrontare davvero il tema della rappresentanza, dei corpi intermedi, dei partiti politici. La politica carismatica, il leaderismo, l’uomo solo al comando hanno rappresentato in questi anni la risposta che destra e sinistra tradizionali hanno dato alla perdita di peso dei soggetti collettivi, alla mancanza di ragionamento comune, di idee, di modelli. Una risposta che ha determinato, inevitabilmente, una reazione delle masse che hanno esasperato il concetto affidandosi sempre più a capopopoli, demagoghi e reazionari fascistoidi.

Il problema non è soltanto europeo. Le ultime elezioni statunitensi hanno mostrato come il limite maggiore di Obama sia stata la non costruzione di una successione. Presentarsi 8 anni dopo con la candidata che aveva perso le primarie proprio contro Obama, che in sovrappiù era anche la first lady di un presidente dei primi anni ’90, non è apparso all’elettorato USA un segnale di forza. Il fatto che il suo principale sfidante, all’interno dei Democratici, fosse un arzillo settantenne non migliora le cose. Tanto che oggi si fatica anche solo ad intravedere uno o una sfidante a Trump.

La mancanza di una classe dirigente, di un partito sono un limite che il consenso personale, la legittimazione dal voto popolare (episodico) non bastano a supplire. Si possono vincere le elezioni con percentuali importanti ma senza un’azione politica conseguente e radicata a quelle successive si perde e si perde, molto spesso, a favore delle forze populiste.

Il rischio, per tornare a Macron, appare evidentissimo e una campagna elettorale impostata, gioco forza, tutta contro l’establishment non renderà semplice dover governare con l’appoggio di quei partiti, in particolare i socialisti, di cui oggi ci si è posti come superatori.

Senza quindi rimpiangere i tempi in cui era meglio avere torto col partito che ragione da soli, anche il caso francese imporrebbe una riflessione e una ricerca non tanto del leader carismatico, ma di quel soggetto collettivo, di quella casa comune, di quel moderno principe (in tempi in cui tutti dicono di tornare a Gramsci), che seppur non fine in sé, non sia soltanto mezzo per raggiungere il potere.

Apparso su CulturaCommestibile n.210 del 25 marzio 2017

E se il proporzionale non fosse una connerie?

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Qui da noi il dibattito sul proporzionale non è neanche iniziato che già finisce nella solita caciara elettorale o al massimo nella nostalgia della prima repubblica; e se invece tale dibattito fosse il possibile preludio a una nuova repubblica? La sesta in particolare. Sì perché è di Francia che andremo a parlare: Paese che per anni è stato modello dei maggioritari di casa nostra, troppo spaventati del maggioritario secco anglosassone, così attratti da quel doppio turno capace, sulla carta, di conciliare partiti strutturati e individualità. Dalla Francia viene infatti un volume di Daniel Cohn-Bendit e Hervé Algalarrondo dal titolo significativo Et si on arrêtait les conneries? (E se la smettessimo con le cazzate? Fayard 2016) in cui i due autori (uno leader del maggio ’68 poi europeista e ambientalista, l’altro intellettuale di sinistra) argomentano la tesi che il maggioritario ha ormai condannato la Francia a governi di minoranza e dunque all’impotenza politica. La necessità di riunire le forze al secondo turno di ballottaggio infatti ha fatto sì che da un lato l’astensionismo, dall’altro il bisogno di fare fronte comune contro il nemico, hanno portato all’Eliseo (ma anche alla guida delle città e nei seggi parlamentari) politici che non godono, una volta al potere, che di scarso consenso elettorale e che quindi la Piazza, nel caso di governi gollisti, o i gruppi di pressione, nel caso dei governi socialisti, impediscono il dispiegarsi pieno dell’azione di governo e delle riforme necessarie. Certo non è stato sempre così, il momento di rottura, individuato nel libro, è la riforma del 2002 che ha fatto coincidere la durata del Presidente della Repubblica con quella del Parlamento, portando la presidenza da 7 a 5 anni. Tale riforma pensata per impedire la coabitazione tra un Presidente di un colore e una maggioranza di segno opposto, dunque per garantire la fatidica governabilità, si è invece rivelata come la vera azzoppartice della capacità di governo francese. D’altra parte l’eterogenesi dei fini è un male piuttosto conosciuto quando si vanno a modificare i meccanismi di garanzia, quelli che gli americani chiamano check and balance. In più, aggiungono gli autori, la prossima sfida presidenziale del 2017 vedrà peggiorare la situazione a causa dell’ascesa della Le Pen. La possibilità ormai concreta che la leader populista acceda al ballottaggio a causa di un voto massiccio (a differenza del padre che ci si ritrovò più per le divisioni della sinistra che per meriti propri) porterà l’avversario che la sfiderà (sia esso di centro destra o di centro sinistra) a chiamare un nuovo rassemblement pour la Répubblique che però avrà la durata del ballottaggio ma non avrà la forma di un susseguente governo di unità nazionale (dunque realmente maggioritario nel Paese). E’ quello che è accaduto alle elezioni regionali dove, nonostante il FN sia il primo partito del Paese, non ha eletto nessun presidente di Regione, bloccato da alleanze elettorali che non si sono mai trasformate in alleanze di governo, non impedendo così all’elettorato del fronte popolare di ridursi ma anzi facendone aumentare i consensi proprio a causa dell’inazione governativa. Casi diversi si sono avuti invece in alcuni comuni, tra i quali Bordeaux, governata da uno dei possibili competitor del 2017, il centrista Alain Juppé garantendo invece una governabilità e un consenso ampio.

