Se radio Londra non trasmette più

Dal Nuovo Corriere del 8 settembre 2011.

Oggi, come nel 1943, l’Italia è il ventre molle dell’Europa. Allora lo era come favorevole secondo fronte, fortemente sostenuto dai britannici, da offrire all’assediato Stalin, oggi lo è in un attacco all’Euro e alla politica economica europea. Allora inglesi e americani si trovarono a Casablanca e decisero l’invasione della Sicilia che ebbe anche come corollario non proprio felice, l’attivazione della rete della mafia italo-americana di New York per costituire teste di ponte favorevoli agli alleati nell’isola.

Oggi nessun vertice ha programmato l’invasione ma nessuno dubita che il nostro paese sia sotto attacco finanziario ed oggi come allora nessuno nutre grosse speranze che le nostre truppe possano resistere. Non certo dopo 4 manovre (ma il conto è probabilmente errato per difetto) in meno di un mese e una classe di governo incapace di articolare una frase di senso compiuto figurarsi delle misure economiche e finanziarie. Tanto che temo che il testo finale della manovra assomiglierà a quelle composizioni futuriste fatte di Zang,bam, bum, zang. Questa volta poi non c’è neanche l’”alleato” germanico che pare invece usare (con scarso successo) la retorica anti-italiana per propri fini elettorali interni.

E soprattutto manca la perfida Albione. Chi scrive si è convinto che tanti dei problemi che attraversa l’Europa oggi derivino anche dalla ancora più accentuata politica euroscettica britannica. Una politica tradizionale, attenuatasi nei primi anni del blairismo e poi ripresa dagli stessi laburisti alla fine del loro ciclo e teorizzata e ampiamente praticata dal governo conservatore-liberale di David Cameron. Non abbiamo controprova ma l’assenza britannica a controbilanciare l’asso franco-tedesco si è sentita e si sente molto. Parigi e Berlino hanno svolto una funzione propositiva e di salvaguardia quando erano governati da forze politiche, uscite dalla seconda guerra mondiale, che portavano nel proprio ricordo personale cosa avessero prodotto gli interessi nazionali. Non che questo avesse impedito una CEE prima e una UE dopo dove i governi la facessero da padroni, ma nel quadro di elementi valoriali forti e condivisi. In quel contesto la Gran Bretagna, seppur sempre fortemente euroscettica, ebbe comunque un ruolo, prima di dama da corteggiare per entrare nella comunità, poi di ponte e “garanzia” coi cugini atlantici, che seppur fossero “due popoli divisi dalla stessa lingua” come diceva Oscar Wilde, erano soliti prestare attenzione e fede a quanto Londra diceva o faceva.

Per questo spero con forza che almeno il Next LAbour di Ed Milliband riaccenda, fosse anche timidamente, un ragionamento sull’Europa nel suo appuntamento di Liverpool, ne avremmo da guadagnare, come già nel 1943, per primi noi italiani.

L’occidente decadente e reazionario

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 1 settembre 2011.

Se ho ben interpretato le parole del governatore della BCE Trichet, sentito negli scorsi giorni dal Parlamento Europeo, in Europa non mancano i soldi, che anzi ci sarebbero eccome, ma l’economia è bloccata per la paura ed il timore, sia rispetto ai debiti pubblici che all’andamento dell’economia europea ed americana. Insomma una versione tecnica e colta dell’affermazione berlusconiana della crisi soltanto psicologica. Personalmente credo che la paura c’entri fino ad un certo punto; credo però che su una cosa Trichet abbia pienamente ragione, cioè sul fatto che i soldi ci siano eccome.

