L’antropologia della nuova destra esce dall’internet e conquista il potere

La vittoria di Trump può essere considerata un fatto episodico? Oppure può essere considerata una tappa di un percorso politico che investe Nord America ed Europa? O forse siamo di fronte all’invasione di campo, politico nel caso, di un processo culturale che è diventata (o sta diventando) egemone? Su quest’ultima teoria si applica Angela Nagle nel suo volume Kill al Normies, uscito recentemente per Zero Book.

Il volume non è una riflessione sistematica sulla filosofia dell’alt-right americana ma fornisce un primo spunto di ricerca in merito a fenomeni comunicativi e politici che hanno caratterizzato l’ascesa e la fortificazione di una nuova destra, sovversiva nei modi e, ora che ha acquisito il potere politico, anche nei fatti.

La Nagle, statunitense ma che insegna a Dublino, parte dalla rottura dell’utopia di internet degli anni ’90, primi duemila, che faceva il paio con il politically correct imperante dei Clinton e poi di Obama. L’internet che facendosi social media pareva essere una congiunzione tra popoli e culture, dava vita e voce a movimenti utopici come Occupy, un po’ come la terza via blairiana pareva poter addomesticare il mercato globale.

Invece quello che è successo, secondo la Nagle, che l’iperattivismo “buonista” è riuscito ad irritare masse di utenti dei vari social media che, usando strumenti tipici delle controculture libera degli anni ’70, ha finito per ribaltare i rapporti di forza, diventare egemone e alla fine eleggere persino il Presidente degli Stati Uniti.

E’ proprio il capitolo sull’egemonia, Gramscians of the alt-right, quello a parere di chi scrive più interessante del volume, con l’individuazione di come uno “spirito malvagio” è ben presto passato dal bullismo online, l’istigazione al suicidio, le shitstorm nei confronti di attivisti e celebrità liberal, alla conquista del potere vero e proprio. Una nuova destra alternativa però alla destra classica (da cui l’acronimo alt-right) che pur prendendo da una parte di questa, viene citato nel libro il discorso del conservatore Buchannan, temi e argomenti ne sovverte il discorso pubblico, si fa irriverente, sarcastica e grottesca, Violenta nei modi espressivi, rapida nelle forme di comunicazione, antagonista del sistema. Usa quindi tecniche e strategie di comunicazione e lotta politica che arrivano diritte dalla controcultura degli anni ’60, dalla new-left.

Conservatori lisergici che non hanno remore a manifestare le proprie contraddizioni, attivisti dichiaratamente gay che difendono il ruolo subordinato della donna nella società per esempio o il suprematismo bianco, e a individuare nemici in ogni campo, compreso il proprio. Non lesinano infatti critiche alla destra classica, chiamando gli esponenti cuckconservative, in una crasi tra la figura sessuale del cuckold e il conservatore.

Il libro, una sorta di fermo immagine del fenomeno, è chiaramente dedicato ai soli Stati Uniti ma come non vedere un disegno comune, punti di incontro con gli analoghi fenomeni che avvengono nel nostro continente e nel nostro Paese. Certo una differenza salta agli occhi, mentre negli Usa il fenomeno pare partire da basso e trovare lungo la strada dei newcomers che ne approfittano per una fulminea ascesa sociale e politica, nel vecchio continente accanto a questo fenomeno si assiste ad uno sfruttamento da parte di un pezzo della destra più radicale della temperie in atto. Di sicuro accomunano le due sponde dell’oceano l’incapacità dei gruppi dirigenti classici, sia di destra che di sinistra di arginare e combattere il fenomeno.

Certo il libro non si pone l’obiettivo di trovare una “cura” a questa deriva ma l’autrice nelle pagine finali prova comunque a suggerire una strada: “instead of pathetically tryng to speak the language of this new right by tryng to ‘troll the trolls’ or to mimic its online culture, we should take the opportunity to reject something much deeper that it is reaveling to us”. Non sarà probabilmente l’unica proposta risolutrice ma potrebbe essere un buon inizio.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.276 del 15 settembre 2018

