Il D’Alema dimenticato dal Kossovo.

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In questi giorni mi è capitato di leggere un volume, Nato’s Gamble, che ricostruisce le vicende della guerra aerea in Kossovo nel 1999. La prospettiva dell’autore Dag Henriksen , un giovane ufficiale della Reale Aeronautica Norvegese, è quella dell’uso del potere aereo come braccio armato della diplomazia dell’Alleanza Atlantica.

Aldilà del valore del libro, quello che mi ha colpito è stata la quasi totale assenza del nostro Paese nelle vicende narrate. Nell’indice delle occorrenze il lemma Italia ricorre solo due volte e dei nostri politici l’unico citato, per una sola volta, è Lamberto Dini all’epoca Ministro degli Esteri.

Eppure il libro non è scritto da un americano, seppure sia edito dall’U.S. Naval Institute Press, anzi si tratta della rielaborazione della tesi di Dottorato discussa dall’autore all’Università di Glasgow. Dunque un autore e una prospettiva europea. E difatti molta parte del libro analizza il ruolo (o il non ruolo) dell’Europa come entità autonoma e/o all’interno dell’Alleanza Atlantica. Proprio da quell’esperienza crebbe la consapevolezza della necessità di una voce unica del continente in politica estera e, non casualmente, l’allora chairman della Nato, Solana, divenne il primo rappresentante della politica estera europea.

Invece nel nostro Paese, all’epoca, la nostra partecipazione all’operazione Allied Force fu assai enfatizzata e, i sostenitori, utilizzarono proprio il ruolo del nostro Paese all’interno della NATO come elemento a sostegno della partecipazione attiva all’operazione.  Anzi l’activation order (l’ordine di mobilitazione delle truppe) fu usato come argomento principe per respingere la richiesta di Romano Prodi di nuove elezioni al momento della sfiducia da parte di Rifondazione Comunista al suo governo. Cosa accade è storia nota, alla fine grazie alla scissione dei Comunisti Italiani e all’appoggio di Cossiga Massimo D’Alema divenne Presidente del Consiglio.

Quell’intervento lacerò e divise soprattutto la sinistra italiana. Con parlamentari al governo che visitarono “il nemico/compagno” Milosevic  sotto le bombe, manifestazioni pacifiste contrapposte a manifestazioni interventiste che si alternavano a seconda della fase politica e un premier, che sul ruolo dell’Italia in Kossovo giocò tanta parte della legittimazione interna ed internazionale degli anni a venire. Il ruolo strategico di ponte verso i Balcani, il rapporto diretto con l’amministrazione Clinton, l'”internazionale socialista” che governava gran parte del continente. Insomma grazie a D’Alema il Paese era entrato nel club ristretto di quelli che contano.

Oggi però, leggendo Henriksen, di tutto questo non c’è traccia.  Ma anche sfogliando il poderoso volume di Joe Pirjevic (Le Guerre Jugoslave, Einaudi)  il nostro ruolo ne esce piuttosto ridimensionato.

Volendo azzardare un perché a questo nostro scarso peso (almeno nella storiografia) mi viene in mente un’altra parte del dibattito di quei giorni. Cioè quella parte riguardante il ruolo militare dell’Italia nelle operazioni.

Forse qualcuno si ricorda l’espressione “difesa attiva” coniata per l’occasione per i nostri aerei.  Il che significò tutto e il contrario di tutto. L’opinione pubblica non seppe mai davvero se i nostri aerei avevano regole d’ingaggio diverse da quelle degli altri Paesi membri dell’Alleanza e quindi partecipavano solo ai pattugliamenti difensivi, oppure se parteciparono alla più massiccia campagna di attacchi aerei dopo la seconda guerra mondiale calcando l’accento più sull’attiva che sulla difesa.

Quella dell’ipocrisia delle reali funzioni dei nostri militari nelle operazioni fuori aerea è un tema che ci accompagna almeno sin da Beirut 1982 e che crea ai nostri militari imbarazzi e reticenze. E che probabilmente penalizza il nostro Paese nel circolo di quelli che contano, insieme a uno strumento militare che fatica a mettersi al passo coi tempi e a restare up to date.

