Il trapasso tutto da ridere di Stalin

La tragicità dello stalinismo è stata affrontata in saggi, romanzi, film. La durezza di quel regime, la ferocia di milioni di morti, imprigionati, le libertà soffocate, il terrore, il tradimento dell’ideale di eguaglianza, hanno attraversato generazioni di intellettuali. Eppure forse mai lo stalinismo è stato affrontato nel suo lato grottesco, nella sua farsa terribile. Troppi i morti, troppa la tragicità di intere popolazioni fatte morire di fame nelle carestie programmate per imporre il socialismo delle terre. Ci prova riuscendoci, Armando Iannucci, cineasta scozzese (a dispetto del nome) che mette in scena una commedia brillante, “Morto Stalin se ne fa un altro”, sulle ultime ore del dittatore sovietico e sulla successiva lotta per la successione.

Iannucci condensa molti fatti veri, seppur possano apparire completamente inverosimili, avvenuti sotto l’ombra del giorgiano, nello spazio dei giorni che vanno dalla morte al funerale di Stalin facendone un’iperbole che falsa un po’ la narrazione storica ma contribuisce a creare un effetto comico davvero eccellente. Così come eccellente è il cast, con una serie di attori in stato grazia, perfetti per il registro grottesco degli eventi: da Steve Buscemi nei panni (troppo magri rispetto all’originale) di Kruščëv o uno straordinario Simon Russel Beale in quelli (troppo grassi) di Lavrentij Berija. Un cast decisamente affiatato e british supportato da dialoghi scritti magistralmente che sono essenziali per un film corale in cui l’azione è tutta al supporto della sceneggiatura e non viceversa.

Siamo dunque di fronte a un piccolo film che però di questa dimensione trae vantaggio e si fa apprezzare per il suo essere molto divertente ma capace di farci riflettere sulle degenerazioni degli ideali, sulla tirannia e sulla sua riproducibilità, in questo il titolo italiano penalizzante rispetto all’originale (The Death of Stalin) ha almeno il merito, come ha notato in modo molto politically correct il regista nell’anteprima dello scorso martedì al cinema Stensen di Firenze, di farci riflettere sin da subito che quelle incredibili tragedie potrebbero anche ritornare se le dovessimo dimenticare.

Articolo uscito il 13 gennaio 2018 su Cultura Commestibile n.245

Gli ultimi Jedi dirazza e non delude

Arrivati all’ottavo episodio di una delle più longeve e fortunate saghe cinematografiche, gli ultimi Jedi, non delude le aspettative e anzi supera di gran lunga il predecessore, primo della trilogia targata Disney, mostrando una maturità ed un autonomia che fanno bene al film e alla saga. Visto al primo giorno di programmazione in un tripudio di spade laser brandite da quarantenni accompagnati dai propri figli, gli ultimi Jedi, è un film spettacolare, forse un po’ troppo ingarbugliato e con un’eccessiva ramificazioni di sotto trame che a qualche spettatore han fatto pensare al “troppa trama” di universale memoria, che gioca con l’effetto nostalgia ma in modo meno smaccato e pesante del predecessore.

Eppure il film, lungo, scorre e non si ingolfa mai, certo la storia talvolta si risolve senza difficoltà, in uno standard da film d’azione holliwoodiano, e la complessità dei personaggi è abbozzata, mai scavata. Una differenza sostanziale con le due trilogie di George Lucas. Qui, come ne il risveglio della forza, l’universo Star Wars è a servizio del plot (e del merchandising) e non la storia al servizio dell’universo Star Wars. George Lucas creò un mondo attraverso un film (che infatti ha dato vita a migliaia di spin off fumettistici, di giochi ruolo, letterari, …), Disney usa quel mondo come il contesto dove ambientare dei buoni film. Se l’operazione era parzialmente riuscita a JJ Abrams nell’episodio VII (forse per troppo timore reverenziale del regista), portata all’estremo in Rougue One (uno splendido film di guerra casualmente ambientato nell’universo Star Wars), qui il mix si fa completo rendendo gli ultimi Jedi un film pienamente inserito nella saga ma autonomo nel suo svolgersi. Anzi Rian Johnson, regista e sceneggiatore, riesce a dare un tocco personale, inserendo un umorismo caustico, battute fulminanti che sinora erano riservate al solo Ian Solo. Anche nel ridisegnare i personaggi non mostra alcun timore reverenziale e si permette di inaugurare persino la figura del Jedi sfiduciato, dando finalmente a Luke Skywalker una dimensione non più lancillottesca (non apprezzata, si racconta, dall’attore Mark Hamill, vero fan della saga).