Ma quale modello alternativo propongono i due autori per smetterla con le conneries di governi minoritari? Per prima cosa i due oltrepassano il Reno e ci raccontano che nella florida Germania, motore dell’economia europea e modello di stabilità politica, il non aver mai ceduto alle lusinghe della governabilità ha garantito crescita, consenso e lo sviluppo di una leadership, interna ed esterna, all’ascesa di una premier forte e riconosciuta come la Merkel (incommensurabilmente più potente di qualunque Sarkozy o Hollande). Dunque il proporzionale come primo vero strumento per ridare rappresentanza al consenso del Paese. Questa la prima gamba del progetto, la seconda invece, sempre sul modello tedesco, è la fine dell’ostracismo verso i governi di coabitazione tra destra e sinistra, gli unici, secondo gli autori, in grado di garantire il rispetto della vera maggioranza politica del Paese, bloccare su basi politiche e non tecniche i populismi e costruire una vera e nuova classe dirigente, improntata sul rispetto reciproco. Dunque questo significherà la fine di destra e sinistra? Tutt’altro. In Germania nessuno ritiene il programma elettorale della CDU-CSU sovrapponibile a quello della SPD, ma proprio a partire da quelle differenze hanno saputo mettersi insieme, conclusa la campagna elettorale, per il bene del Paese. Per i due autori il governo di coalizione non deve essere il modello unico possibile, ma nemmeno essere una possibilità da escludere a priori e anzi, nella situazione attuale della Francia, uno dei pochi in grado di garantire la governabilità e persino la nascita di un leader forte e autorevole, capace di drenare consenso ai populismi montanti. Insomma anche il mito dell’uomo forte, del capo, che è tale in base alla tecnicalità elettorale e non grazie al consenso è ormai giunto al termine e proprio nella patria di De Gaulle e Mitterrand. Premessa non piccola a tutto questo, pensando soprattutto ai nostri governi di larga coalizione, è che la campagna elettorale prima o poi termini e che l’obiettivo di tali governi non sia la maggioranza tecnica minima per sopravvivere in Parlamento ma una raccolta di forze largamente maggioritarie nel Paese. Il libro certo, è scritto prima della stagione degli attacchi terroristici che hanno colpito la Francia e non tiene pienamente conto delle difficoltà della grosse koalition tedesca ad arginare il populismo in Germania; elementi questi, probabilmente, che concorreranno a rendere ancora più inverosimile la proposta dei due autori che, se avessero ragione e non fosse accolta la loro idea, porterebbe la Le Pen all’Eliseo non nel 2017 ma inevitabilmente nel 2022.