E non si tratta di un problema di colore politico. Oggi, col centrodestra al governo, nonostante La Russa vestito da TopGun, i nostri Tornado in Afganistan (peraltro ne abbiamo mandati solo 2) sono lì ufficialmente solo per compiti di ricognizione. Ma è stato così per l’invio di blindati, carri armati ed elicotteri da combattimento in quasi tutti i teatri: ex Jugoslavia, Somalia, Libano, Afganistan e Iraq. Oscillando tra il “si fa ma non si dice” e le varie versioni della “difesa attiva”.

Siamo l’unico Paese al mondo in cui il Parlamento discute non sulle regole d’ingaggio generali (all’interno del contesto di alleanze definito) per le proprie truppe ma sull’uso del cannoncino Mauser di cui sono dotati i Tornado. Ci manca solo che i piloti prima di decollare chiedano l’autorizzazione alla competente commissione parlamentare piuttosto che alla torre di controllo.

Per non parlare poi delle polemiche sull’uso “facile” di fondi speciali per impedire/trattare per i rapimenti in Iraq o gli accordi presunti con i signori della guerra in Somalia che portarono a una crisi col comando Usa senza precedente, fino alle ultime polemiche sollevate dal Times sul nostro contingente in Afganistan. Anche ammettendo per certo che si tratti di pure invenzioni in tutti i casi non è forse necessario chiedersi il perché tutte le volte sorgano storie del genere? E’ ancora la retorica britannica della seconda guerra mondiale degli italiani pessimi soldati? Oppure le nostre ipocrisie e oscillazioni aiutano a costruire questo pregiudizio?

Peseranno queste considerazioni sulla scelta del prossimo responsabile della politica estera e di difesa dell’Unione Europea? Probabilmente sì ed è forse anche per questo che la candidatura, ormai ufficiale, del governo italiano di Massimo D’Alema riscuote così poca fortuna sia sulla stampa internazionale che tra i bookmakers inglesi. E forse, più che l’inesistente inciucio travaglista tra D’Alema e Berlusconi, all’ex premier costerà cara la politica bi-partisan della difesa attiva.

Stelle gialle e calzini turchesi

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La discussione se la Democrazia italiana stia scivolando verso un regime autoritario è in atto in questo Paese da molto prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi (strategia della tensione, distinzione tra norme precettive e norme programmatiche della Costituzione, vari tintinnii di sciabole, leggi speciali sul terrorismo) e in certi momenti della vita Repubblicana è ormai riconosciuto che il rischio di un sovvertimento dell’ordine democratico fosse più di una ipotesi di scuola.

Tuttavia gli anni che viviamo hanno immesso alcuni elementi pericolosamente sinistri nella nostra società. Una prassi di regime strisciante forse, in cui non si mettono in discussioni le forme della Democrazia rappresentativa ma si finisce per svuotarle di senso e significato. Una progressiva premierizzazione del Paese (a cui non è stato ne è immune il centrosinistra), che prima ha svuotato di senso le assemblee elettive locali con l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Provincia (anche per demerito e mancanza di capacità delle classi politiche locali incapaci di interpretare il nuovo ruolo che la Legge dava ai consigli) ed adesso il Parlamento che non muta la propria forma ma, con la nuova legge elettorale, avendo privato della rappresentatività elettorale i deputati li rende membri di bande devoti al capobanda che li ha fatti eleggere.

Ma quello che a me preoccupa di più è la costruzione di una opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa che ha molti tratti in comune con la costruzione del consenso nei regimi totalitari del novecento.

Si badi bene, non penso che la Storia si riproponga mai nelle stesse forme e nelle stesse modalità né, fino in fondo, penso che si ripeta una volta sotto forma di tragedia e l’altra sotto forma di farsa, ma credo che la comparazione tra alcune analogie sia fondamentale per chi ha a cuore il proseguo della Democrazia.