Certo l’impronta Disney si nota, i personaggi sono rigorosamente multietnici, le depressioni, le bassezze, mai portate al limite (come ci si poteva aspettare da uno dei registi di Breaking Bad), nessun rimando a una lettura politica (salvo forse un Kilo Ren che declina un manifesto, oltre la destra e oltre la sinistra, per dominare l’universo), nessuna indagine sulla caduta e la redenzione, centrali nelle due trilogie precedenti. Qui anzi il tormento tra bene e male serve a costruire un colpo di scena fondamentale ma non è il cuore della storia. Anche il rapporto tra padri e figli non si scioglie e la cosa non crea grossi problemi.

Dunque gli ultimi Jedi, con le sue scene di battaglie, i suoi rimandi alla trilogia o a molto altro cinema, risulta un bel film che rinuncia a competere con la trilogia classica e così facendo ne esce rafforzato e godibilissimo.

Uscito su CulturaCommestibile n.243 del 16 dicembre 2017

L’eleganza e la leggerezza che ci mancheranno

Jean D’Ormesson era un uomo piccolo che passava con leggerezza sulle cose pesanti della vita. L’ho incontrato, per intervistarlo per questa rivista, qualche anno fa grazie a Tommaso Gurrieri che per Barbés prima e Clichy poi ha tradotto alcuni degli ultimi volumi dello scrittore e filosofo francese. Doveva essere una breve intervista fra un suo impegno e l’altro, fu un densissimo pomeriggio di chiacchere io nel mio goffo francese, lui in una lingua magnifica, musicale e coltissima. Tra i tanti incontri privilegiati che collaborare a questa rivista mi ha dato, questo è uno dei più importanti e di quelli che ricorderò per sempre.

Aristocratico e democratico, liberale e conservatore, D’Ormesson non è stato sicuramente il miglior romanziere francese né il filosofo più importante d’oltralpe ma poche persone hanno saputo incarnare l’intellettuale non engagé come lui. Non perché rifuggisse il confronto politico, anzi, ma perché nella politica come nella vita, passava leggero sugli accadimenti. Direttore de Le Figaro, assistente e consigliere di ministri, detestava (credo ricambiato) Mitterrand del quale però, alla fine, rivedrà il giudizio, credo anche alla luce dei successori del “fiorentino” alla guida del PS.

La sua vita, raccontata nel suo ultimo volume Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella, è stata la somma di molte contraddizioni, molti amori, donne bellissime, senza mai perdere la gioia e la voglia di vivere. Agli intellettuali annoiati D’Ormesson ha sempre risposto col sorriso del nato fortunato, per casta e per scelta, che non ha sprecato le fortune che un casato, al servizio dei re di Francia dal medioevo, ed un’istruzione superiore gli avevano messo a disposizione.

Gli ultimi anni li ha passati interrogandosi sulla vita e sulla morte, sul nostro posto nell’universo, senza mai cedere alla paura, all’angoscia ma guardando sempre al futuro, persino quando raccontava il (proprio) passato.

Se ne è andato a 92 anni, che valgono almeno una decina delle vite di molti suoi colleghi.

Uscito su CulturaCommestibile n.242 del 9 dicembre 2017

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR

La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano[1], concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante.

In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso[2]. L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico.

Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale.

Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt[3]: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani.

Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto[4].

Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto.

Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo.

Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista.

Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economica del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso.

Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD.

D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki[5], i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli.

Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 235 del 21 ottobre 2017

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[1] L’occasione sprecata della Legge Fiano in Cultura Commestibile n.230del 16 settembre 2017

[2] https://www.newyorker.com/culture/culture-desk/why-are-so-many-fascist-monuments-still-standing-in-italy?mbid=social_facebook

[3] http://www.corriere.it/cronache/17_gennaio_22/via-l-ultimo-monumento-duce-coperto-una-frase-ahrendt-bolzano-00aabeea-e0b5-11e6-a64d-bf022321506f.shtml

[4] Paolo Nicoloso, “Mussolini architetto. Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista”, Einaudi, Torino, 2008.

