La parola che manca

Dal Nuovo Corriere di Firenze di oggi.

Alcuni giorni fa Matteo Renzi, promuovendo e preparando la tre giorni della Leopolda ha chiamato i suoi amici di Facebook a indicare quale parola avrebbero voluto trovare a quell’appuntamento.

Tante le risposte, la più frequente come notava anche Marzio Fatucchi sul Corriere Fiorentino era onestà. In buona posizione meritocrazia e futuro.

Assente, completamente assente, la parola Eguaglianza. Una delle triadi del motto rivoluzionario francese, pilastro della sinistra mondiale nel XX secolo. Una parola che ha mosso masse, dato speranza, battezzato anche tragedie ma declinato pure un futuro possibile per quell’umanità che si voleva mossa verso un avvenire migliore.

Una parola che ha molto a che fare, se declinata in eguaglianza delle opportunità come seppe dire e fare Tony Blair e il suo New Labour, con il tema della cosiddetta rottamazione. Perchè non c’è rottamazione possibile se gli ultimi resteranno ultimi, se non avranno le possibilità di dimostrare il loro valore e la loro bravura.

Ed è strano che questo tema sia così assente proprio qui in Italia, un Paese in cui la mobilità sociale è tra le più basse del mondo (non solo occidentale), in cui persistono corporazioni che assomigliano più a caste che a categorie, in cui il destino dei figli è segnato troppo spesso dal mestiere dei padri.

Un paese in cui lo studio, le professioni, il lavoro ed anche la politica, sono quadri immobili e inaccessibili. Non c’è ricambio (generazionale e non ) se non c’è immissione di forze nuove, linfa nuova, voglia nuova.

Non è un caso se il sistema formativo degli Stati Uniti, principalmente privato e dove peraltro si applica da secoli la cooptazione come metodo di selezione, applica con micidiale efficienza il sistema delle borse di studio per i meno fortunati ma più talentuosi, fino a farli diventare persino Presidenti.

Ecco perchè alla Leopolda e in tutti i posti in cui la sinistra prova a ricreare sé stessa, mi piacerebbe che questa parola antica eppure così moderna risuonasse come faro di futuro.

Il concetto del favore

L’aggressione a Bonanni avvenuta alla festa nazionale del PD di Torino è certamente un fatto grave, esecrabile, da non sottovalutare.

Tuttavia la lettura maggioritaria dei commenti all’episodio da’ un interpretazione circa “l’utilità” del gesto operato dagli esponenti dei centri sociali torinesi.  Soprattutto a sinistra si è affermato che l’attacco di Torino avrebbe, di fatto, favorito la destra e indebolito la sinistra e i lavoratori. Un modo di vedere le cose che ricorda più un riflesso pavloviano che un vero e proprio ragionamento. Infatti questa argomentazione, per certi versi giusta si badi bene, presuppone che i soggetti rappresentati nell’aggressione giochino tutti la stessa partita. In realtà non è così, gli estremisti che hanno aggredito Bonanni, non giocano secondo le categorie Pd/PdL contestano quel sistema non una sua parte. Dunque il gioco del cui prodest non può essere a loro imputato, anzi il fatto che la loro azione non giovi alla sinistra istituzionale finisce per essere un corollario positivo all’azione anche se magari non cercato direttamente. Rivolgersi a loro con funzione pedagogica non ha effetto alcuno, perchè il ragionamento dell’estremismo è estraneo al sistema di ragionamento che adotta la sinistra istituzionale. Rischia invece di suonare indulgente nei loro confronti (come l’intervista al padre della ragazza che la dipinge quasi come una boyscout dei centri sociali), al pari dello sciagurato “compagni che sbagliano” di tremenda memoria. Serve, oltre alla condanna del gesto, capire che la contrapposizione, il conflitto, riguardano il sistema, la politica, e non lo schieramento, la parte politica; che inpedire ulteriori salti di qualità necessita, oltre che di servizi d’ordine, di risposte politiche ai disagi che quell’estremismo nutrono e/o usano come alibi.