Alcuni fatti di questi giorni sono, a mio avviso, particolarmente significativi. Innanzitutto le arringhe dei due legali del premier durante il dibattimento sulla legittimità costituzionale del cosiddetto Lodo Alfano. L’argomentazione usata era, mi scuseranno i legulei per la sintesi e la non precisione, che de facto il premier è eletto direttamente dai cittadini e che quindi questa legittimazione popolare lo mette al di sopra dei suoi ministri e del popolo tutto. Argomentazione molto diversa da quella dell’Avvocatura dello Stato, per esempio, nello stesso dibattimento e che, vista la composizione della corte, avrebbe potuto avere maggiori fortune.

Dunque, non considerando Ghedini e Pecorella due stupidi, viene da chiedersi se tale strategia, quasi suicida sul piano giudiziario, fosse invece necessaria a un disegno politico più generale. A questo va aggiunto che il premier ha fatto propria tale argomentazione (in modo certo più rozzo ma temo più efficace) nei giorni successivi sia in polemica col Presidente Napolitano sia più in generale in una ulteriore autolegittimazione di fronte a un potere Repubblicano che si era mostrato a lui contrario.

Ora, come dimostra la sentenza della Corte, è evidente che tale legittimazione di voto popolare non c’è nell’attuale sistema costituzionale italiano, ma sfido chiunque a interrogare i cittadini e chiedere se non considera, de facto, il presidente del Consiglio eletto direttamente (e non solo blandamente indicato come prevede il Porcellum). Prova che la vecchia tecnica di ribadire ogni giorno falsità, o mezze verità, alla fine le rende reali.

Secondo punto l’utilizzo della categoria di anti-italiano per gli oppositori del governo. Se volete tale strumento è ancora più evocativo di passati tragici.

Cito: “Una volta che mi aggiravo nelle vie del centro [di Vienna] capitai improvvisamente su un personaggio dal lungo kaftan e dai riccioli neri. Anche costui un ebreo? fu il mio primo pensiero… ma quanto più lungamente fissavo quel viso straniero esaminandolo tratto per tratto, tanto più si trasformava nel mio cervello la prima domanda in una seconda: è costui anche tedesco?”

Questa è la prima (e fondamentalmente unica) giustificazione dell’antisemitismo in Adolf Hitler ed è tratta dal Mein Kampf.

Ora anche qui non si tratta di dire che Hitler sia uguale a Berlusconi. Quello che qui interessa è l’analogia di strumenti usati. L’argometo dell’anti-italiano è analoga (non identica) a quella dell’anti-tedesco che veniva usata per i nemici del Reich millenario così come per i nemici dell’Unione Sovietica. In quel caso essi erano nemici del Popolo e non dello Stato.

L’uso di una categoria così minacciosa è però assai strano in anni di spinte contrapposte alla disgregazione dello Stato nazione. Da un lato l’internalizzazione della società (e in parte delle istituzioni) dall’altro il richiamo alle piccole patrie. Ancora più strano in un Paese a scarso nazionalismo come il nostro. Forse spiegabile da un lato come la proposta di sé stesso quale difensore dell’unità italiana (l’unico in grado di tenere la Lega e l’MPA nello stesso governo in effetti) non tanto come insieme di valori condivisi (a quel ruolo paiono dedicarsi Tremonti e Fini temo solo fino a quando il babbo non gli dirà che è suonata la ricreazione) ma come contenitore a cui dare i confini che si vuole (Padania, Regno delle Due Sicilie…)  e in cui fare, per citare un Guzzanti d’annata, un po’ quel che cazzo ci pare.

Terzo punto. Il servizio contro il giudice del Lodo Mondadori fatto da una trasmissione di intrattenimento di Canale 5. Primo punto lo strumento. Non una trasmissione di approfondimento politico, nè un telegiornale. Ma una trasmissione dedicata, vista l’ora a cui va in onda, a casalinghe e pensionati.