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

L’occasione sprecata della Legge Fiano

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzione pare che lo sia diventata anche quella dell’antifascismo militante; perché sicuramente parte da buone, se non buonissime, intenzioni la cosiddetta Legge Fiano, che ha per oggetto la repressione della propaganda del regime fascista e nazifascista. Dunque nessuna critica, anzi, all’intenzione e nemmeno si può argomentare, come han fatto alcuni esponenti pentastellati, che il dibattito sia fuori luogo e fuori tempo. La spavalderia di alcune organizzazioni che si rifanno in maniera manifesta al fascismo è ormai evidente ed allarmante, tanto da giustificare, a parere di chi scrive, l’adozione delle norme già presenti nel codice vigente, la cosiddetta Legge Scelba, e nella Costituzione alla XII norma transitoria, imponendone lo scioglimento.

Dunque il momento appariva più che propizio per definire meglio una questione che è stata, sin dalle origini, spinosissima e che tale sempre resterà per la natura propria del tipo di reati che si vorrebbe punire.

La distinzione tra l’essere fascisti e il fare apologia di fascismo infatti (come prevede la normativa attuale senza che il testo attuale modifichi lo stato delle cose), rende (e ha reso storicamente) la questione complessa. Al giudice non bastava e non basta che uno si professi fascista per condannarlo ma l’accusato deve mettere in pratica atti o pensieri che ne configurino un’adesione apologetica. Il che apre un capitolo piuttosto ampio sui reati di opinione, cioè quel tipo di reati che di solito sostanziano più un regime totalitario che una democrazia.

Quindi in quella distinzione così aleatoria e di difficile interpretazione (essere fascisti o fare apologia di fascismo)  tanto dibattito storico e giurisprudenziale si è prodotto, anche in virtù di una sostanziale continuità dello Stato fascista nell’amministrazione della giustizia dopo la II guerra mondiale.

Un dibattito inevitabile poiché fa parte delle contraddizioni proprie di un regime democratico, a cui va aggiunto il momento storico in cui fu scritta la carta costituzionale. I costituenti stessi videro che la norma apriva un problema enorme perché, di fatto, entrava in contraddizione con i principi fondamentali della carta stessa, e ne decisero l’inserimento non nel corpo principale della carta ma nelle norme transitorie.

Furono forse ottimisti nel pensare che, morti i protagonisti coevi del ventennio, nessuno avrebbe avuto in mente di riproporre un movimento politico che aveva devastato il Paese e la sua coscienza.

Dunque l’iniziativa dell’Onorevole Fiano appare meritoria e persino necessaria, quello che preoccupa però è l’esito. Perché il testo licenziato non porta luce né individua criteri di definizione della propaganda nazifascista da punire ma anzi allarga tale fattispecie tanto da poter ipotizzare una scarsissima applicabilità della norma. Intanto il testo non abroga e modifica le disposizioni vigenti ma vi si aggiunge, aumentando le fattispecie di reato dall’apologia alla propaganda. Ma in cosa si sostanza tale propaganda? “anche solo [nella] produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli […] chiaramente riferibili [al partito fascista e al partito nazionalsocialista]”.

Una casistica così generica da rendere impossibile determinare il fatto ma altamente opinabile l’esito del giudizio (e dunque arbitrario il diritto stesso): perché se l’intento è vietare il manganello con la faccia del Duce, come ci si comporterà con la libreria antiquaria che tra le opere in vendita ha, a carissimo prezzo, il vademecum del perfetto fascista di Longanesi?

Il tema del limitare le libertà di espressione del pensiero è tema sensibile, tocca nervi scoperti della storia del Paese e rappresenta uno dei punti più delicati dell’essere una democrazia finalmente compiuta. Per questa era da augurarsi che una siffatta norma fosse accompagnata da una riflessione compiuta, da un dibattito storico e filosofico, almeno da una frase dolorosa e necessaria sui limiti della libertà.

Invece ancora una volta si sono preferiti i talk show ai convegni, il facile consenso allo studio e al dubbio, la semplificazione becera al governo della complessità. Auguriamoci solo che questo clima, fertile per regimi non certo democratici, non favorisca una drammatica eterogenesi dei fini.