Aldilà della condivisione delle tesi contenute, il libro non è una provocazione politica se non nel titolo ma una riflessione improntata al lungo periodo (cosa talmente rara ormai da rendercelo caro solo per questo) e assolutamente non di parte. Più in generale quello che mettono in discussione i due autori, trovando quindi un senso anche per noi italiani, è la fine del mito della governabilità a tutti i costi. Il mantra degli ultimi 25 anni, al cui altare abbiamo sacrificato quasi tutte le istituzioni, elevato al potere uomini forti che si sono rivelati (e si rivelano) terribilmente deboli al momento di trasformare le lusinghe elettorali in azioni di governo. Forse questo libro, il dibattito sul proporzionale nato in questi anni Inghilterra, e altri movimenti che da sotterranei diventano via via più evidenti fanno preannunciare una nuova stagione politica continentale che riporti in auge i parlamenti, le assemblee, piuttosto che i governi forti, che forti non sono stati affatto. In tale contesto, il nostro Paese, potrebbe scontare l’ennesimo ritardo decennale visto l’attuale dibattito sulla riforma costituzionale (comprensivo delle non proposte del fronte del No) tutta incentrata sulla governabilità e sulla frase ad effetto di “conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà”. I cugini francesi ci suggeriscono invece la virtù della pazienza, di attendere pure qualche ora, se questa ora in più dovesse significare la garanzia di un governo davvero efficace e realmente rappresentativo della maggioranza del Paese. Ecco quindi che la discussione sul proporzionale potrebbe avere qui da noi un altro senso, non nostalgico ma anzi di prospettiva e non stupisce che questa apertura venga da Berlusconi. Il libro oggetto di questo articolo fu infatti recensito con largo plauso, da Giuliano Ferrara sulla prima pagina de il Foglio. Un Ferrara che a differenza del suo successore alla guida di quel giornale (il quale aspirerebbe ad esser per Renzi ciò che Ferrara è per Berlusconi, non capendo la differenza abissale tra i due in quanto a capacità di farsi consigliare da altri) continua ad essere consigliere scomodo ma ascoltato. Con la speranza che tutti quanti la smettano con le conneries, naturalmente.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.186 del 24 settembre 2016.

La parola lavoro

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Come siamo passati dal lavoro che nobilitava l’uomo a questi nostri tempi in cui la parola lavoro ha ormai assunto un valore se non negativo almeno pauroso? Questa è una delle domande che si fa Stefano Massini, drammaturgo e consulente artistico del Piccolo di Milano, dovendo descrivere la parola lavoro per un piccolo ma interessante volume edito da il Mulino. Massini non si sveste dei panni dell’uomo di teatro per affrontare il lavoro ma, anzi, sfrutta proprio questo punto di vista “laterale” per osservare il lavoro senza il tecnicismo dei professionisti. Un punto di vista che molto apprezza chi, come chi scrive, di lavoro si occupa di professione. Perché lo sguardo di Massini non indulge alla polemica politica, non si abbassa alla norma, al contratto; no Massini indaga il lavoro a partire dalla parola che lo definisce. Dal suo senso, dall’effetto che fa. Dal lavoro che era riscatto, realizzazione almeno sino alla generazione di mio padre al lavoro che è angoscia (di trovarlo, di non perderlo) o tutto ciò che si frappone al “tempo libero”, unico vero momento di realizzazione di se stesso. Massini riflette sulla rappresentazione di noi, sulle nostre foto postate sui social e da questo collega come un filo invisibile prima ma evidentissimo poi il fatto che sempre più il lavoro dimentichi l’italiano (anche quando esso ha i termini adatti) per spostarsi sull’inglese. Effetto della globalizzazione certo, ma anche forse di una certa vergogna. Oltre naturalmente all’effetto cortina fumogena. Volete mettere quanto sia più comunicativo annunciare un jobsact piuttosto che un piano lavoro? Ma qui è il “tecnico” del lavoro a prendere il sopravvento, Massini, state sereni, non indulge in tutto ciò e anzi volge il proprio sguardo al futuro, al lavoro che va oltre la macchina e vede affacciarsi vere e proprie intelligenze artificiali. Un futuro tutt’altro che remoto, in cui ad essere minacciati non saranno soltanto operai ma anche gli “intellettuali”. Per tornare all’oggi la meccanizzazione e l’informatizzazione del settore dei servizi, quello per capirsi che ha fatto da bacino per l’eccedenza di manodopera non specializzata espulsa dal mondo della produzione, sono dietro l’angolo e porranno a breve un problema per le nostre economie occidentali. Quelle che hanno delocalizzato la produzione, si sono raccontate che tutti avremmo potuto fare i “creativi”, gli ingegneri o i programmatori, ma che poi sfamano la larga parte di sé stesse, numericamente parlando, nei cosiddetti settori ad alta intensità di manodopera. Il lavoro quindi come rappresentazione degli incubi dei nostri giovani, così come era stato dei sogni dei nostri padri. E’ sempre Massini a venirci in soccorso rispetto a questo cambiamento, estraendo dalla valigia dei ricordi la schedina del totocalcio e cosa sognavano gli italiani compilando ogni settimana quella schedina e comparandola ai concorsi di oggi che già dal nome (uno per tutti “turisti per caso”) ci dicono che l’unico sogno rimasto è quello di fuggire dal lavoro.