Secondo la confezione del servizio. Un signore che non fa niente di strano. Passeggia, fuma una sigaretta, si siede una panchina, dipinto però come un sospetto anche a causa del suo abbigliamento.  Se vi rivedete la scena in cui l’assistente von Remchingen entra nel ghetto ebraico di Francoforte nel film Süss l’ebreo (la vendita il noleggio e la distribuzione del film è illegale in Italia) vedrete che i malvagi giudei sono vestiti in modo strano, hanno nasi adunchi e sono bassi e corpulenti ma non fanno niente di particolarmente strano. Eppure la costruzione della scena ve li rende ostili.

La costruzione del nemico attraverso stereotipi è tema classico nella comunicazione politica. In alcuni casi ha dato vita a veri e propri colossal (Scipione l’affricano) o a capolavori del cinema (l’Alexander Nevskiy di Ejzenštejn) a noi è toccato Brachino e mattina cinque.

Tuttavia dietro alla apparente scemenza dei calzini turchesi si possono intravedere i Kaffettani dei ghetti della civile europa degli anni ’20? Domanda di non facile risposta ma che per il solo fatto di porsela dimostra che il rischio di una involuzione della nostra Democrazia è possibile.

Ultimo fattore, forse il più evidente, la strutturazione della Lega Nord e la sua progressiva evoluzione (involuzione?) antidemocratica.

In questo trovo assurda la fascinazione della sinistra per le capacità organizzative e di radicamento territoriale della Lega, come se la caratteristica dell’essere un partito popolare fosse prerogativa dei soli eredi del PCI (o al massimo della DC).

Il fenomeno di radicamento territoriale della lega è in atto dagli anni ’90, così come la Lega è sempre stata un partito dal voto popolare. Ma ciò, storicamente, non è certo il presupposto per essere una costola del movimento operaio. A meno che non si consideri che costole del socialismo novecentesco furono il fondatore del fascismo italiano e il partito a cui si iscrisse il giovane Hitler. Il partito nazionalsocialista appunto.

Quello che inquieta è la presenza di posizioni apertamente xenofobe, di programmi che coniugano attenzione al sociale ed esclusione sociale. Che parlano di diritti per pochi appartenenti allo stesso gruppo dall’identità territoriale.

Messaggi che trovano spazio in un mondo che la globalizzazione rende ogni giorno più insicuro e più economicamente fragile per chi non ha mezzi e risorse per stare sulla cresta dell’onda.

Il leghismo appare dunque l’altra faccia della medaglia del Berlusconismo. Quest’ultimo ti promette almeno 5 minuti di successo e la garanzia che il tuo orticello (spesso abusivo) sopravviverà comunque. Il Leghismo ti promette che recinterà ben bene il tuo orticello e scaccerà i corvi (neri) che vogliono insidiarlo.

E’ in questo contesto, ogni giorno sempre più egemonico, che ci troviamo a muoverci e forse da questa battaglia culturale servirebbe ripartire.

Presentat arm!

scusi sa dov'è il duomo

C’è un punto di vista, nella discussione sull’utilizzo dei militari per funzioni di ordine pubblico che non viene mai preso in considerazione. Quello dei militari.

Sì perchè nessuno riflette sul fatto che questo Paese ha da qualche anno trasformato il proprio esercito di leva in un esercito professionale più ristretto ma motivato e qualificato.  E’ un esecito che nonostante sia più piccolo ha costi (non assoluti ma relativi) più alti, più efficenza e spende (non abbastanza) nel formare professionisti e li impiega in teatri internazionali.

Dunque lo Stato italiano spende ogni anno decine di milioni per avere uno strumento militare che corrisponda agli impegni internazionali del nostro Paese e poi utilizza i suoi professionisti come guardie giurate.

Non è un caso se in molti eserciti occidentali i compiti di sorveglianza delle stesse installazioni militari siano affidate proprio a guardie giurate. Persino l’edificio del Pentagono ha ormai agenti privati ai propri ingressi.

Invece da noi si fa il contrario e lo si fa in uno Stato che ha due forze di polizia, una forza armata destinata a questo e innumerevoli corpi di polizia locali o specialistici. Mentre il nostro esercito, come dice lo stesso Ministero della Difesa, appare sottodimensionato per asservire ai compiti che la politica internazionale gli impone.