Sbagliare le analisi per fatica e consuetudine è un buon modo di peggiorare le cose, cercare di fermarsi a capire un salutare esercizio e spesso l’unico modo di cambiare le cose.

Costi (europei) della politica

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 29 luglio 2010.

Mentre da noi si sbraita (senza costrutto) sui costi della politica, sulle riduzioni degli stipendi dei parlamentari, in Francia, colpita da un affaire che riguarda presunti finanziamenti irregolari al partito del presidente Sarkozy, il principale quotidiano del Paese, Le Monde, ha realizzato un inchiesta su come si finanziano i partiti nel continente europeo.

Il quadro che è esce è molto frastagliato, a partire dalla stessa Francia dove l’assenza di validi strumenti normativi ha reso possibile, negli anni, numerosi scandali legati a finanziamenti occulti ai partiti.

In Spagna, per esempio il finanziamento è, per la maggior parte pubblico, proporzionale al risultato delle ultime legislative. Si tratta di circa 140 milioni di Euro ogni anno per il funzionamento ordinario dei partiti , più rimborsi elettorali in funzione dei seggi, del numero di votanti e di iscritti.

Completamente opposto il caso inglese in cui le sovvenzioni sono essenzialmente private. Gli aiuti dello Stato si concretizzano in spazi televisivi regolamentati, agevolazioni postali e la messa a disposizione di luoghi per fare riunioni. I contributi privati devono essere divulgati solo se superiori alle 5.000 sterline (circa 6.000 Euro),mentre esistono severi tetti di spesa alle campagne elettorali.

Stranamente opaco il sistema svedese che non obbliga i partiti a rendicontare l’origine dei loro fondi, tuttavia i partiti pubblicano autonomamente questi dati.

In Germania invece non esistono limiti al finanziamento privato che anzi è particolarmente invogliato dalla detassazione di tali somme. I contributi superiori a 50.000 Euro sono pubblicati dal sito del parlamento mentre quelli inferiori non subiscono alcun controllo. Nonostante lo scandalo dei fondi neri alla CDU di Helmut Kohl, il sistema non pare capace di garantire la necessaria trasparenza.

E in Italia? Se per una volta il nostro Paese può dirsi in buona compagnia con gli altri partner europei, bisogna riconoscere che da noi, al solito, le cose sono ancora più complicate.

Intanto non dovrebbe esistere, stante il risultato di un referendum abrogativo, alcun finanziamento pubblico ai partiti. E infatti dal 1994 si chiama rimborso elettorale. Ora, il termine rimborso, implicherebbe che uno spende dei soldi e questi vengono restituiti. Non è così però che funziona; infatti ogni formazione politica che ottenga l’1% (era il 4% fino al 2002) dei voti validi alle elezioni partecipa alla ripartizione dei fondi che sono calcolati non sul numero dei votanti ma degli aventi diritto. Tanto per dare due cifre l’impegno di spesa per la penultima legislatura è di 468.853.675 Euro.

Accanto a questo quasi nulli i controlli ai fondi privati. Esiste una modesta detassazione per i contributi superiori ai 500 Euro ma nessun obbligo stringente sui bilanci dei partiti. Discorso a parte la sovvenzione pubblica alla stampa di partito che, in realtà, più che sovvenzionare i partiti tiene in vita molti dei quotidiani in edicola.

Infine pochissimi sanno che è possibile donare il 4 per mille del proprio IRPEF anche ai partiti politici.

Il fatto che nessun partito abbia mai fatto una campagna di comunicazione su questo tema dimostra come ci sia, all’interno dei partiti stessi, la consapevolezza di non essere in sintonia col Paese su questo tema.

Forse non avevo troppo torto.

