Neanche il riformismo è un pranzo di gala

I rivoluzionari del XX secolo venivano spronati dalla propaganda dei partiti afferenti alla III internazionale ad essere due volte migliori dei capitalisti che si proponevano di abbattere. La tesi era che l’avanguardia rivoluzionaria avrebbe, col proprio esempio, fatto prendere coscienza al proletariato fino al suo riscatto.

Qui in Italia i gruppi che diedero vita a Livorno al PCdI si affermarono intorno a due riviste, il Soviet di Bordiga e l’Ordine Nuovo dei “torinesi” Gramsci, Togliatti, Tasca, Terracini e altri. Due riviste di cultura, in cui, soprattutto sull’Ordine Nuovo, i temi dell’organizzazione del nuovo stato sovietico e socialista erano trattati e approfonditi ben oltre lo slogan “faremo come in Russia”. Anzi è proprio in quegli anni che nasce la necessità di uno specifico italiano nella costruzione del socialismo, che poi Gramsci approfondirà nei Quaderni e Togliatti svilupperà, certo anche tatticamente, nella via italiana al socialismo del secondo dopoguerra.

Studiare, confrontarsi, migliorarsi era la regola. D’altra parte Angelo Tasca, per convincere un giovane e timido Antonio Gramsci ad unirsi alle loro riunioni gli fece dono di un volume di Guerra e Pace con la seguente dedica “Al compagno di studi, oggi, al mio compagno di battaglia, spero, domani”; mentre il motto che campeggiava in prima pagina de L’Ordine Nuovo era “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

Un imprinting che ha segnato fortemente non solo il PCI ma più in generale tutto il movimento operaio e progressista italiano. Basti pensare ai sindaci del dopoguerra, quella generazione fatta anche di operai come Fabiani a Firenze, quella in cui “la maestà del popolo governava” come scrisse Neruda nei versi dedicati proprio al primo cittadino di Firenze, che si misurarono con uno Stato in cui le persistenze e le continuità con il regime liberale ma soprattutto fascista erano fortissime e invasive oltre ogni immaginazione. Eppure passo dopo passo modificarono le cose e governarono, come dopo di loro la generazione di amministratori della seconda metà degli anni settanta, che ancor di più scardinarono a livello amministrativo un Paese già profondamente cambiato culturalmente e socialmente. Lo cambiarono in presenza e in reazione ad un attacco allo Stato che proveniva sia dai teorici della rivoluzione che da quelli della reazione, facendo prevalere un senso delle istituzioni di cui gioverà il paese nei momenti bui e confusi dei primi novanta culminati però con la deviazione, purtroppo ampia e tragica, della degenerazione giustizialista e l’avvio della stagione del populismo in politica.

Vi è dunque un portato storico, una prassi, comune alla sinistra ma anche ben presente nella tradizione democratica cristiana (la maggior parte dei dirigenti storici della DC proveniva da cattedre universitarie) di coincidenza di cultura e impegno politico, di consapevolezza che il cambiamento per esser tale avrebbe dovuto sempre confrontarsi con resistenze anche tecnico amministrative.

Oggi, la banalizzazione della narrazione pare aver sottovalutato se non dimenticato questo, cruciale, aspetto. Non è un problema di sola comunicazione. O meglio, la comunicazione è l’epifenomeno di un modo di pensare e agire. Dietro alla banalizzazione degli oppositori (non tanto quelli politici ma quelli che siedono nei gangli del potere) in gufi, rosiconi e professoroni, non risiede soltanto un impeto da “rivoluzione culturale” maoista, ma una profonda sottovalutazione del loro potere o, molto più probabilmente, una terribile sopravvalutazione del proprio potere come classe politica.

Della stagione del primo renzismo, in attesa di capire se ve ne sarà un secondo, sul piano delle realizzazioni materiali del proprio riformismo, così tanto sbandierato, molto rimarrà come un incompiuto. Non tanto perché l’esito referendario ha interrotto l’esperienza del governo Renzi, ma perché molte delle riforme hanno cozzato con la verifica tecnico amministrativa di altri organi dello Stato.