 

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.230 del 16 settembre 2017

La bella vita di un intellettuale mortale

Ci sono vite che vale la pena raccontare, quella di Jean D’Ormesson è sicuramente una di quelle, ma siccome l’uomo ha fatto della leggiadria una sua cifra, la vita che si e ci racconta è un processo a se stesso. Ma non immaginate corti ampollose, lessico da tribunale, no Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza) è un recit da salotto, una conversazione tra i ricordi. Ricordi personali che diventano i ricordi di un’epoca e di un Paese. Una certa Francia già scomparsa prima dell’avvento del giovane Macron all’Eliseo. Guerra, resistenza, gaullismo, gli intellettuali visti attraverso gli occhi di un aristocratico, repubblicano e conservatore, peccatore mai pentito, amante di quell’attivissimo non far niente che associamo, invidiandolo, agli intellettuali francesi, per l’appunto.

D’Ormesson passa dai castelli di famiglia alla direzione de Le Figaro potendosi permettere di sorvolare con molta delicatezza sui dolori e sulle cose brutte della vita, trasformandole (ma non tradendole) in ricordi che comunque han fatto quella vita, malgrado tutto. Un libro pieno d’amore, per la vita anzitutto, per gli uomini e le donne incontrate. Le donne, delle quali D’Ormesson parla col pudore e l’educazione del gentiluomo, non sfiorando nemmeno lontanamente il gossip per lasciarci visioni e sprazzi, intuizioni e immaginazioni.

Ci sono poi gli intellettuali, i politici, i grandi uomini incontrati all’Università, l’école normale invece della più prosaica ENA, all’UNESCO o nei salotti della Parigi che la fantasia al potere contesta ma, per l’autore, non arriva a scalfire.

D’Ormesson passa leggero facendoci capire, con una falsa modestia, che almeno per lui tempi e uomini così non torneranno più e che per il presente sia più interessante e utile applicarsi alla conoscenza del mondo e delle sue leggi, piuttosto che ai piccoli esseri che lo abitano provvisoriamente. Così, nel finale del libro, D’Ormesson completa quella che potremo chiamare la trilogia di Aragon, visto che questo come altri due suoi ultimi libri (Che cosa strana è il mondo e Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto entrami editi in Italia da Clichy) anche questo prende il titolo dal verso della stessa poesia di Aragon. Una trilogia verso la morte, il suo mistero, la sua inevitabilità. Un mistero che tutti accomuna e che mostra, anche nel grande uomo di cui abbiamo invidiato e amato la vita nelle pagine precedente, dubbi, paure e speranze. La speranza che titolo, ruolo, educazione e vita D’ormesson, ci lascia insieme alla sensazione di che sì, malgrado tutto, la sua vita è stata ben più che bella.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

Chris Cornell e le camicie a quadri. Una generazione che non poteva essere maledetta.

Alla mia generazione è toccato il grunge. Ci dividevamo tra Pearl Jam e Soundgarden (sì lo so che c’erano i Nirvana ma non li ho mai potuti soffrire) che non erano gli Stones o i Led Zeppelin, ma non ci è andata malissimo. Non ci dividevano, purtroppo, le camicie di flanella a quadrettoni. Anche quelli che ascoltavano più musica vecchia che il grunge, come me, non rimasero insensibili a quelle note che arrivavano dalla costa west degli Stati Uniti: non dalla fighissima California ma dal nord, Seattle, lo stato di Washington. Freddo, boscaioli ma anche computer e internet con Microsoft che metteva il suo quartier generale a Redmond. Ce l’avevano fatta senza andare via dalla città di Hendrix e non era poco per me che fino ad allora avevo ascoltato quasi solo gente morta o dell’età di mio padre. I primi due vinili comprati da solo furono 24 Nights di Eric Clapton e Ten dei Pearl Jam, segno che o avevo una predilezione per la Cabala o avevo gusti musicali piuttosto schizofrenici. Credo la seconda e ne andavo (e vado) molto fiero. Insomma il grunge è la musica della mia generazione, o almeno della parte rocchettara della mia generazione. Non eravamo una generazione né ribelle né maledetta. Con quelle camicie indosso non sarebbe stato facile, va detto a nostra discolpa. Anche i nostri miti non ci apparivano così. Certo Cobain (sui Nirvana vale quello detto prima) se n’è andato suicidandosi ma gli altri stavano agli eccessi degli anni settanta come Mastella a Lenin. Quindi venire a sapere che se n’è andato Chris Cornell mi fa doppiamente male, perché mi aspettavo che invecchiasse insieme a me. Non me lo immaginavo certo sulle panchine dei giardinetti sia chiaro; ma del resto non vorrei finirci nemmeno io e grazie anche alla Fornero questo rischio mi è molto diminuito. Mentre scrivo, appena appresa la notizia, di getto senza troppo pensare; non so ancora cosa se l’è portato via. Poco importa. Se anche saranno droghe, alcool ad averci privato della sua voce non saremo mai maledetti e ribelli. Anche per questo andarsene così, caro Chris, non mi pare sia stata una grande idea: quelle camicie non ce le perdoneranno mai.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n.218 del 20 maggio 2017