Quando scrissi, durante le primarie per la scelta del candidato sindaco del PD di Firenze, che lo slogan di Matteo Renzi, Prima Firenze, mi ricordava terribilmente l’America First di McCain e che mi sembrava uno slogan “di destra” (nel senso di una rassicurante chiusura identitaria) suscitai subito ampie critiche da parte degli spin doctor di Matteo.

Oggi, grazie ad Europa, scoprendo il blog di comunicazione politica nomfup vedo che la versione declinata al regionale di Prima Firenze è lo slogan del candidato alla presidenza della Regione Veneto della Lega Nord Zaia chd declina Prima il Veneto proprio come difesa identitaria. Segno che la mia lettura dello slogan era, seppur così non fosse certo nelle intenzioni degli ideatori, possibile e anche piuttosto facile.

(AVVERTENZA: prima che, come mi è successo altre volte, qualcuno si senta offeso, tengo a precisare che dire che uno slogan sembra di destra non significa dire che uno sia di destra o attui necessariamente politiche di destra. Così come scrivere questo post non significa  fare opposizione a chicchessia.)

E a chi manca il tonno?

Pippo Callipo è un imprenditore calabrese famoso per il suo tonno ma anche per essere uno dei simboli della Calabria che non si piega alla ‘ndrangheta e che riesce comunque ad avere successo.

Una bella figura indubbiamente e, come spesso capita, un simbolo che a un certo punto viene chiamato/sente il bisogno di portare la sua esperienza nella cosa pubblica. E’ accaduto altre volte, talvolta bene, talvolta male.

Callipo dunque non è nè il primo nè scommettiamo l’ultimo imprenditore che, ad un certo punto, si candida a governare una regione. Lo fa appoggiato da una coalizione piuttosto eterogenea che tiene dentro Italia dei Valori e Radicali e, si dice, una bella parte di scontenti del PD (tanto che il vincitore delle primarie calabresi del PD, Loiero,  gli aveva subito offerto la vicepresidenza). Ma quale che sia la sua sorte elettorale Pippo Callipo è in campagna elettorale e, si sa, le campagne elettorali costano.

Quello dei costi della politica è un tema annoso, spesso trattato con superficialità e populismo,  perso tra troppe leggi non chiare e un modo di fare, diciamo, piuttosto casual di tutti i soggetti implicati. Insomma per capirci la rendicontazione delle spesse è spesso una formalità a fronte di un “sommerso” enorme e , sia per mancanza di adeguate detrazioni fiscali sia perchè in Italia la pubblicità non piace, le contribuzioni alle campagne elettorali restano quasi sempre sconosciute.

Un tema serio in cui pochi, spesso i radicali, provano a fare qualcosa di concreto, per esempio l’anagrafe dei compensi degli amministratori pubblici.

Insomma in questo guazzabuglio il buon Callipo se ne esce con l’affermazione che la sua campagna elettorale sarà interamente finanziata da sè medesimo. E, in un intervista questa mattina, prevede una spesa di 300.000 Euro per la sua campagna.

Callipo giustifica questa scelta dicendo che in questo modo sarà più libero e non avrà pressioni né “doveri di riconoscenza” verso chi lo ha finanziato. E fin qui tutti, di primo acchito, abbiamo pensato che, in una terra collosa come la Calabria, questo non possa che essere un bene. Ma poi, se ci fermiamo a riflettere ci appare subito un’enorme mostruosità.

Cioè, se il modello Callipo fosse l’unico modo di poter far politica onestamente e liberamente, l’accessibilità alle cariche pubbliche sarebbe appannaggio solo di un parte minima (direi infinitesimale) della popolazione italiana, cioè di quelli che possono permettersi di “far transitare dal proprio conto corrente a quello del comitato elettorale” (il virgolettato è  di Callipo) 300.000 € senza alcun problema.

E gli altri? per esclusione sarebbero tutti dei mafiosi o dei prestanome di questi ultimi.