La riforma della pubblica amministrazione, bocciata in parti consistenti dalla Consulta, la legge elettorale che ha subito medesima sorte, buon ultimo il TAR che ha censurato la Riforma dei Beni Culturali del ministro Franceschini. A questo possiamo aggiungere gli errori, marchiani e palesi, del nuovo Codice degli Appalti, che hanno generato numerosi rilievi del Consiglio di Stato.

Rilievi che hanno a loro volta dato avvio alla figuraccia della riforma (a parere di chi scrive sacrosanta) dei poteri abnormi dell’ANAC approvata dal Consiglio dei Ministri all’insaputa del consiglio stesso.

Errori che sono stati quasi sempre imputati alla irruenza e alla fretta riformatrice della passata stagione del governo o, dagli stessi protagonisti, a nemici esterni, spesso identificati come parrucconi dell’ancient regime.

Probabilmente c’è del vero nella seconda affermazione e a leggere, uno dietro all’altro, i tre cognomi della giudice che ha formulato la sentenza del TAR sulla riforma Franceschini, questa tesi si può pure rafforzare, se ci è concessa un po’ di ironia.

Tuttavia proprio se questa tesi fosse vera, ancora di più emergerebbe il limite politico di quella stagione di governo. Sottovalutare il proprio avversario è infatti molto spesso il primo passo verso una sconfitta certa. Anche la risposta “la prossima volta cambieremo prima il TAR del resto” ha più un valore propagandistico che reale.

Perché il punto anche se si decide di cambiare il TAR (anzi soprattutto se si decide di cambiare il TAR) è cambiarlo bene, in modo formalmente e sostanzialmente perfetto, a meno che non si intenda cambiarlo attraverso un sovvertimento violento dell’ordine costituito.

Ecco dunque che all’approssimarsi dell’ennesima campagna elettorale in cui il segretario del PD, continuerà con la litania delle prossime riforme che metterà in campo qualora dovesse tornare a Palazzo Chigi, la differenza potrà farla soltanto se si soffermerà sul fatto che, al netto degli argomenti scelti, le prossime riforme si impegnerà a farle bene.

Certo questo impone di scegliere i capaci al posto di fedeli, cosa che finora è parsa più difficile dello scrivere le riforme correttamente.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 220 del 3 giugno 2017

Lo spazio a sinistra

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Molto probabilmente avrei potuto esimermi dall’analisi del voto del primo turno delle amministrative, ma visto che gli amici de l’argine sono così carini da ospitarmi ho provato a trovare un punto di vista diverso. Se vi va lo trovate qui

la costituzione più evocata del mondo

beautiful_lab_20_anni_di_centrosinistra_in_5_minutiArticolo apparso il 23 maggio 2013 su Corriere Nazionale – Qui Firenze

Insomma la “costituzione più bella del mondo”, quella da difendere alle belle conferenze del professor Ro-do-tà, risulta essere uno dei testi più evocati e meno letti del Paese. Era già accaduto con l’articolo 11 il cui secondo comma non troverete mai stampato sulle magliette in vendita alle grandi manifestazioni di piazza; accade ora con l’articolo 49 in cui si parla di partiti. Già perché nel Paese che ha visto Lusi, Belsito, batman, i diamanti della lega, case intestate a figli di leader, partiti personali, partiti che han fatto un congresso in 10 anni, partiti che non ne hanno fatti affatto; ti aspetteresti che un disegno di legge per regolarne la vita e la prassi democratica non fosse accolto come una norma liberticida. Magari si potrebbe discutere sul merito della proposta Zanda Finocchiaro; del fatto che non regoli il finanziamento pubblico, preveda le primarie come metodo di selezione per tutti e altre storture che lo rendono un testo non certo perfetto. Da qui però ad evocare il tentativo Scelba per mettere fuori legge PCI e MSI (anche se il dibattito storico non ha mai chiarito se Scelba avesse davvero questa intenzione) pare esagerato. Che del progetto si lamenti il demiurgo di un movimento che non ha mai fatto mistero di considerare il parlamento, e più in generale la democrazia, come una tappa di passaggio verso il (proprio) mondo perfetto e che governa senza alcun contrappeso democratico il proprio movimento passi; che la faccenda diventi l’ennesima spaccatura interna del PD appare francamente noioso. Se a questo aggiungiamo che la maggior parte delle critiche arrivino da una parte del partito che ha chiesto primarie aperte anche per la scelta dell’ortolano e che ha costruito larga parte della propria fortuna sul tema del rinnovamento della politica renderebbe la cosa anche divertente, non fosse che ci saremmo anche scocciati della solita polemica pronta ad essere sostituita dal nuovo tema di domani.