Macron il candidato senza partito

Ammesso che si possa ancora credere ai sondaggi, per la prima volta il candidato “indipendente” Macron appare in testa alle rilevazioni statistiche e dunque favorito per l’Eliseo alle Presidenziali francesi di quest’anno.

Ammettiamo dunque che i sondaggisti, per questa volta, abbiano il polso di qualcosa di più di un ristretto campione statistico invecchiato e infedele, e ci azzecchino. Come potrebbero andare le cose? Macron potrebbe affrontare il doppio turno contro la Le Pen, e complice la chiamata delle forze repubblicane contro il populismo potrebbe vincere. Non certo con le percentuali di Chirac contro il vecchio Le Pen nel 2002 Ma comunque vincere e diventare presidente della Repubblica. Cosa accadrebbe però dopo?

Qui viene il bello, in Francia infatti la riforma del 2002, ha, di fatto, impedito la coabitazione tra presidente di un segno politico ed esecutivo di un altro, facendo coincidere il tempo della presidenza con quello del parlamento. Le elezioni politiche quindi seguiranno di pochi mesi l’elezione di Macron all’Eliseo. Macron però non ha un partito. Il suo vecchio partito, i socialisti, lo considerano (lo hanno sempre considerato) un corpo estraneo, non troppo a torto. In Inghilterra starebbe tra i Liberali probabilmente, in Francia, dove i liberali sono rari quasi quanto da noi, sta in un limbo. Ecco questo limbo quanti deputati avrà? Ci potremmo quindi trovare nel caso di un presidente votato proprio perché senza un partito che avrà una difficoltà enorme a governare proprio perché senza un partito.

Va infatti ricordato che il modello elettorale francese prevedendo il doppio turno di collegio, favorisce proprio i grossi raggruppamenti politici, i partiti organizzati. Dunque Macron rischia, proprio per la natura della sua candidatura, di essere un presidente zoppo. Un argine immediato per il populismo, un alleato di questi ultimi nel medio lungo periodo. Cosa farebbe infatti un elettorato deluso prima dai conservatori, poi dai socialisti ed infine dall’indipendente?

Per questo su queste colonne mesi fa riportammo un testo ed un dibattito tutto francese sul ritorno al proporzionale. Non tanto per una passione per un sistema elettorale rispetto ad un altro, ma per la necessità di affrontare davvero il tema della rappresentanza, dei corpi intermedi, dei partiti politici. La politica carismatica, il leaderismo, l’uomo solo al comando hanno rappresentato in questi anni la risposta che destra e sinistra tradizionali hanno dato alla perdita di peso dei soggetti collettivi, alla mancanza di ragionamento comune, di idee, di modelli. Una risposta che ha determinato, inevitabilmente, una reazione delle masse che hanno esasperato il concetto affidandosi sempre più a capopopoli, demagoghi e reazionari fascistoidi.

Il problema non è soltanto europeo. Le ultime elezioni statunitensi hanno mostrato come il limite maggiore di Obama sia stata la non costruzione di una successione. Presentarsi 8 anni dopo con la candidata che aveva perso le primarie proprio contro Obama, che in sovrappiù era anche la first lady di un presidente dei primi anni ’90, non è apparso all’elettorato USA un segnale di forza. Il fatto che il suo principale sfidante, all’interno dei Democratici, fosse un arzillo settantenne non migliora le cose. Tanto che oggi si fatica anche solo ad intravedere uno o una sfidante a Trump.