Troppo poco e troppo tardi. Una lettura del manifesto Calenda

Non c’è dubbio che Carlo Calenda sia stato capace di costruirsi un ruolo e una visibilità da personaggio politico nazionale in un tempo relativamente breve, così come indubbie sono le capacità di comunicazione e dialettiche dell’ex ministro. In pochissimo tempo Calenda è diventato, forse insieme al solo Minniti, il volto pubblico del governo Gentiloni: infaticabile sui social non si è risparmiato nel dialogo coi cittadini e nelle polemiche molto spesso con esponenti del PD, Michele Emiliano su tutti. Iscrittosi, direttamente alla Direzione del Partito, al PD dopo la batosta elettorale ne è in breve diventato uno degli esponenti più in vista del partito in disfacimento ponendosi come alternativa renziente al renzismo diroccato (e per ciò inviso a Renzi e ai suoi accoliti). Da questa posizione ha iniziato a maturare pose da padre fondatore e, con indubbio merito e capacità, iniziato a proporre ricette che mercoledì scorso hanno dato vita a una specie di manifesto programmatico pubblicato su il Foglio.

Torneremo poi sulla scelta della testata, partiamo invece dai contenuti. Il manifesto dopo una non breve analisi delle colpe dei progressisti nel tentare di governare la prima globalizzazione e nel configurare un plausibile scenario, lacrime e sangue, di fine del lavoro tradizionale (scenario che ça va sans dire vedrebbe l’Italia messa peggio di quasi tutti i Paesi occidentali) ne evidenzia il rischio, da noi passato ormai dalla potenza all’essere, di una crisi profonda, forse irreversibile, della democrazia liberale. Per impedire del tutto questo scenario, ci dice Calenda, occorre andare oltre la rappresentanza di classe e dunque al “semplice” campo progressista dando vita ad una Alleanza repubblicana.

Tuttavia quello di Calenda non è un cartello elettorale o un fronte di resistenza temporaneo ma un vero e proprio patto politico che si fonda su una comunanza di alcuni temi, a sua scelta verrebbe da dire. Vediamo quali: in primis la sicurezza economica, intesa come adesione all’Euro e al sistema europeo, proseguendo con il “piano Minniti” per fermare gli sbarchi e proteggendo gli sconfitti rafforzando strumenti come il reddito di inclusione.

Naturalmente senza dimenticare i “vincenti”, garantendo loro infrastrutture materiali e immateriali, formazione e competitività, passando poi dal ribadire l’Europa come idea guida e dal combattere l’analfabetismo funzionale.

Tutte cose buone e giuste sia chiaro, difficile per chi non si dichiari oggi sovranista e populista non dirsi d’accordo; tuttavia col limite di presentare un minimo comun denominatore per un cartello elettorale e non certo un programma di governo per una alleanza all’altezza delle premesse di difendere la democrazia come l’abbiamo conosciuta nell’occidente da settant’anni a questa parte.

Se la socialdemocrazia ha fallito nella sua elaborazione degli anni ’90 del XX secolo nel pensare di poter governare la globalizzazione come tutti ormai tendono a dire (anche se il dibattito forse avrebbe bisogno di altro respiro, o almeno di un setaccio che non gettasse Amartya Sen insieme a Tony Blair), pensare di rifondare un pensiero progressista su questi punti ha il fiato corto prima ancora di mettersi in marcia.

Certo nemmeno Marx è partito da il Capitale ma qui manca l’accuratezza e la pesantezza almeno dei grundgrisse, il terreno utopico che è in grado di dare la dimensione del sogno, del riscatto se non per sé almeno per la nostra prole. E se non ripartiamo dal riscatto a partire dagli ultimi (ché chiamarli sconfitti come li chiama Calenda non da’ proprio un’idea di ottimismo), da una idea di speranza, come si può pensare di sconfiggere l’egemonia culturale della paura che oggi ha fatto trovare casa agli ultimi, insegnando a questi a odiare quelli ancora più ultimi?

Questo sui contenuti, ma che dire sulla proposta politica che traspare dal manifesto di Calenda? Che cultura politica rappresenta l’ex ministro? Ecco a mio avviso siamo di fronte a un riformismo elitario, espressione ennesima della borghesia illuminata, intellettuale e colta. Quella classe che di volta in volta ha dato vita a felici famiglie politiche e negli ultimi anni si è presentata come il volto tecnico della politica.

Ecco su questo occorrerà forse aprire una parentesi. E’ talmente introiettata in noi la cultura della politica come degenerazione, almeno dalla nefasta stagione apertasi nel 1992, che larga parte dei gruppi dirigenti del Paese ha visto con piacere e rassicurazione l’idea che siano dei tecnici a guidarci, senza comprendere che la tecnica andava sì invocata e ricercata ma non nella capacità di essere bravi direttori generali, ma nel formare tecnicalità della politica, che non sarà un’arte forse ma è di certo mestiere, inteso qui nel senso arcaico e artigiano del termine.