Le regole del biliardo applicate al PD

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Articolo uscito su Corriere Nazionale – Qui Firenze del 16 maggio 2013.

A leggere le interviste alla fu maggioranza bersaniana del PD viene da pensare che il segretario e candidato premier fosse stato scelto, candidato e sostenuto da un’assemblea di autoconovocati o da una loggia segreta più simile ai Monty Python che alla P2. Il primo fu D’Alema che definì a pochi giorni dal voto Bersani “uomo dell’800”. Tuttavia, come spesso gli capita, alla dura critica non seguì il completo abbandono; diversa fu la scelta della Bindi che si dimise dalla presidenza del partito perché non voleva più giustificare decisioni alle quali diceva di non prendere parte. Buon ultimo Veltroni di cui ieri abbiamo letto le anteprime del nuovo libro in cui dice che il PD avrebbe dovuto proporre un governo del presidente a guida Bonino. Tocca dar ragione al Fatto che ieri si chiedeva “ma non poteva dirlo prima?”. Domanda che vale anche per l’ex sindaco e attuale europarlamentare Domenici che in una intervista ad Allegranti nel fine settimana ammette di non aver votato Bersani, anche se non ci rivela se la sua preferenza sia andata a Tabacci, Puppato o Vendola. Una rivelazione a mesi di distanza che fa venire il legittimo sospetto che non ci sarebbe mai stata se al governo oggi ci fosse Bersani e non Letta. A tutti questi dirigenti in cerca di una nuova legittimazione e purificazione dei propri errori (anche se dubito che questa volta persino i militanti più fedeli gli crederanno) consiglio in vista del dibattito politico e congressuale del PD di rileggere le regole del biliardo, dove i punti valgono doppi se si dichiarano ma solo prima di tirare.

Perché il PD di Barca potrebbe non dispiacere a Renzi

barca e il sol dell'avvenire

Articolo apparso su Corriere Nazionale – Qui Firenze il 10 maggio 2013.

Con il pubblico che lunedì sera affollava il teatro Puccini per ascoltare Fabrizio Barca si sarebbe tranquillamente potuta convocare la direzione degli ultimi Ds fiorentini se non dell’ultimo PCI; sicuramente del PDS. Un pubblico ancora confuso dalla non vittoria elettorale, dal crollo di Bersani e dal governo Letta. Si trattasse di aderenti al PD o a SEL emergeva un bisogno, sintetizzato dal padrone di casa Sergio Staino, di un partito compiutamente di sinistra. Come questo si concili con quanto scritto e affermato dallo stesso Barca anche lunedì sera, non è molto chiaro. Barca infatti, molto onestamente, non ha mai dichiarato né di voler cambiare la natura del PD né proposto la nascita di un soggetto a sinistra confluendo magari nell’ennesimo cantiere proposto da Vendola. Quello che si propone Barca è di fornire un contributo al PD per definirne meglio la propria identità o almeno l’identità della sua componente di sinistra. In questo senso la collaborazione con Renzi, da parte di Barca, non appare episodica o tattica ma si basa sulla convivenza di tre grandi famiglie politiche nel rinnovato PD (i socialcomunisti, i liberaldemocratici, la sinistra democristiana). Il grande rischio di tale ipotesi, almeno a parere di chi scrive, è la cristallizzazione delle famiglie politiche, impedendone di fatto il superamento e la nascita di un soggetto politico veramente nuovo, e una divisione dei compiti in cui le famiglie democristiana e liberal democratica governano il Paese e le Istituzioni mentre la tradizione socialcomunista il partito. Un film già visto in questi anni che non ha portato benissimo alla componente di sinistra del PD.