La differenza tra il populismo e la democrazia liberale sta tutta qui. I primi ammantano di democrazia una progressiva limitazione delle libertà effettive, reali, della popolazione; i secondi immaginano regole chiare e comportamenti trasparenti che fanno sì, attraverso la pubblicità, che se qualcuno riceva un contributo da qualcun’altro lo dichiari, lo esponga al giudizio e sia libero non per proprie risorse ma perchè la forza della collettività e del “sistema” lo rendono libero.

Non c’è due senza tre

In Emilia Romagna il PCI/PDS/DS prima e il PD poi governa ininterrottamente la Regione dalla sua fondazione nel 1970. Larga parte dei comuni e delle provincie della regione, a partire dal capoluogo Bologna, sono stati governati dal PCI/PDS/DS e poi dal PD quasi sempre dal 1945 in poi. Quando il capoluogo passò nelle mani del centrodestra grazie a Guazzaloca, era il 1999, fu un evento inimmaginabile e comunque quella della destra fu una parentesi (almeno sinora) quinquennale in sessant’anni di storia repubblicana bolognese.

Il PD alle ultime europee ha ottenuto il 38,9% segno che, come notava correttamente Galli della Loggia nei giorni dell’affaire De Bono, con la fine della prima Repubblica la tradizione ex comunista e quella democristiana di sinistra avevano creato un unicum che, di fatto, aveva reso quella l’unica classe dirigente possibile per quella realtà (cosa che, secondo il professore, aveva però finito per far credere a quella classe dirigente di essere al di sopra dei giudizi morali e politici).

Ora in siffatte condizioni il PD, fosse solo per consuetudine ed inerzia, governa (anche senza volerlo) praticamente qualunque cosa. Dalle amministrazioni, alle confederazioni, dai sindacati alle aziende pubbliche, esprime centinaia se non migliaia di dirigenti, quadri, manager.Una regione che, tra l’altro, esprime anche il segretario nazionale del PD.

Ecco in una situazione di questo genere il PD ricandida per il terzo mandato il Presidente della Regione Vasco Errani.  Una candidatura che, aldilà dei meriti e delle capacità dell’uomo, pone non pochi interrogativi di opportunità. Già perchè esisterebbe in questo Paese una legge dello Stato che pone come limite di due mandati quelle figure monocratiche, quali sindaco, presidente della Provincia e, appunto, della Regione alla ineliggibilità degli stessi. Ma la norma, si sa, va interpretata e il PD emiliano, così come il PDL lombardo per Formigoni, la interpreta in modo favorevole alla rielezione di Errani.

Poco importa che la maggior parte dei giuristi italiani affermi che invece la norma si applichi proprio alle figure di Errani e Formigoni e poco importa che il risultato (dato che i due sono dati per strafavoriti) possa essere sottoposto al giudizio della magistratura amministrativa. Si sa anche  che in casi come questi è già pronta la leggina, bypartisan naturalmente, che sanerà a posteriori, la questione.

Ma aldilà degli aspetti legali restano tutti quelli politici. Resta il fatto che in Emilia Romagna col 38,9% il PD non trovi un assessore regionale, un sindaco, un parlamentare, un segretario persino un passante per sostituire dopo 10 anni il presidente della Regione; di più non ponga nemmeno una riflessione (almeno a livello nazionale) sull’oppportunità di sfidare una norma dello Stato e che, nel caso si decidesse a sfidarla, lo faccia a viso aperto motivando politicamente la scelta e affrontando per esempio la questione del limite di mandato, per esempio, proponendo la modifica della legge e dicendo che, per il PD, è una cosa sbagliata quella norma.

Invece no, si ricandida Errani nel silenzio generale, dando per scontata la cosa. Magari facendo spallucce e difendendosi con il dire che non c’era niente di meglio (col 38,9% dei consensi) oppure, un po’ più sinceramente, dicendo “ma a Errani se non gli facciamo fare il Presidente non possiamo offrirgli nient’altro”. E il PD lo fa mentre contemporaneamente pone, sacrosantamente, il tema della legalità e della pulizia del Paese.