Siamo dunque arrivati al punto che non ci sogneremo mai di far riparare il nostro impianto elettrico di casa da un pescivendolo ma non ci poniamo il problema che chi ci governa abbia o meno il mestiere di governare tra le sue capacità; stupendoci poi se questa sfiducia nelle elites si trasla poi nei confronti degli scienziati e dei medici.

Insomma il tecnico di per sé non è salvifico e pure Calenda rischia la fine di Monti e Dini, pur non augurandogliela. Sì perché il suo è un liberalismo temperato da un po’ (invero poca) di socialdemocrazia e molto paternalismo: un partito d’azione senza il dirigismo, con meno dottrina sociale e qualche riflessione utopistica in meno.

Culture politiche che in questo paese mai hanno saputo raggiungere un popolo come invece avrebbe bisogno la sinistra oggi dove la sua estinzione non è tema da escludere a priori. Invece vedo in Calenda il ripetersi di vecchi errori, di quello che un tempo avremmo chiamato il problema del rapporto con le masse, escluso quasi a priori da queste culture politiche in virtù di una fede deterministica nella capacità del popolo di comprendere che chi sa lo guiderà al meglio. Paternalismo per l’appunto.

Infine, in questo solco, un’ultima riflessione sul mezzo scelto. Come è noto il mezzo non è mai neutro ma quasi sempre predefinisce e determina il fine. Se il tema è ridare speranza, agibilità e voti al popolo di sinistra, far pubblicare il proprio manifesto su il Foglio (sia detto da affezionato lettore seppur orfano della direzione di Giuliano Ferrara) quanto meno non rappresenta un inizio brillante.

Il rischio, riassumendo, è che si avesse l’ambizione di cambiare il mondo e ci si accorga che al massimo si potrà ambire ad un patto elettorale con Forza Italia. Il patto degli sconfitti peraltro; non proprio un augurio di buon lavoro.

Articolo apparso sul numero 269 del 30 giugno 2018 di CulturaCommestibile.

Il museo che diventa impresa

 

Mercoledì 4 luglio alle ore 18,00 a Bottega Strozzi, proprio dentro l’omonino palazzo, io insieme a Maurizio Vanni, Direttore del Lucca Center of Contemporary Art (Lu.C.C.A.), nonché professore ordinario di Museologia e Marketing museale e docente di Marketing emozionale e Marketing della Cultura e delle Arti, presentiamo il suo ultimo libro “IL MUSEO DIVENTA IMPRESA. Il marketing museale per il break even di un luogo da vivere quotidianamente“, Edizioni Celid.
Ne discutiamo assieme a Domenico Piraina, Direttore di Palazzo Reale di Milano, Direttore del Settore Promozione Culturale del Comune di Milano e dei musei scientifici milanesi.

Vi aspetto numerosi!

Il comunismo spettacolare del giovane Marx

Vedere Marx, giovanotto, che corre per le strade di Parigi in fuga dai gendarmi. Bello, se non lui, l’attore che lo interpreta. Insolente come un Hippie, barbuto come un hipster. Lui che trascina con sé un efebico Engels. Giovani e rivoluzionari, pieni di vita, amati e amanti di donne belle, libere, tenaci.

Insomma il Giovane Marx, film di Raoul Peck, ci rende una rivoluzione che non è un pranzo di gala ma un’avventura filmograficamente interessante, persino avvincente. Ed è questo uno dei principali meriti di un film che rende appassionante la prima parte della vita di due filosofi, che passavano la maggior parte del tempo nello scrivere, nel confrontarsi sul materialismo e l’idealismo, polemizzando tra loro in diatribe molto più lunghe e complesse dei bei dialoghi del film. Eppure il film, nonostante le inevitabili semplificazioni e spettacolarizzazioni, regge anche sul piano del pensiero dei due amici che diedero un manifesto al comunismo.

L’altro punto forte del film è il cast, una generazione europea di attori capaci di recitare in tre lingue con accenti impeccabili (che invidia), con bravura e sentimento. Credibili e sempre sul filo della drammatizzazione senza però diventare caricatura. Un film accurato, nei pensieri e nelle ricostruzioni. Scenografie, costumi, persino la scelta dei cavalli, rimanda ad una precisione importante e all’altezza della confusione che le idee del giovane Marx portò a giro, come il suo famoso fantasma, per l’Europa.