Domani poi alle primarie che fai?

Come è probabilmente noto, non credo più nel progetto del PD da un po’ di anni. Non è questo il luogo e il momento per spiegare i tanti perché, ammesso che a qualcuno interessino ancora.

Tuttavia considero il centrosinistra il mio campo, la mia dimensione politica. Magari un centrosinistra più socialista e liberale ma tant’è. Fatto sta che quello che accade in questo campo mi interessa e in parte mi appartiene, come le primarie di domani.

Dicessi che domani si confrontano politici che mi rappresentano a pieno mentirei sapendo di mentire. Vedo rigurgiti di togliattismo e una chiusura verso la lettura storica, per esempio, del New Labour solo in funzione di contrasto all’avversario del momento che ricorda il marito che si taglia gli attributi per far dispetto alla moglie.

Oppure vedo un modo di far politica che è fatto di semplificazione, mezze verità, bisogno sempre di fare la frase ad effetto e nessuna attenzione alla consequenzialità di quello che si dice con quello che realmente si potrà fare o che importerà davvero fare. Una eterna rincorsa al più uno che ha l’impressione del movimento perenne e che invece, per me, è un eterno tapis roulant in cui si dura un sacco di fatica per rimanere fermi e in cui poi comandano sempre in meno e sempre i soliti.

Sarà come dice Marco Pannella che spesso si è costretti a scegliere tra “buoni a nulla contro capaci di tutto” ed io, istintivamente, provo simpatia per i primi piuttosto che per il secondo. Sarà perché sono un vecchio arnese della politica (il copyright nei miei confronti è di Graziano Cioni) e ho letto troppe volte il gattopardo soffermandomi su quella frase che dice il Principe di Salina: “noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi verrà dopo di noi saranno le iene e gli sciacalletti; ma tutti, iene, leoni, gattopardi e sciacalletti si sentiranno il sale della terra”.

Insomma sarà per tutto questo e per qualcosa ancora che domani con tanti dubbi il mio voto andrà a Pierluigi Bersani.

 Poi da lunedì di nuovo a far le bucce a tutto e tutti. Ostinatamente libero.

 

 

Renzi, le primarie e l’Apocalisse.

Se Julian Castro, giovane sindaco di San Antonio, leader emergente dei democratici americani avesse annunciato che in una certa data avrebbe descritto le sue idee per il giorno del Giudizio, dubito che i media americani avrebbero dato alla notizia un’evidenza entusiastica e massiccia alla cosa o che avrebbero passato i mesi dall’annuncio alla manifestazione intervistando Castro e chiosandone ogni battuta. Al massimo Jay Leno avrebbe mostrato un fotomontaggio di Castro in barba bianca e cartello con scritto la fine è vicina o Letterman avrebbe inventato la classifica dei 10 modi di passare l’ultimo giorno dell’umanità con Julian Castro.

Eppure l’Apocalisse biblica è un evento a cui milioni di persone credono,  annunciato da un personaggio autorevole e titolato a farlo, l’evangelista Giovanni, e di cui abbiamo un’idea seppur sommaria dello svolgimento e molti anni di discussioni su tutto, compreso su come selezionare i partecipanti.

Oggi, mentre scrivo, la quasi totalità dei media italiani è a Verona ad ascoltare Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, leader emergente dei democratici italiani, descrivere le sue idee per le primarie del PD, dopo che negli scorsi mesi gli stessi media hanno dato alla notizia un’evidenza entusiastica e massiccia e intervistato Renzi su ogni cosa e chiosato ogni sua battuta.