In tutto questo anche l’integerrima IDV, ancor prima della “svolta di Salerno” dipietrista, non trova nulla da ridire, così come il resto degli alleati.

Gli emiliani avranno dunque per almeno un quindicennio un buon presidente di Regione e un partito egemone che li amministrerà fondamentalmente bene, ma che spaccerà loro la sua Ragion di Stato per Senso dello Stato.

Con quella faccia un po’ così

E’ stata la faccia contenta di Emma Bonino che usciva dal colloquio con Bersani. Una Bonino raggiante, distesa. E’ stata quella faccia a convincermi che stavolta i radicali ci credono. Sì perchè il gesto, tatticamente perfetto, di candidare la Bonino nel vuoto pneumatico delle candidature PD in una regione che lo stesso PD dopo il caso Marrazzo dava in bilico o peggio, aveva il segno della radicalata. Un grande gesto, una grande persona, un gran coraggio; un alta possibilità di ottenere un rifiuto e quindi di fare la vittima e incassare così un dividendo politico per sè e la lista Pannella Bonino, che dopo l’esclusione dal parlamento europeo, rischiava la propria sopravvivenza politica ed economica.

Dunque all’inizio, sinceramente, un po’ ho pensato che si trattasse dell’ennesimo colpo di genio del buon Pannella. Uno capace  di prodezze che ti lasciano a bocca aperta, che mandano in estasi la critica (meno il pubblico) ma che poi non influiscono sul risultato della partita, anzi talvolta sono producenti come le palle perse da Melo di fronte alla difesa della Juventus quest’anno.

E vedere il PD e Bersani che tergiversavano (sai la novità) e i radicali che di fronte alle seppur timide aperture del segretario rilanciavano col tavolo nazionale mi faceva pensare che della solita trama si trattasse. Io mi candido, voi mi dite di no, io a questo punto corro da sola, vi apro un emorragia di voti che ve la sognate, perdiamo tutti le elezioni ma intanto ribadisco la mia esistenza politica.

E invece, e invece pare che il PD, per scelta o per contrarietà, pensi proprio che la candidatura della Bonino possa essere quella giusta per farcela e la faccia della Bonino pare essere quella di una candidata convinta e convincente che vuole davvero provare a vincere e tenere insieme una coalizione. I meriti,  le capacità e la politica non gli mancano per essere un’ottima candidata del centrosinistra (speriamo non troppo ampio) laziale.

Tuttavia a questo punto Emma e i Radicali devono ancora fare un salto di qualità. Sono chiamati, per la prima volta mi pare, ad essere guida e faro della coalizione. Ad avere, si dice dalle mie parti, il boccino in mano. E questo non è cosa da poco per un movimento politico che è stato leader ma in altre fasi storiche e in contesti, quelli referendari, così diversi per durata e limitatezza di obiettivi. Costruire, legare e governare una coalizione prima, durante e (si spera) dopo il voto è affare lungo, spesso noioso e molto, ma molto, frustrante. Così come governare e amministrare una regione.

Per questo servirebbe sgombrare il campo da tutti i dubbi e i retropensieri. Sì perchè ho sentito la Bonino rispondere a radio radicale (e dove altrimenti?) sulla storia delle primarie che lei non è disponibile a farle adesso ma che se ne può parlare per quelle del 2013 per scegliere il leader del centrosinistra alle elezioni politiche. Lo so, si trattava di una battuta, ma a me ha comunque messo un brivido. Se candidatura per il centrosinistra nel Lazio sarà, la Bonino dichiari che intende fare il governatore del Lazio per l’intera durata della consiliatura e che non utilizzerà quella carica come trampolino per altro in quel periodo di tempo. Non serve solo (e forse poco) a tranquillizzare l’elettorato ma soprattutto serve a far capire alla sua coalizione che ella intende esserne principe e non solo autista di autobus.