Tutto questo peraltro in operazioni prettamente simboliche. Dispiace che, come sempre accade, ogni volta che in questa nazione si parla di forze armate lo si faccia o coi pregiudizi dell’appartenenza politica o con la retorica del soldato di pace e dispiace di più che anche chi mise la propria firma a quella legge che trasformò le nostre armate in forze professionistiche plauda oggi a un provvedimento che è proprio il contrario dello spirito di quella legge.

Qualche idea sul piano casa

Qui di seguito l’intervista apparsa oggi sul corriere fiorentino a firma di Marzio Fatucchi sul tema del Piano Casa proposto dal governo.

«Sul Piano casa proposta dal governo non si può dire subito no».

Michele Morrocchi, consigliere comunale del Pd. Il piano casa proposto dal governo, non è quindi tutto da buttare?

«Intendiamoci: il rischio che la proposta presentata dall’esecutivo sia più un condono mascherato che una reale azione anticrisi, c’è. Ma ciò non toglie che il tema sia da prendere in considerazione. Dipende dal modo».

E quale sarebbe?

«La Regione, a cui la Costituzione dà titolarità in materia, e i Comuni possono affrontare questo tema per governare lo sviluppo urbanistico: prima di tutto salvaguardando il principio che ogni crescita si faccia prioritariamente senza consumo di nuovo suolo, preservando quindi i terreni agricoli e le aree verdi dentro e fuori le nostre città».

Comunque, è  un aumento di edificabilità: un rischio, hanno denunciato le associazioni ambientaliste, anche la Regione Toscana ha più di un dubbio.

«Dubbi corretti: ma l’idea  di rendere possibili ampliamenti delle abitazioni in una misura che non sia necessariamente il 20% previsto dall’esecutivo è un principio che, con opportuni vincoli, può andare bene. La legislazione regionale toscana già oggi contiene possibilità simili. Si tratta di creare le condizioni perché questo non significhi abuso:  serve far valere sempre i vincoli paesaggistici e delle belle arti, in secondo luogo si deve porre un limite alle dimensioni massime dell’intervento. Così,  i proprietari di case normali  investirebbero per rendere il proprio appartamento migliore, più bello e più vivibile, mentre si impedirebbero ampliamenti a ville e manieri in modo smisurato».

Ma  non è aiuto solo a chi ha già proprietà e alle grandi imprese?

«No, tutt’altro: in un periodo di crisi e di caduta del mercato immobiliare che impoverisce i cittadini sul loro principale bene rifugio, si orienterà l’investimento delle famiglie sulle proprie case e contemporaneamente si rimetterà in moto una parte di economia, quella legata alle costruzioni, alle ristrutturazioni, all’artigianato e ai professionisti che operano nel settore: in gran parte, piccole e medie imprese e non certo  grandi costruttori».

M.F.

AAA capo ufficio stampa cercasi

Il fatto che la Chiesa cattolica decida di riabilitare alcuni prelati lefrebrveviani è sostanzialmente un fatto che riguarda la Chiesa Cattolica e più in generale il rapporto tra questo pontificato e la contemporaneità.

Ma il fatto che decida di riabilitare uno fra questi che è dichiaratamente un negazionista proprio nella settimana del giorno della memoria dimostra almeno che dalle parti del Vaticano hanno un pessimo ufficio stampa.

Tutto l’amore di Mina

Ci sono storie e persone che aldilà di come la si pensi fanno riflettere. La storia di Piergiorgio Welby, la sua vita e la sua morte, sono qualcosa che ci fanno interrogare sui limiti dell’azione politica, della volontà personale, dell’etica e della nostra condizione precaria su questa terra.