Eppure le Primarie del PD sono un evento a cui milioni di persone credono, annunciate da un personaggio autorevole e titolato a farlo, il segretario Bersani, e di cui abbiamo un’idea sommaria dello svolgimento e molti anni di discussioni su tutto, compreso su come selezionare i partecipanti.

Tutto questo per ricordarsi come la scelta di guardare il dito o la luna  dipenda ormai troppo spesso da cosa inquadrano le telecamere.

 

E’ terminata la spinta propulsiva delle facce nuove?

Alla fine gira e rigira il vecchio principe di Salina la spunta sempre. Che tu sia un paludato funzionario di partito o un innovatore/rottamatore devi sempre fare i conti con quello che l’intorno a te ti offre e da quello muovere le tue scelte. Tigri, gattopardi o sciacalletti: le scelte le fai con quello che la savana ti offre e con la certezza che tutti si sentiranno sempre il sale della terra.

Dopo tre anni di facce nuove al potere anche Matteo Renzi, di fronte al primo vero rimpasto politico della sua giunta, deve guardarsi indietro e ignorare bellamente i dettami del politicamente corretto che avevano sinora dettato la scelta dei “suoi” uomini al governo cittadino.

Le prima vittime del gioco che si è fatto improvvisamente duro, sono genere ed età anagrafica. Due uomini (anche se la parità complessiva di genere è mantenuta) e non proprio due ragazzini (sia detto con il dovuto rispetto). Il secondo è quello del rinnovamento, pardon rottamazione, con il vecchio regime dominiciano. Le facce nuove per l’appunto.

Certo Givone e Petretto non hanno mai ricoperto incarichi di governo nell’amministrazione Domenici né in quella regionale Martini prima e Rossi poi. Tuttavia il loro ruolo di “consiglieri”, tecnici, in quelle amministrazioni non è mai stato un mistero. Anzi sia nella loro funzione istituzionale (Prorettore l’uno, Direttore dell’IRPET l’altro) che in quella di commentatori sulla stampa e convegni hanno avuto molto spesso modo di dire la loro (certo anche criticando) sul governo fiorentino.

Due uomini di indubbia qualità analitica e di grande competenza nei loro campi che hanno certamente tutte le carte in regola per ben figurare nel nuovo mestiere di amministratori, ma che non avresti sinora annoverato tra i rottamatori delle precedenti amministrazioni.

Ricordo personalmente il contributo di Petretto al gruppo per il programma del PD alle scorse amministrative e se certo quanto scritto in quel programma non può certo dirsi responsabilità diretta sua, io che coordinavo quel gruppo posso testimoniare quanto le sue riflessioni (non solo in ambito economico) siano state poi recepite nel lavoro finale. Un lavoro che, sinora, Renzi ha dimostrato di non aver apprezzato fino in fondo.

Forse, scherzando, possiamo dire che la spinta propulsiva delle facce nuove a Palazzo Vecchio sia terminata e si apra un fase di rilettura del passato cittadino diversa, in cui non ci sia bisogno di rinnegare (almeno in termini di comunicazione perché sull’amministrare altro alla fine è stato fatto) quello che la precedente amministrazione (peraltro di stesso segno politico) di buono aveva fatto. Lo si fa ripescando due ottime persone e due ottimi tecnici; per ora non lo si fa ricostruendo un rapporto di squadra coi partiti e più in generale coi soggetti di intermediazione sociale. Tuttavia c’è un cambio, anche simbolico, di atteggiamento che non va ignorato, anche nel rispondere alla domanda (che se fossimo Renzi ci avrebbe decisamente rotto) se alla fine Renzi andrà via o resterà qui.

Porte aperte in Direzione non solo a Twitter

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 29 marzo 2012.

Di fronte ad una direzione nazionale del PD che segna una ritrovata unanimità sui temi della riforma del mercato del lavoro, i commentatori, non potendosi attaccare (per una volta) ai distinguo delle molte anime del partito, hanno scelto di commentare l’apparente controsenso di una direzione a porte chiuse per la stampa ma commentata in tempo reale da molti esponenti sui social media, twitter su tutti.