Infine altro punto stavolta rivolto a tutti i radicali. Se con Bersani è stato necessario mettere in campo un discorso che avesse una valenza nazionale e che dunque la posizione del Lazio è legata al rapporto tra PD e lista Bonino Pannella, per l’amor del cielo bloccate la candidatura Toscani in Toscana. Primo per le dichiarazioni folli (d’altra parte la qualità prima di Toscani è proprio la follia) di Toscani stesso verso il PDL per chiedergli di sostenere la sua candidatura proprio contro il PD. E’ un po’ difficile chiedere un rapporto nazionale e poi candidarsi contro nella regione in cui il PD prende più voti; per far ste cose bisogna avere la faccia di gomma dell’UDC, mica la faccia allucinata di Toscani. Secondo pensare di combattere il “regime finto partitocratico” in Toscana alleandosi col PDL toscano e candidando Toscani visto che entrambi con quel regime hanno molto a che fare è, per dirla con le parole del compagno Ciuffoletti, una di quelle cose che dovrebbero almeno far venire un po’ di (San) rossore.

Non ci sono più gli attentati di una volta (e non è necessariamente un male).

bresci

Fossimo ancora nella prima Repubblica, tre quarti dei commenti di questi giorni verrebbero bollati, dalla classe politica, dai giornali, dai media, come irresponsabili.

Di qualunque colore politico fossero gli osservatori tutti troverebbero queste affermazioni indegne di una classe dirigente, fosse pure di una che aspira ad esserlo.

E lo direbbero anche adepti di idee (e ideologie) teoricamente violente, capaci di sovvertire l’ordine costituito o di minacciarlo seriamente. Eppure nessuno di essi, proprio forse perchè consapevole della propria  capacità di generare violenza, avrebbe trovato comprensibile accarezzare per il verso del pelo il popolo (o la propria quota parte di popolo).

In fondo c’era, per dirla con le parole di Michele Serra, la consapevolezza che essere classe dirigente significava essere due passi avanti chi si voleva dirigere (e sperare naturalmente che quella fosse la direzione giusta).

Oggi, dove l’esasperazione del contatto, della rilevazione in tempo reale, ha preso il soprravvento; nessun leader ha il coraggio di prendere per mano e indicare la direzione aldilà dell’interesse del prossimo rilevamento statistico.

Una sondaggiocrazia in cui di sola tattica vive e che ha perso la consapevolezza della capacità di creare, la fuori, reazioni anche imprevedibili. E’ come se finita la contrapposizione ideologica, la politica italiana avesse considerato chiusa per sempre anche la contrapposizione violenta che ha dissanguato, quasi giorno per giorno, il Paese negli anni 70/80.  Paradossalmente la fine della violenza vera ha generato la contrapposizione urlata degli anni 90 e duemila. Al diminuire (fortunatamente) dei morti per strada si è assistito all’aumentare della irresponsabilità declamatoria. Parole come “guerra civile”, “scontro”, “contrapposizione” hanno acquisito cittadinanza ovunque nel dibattito politico.

Così come gli inevitabili inviti a “abbassare i toni” a “superare il clima d’odio”. Un teatrino quotidiano certo meno cruento e luttuoso dello scontro terroristico o golpista che il Paese ha vissuto ma che ha, di fatto, impedito al paese di progredire, di riformarsi.

Oggi parlare di attentato di fronte al gesto di un folle è, guardando con gli occhi indietro, ridicolo se non fosse pericoloso. Non certo per l’entità del danno subito da Berlusconi che certo male è stato e male starà per il colpo subito. Nè per la genesi del fatto che ha dimostrato la fallacità del sistema di sicurezza intorno al presidente del consiglio (e non è la prima volta) e per la gravità del gesto in sè.

Ma parlare di clima d’odio, cercare i “mandandi morali” (ma non è bastato il lutto che tale espressione ha già generato in passato?) per il gesto di una persona disturbata significa solo dare ragione a Marx nel dire che la storia si ripropone sempre due volte e stavolta ci è taccata la farsa.