Recensione apparsa sul n.178 di CulturaCommestibile.com del 10 luglio 2016

Hamburger vista Duomo

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Le cronache raccontano di una apertura di McDonald in Piazza Duomo a Firenze, l’assessore Bettarini a Controradio conferma trattative in corso, nonostante il sindaco su facebook si dichiari contrario e dia la colpa di una sua eventuale disfatta alle liberalizzazioni. Quelle liberalizzazioni che i partiti di cui Nardella è stato esponente, dirigente e parlamentare hanno sempre votato e sostenuto e pareva di capire sostengono ancora.

Un isterismo che non ha colto non solo il sindaco ma buona parte del suo partito, lo stesso che ha votato tutte le norme nazionali, regionali e comunali che hanno consentito l’attuale liberalizzazione del commercio. Lo stesso partito che osanna la liberalizzazione del mondo del lavoro ma diventa protezionista, almeno a Firenze, per quanto riguarda la ripubblicizzazione di aziende di servizi e le botteghe. Il Pd tuttavia non è solo; il simbolo dell’ “odiosa” multinazionale ameriKana (col k) ha risollevato gli istinti della sinistra dura e pura, che si conferma come sempre attenta al dito e mai alla luna ma anche i conservatori della Firenze che fu, indipendentemente dal loro colore politico.

E’ evidente che la lotta di classe nel centro storico prosegue. In barba al regolamento protezionista, al dazio del lampredotto (di cui parlammo già qui e qui), la grande catena americana chiede di aprire un negozio nel cuore della città, nonostante nel suo menù non si prevedano piatti della tradizione culinaria fiorentina o l’uso di prodotti a km 0. La deroga richiesta dalla multinazionale infatti si basa sul “servizio al tavolo” e “su uno spazio culturale all’interno del negozio”. Insomma la norma che doveva proteggere il centro storico varata dalla giunta Nardella e che ha fatto strada al provvedimento di Legge varato in questi giorni (su cui torneremo prossimamente) dimostra, se la richiesta della multinazionale sarà accolta, in questo caso la sua natura classista e vessatoria, chi può permettersi di affittare locali ampi, di destinare una parte di questi ad un angolo libreria, di pagare (o sottopagare) personale per servire al tavolo due hamburger e coca cola, può chiedere di derogare al peposo nel menù, il kebabbaro che a malapena riesce a pagare uno stanzino piccolo e stretto è fuori legge e additato al pubblico ludibrio, come propagatore del nemico dei nostri tempi, il degrado.