Anche le settimane di speculazioni estreme su Italia, Francia e (in parte) Germania hanno sì bruciato miliardi che però non sono scomparsi nel nulla ma, nella stragrande maggioranza dei casi, sono passati dai piccoli ai grandi investitori. La crisi ha quindi accentuato la forbice fra ricchi e poveri, travolgendo spesso il ceto medio (quello vero e non quello di cui parlano Casini e la CEI per eliminare il contributo di solidarietà per i redditi personali superiori a 90.000 Euro) e bloccato la redistribuzione di redditi e ricchezze. In questo senso l’accumulazione di ricchezza in poche mani spesso ha come corollario la riduzione delle forme (e della sostanza) della democrazia e delle forme di partecipazione sociale e politica che senza arrivare alle oligarchie dell’est europeo rappresentano un modello molto distante dalla democrazia rappresentativa pur mantenendone le istituzioni.

Negli anni ’90 andava per la maggiore un economista, Amartya Sen, che ha a lungo spiegato come il modello di sviluppo indiano fosse migliore di quello cinese, grazie alla democrazia e all’istruzione. Osannato dalla sinistra in cerca della terza via è stato riposto in tutta fretta, trafitto dalla crescita cinese e dal turbocapitalismo che ci spiegava come la Cina avrebbe rappresentato un mercato per noi occidentali in grado di “bastare” alla nostra crescita. Forse andrebbe ripreso in mano oggi Sen, cercando di legare sviluppo alla redistribuzione dei redditi, impedendo l’accumularsi di fortune nelle mani di pochi, ben coscienti che una società di consumi non avrà mai abbastanza ricchi per crescere coi soli beni di lusso.

Nei giorni in cui la nostra attenzione è (giustamente) tutta concentrata sul solo debito pubblico, non bisogna dimenticare di ascoltare quei pochi, siano liberali convinti che la crescita si avrà con meno Stato e tasse, siano socialdemocratici convinti che siano necessarie politiche e servizi per la redistribuzione della ricchezza, che dicono che il rigore dei conti e il pareggio di bilancio rischiano di essere solo un modo sereno di giungere alla decadenza del nostro occidente.

Tripoli e la verità su Bologna e Ustica

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 25 agosto 2011

In un estate di crisi, manovre e guerra in Libia è passata senza molto clamore la notizia che la Procura di Bologna ha aperto un’indagine contro due terroristi tedeschi in passato affiliati al gruppo terroristico di Ilich Ramirez Sanchez più noto come Carlos o lo sciacallo.

L’indagine segue la cosiddetta pista palestinese per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La strage più efferata che il nostro Paese abbia mai subito. Ora per tale strage la giustizia italiana ha già giudicato colpevoli tre terroristi neofascisti uno, Ciavardini, come esecutore materiale e i restanti due Mambro e Fioravanti come secondo livello della strage a cui, dicono i giudici, era sovraordinato un terzo e forse persino un quarto livello strategico dei cosiddetti mandanti. Mandanti i quali risultano tuttora sconosciuti.

La tesi passata in giudicato è quella della strage fascista, volta a proseguire la strategia della tensione e una svolta autoritaria del Paese, con connivenze in settori deviati dello Stato e dei cosiddetti poteri forti.

Una tesi che però, anche nello stesso percorso processuale, ha presentato molte ombre e che non ha mai chiarito né chi fossero  i mandanti (su questo l’indagine è ancora in corso), né come i tre operarono quel maledetto 2 agosto (Mambro e Fioravanti non erano a Bologna e Ciavardini all’epoca era poco più che un ragazzino minorenne). I tre poi si sono sempre detti innocenti mentre hanno confessato ogni altro delitto (e purtroppo sono molti) commesso; il che naturalmente non prova niente ma insieme agli altri elementi monta il dubbio.

Tesi da complottisti si è risposto. Sinora, perché l’apertura dell’inchiesta Bolognese ridà corpo alla pista straniera, che vede Bologna (e poco dopo Ustica) come tragico crocevia tra OLP, libici, israeliani e americani.  Una tesi evocata da più parti, compreso Francesco Cossiga e lo stesso Carlos che in un’intervista del 2008 parlò anche della strage di Bologna in questi termini.

La presenza poi di uno dei due tedeschi a Bologna era emersa dai lavori della Commissione parlamentare Mitrokhin attiva dal 2002 al 2006. Come mai si sia aspettato sino al 2011 per le indagini della procura appare di difficile spiegazione.