Un film non ideologico ma che nelle frasi che lo concludono raccoglie, involontariamente forse, uno dei sensi dell’opera di Marx, il non finito, non come limite ma come presa d’atto che ce n’est qu’un début…

Articolo uscito su Cultura Commestibile n.258 del 14 aprile 2018

Il trapasso tutto da ridere di Stalin

La tragicità dello stalinismo è stata affrontata in saggi, romanzi, film. La durezza di quel regime, la ferocia di milioni di morti, imprigionati, le libertà soffocate, il terrore, il tradimento dell’ideale di eguaglianza, hanno attraversato generazioni di intellettuali. Eppure forse mai lo stalinismo è stato affrontato nel suo lato grottesco, nella sua farsa terribile. Troppi i morti, troppa la tragicità di intere popolazioni fatte morire di fame nelle carestie programmate per imporre il socialismo delle terre. Ci prova riuscendoci, Armando Iannucci, cineasta scozzese (a dispetto del nome) che mette in scena una commedia brillante, “Morto Stalin se ne fa un altro”, sulle ultime ore del dittatore sovietico e sulla successiva lotta per la successione.

Iannucci condensa molti fatti veri, seppur possano apparire completamente inverosimili, avvenuti sotto l’ombra del giorgiano, nello spazio dei giorni che vanno dalla morte al funerale di Stalin facendone un’iperbole che falsa un po’ la narrazione storica ma contribuisce a creare un effetto comico davvero eccellente. Così come eccellente è il cast, con una serie di attori in stato grazia, perfetti per il registro grottesco degli eventi: da Steve Buscemi nei panni (troppo magri rispetto all’originale) di Kruščëv o uno straordinario Simon Russel Beale in quelli (troppo grassi) di Lavrentij Berija. Un cast decisamente affiatato e british supportato da dialoghi scritti magistralmente che sono essenziali per un film corale in cui l’azione è tutta al supporto della sceneggiatura e non viceversa.

Siamo dunque di fronte a un piccolo film che però di questa dimensione trae vantaggio e si fa apprezzare per il suo essere molto divertente ma capace di farci riflettere sulle degenerazioni degli ideali, sulla tirannia e sulla sua riproducibilità, in questo il titolo italiano penalizzante rispetto all’originale (The Death of Stalin) ha almeno il merito, come ha notato in modo molto politically correct il regista nell’anteprima dello scorso martedì al cinema Stensen di Firenze, di farci riflettere sin da subito che quelle incredibili tragedie potrebbero anche ritornare se le dovessimo dimenticare.

Articolo uscito il 13 gennaio 2018 su Cultura Commestibile n.245

Gli ultimi Jedi dirazza e non delude

Arrivati all’ottavo episodio di una delle più longeve e fortunate saghe cinematografiche, gli ultimi Jedi, non delude le aspettative e anzi supera di gran lunga il predecessore, primo della trilogia targata Disney, mostrando una maturità ed un autonomia che fanno bene al film e alla saga. Visto al primo giorno di programmazione in un tripudio di spade laser brandite da quarantenni accompagnati dai propri figli, gli ultimi Jedi, è un film spettacolare, forse un po’ troppo ingarbugliato e con un’eccessiva ramificazioni di sotto trame che a qualche spettatore han fatto pensare al “troppa trama” di universale memoria, che gioca con l’effetto nostalgia ma in modo meno smaccato e pesante del predecessore.

Eppure il film, lungo, scorre e non si ingolfa mai, certo la storia talvolta si risolve senza difficoltà, in uno standard da film d’azione holliwoodiano, e la complessità dei personaggi è abbozzata, mai scavata. Una differenza sostanziale con le due trilogie di George Lucas. Qui, come ne il risveglio della forza, l’universo Star Wars è a servizio del plot (e del merchandising) e non la storia al servizio dell’universo Star Wars. George Lucas creò un mondo attraverso un film (che infatti ha dato vita a migliaia di spin off fumettistici, di giochi ruolo, letterari, …), Disney usa quel mondo come il contesto dove ambientare dei buoni film. Se l’operazione era parzialmente riuscita a JJ Abrams nell’episodio VII (forse per troppo timore reverenziale del regista), portata all’estremo in Rougue One (uno splendido film di guerra casualmente ambientato nell’universo Star Wars), qui il mix si fa completo rendendo gli ultimi Jedi un film pienamente inserito nella saga ma autonomo nel suo svolgersi. Anzi Rian Johnson, regista e sceneggiatore, riesce a dare un tocco personale, inserendo un umorismo caustico, battute fulminanti che sinora erano riservate al solo Ian Solo. Anche nel ridisegnare i personaggi non mostra alcun timore reverenziale e si permette di inaugurare persino la figura del Jedi sfiduciato, dando finalmente a Luke Skywalker una dimensione non più lancillottesca (non apprezzata, si racconta, dall’attore Mark Hamill, vero fan della saga).