Sia chiaro chi scrive non ha nulla contro Mc Donald, nessun pregiudizio ideologico; peraltro in Piazza del Duomo già oggi decine di multinazionali e catene di commercio hanno già i loro negozi, il punto è altro. E’ la teoria del compound turistico che prende sempre più spazio e piede. Il parco giochi del rinascimento, con le sue botteghe tipiche e i punti ristoro riconoscibili e familiari sia che tu venga da Milano come da Detroit. Il compound non ha bisogno dell’autoctono se non come manodopera, personale di servizio. Per questo spariscono le rastrelliere per le biciclette in piazza Madonna degli Aldobrandini, davanti alle Cappelle Medicee, sostituite (seppur in parte) con gli ennesimi dehors. Si dirà che erano brutte, sporche, turbavano il decoro. E invece che pulirle, liberarle dai detriti di vecchie bici, si preferisce rimuoverle, ripristinare l’ennesima quinta scenica da fotografare o meglio su cui ambientare il proprio selfie da condividere.

Con questa logica si spiega anche la rinuncia al passaggio del tram dal Duomo, o dal centro storico in generale. Ai parchi tematici si arriva con i treni, poi si prosegue a piedi o al massimo coi trenini che però sono in tema con il parco. Su questa logica uno dei prossimi provvedimenti potrebbe essere l’aumento delle licenze per i fiaccherai. Dunque anche nel caso del tram il punto non è trasportistico o di impatto ambientale, visivo; no il disegno è l’armonizzazione, l’omologazione al modello ideale che il turista cliente si aspetta, al contesto in cui vendere il prodotto, sia questo il biglietto del museo (unico e indiscusso indicatore del successo dopo la riforma Franceschini) o l’hamburger con patatine. La vista duomo è un valore aggiunto, un costo che la quantità di clienti, garantita dal contesto, rende ammortizzabile in fretta.

Articolo apparto su Cultura Commestibile n.176 del 25 giugno 2016

Il grande fratello islamico

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Cosa accadrebbe se l’islam più fanatico incontrasse la società del grande fratello Orwelliano? Parte da questa intuizione, 2084 la fine del mondo di Boualem Sansal (Neri Pozza Editore), che al capolavoro di Orwell deve tantissimo a partire dal titolo. In una società post nucleare, uno scenario desertico tra Mad Max e la Tatooine di Guerre stellari si muove il protagonista Ati, un fedele dell’unica religione rivelata, dell’unico stato, dell’unico ordine possibile. Il mondo è finalmente in pace secondo i precetti della sottomissione all’unico Dio e al suo Delegato. Impossibile vedere nella distopia di Sansal qualcosa di diverso di una degenerazione dell’estremismo islamico; i riferimenti sono chiari ed evidenti, i nomi appena modificati. La tesi di Sansal è semplice: i rischi dell’islam sono gli stessi del totalitarismo stalinista, la sottomissione richiesta porta per via religiosa e non ideologica alla fine della libertà, del libero arbitrio. Tuttavia il libro esagera nel richiamo orwelliano, fino a farsi riscrittura in alcuni tratti, sovrapposizione e non suggerimento. Oltre a questo, poi, se le parti “filosofiche” di descrizione dell’ideologia abistana, come quelle di nascita e crescita del dubbio nel protagonista, sono sviluppate, approfondite; l’intreccio narrativo, la storia, sembrano quasi trascurate rispetto al messaggio “politico” del volume, finendo però per lasciare in mano al lettore un romanzo monco o un saggio incompleto. Vi è poi il tema politico del libro, che questa forma a metà, non scioglie fino in fondo. Per l’autore è l’islam (o forse addirittura le religione stessa) ad essere portatrice del totalitarismo, della privazione della libertà, oppure è una sua visione, una sua applicazione fanatica a farci correre questo rischio? La domanda, non banale di per sé, diventa cruciale in questi nostri giorni, in cui il terrorismo islamico colpisce le nostre città e l’occidente si divide, tra ragione e paura, tra dialogo e conflitto. Sansal non è nuovo a posizioni “estreme” nella sua lettura dell’islam, a partire dall’altro suo volume tradotto in Italia, Il villaggio del tedesco (Einaudi), in cui si racconta e sviluppa il legame tra islam e nazismo, oltre a ciò pur essendo algerino scrive in francese ed è in Francia che i suoi libri hanno avuto il maggior successo. Per questi motivi questo volume è stato letto, quasi pregiudizialmente, come un critica da destra (neocon l’ha definito il Manifesto) all’islam o in continuità con Sottomissione di Hollequebec (che è un po’ come dire che I promessi sposi sono la continuazione ideale di Romeo e Giulietta); in realtà la questione è più complessa e soprattutto l’autore pare volutamente, a partire dalla forma ibrida scelta, lasciare al lettore molti più interrogativi che certezze.