Non voglio entrare sulle posizioni sull’eutanasia, il testamento biologico e tutta quella zona grigia sui temi dell’inizio e della fine della vita. Ho posizioni chiare su questoma qui mi piace riportare l’intervista di Mina Welby uscita lunedì sul Messaggero. E’ un atto d’amore che credo meriti rispetto e ci faccia riflettere aldilà delle nostre singole convinzioni. E’ da lunedì che la leggo e la rileggo. E’ una bellissima storia d’amore purtroppo senza un lieto fine.

da Il Messaggero, di Carla Massi –  «Sapevo quali sarebbero stati il giorno e l`ora della sua morte. Me l`avevano detto i medici. Fino all`ultimo, in cuor mio, ho sperato che Piergiorgio ci ripensasse. Per me era difficile lasciarlo andare, non riuscivo a pensare la mia vita senza la sua compagnia. Ma lui aveva scelto e io, per amore, non potevo che accettare le sue volontà». Mina Welby ha amato suo marito Piergiorgio per quasi trent`anni. Dal 1978 al 2006 quando lui, malato di distrofia muscolare, ha deciso di farsi “staccare la spina” e lasciarsi morire.

Dunque lei, signora, non era d`accordo con la scelta di suo marito?

«Avrei preferito andare avanti così come stava anche se mi rendevo conto che lui non ce la faceva più. Ma l`amore per lui mi ha fatto sempre accettare il suo pensiero».

Ha provato a convincerlo a desistere?

«Ho fatto tutto con lui, ho inventato tutto per continuare ad andare avanti superando gli ostacoli che ogni giorno la malattia progressiva ci proponeva. Durante l`ultima settimana gli ho detto: “Non so più che cosa inventarmi!”. E lui:  “Non c`è più nulla da inventare, hai già fatto tutto”. E lì ho capito che non voleva tornare indietro sulle sue decisioni».

A quel punto come ha fatto ad accettare, a vivere con il dolore e a stare accanto a lui fino alla fine?

«Per amore, solo per amore. Alcuni giorni prima della morte programmata mi passò per la mente di chiamare i carabinieri. Di parlare, di fermare tutto. Poi, in un momento, mi resi conto che gli avrei fatto un oltraggio. Che era puro egoismo. Mi dissi: “Che scema che sei!Fermati”».

Glielo ha fatto capire?

«No, assolutamente no. Non ho voluto mai ostacolarlo. In nome della nostra complicità e della nostra storia. Ho rispettato la dolcezza e l`attenzione che lui ha sempre, avuto per me».

A che cosa si riferisce?

«Finché ha potuto ha minimizzato la sua malattia ai miei occhi. Mi ha confusa, mi ha sempre nascosto quanto stesse male. Fino alla fine, quando non riusciva più a scrivere e a concentrarsi. Fino alla fine con estrema dignità, voleva che gli si facesse la barba, voleva scegliere i vestiti. Non riceveva mai le persone a letto, ma solo in carrozzina».

Quando le ha confessato la sua decisione?

«L`ho capito da tante piccole cose. Dal Belgio vennero a visitarlo alcuni medici, mi resi conto che in quel momento, con lui, potevano decidere qualcosa…».

Le parlava della morte?

«Negli anni prima non ne parlava mai, Piergiorgio era un inno alla vita. Ad un certo momento ha sperato, sono convinta, che io capissi».

E lei non ha voluto capire?

«Io fatto finta per un po`. Poi ho accettato in nome del nostro grande amore. Sempre, in tutti questi anni. Un giorno mi disse: “Non ti rendi conto come sto? Rischiamo di non capirci più…”».

E lei a quel punto è riuscita a sedare il dolore, a mandare via la rabbia e a mettersi da parte per lasciare spazio alle volontà di Piergiorgio?

«Ci sono riuscita senza rabbia e senza rammarico. Per lui è stato un sollievo, per me è statala fine del lutto».

Il lutto era finito? In realtà, iniziava il distacco.

«Per me il lutto è finito quando Piergiorgio ha finito di soffrire. Poi è iniziato un doloroso  distacco che ho riempito andando a rileggere e studiare tutto quello che Piergiorgio ha scritto sull`eutanasia e il testamento biologico. Per questo lotto perché questo paese abbia una legge proprio sul testamento biologico. Ora capisco quale era il suo pensiero da molti anni».

Ma non glielo aveva confidato.

«No, finché ha potuto no. Per non darmi un dolore».

Pensava che lei lo avrebbe voluto far desistere?