La mancanza di una classe dirigente, di un partito sono un limite che il consenso personale, la legittimazione dal voto popolare (episodico) non bastano a supplire. Si possono vincere le elezioni con percentuali importanti ma senza un’azione politica conseguente e radicata a quelle successive si perde e si perde, molto spesso, a favore delle forze populiste.

Il rischio, per tornare a Macron, appare evidentissimo e una campagna elettorale impostata, gioco forza, tutta contro l’establishment non renderà semplice dover governare con l’appoggio di quei partiti, in particolare i socialisti, di cui oggi ci si è posti come superatori.

Senza quindi rimpiangere i tempi in cui era meglio avere torto col partito che ragione da soli, anche il caso francese imporrebbe una riflessione e una ricerca non tanto del leader carismatico, ma di quel soggetto collettivo, di quella casa comune, di quel moderno principe (in tempi in cui tutti dicono di tornare a Gramsci), che seppur non fine in sé, non sia soltanto mezzo per raggiungere il potere.

Apparso su CulturaCommestibile n.210 del 25 marzio 2017

E se il proporzionale non fosse una connerie?

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Qui da noi il dibattito sul proporzionale non è neanche iniziato che già finisce nella solita caciara elettorale o al massimo nella nostalgia della prima repubblica; e se invece tale dibattito fosse il possibile preludio a una nuova repubblica? La sesta in particolare. Sì perché è di Francia che andremo a parlare: Paese che per anni è stato modello dei maggioritari di casa nostra, troppo spaventati del maggioritario secco anglosassone, così attratti da quel doppio turno capace, sulla carta, di conciliare partiti strutturati e individualità. Dalla Francia viene infatti un volume di Daniel Cohn-Bendit e Hervé Algalarrondo dal titolo significativo Et si on arrêtait les conneries? (E se la smettessimo con le cazzate? Fayard 2016) in cui i due autori (uno leader del maggio ’68 poi europeista e ambientalista, l’altro intellettuale di sinistra) argomentano la tesi che il maggioritario ha ormai condannato la Francia a governi di minoranza e dunque all’impotenza politica. La necessità di riunire le forze al secondo turno di ballottaggio infatti ha fatto sì che da un lato l’astensionismo, dall’altro il bisogno di fare fronte comune contro il nemico, hanno portato all’Eliseo (ma anche alla guida delle città e nei seggi parlamentari) politici che non godono, una volta al potere, che di scarso consenso elettorale e che quindi la Piazza, nel caso di governi gollisti, o i gruppi di pressione, nel caso dei governi socialisti, impediscono il dispiegarsi pieno dell’azione di governo e delle riforme necessarie. Certo non è stato sempre così, il momento di rottura, individuato nel libro, è la riforma del 2002 che ha fatto coincidere la durata del Presidente della Repubblica con quella del Parlamento, portando la presidenza da 7 a 5 anni. Tale riforma pensata per impedire la coabitazione tra un Presidente di un colore e una maggioranza di segno opposto, dunque per garantire la fatidica governabilità, si è invece rivelata come la vera azzoppartice della capacità di governo francese. D’altra parte l’eterogenesi dei fini è un male piuttosto conosciuto quando si vanno a modificare i meccanismi di garanzia, quelli che gli americani chiamano check and balance. In più, aggiungono gli autori, la prossima sfida presidenziale del 2017 vedrà peggiorare la situazione a causa dell’ascesa della Le Pen. La possibilità ormai concreta che la leader populista acceda al ballottaggio a causa di un voto massiccio (a differenza del padre che ci si ritrovò più per le divisioni della sinistra che per meriti propri) porterà l’avversario che la sfiderà (sia esso di centro destra o di centro sinistra) a chiamare un nuovo rassemblement pour la Répubblique che però avrà la durata del ballottaggio ma non avrà la forma di un susseguente governo di unità nazionale (dunque realmente maggioritario nel Paese). E’ quello che è accaduto alle elezioni regionali dove, nonostante il FN sia il primo partito del Paese, non ha eletto nessun presidente di Regione, bloccato da alleanze elettorali che non si sono mai trasformate in alleanze di governo, non impedendo così all’elettorato del fronte popolare di ridursi ma anzi facendone aumentare i consensi proprio a causa dell’inazione governativa. Casi diversi si sono avuti invece in alcuni comuni, tra i quali Bordeaux, governata da uno dei possibili competitor del 2017, il centrista Alain Juppé garantendo invece una governabilità e un consenso ampio.