Certo l’impronta Disney si nota, i personaggi sono rigorosamente multietnici, le depressioni, le bassezze, mai portate al limite (come ci si poteva aspettare da uno dei registi di Breaking Bad), nessun rimando a una lettura politica (salvo forse un Kilo Ren che declina un manifesto, oltre la destra e oltre la sinistra, per dominare l’universo), nessuna indagine sulla caduta e la redenzione, centrali nelle due trilogie precedenti. Qui anzi il tormento tra bene e male serve a costruire un colpo di scena fondamentale ma non è il cuore della storia. Anche il rapporto tra padri e figli non si scioglie e la cosa non crea grossi problemi.

Dunque gli ultimi Jedi, con le sue scene di battaglie, i suoi rimandi alla trilogia o a molto altro cinema, risulta un bel film che rinuncia a competere con la trilogia classica e così facendo ne esce rafforzato e godibilissimo.

Uscito su CulturaCommestibile n.243 del 16 dicembre 2017

L’eleganza e la leggerezza che ci mancheranno

Jean D’Ormesson era un uomo piccolo che passava con leggerezza sulle cose pesanti della vita. L’ho incontrato, per intervistarlo per questa rivista, qualche anno fa grazie a Tommaso Gurrieri che per Barbés prima e Clichy poi ha tradotto alcuni degli ultimi volumi dello scrittore e filosofo francese. Doveva essere una breve intervista fra un suo impegno e l’altro, fu un densissimo pomeriggio di chiacchere io nel mio goffo francese, lui in una lingua magnifica, musicale e coltissima. Tra i tanti incontri privilegiati che collaborare a questa rivista mi ha dato, questo è uno dei più importanti e di quelli che ricorderò per sempre.

Aristocratico e democratico, liberale e conservatore, D’Ormesson non è stato sicuramente il miglior romanziere francese né il filosofo più importante d’oltralpe ma poche persone hanno saputo incarnare l’intellettuale non engagé come lui. Non perché rifuggisse il confronto politico, anzi, ma perché nella politica come nella vita, passava leggero sugli accadimenti. Direttore de Le Figaro, assistente e consigliere di ministri, detestava (credo ricambiato) Mitterrand del quale però, alla fine, rivedrà il giudizio, credo anche alla luce dei successori del “fiorentino” alla guida del PS.

La sua vita, raccontata nel suo ultimo volume Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, è stata la somma di molte contraddizioni, molti amori, donne bellissime, senza mai perdere la gioia e la voglia di vivere. Agli intellettuali annoiati D’Ormesson ha sempre risposto col sorriso del nato fortunato, per casta e per scelta, che non ha sprecato le fortune che un casato, al servizio dei re di Francia dal medioevo, ed un’istruzione superiore gli avevano messo a disposizione.

Gli ultimi anni li ha passati interrogandosi sulla vita e sulla morte, sul nostro posto nell’universo, senza mai cedere alla paura, all’angoscia ma guardando sempre al futuro, persino quando raccontava il (proprio) passato.

Se ne è andato a 92 anni, che valgono almeno una decina delle vite di molti suoi colleghi.

Uscito su CulturaCommestibile n.242 del 9 dicembre 2017

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR

La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano[1], concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante.

In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso[2]. L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico.

Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale.

Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt[3]: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani.

Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto[4].

Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto.

Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo.

Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista.

Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economica del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso.

Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD.

D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki[5], i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli.

Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 235 del 21 ottobre 2017

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[1] L’occasione sprecata della Legge Fiano in Cultura Commestibile n.230del 16 settembre 2017

[2] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy?mbid=social_facebook

[3] http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_22/via-l-ultimo-monumento-duce-coperto-una-frase-ahrendt-bolzano-00aabeea-e0b5-11e6-a64d-bf022321506f.shtml

[4] Paolo Nicoloso, “Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista”, Einaudi, Torino, 2008.

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

La bella vita di un intellettuale mortale

Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto.

D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni.

Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fantasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire.

D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017