Così abbiamo avuto pezzi di colore, peana sull’importanza della riservatezza e persino una protesta dei giornalisti contro twitter colpevole, secondo Maria Teresa Meli, di “rubare” il lavoro alla categoria. Qualcuno ha fatto notare alla Meli che la sua sembrava la protesta dei portieri contro il citofono e che ci dovrebbe essere qualche differenza tra il lavoro di analisi di un notista politico e il rimettere in pagina i cinguettii da 140 caratteri digitati da incontinenti esponenti politici.

Ma si sa, dall’invenzione del copia e incolla il mestiere del cronista si è molto semplificato a scapito, troppo spesso, della qualità e della diversità.

C’è poi Giuliano Ferrara che su il Foglio di ieri riscopre il centralismo democratico della gioventù e propone ai democratici di requisire all’ingresso della Direzione telefonini, computer, tablet e altri ammennicoli in grado di comunicare all’esterno.

Ce ne fosse uno, tra commentatori e esponenti politici,ad esclusione dei radicali da sempre impegnati nella battaglia per la trasparenza e che da sempre trasmettono in audio su Radio Radicale e su internet le proprie riunioni anche le più difficili, che proponesse l’esatto contrario e cioè la diretta (fisica, streaming, televisiva, a segnali di fumo, …) delle Direzioni. Cioè ci fosse qualcuno che, di fronte all’impossibilità tecnica di impedire la diffusione delle notizie, proponesse di essere più trasparente ancora. Di rendere aperte le porte (inefficacemente) chiuse.

Si dirà della riservatezza. Per esperienza so che quello che si vuole tenere riservato difficilmente sopravvive alla condivisione di un numero di persone superiore ad uno e che comunque esistono luoghi e momenti al lato della discussione che riservati sono e rimangono aldilà della tecnologia, semplicemente perché è l’interesse degli attori a rendere “sicura” la conversazione.  Per il resto ben venga la discussione aperta e senza mediazioni.

Bisogna saper perdere

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 8 marzo 2012.

Tra le tante canzoni di Lucio Dalla ricordate dopo la sua scomparsa, una, è stata considerata molto poco: Bisogna saper perdere, cantata al festival di Sanremo del 1967 con i Rokes. Canzone che, evidentemente, non sta nelle playlist degli esponenti siciliani di SEL e IDV.

Infatti dopo l’esito delle primarie di Palermo prima Claudio Fava, poi Leoluca Orlando e infine la stessa Rita Borsellino tutto hanno fatto tranne che dimostrare di saper accettare un esito di una competizione elettorale che, fin dalla sua genesi, presentava tutti quegli elementi che portano oggi a dire che non è possibile dichiarare Ferrandelli vincitore.

Perché che le primarie siano molto più facili da “manipolare” o che non presentino elementi di garanzia pari a quelli delle elezioni regolari non è una cosa che si impari nella notte tra domenica e lunedì. E che Palermo sia città dalle evidenti opacità non è affare che si scopre solo ora, anzi il buon Orlando su questo ci ha costruito tre quarti della sua carriera politica.

Dunque appaiono pretestuosi, ineleganti e politicamente devastanti gli appelli e i ricorsi contro il voto di domenica( a cui naturalmente non si fanno mancare una bella inchiesta della procura palermitana di cui difficilmente si riesce a capire le ipotesi di reato);  e qualcosa di simile ad un suicidio politico l’ipotesi di Orlando di candidarsi comunque contro il vincitore delle primarie di domenica scorsa.

Un regalo incredibile per il centrodestra che rischia di portare a casa la città dopo gli anni di malgoverno dell’attuale amministrazione e che pagherà anche l’incolpevole (solo in questa fase della vicenda) PD.

Certo anche il vincitore delle primarie ci mette del suo a farsi non amare se nelle prime interviste post primarie si dice contento per poter “agguantare” la poltrona di Cammarata.