Così come Di Pietro e la Bindi che stuzzicano la pancia del prorio “popolo”, abdicano al loro ruolo dirigente (diciamo che per Di Pietro si tratta di una costante) e si accomunano  ai gruppettari irresponsabili più a che degli statisti europei.

La seconda repubblica è, storiograficamente parlando, una creatura mai nata visto che nessun sovvertimento dell’ordine repubblicano è intervenuto negli anni 90, tuttavia è in giorni come questi che si avverte la necessità e l’urgenza che qualcosa intervenga (e velocemente) per toglierla di mezzo e dar vita finalmente a un Paese che mi accontenterei fosse “decente” visto che normale non sa essere.

La fantasia al potere dimentica il Diritto e gli ultimi.

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L’intervista a Daniel Cohn-Bendit (che trovate qui) sul caso Battisti è imbarazzante. E’ imbarazzante e indecorosa. Non perchè difenda Battisti  ma per le motivazioni che adduce.

In sostanza Cohn Bendit dice che Battisti non dovrebbe essere estradato nel nostro Paese perchè è stato processato in contumacia, il diritto italiano non è quindi garantista come quello di altri Paesi europei e perchè la situazione delle carceri italiane è deteriorata.

Che sono poi i “presupposti” che per anni hanno dato una parvenza di legittimità alla cosiddetta Dottrina Mitterand, quella regola non scritta per cui la Francia ha violato per anni tutti i trattati europei sulla giustizia e l’estradizione garantendo “asilo” a chi si era macchiato di reati ,anche di sangue, per “motivazioni politiche” in altri Paesi a patto però che non colpissero interessi o cittadini Francesi.

Ora Cohn-Bendit dovrebbe sapere che proprio  la Francia, con ben due sentenze (proprio sul caso Battisti) ha dichiarato inconsistente la Dottrina Mitterrand (espressa dal Presidente a un convegno della Lega per i Diritti dell’Uomo e mai codificata in alcun modo) sul piano giuridico e demolendo le presunte argomentazioni. Infatti sia la Corte di Cassazione di Parigi che il Consiglio di Stato hanno affermato che non sta ai giudici francesi censurare o giudicare la magistratura italiana e che l’ordinamento giudiziario italiano è analogo, in quanto a garanzie, a quello francese.

Anche la questione della contumacia, dovrebbe sapere M. Cohn-Bendit, è stata affrontata in Francia e non in Italia, tanto da dover essere cambiata la normativa in materia proprio su richiesta del Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo che ha ravvisato nella procedura francese (che non permetteva all’imputato contumace di avvalersi di un legale) un minus di garanzie.

Questo sul piano formale. Ma su quello sostanziale? Battisti non è stato processato in contumacia perchè impegnato e il tribunale non gli ha riconosciuto un legittimo impedimento. Egli si è reso irreperibile alla giustizia. Anzi una prima volta è evaso da un carcere italiano e poi è scappato dalla Francia al momento in cui il tribunale di Parigi (che Cohn Bendit pare rispettare a differenza di quelli italiani) ha concesso l’estradizione in Italia.

Si potrebbe anche discutere molto sulla natura “politica” dei reati contestati al Battisti ma non è questione la più importante. Quello che conta (e che dovrebbe contare anche per l’onorevole Cohn-Bendit) è che un tribunale della Repubblica Italiana, Paese membro dell’Unione Europea, ha riconosciuto colpevole Battisti per 4 (quattro) omicidi.

Che sconti la pena che lo aspetta. Che la sconti nei modi e nelle forme previste dalla Repubblica Italiana. Poco m’importa che sia cambiato fuori dal carcere. Avrà gli strumenti per dimostrare il ravvedimento nel sistema penitenziario italiano. E se gli saranno negati sarò io tra i primi a lottare per i suoi diritti.