Apparso su www.culturacommestibile.com n.171 del 21 maggio 2016

La Milano dei Rossi

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La provvidenza rossa è come un universo parallelo che si srotola nella Milano del 1977, un universo in cui al normale vivere della città si contrappone, parallelamente convergente, un mondo regolato dai riti del Partito Comunista Italiano. Uno Stato nello Stato che replica le strutture della società borghese nei suoi pregi e nei suoi vizi. Questo mondo parallelo è il principale pregio di “la provvidenza rossa”, giallo di esordio di Lodovico Festa, che fu comunista milanese negli anni narrati nel libro. Un libro in cui il noir serve da alibi alla narrazione della vita comunista, dove la pervasività del mondo rosso si snoda tra personaggi al massimo bidimensionali che in realtà sono spesso solo maschere delle loro organizzazioni siano esse il Partito, la Lega delle Cooperative, il Sindacato (ovviamente la CGIL) o l’Arci. Un mondo non autosufficiente ma che dalla società borghese trae più che donare; un mondo capace di regolarsi da solo, quasi soffocante per i suoi iscritti che trovano in esso tutto, lavoro, divertimenti, famiglie, amori; seppure nella variante meneghina non arrivi ai tratti dominanti del comunismo emiliano. Mondi raccontati sinora o da storie sociali, come il magnifico “Maison Rouges” di Marc Lazar, o dal sarcasmo musicale di pezzi come “Robespierre” degli Offlaga Disco Pax. Quello di Festa è invece un libro, un romanzo, che ci riporta in un mondo che non c’è più ma che conserva traccia di sé nei profili degli ex militanti rossi, e in alcune prassi politiche che ci appaiono oggi tristemente ininfluenti nel mainstream populista e personalistico della politica dei leader. Invece nella Milano rossa di festa, il protagonista è il collettivo, pur se l’autore ci fa intravedere il futuro (non radioso) che si avvicina: quella Milano da bere, che sta appena scaldando i motori. Una Milano che è l’altra grande protagonista. Una città raccontata con amore, seppure di una città che non c’è più si tratti. La consolante Milano borghese, le cui architetture sono raccontate con più dettagli dei protagonisti, persino quando le architetture sono quelle razionaliste del ventennio. Una Milano che si ricostruisce e si riscatta nell’azione del Partito e nelle sue architetture non ancora appannaggio di archistar, una Milano in cui noi contemporanei forse fatichiamo a immaginare quanto abbia contato la sinistra (non solo comunista) e quanto popolo riuscisse a organizzare intorno a sé. Festa scrive questo libro con l’affetto della sua giovinezza alla quale concede però una lingua troppo da relazione al comitato centrale, soprattutto nei dialoghi, e che lo costringe a una nota finale ed a un artificio narrativo di cui non si sentiva il bisogno. Ma il pregio del realismo della vita e delle prassi comuniste ripagano ampliamente il lettore, soprattutto quello che seppur in un’altra epoca molto successiva e in altri contesti, si è trovato ad essere “l’uomo della federazione” o ad aver comunque vissuto all’interno del vasto mondo comunista e post comunista italiano. Altro grande pregio del libro è che l’autore non riversa nella storia il proprio giudizio sul PCI, un giudizio che lo porterà ad altri lidi e alla vicedirezione de il Foglio, ma anzi pare riacquistare il fuoco della passata militanza, soprattutto quella amendoliana, conservando per ingraiani e berlingueriani (ma anche per il migliorista Napolitano) le frecciate più acute.