«Non lo so. Certo è che abbiamo sempre fatto tutto insieme, per gli ultimi quadri che ha dipinto ero io che spostavo la tela sotto il pennello. Tanto che uno l`ha firmato con il mio nome. Sapeva che, qualsiasi cosa lui avrebbe deciso su di sé, io lo avrei accettato. Fidava nella nostra eterna complicità».

Ciao Vittorio

In fondo, mi dico, uno se lo poteva anche aspettare. Vittorio Foa aveva 98 anni, era ormai da tempo infermo e quasi cieco e non si muoveva dalla sua casa di Formia. Uno quindi se lo poteva aspettare ma mi dispiace lo stesso. Avevo conosciuto personalmente Foa molti anni fa. Lo avevo trovato straordinariamente più moderno di me. E in questi anni leggendo quanto via via produceva lo trovavo sempre più moderno di tanti commentatori e pseudo-intellettuali giovani e giovanilisti.

Era un socialista anomalo, veniva da mondi e culture che come studente di storia e poi nella mia piccola attività politica  mi hanno sempre affascinato e attratto. Penso che, come tutti, non tutte le avesse imbroccate. Soprattutto quando dalla teoria si tentava di passare alla pratica.

Mancherà a molti, molto più importanti di me, ma mancherà anche a me.

Festa democratica

Mi dicono il 28 c’è Bersani alla festa nazionale del PD che fa un dibattito con Tremonti alle 18, alle 21 faresti una cosa con lui e Riccardo Conti sulle città e l’innovazione?

E io dico, naturalmente: si!

Per cui comincio a prepararmi, metto in calendario di trovare tra lunedì e giovedì il tempo per rileggere qualcosa, approfondire dei temi, ecc…

Poi ieri mi telefonano e mi dicono: “Ehi non più giovedì, ma domani, domenica.”

Per cui stasera sono alla festa del PD allo spazio dei quartieri 1 e 5 a fare un’iniziativa sulle città e l’innovazione con Pierluigi Bersani, Riccardo Conti, Giuliano Gasparotti e il sottoscritto. Se passate sono lì anche se non so assolutamente che dire!

Non facciamo più finta che questo sia un paese normale?

Leggo l’edizione online di Le Monde che oggi dedica ampio spazio alla visita di Sarkozy a Roma e all’incontro col Cavaliere. C’è un bell’articolo di Jean-Jacques Bozonnet et Arnaud Leparmentier che fa un parallelo tra i due leader della nuova destra europea.

A parte il contenuto dello stesso, mi ha colpito molto la descrizione che i due giornalisti fanno del “principale esponente dello schieramento che ci ha fatto il mazzo“. Definiscono la lega un partito xenofobo, mostrano le interferenze sui media, ricordano i processi in corso e quelli risolti dalla legislazione ad hoc….

Non è però un articolo contro Berlusconi. E’ un analisi in parallelo tra i due leader, il giudizio (che immaginiamo non positivo) è però sotteso, lasciato al lettore. Si fa un analisi, si mettono in campo dei dati e naturalmente si fa intravedere un opinione.

E allora ho pensato al clima che invece il PD sta impostando nei confronti di Berlusconi e del centrodestra, alle parole del Papa che si dice felice di questo nuovo clima, agli editoriali che plaudono al clima e al plauso del papa.

Sarà che a Parigi la tv italiana non la vedono, nemmeno leggono i nostri giornali evidentemente; però, senza fare i Travaglio che gongolano al tintinnare di manette, potremmo ricominciare a dire, serenamente e pacatamente come fa Le Monde, queste poche cose certe?

E quando qualche esponente dello schieramento a noi avverso ci dirà che il conflitto d’interesse lo hanno risolto gli elettori lo possiamo mandare a quel paese?

Forse dirsi la verità, non tacere delle mancanze nostre e degli altri è il modo vero per creare quel senso dello stato che fa sì che in Parlamento non ci si prenda a mortadelle in faccia, non si offenda l’avversario, si votino le cose di buon senso o d’interesse nazionale insieme.

C’è una bella differenza tra costruire (insieme) un paese normale o far finta che questo paese sia diventato normale.