Infine sullo stato delle carceri italiane. Certo il problema c’è ed è urgentissimo e drammatico. Per questo chiedo a Cohn-Bendit di manifestare per la morte di Stefano Cucchi, del ragazzo morto a Sollicciano e di quel poveraccio che si è suicidato ieri perchè non gli avevano ancora comunicato che doveva essere scarcerato.

Trovi un po’ di quella Fantasia che nel ’68 voleva al potere M. Cohn-Bendit e lotti per questi e tutti i poveracci che stanno in carcere in attesa di giudizio, in condizioni disumane. Lotti per gli ultimi e non per i suoi amichetti.

L’addio di Rutelli al PD

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C’è un pezzo nella lettera di addio di Rutelli al Pd, pubblicata oggi da Europa, che mi ha molto colpito.

E’ questa: “Capisco che per alcuni di voi, assuefatti al realismo delle relazioni partitiche, il fatto che Bersani non mi abbia rivolto in cinque mesi neppure una telefonata (neanche quando gli ho inviato il mio libro con una dedica amichevole…) possa rientrare nel business as usual.
Ma è gravemente sbagliato. Chi è stato leale con me e, anche grazie a me, ha partecipato a un cammino importante, dimostra in questo modo una perdita di orientamenti fondamentali.”

Non discuto la scelta di Rutelli. Non la condivido, penso però sia molto meno opportunista di quanto la dipinga molta stampa progressista e di come la viva una larga parte del popolo del PD.

Quello che mi ha colpito della frase è il livello di rapporti interni a un partito. E’ una condizione che molto (ma molto) più in piccolo anche io ho vissuto sulla mia pelle.

Dunque la frase di Rutelli ci interroga sul fatto che un partito sia qualcosa di più di un luogo in cui si ricerca (legittimamente, correttamete) e si esercita il potere al fine di un progetto, una visione, un ideale. Ci ricorda che i partiti sono comunità di donne e di uomini uniti da quel progetto, quella visione, quell’ideale. E ciò ha valso in modo maggiore nella tradizione dei grandi partiti di massa novecenteschi, sia popolari che socialisti (si pensi alle strutture dopolavoristiche della SDP tedesca) che per i comunisti italiani e francesi (si veda su questo il bel libro Maisons Rouges di Marc Lazar).

Quello che appare del PD, sia dalla piccola visuale personale che dalla lettura delle cronache nazionali, è la mancanza del senso di coesione comune, come se la vacuità del progetto, della visione e  l’assenza dichiarata e perseguita dell’ideale avesse impedito la creazione di legami di solidarietà e vicinanza umana che racchiudano in un ideale abbraccio ogni militante, ogni iscritto e ogni dirigente. Cioè facciano dei luoghi, delle strutture e delle occasioni aggregative del partito luoghi in cui ci si senta tutti a casa propria.

Ho già scritto del senso di estraneità che ho vissuto in molte assemblee piccole e grandi del PD. Oggi riconosco quel dispiacere nelle parole di Rutelli a cui però non posso non imputare parte della responsabilità di questa degenerazione.

Egli è responsabile di aver cercato, come gli altri del resto, di sopperire alla definizione di un contesto valoriale comune con la creazione di contesti più piccoli (correntizzi?) di sodali e/o fedeli che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora il Pd ad ogni livello. Inevitabili nel contesto di una selezione interna fatta di un modello competitivo basato sulle primarie hanno finito per essere l’unico tratto distintivo dell’agire politico del PD.

Al congresso di Firenze ricordo un appassionato e umanissimo intervento di Massimo D’Alema rivolto a Fabio Mussi che usciva, insieme alla componente di sinistra, dai DS.  Ricordo la commozione dei due e dell’intera platea, ricordo che quella storia fatta anche di vecchie motociclette spiegava meglio di un saggio cos’era stato il PCI/PDS/DS.

Per questo ha sbagliato Bersani non a cercare di impedire a Rutelli di andarsene ma a dirgli che gli dispiaceva. E se non gli è dispiaciuto ha sbagliato due volte.