Articolo apparso sabato 4 aprile 2016 su CulturaCommestibile n. 164

Troppo facile fare i liberisti col lampredotto degli altri

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La lotta di classe nel centro storico fiorentino, di cui già descrissi le peripezie nel numero 155, ha una nuova battaglia in corso.

E’ di questi giorni infatti la notizia che il Comune, all’interno del perimetro del centro storico patrimonio dell’UNESCO, consentirà l’apertura di esercizi dedicati alla ristorazione in base ad alcuni criteri “geografici”, filiera corta e “genuinità” alle radici enogastronomiche del territorio.

Un’apposita commissione valuterà questi criteri, consentirà deroghe e decreterà le aperture.

Aldilà della tenuta giuridica della norma, di cui dubito parecchio, sulla quale prevedo non tarderà di occuparsi il TAR, quello che qui interessa è l’intento e l’efficacia della norma.

L’intento appare chiaro e coerente con la strategia di questa e delle passate amministrazioni di conformare la realtà del centro storico alla sua rappresentazione immaginifica che il suo fruitore ideale porta con sé. E chi è, nei pensieri di chi Firenze governa, il primo fruitore delle proprie politiche? Non certo il cittadino (che non immaginiamo desideroso di peposo e lampredotto) ma il turista che invece questo immagina di trovare e questo deve trovare.

La creazione della quinta scenica del consumo attraverso l’apposizione di un limite, regolamentato, al Kebab o al cous cous a meno che le verdure non siano coltivate nei verdi campi del Mugello.

Eppure la regolamentazione delle attività di ristorazione è tema serio e affrontato in varie parti del mondo. A Los Angeles, dunque non in un “regime” statalista, alcuni anni fa fu proibita, in alcune aree della città, l’apertura di locali di Junk food (cibo spazzatura). Erano i quartieri più poveri della città, dove le condizioni della vita della popolazione, e in particolare dei più giovani, non consentivano un alimentazione sana con conseguenze sulla (già precaria) qualità della vita e sulla salute.

Dunque un amministrazione ha titolo a normare in materia, anche se personalmente trovo le motivazioni di decoro e tradizione meno importanti di quelle relative alla salute dei cittadini.

Il tema successivo, però, è quale efficacia hanno queste norme? Nel caso di Los Angeles pare molto poca, a Firenze vedremo. Qualche previsione però possiamo provare a farla. Intanto il provvedimento arriva dopo che il centro storico si è ormai trasformato pesantemente. Questo è avvenuto per l’effetto di scelte urbanistiche, della perdita di valore delle merci (non solo alimentari) vendute dagli esercizi commerciali, dal processo di gentrizzazione dovuto anche a fenomeni come Airbnb e dalla crisi economica. Dunque l’azione del provvedimento non avrà l’effetto di modificare l’offerta in essere ma di determinare quella futura e di farlo verso un determinato obiettivo: quella della progressiva trasformazione del centro storico in un compound turistico fatto degli stessi ingredienti dei sogni dei tour operator.

Apparso su CulturaCommestibile n.161 del 12 marzo 2016

Il corpo del Santo

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Ci sia consentito l’inconsentibile ma la traslazione della salma di Padre Pio a Roma per il Giubileo non è un buon segno. Non lo è per tanti motivi. Il primo è che il Vaticano con il Frate ha sempre avuto un rapporto piuttosto controverso. Non amato in vita, così come non lo amava il regime fascista, ne ha tollerato il culto prima perché capace di garantire coesione e consenso popolare poi perché, negli anni della secolarizzazione spinta della società, era rimasta una delle poche figure genuinamente popolari della Chiesa Cattolica. Non è un buon segno, da laico e laicista sia chiaro, perché ritorna centrale ai fini della devozione non l’insegnamento, l’opera e il mistero del Santo ma il suo corpo, la reliquia, l’oggetto di devozione. Un ritorno al medioevo dove il rapporto tra clero e popolo era mediato dagli oggetti apotropaici e mitici, in una sorta di “semplificazione” ad uso delle masse del discorso divino. Padre Pio è paradigmatico di un modo di intendere, da parte della Chiesa Cattolica, il rapporto con i propri fedeli, più il frate è esaltato e meno è matura la considerazione che il clero ha dei propri fedeli. Il fatto che sia proprio Papa Francesco a riportare in auge Padre Pio credo qualche dubbio possa porlo.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.156 del 6 febbraio 2016.