Ma quale modello alternativo propongono i due autori per smetterla con le conneries di governi minoritari? Per prima cosa i due oltrepassano il Reno e ci raccontano che nella florida Germania, motore dell’economia europea e modello di stabilità politica, il non aver mai ceduto alle lusinghe della governabilità ha garantito crescita, consenso e lo sviluppo di una leadership, interna ed esterna, all’ascesa di una premier forte e riconosciuta come la Merkel (incommensurabilmente più potente di qualunque Sarkozy o Hollande). Dunque il proporzionale come primo vero strumento per ridare rappresentanza al consenso del Paese. Questa la prima gamba del progetto, la seconda invece, sempre sul modello tedesco, è la fine dell’ostracismo verso i governi di coabitazione tra destra e sinistra, gli unici, secondo gli autori, in grado di garantire il rispetto della vera maggioranza politica del Paese, bloccare su basi politiche e non tecniche i populismi e costruire una vera e nuova classe dirigente, improntata sul rispetto reciproco. Dunque questo significherà la fine di destra e sinistra? Tutt’altro. In Germania nessuno ritiene il programma elettorale della CDU-CSU sovrapponibile a quello della SPD, ma proprio a partire da quelle differenze hanno saputo mettersi insieme, conclusa la campagna elettorale, per il bene del Paese. Per i due autori il governo di coalizione non deve essere il modello unico possibile, ma nemmeno essere una possibilità da escludere a priori e anzi, nella situazione attuale della Francia, uno dei pochi in grado di garantire la governabilità e persino la nascita di un leader forte e autorevole, capace di drenare consenso ai populismi montanti. Insomma anche il mito dell’uomo forte, del capo, che è tale in base alla tecnicalità elettorale e non grazie al consenso è ormai giunto al termine e proprio nella patria di De Gaulle e Mitterrand. Premessa non piccola a tutto questo, pensando soprattutto ai nostri governi di larga coalizione, è che la campagna elettorale prima o poi termini e che l’obiettivo di tali governi non sia la maggioranza tecnica minima per sopravvivere in Parlamento ma una raccolta di forze largamente maggioritarie nel Paese. Il libro certo, è scritto prima della stagione degli attacchi terroristici che hanno colpito la Francia e non tiene pienamente conto delle difficoltà della grosse koalition tedesca ad arginare il populismo in Germania; elementi questi, probabilmente, che concorreranno a rendere ancora più inverosimile la proposta dei due autori che, se avessero ragione e non fosse accolta la loro idea, porterebbe la Le Pen all’Eliseo non nel 2017 ma inevitabilmente nel 2022.

Aldilà della condivisione delle tesi contenute, il libro non è una provocazione politica se non nel titolo ma una riflessione improntata al lungo periodo (cosa talmente rara ormai da rendercelo caro solo per questo) e assolutamente non di parte. Più in generale quello che mettono in discussione i due autori, trovando quindi un senso anche per noi italiani, è la fine del mito della governabilità a tutti i costi. Il mantra degli ultimi 25 anni, al cui altare abbiamo sacrificato quasi tutte le istituzioni, elevato al potere uomini forti che si sono rivelati (e si rivelano) terribilmente deboli al momento di trasformare le lusinghe elettorali in azioni di governo. Forse questo libro, il dibattito sul proporzionale nato in questi anni Inghilterra, e altri movimenti che da sotterranei diventano via via più evidenti fanno preannunciare una nuova stagione politica continentale che riporti in auge i parlamenti, le assemblee, piuttosto che i governi forti, che forti non sono stati affatto. In tale contesto, il nostro Paese, potrebbe scontare l’ennesimo ritardo decennale visto l’attuale dibattito sulla riforma costituzionale (comprensivo delle non proposte del fronte del No) tutta incentrata sulla governabilità e sulla frase ad effetto di “conoscere la sera stessa delle elezioni chi ci governerà”. I cugini francesi ci suggeriscono invece la virtù della pazienza, di attendere pure qualche ora, se questa ora in più dovesse significare la garanzia di un governo davvero efficace e realmente rappresentativo della maggioranza del Paese. Ecco quindi che la discussione sul proporzionale potrebbe avere qui da noi un altro senso, non nostalgico ma anzi di prospettiva e non stupisce che questa apertura venga da Berlusconi. Il libro oggetto di questo articolo fu infatti recensito con largo plauso, da Giuliano Ferrara sulla prima pagina de il Foglio. Un Ferrara che a differenza del suo successore alla guida di quel giornale (il quale aspirerebbe ad esser per Renzi ciò che Ferrara è per Berlusconi, non capendo la differenza abissale tra i due in quanto a capacità di farsi consigliare da altri) continua ad essere consigliere scomodo ma ascoltato. Con la speranza che tutti quanti la smettano con le conneries, naturalmente.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.186 del 24 settembre 2016.

La parola lavoro

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Come siamo passati dal lavoro che nobilitava l’uomo a questi nostri tempi in cui la parola lavoro ha ormai assunto un valore se non negativo almeno pauroso? Questa è una delle domande che si fa Stefano Massini, drammaturgo e consulente artistico del Piccolo di Milano, dovendo descrivere la parola lavoro per un piccolo ma interessante volume edito da il Mulino. Massini non si sveste dei panni dell’uomo di teatro per affrontare il lavoro ma, anzi, sfrutta proprio questo punto di vista “laterale” per osservare il lavoro senza il tecnicismo dei professionisti. Un punto di vista che molto apprezza chi, come chi scrive, di lavoro si occupa di professione. Perché lo sguardo di Massini non indulge alla polemica politica, non si abbassa alla norma, al contratto; no Massini indaga il lavoro a partire dalla parola che lo definisce. Dal suo senso, dall’effetto che fa. Dal lavoro che era riscatto, realizzazione almeno sino alla generazione di mio padre al lavoro che è angoscia (di trovarlo, di non perderlo) o tutto ciò che si frappone al “tempo libero”, unico vero momento di realizzazione di se stesso. Massini riflette sulla rappresentazione di noi, sulle nostre foto postate sui social e da questo collega come un filo invisibile prima ma evidentissimo poi il fatto che sempre più il lavoro dimentichi l’italiano (anche quando esso ha i termini adatti) per spostarsi sull’inglese. Effetto della globalizzazione certo, ma anche forse di una certa vergogna. Oltre naturalmente all’effetto cortina fumogena. Volete mettere quanto sia più comunicativo annunciare un jobsact piuttosto che un piano lavoro? Ma qui è il “tecnico” del lavoro a prendere il sopravvento, Massini, state sereni, non indulge in tutto ciò e anzi volge il proprio sguardo al futuro, al lavoro che va oltre la macchina e vede affacciarsi vere e proprie intelligenze artificiali. Un futuro tutt’altro che remoto, in cui ad essere minacciati non saranno soltanto operai ma anche gli “intellettuali”. Per tornare all’oggi la meccanizzazione e l’informatizzazione del settore dei servizi, quello per capirsi che ha fatto da bacino per l’eccedenza di manodopera non specializzata espulsa dal mondo della produzione, sono dietro l’angolo e porranno a breve un problema per le nostre economie occidentali. Quelle che hanno delocalizzato la produzione, si sono raccontate che tutti avremmo potuto fare i “creativi”, gli ingegneri o i programmatori, ma che poi sfamano la larga parte di sé stesse, numericamente parlando, nei cosiddetti settori ad alta intensità di manodopera. Il lavoro quindi come rappresentazione degli incubi dei nostri giovani, così come era stato dei sogni dei nostri padri. E’ sempre Massini a venirci in soccorso rispetto a questo cambiamento, estraendo dalla valigia dei ricordi la schedina del totocalcio e cosa sognavano gli italiani compilando ogni settimana quella schedina e comparandola ai concorsi di oggi che già dal nome (uno per tutti “turisti per caso”) ci dicono che l’unico sogno rimasto è quello di fuggire dal lavoro.

Recensione apparsa sul n.178 di CulturaCommestibile.com del 10 luglio 2016