Lotta di classe al Kebabbaro

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La lotta di classe non è conclusa come spesso ci dicono. Non si combatte nemmeno solo nelle periferie o davanti ai cancelli dei magazzini della logisitica.

Vi è una lotta di classe quotidiana, non violenta ma non per questo non cruenta, che si combatte, per esempio, nel centro storico di Firenze. Una lotta di lunga durata, ininterrotta, che vede ormai soccombere proletariato, borghesia liberale e semplici cittadini. Una lotta che non vede cambiamenti significativi di fronte da quasi sempre e che ha avuto, la più recente, battaglia decisiva nella pedonalizzazione di Piazza Duomo e soprattutto nell’impedire il passaggio della tramvia dal centro storico. Un’operazione che ha portato a dare un limite, un perimetro, al centro storico, favorendone la trasformazione in compound. Ennesimo processo di gentrizzazione, isolamento: il ghetto del bello, usufruibile formalmente a tutti, ammiccante in realtà a turisti e clienti. Una volta delimitato il perimetro si procede alla “pulizia”.

Ecco dunque l’ultimo tassello, il provvedimento contro i cosiddetti minimarket. Atto in cui elementi di Stato Etico si fondono con la brama del capitale (ché solo i rivoluzionari da tastiera confondono il capitale col liberismo e dimenticano che il primo ha sempre fatto migliori affari con gli statalisti che con i liberali) al suono di parole come decoro, salute, pulizia e bellezza. Un provvedimento talmente classista che ha fatto gridare al razzismo chi, ormai disabituato a usare categorie politiche, maneggia soltanto quelle sociali. Un intento e un pensiero che sappiamo estraneo ai nostri amministratori ma che la natura del provvedimento ha reso passibile di fraintendimento.

Il pubblico che torna a dare patenti di liceità: Tiger (quella simpatica catena di chincaglierie made in china) sì perché nordico e lindo, the king of Lahore no perché privo di lampade di design (spesso di lampade toutcourt) e diciamocelo piuttosto sudicio.

Una lotta in cui non ci è stato risparmiato, almeno per pudore del ridicolo, la retorica del cancro da estirpare, così maschia e virile. E’ in gioco la salute dei nostri figli! Quelli a cui abbiamo abdicato il nostro ruolo di educatori preferendo indossare la maschera più semplice (ma dozzinale) dei guardiani.

L’alcool quindi, il nemico, feticcio secolare dei proibizionisti di ogni risma. L’alcool come nemico della meglio gioventù, quella che si riprende il futuro. E ho tremato passando davanti a Procacci, con in vetrina le sue splendide bottiglie di ottimo Chianti. Anche lui un nemico? O forse saranno i tre bicchieri a garantirci come già fecero le stelle gialle?

Una siffatta battaglia poi è talmente perfetta che salda gli entusiasti del capitale, buttafuori addetti alla door selection su base censitaria, agli optimates del belllo. I tutori dell’arte e della bellezza, conservatori e tutelatori, progressisti reazionari che sognano un mondo di fruitori del bello a cui loro han dato educazioni e patenti di apprezzabilità. Pronti a brandire oggi la Costituzione Repubblicana come, ieri, brandivano il libretto rosso; non avendo probabilmente letto sino in fondo nessuno dei due.

Capaci di indignarsi per i manifesti sui restauri (e meno male) ma in fondo felici per la ripulitura dal piccolo minimarket africano, così fuori contesto.

Oggi più di ieri si avvertirebbe il bisogno di una Rivoluzione. Liberale.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.155 del 30 gennaio 2016.