Oggi tuttavia proprio gli avvenimenti libici potrebbero segnare un punto di svolta, con l’apertura degli archivi del regime o l’eventuale processo ai leader dello stesso regime.

Provincie, feste e preti

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 18 agosto 2011.

Estate piuttosto movimentata quella del 2011. Tra borse che crollano, titoli di Stato che volano e manovre lacrime e sangue la politica ci mette del suo per dare un contributo al pessimismo del Paese. Basti pensare agli amministratori provinciali che potrebbero essere colpiti dall’accorpamento delle proprie amministrazioni al termine di questo mandato amministrativo. Magari gli stessi che ci giuravano che la soppressione delle Provincie era cosa buona e giusta ora che la soppressione del loro ente potrebbe (seppur con molta calma) diventare realtà si affannano a dichiarare che “la soppressione è giusta ma non fatta così, bisogna rivedere i criteri, la popolazione non è il discrimine giusto, servono i chilometri quadrati, no meglio la popolazione ovina…” Immaginiamo anche che qualcuno pensi (da qui al censimento dell’ottobre prossimo) a una politica di ripresa della natalità per evitare la soppressione dell’ente. E poi c’è l’Europa che tutto ci chiede e a cui tutto dobbiamo dare, siano i saldi della manovra piuttosto che l’alibi con cui sopprimere tutte le festività repubblicane. Si dice che in Europa fanno già così ma basta dare un occhiata alle prime pagine delle agende che una volta la banca ci regalava a Natale (e su cui le nonne appuntavano i risultati del ramino) per fare il confronto con gli altri Paese europei e capire che in Francia e Gran Bretagna han più festività di noi. Con la scusa dell’Europa ci fanno cancellare i già pochi giorni di identità nazionale, una scelta politica ben precisa e molto inquietante almeno per chi scrive. Certo  Tremonti si è giustificato che le feste religiose sono oggetto del concordato e quindi inamovibili, ma i concordati, Craxi insegna, sono modificabili e si poteva comunque aprire una trattativa con la Chiesa Cattolica mettendo da una parte il mantenimento delle festività religiose e dall’altra il mantenimento dei gettiti dell’8 per mille (magari la parte risultante dalla ripartizione dei contributi non assegnati) o delle agevolazioni fiscali per le strutture ecclesiastiche. D’altra parte se siamo tutti chiamati a fare sacrifici e anche il premier giustifica il contributo di solidarietà come una misura di giustizia sociale, chiamare anche la Chiesa Cattolica a contribuire al risanamento del Paese sarebbe stato un modo giusto per riavvicinarla alle masse.

Il vicolo cieco e la rivoluzione

Dal Nuovo Corriere di Firenze 11 agosto 2011.

C’è almeno un paradosso pericoloso nella crisi che stiamo vivendo. Da ogni parte ci dicono che il neoliberismo è fallito ma contemporaneamente le misure che ci vengono via via imposte null’altro sono che continuazione di politiche fortemente influenzate dal pensiero neoliberista.  Basti pensare alla discussione sull’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio. Una misura che limita il potere dei governi, e dunque della politica, di fronte ai meccanismi dell’economia e della contabilità. Si badi bene, questo non vuol dire che sia bello indebitarsi “a bocca di barile” ma subordinare le politiche sociali e i servizi da dare ai cittadini (scuole, ospedali, trasporti…) ai meccanismi contabili è la prosecuzione (o meglio l’aggravamento) delle politiche di vincolo degli anni novanta (ricordate Maastricht?) che non hanno risolto i problemi strutturali del Paese.

Non c’è speranza (gli ultimi 18 anni sono lì a dimostrarlo) di  uscire dalla crisi senza uno scatto di cessione di sovranità vera verso strutture sovranazionali finalmente politiche e non solo monetarie. Quello che serve oggi ( e soprattutto domani) è più Europa, più Europa dei popoli e non di Stati. Una guida finalmente politica e democratica, cioè eletta direttamente dai cittadini europei, almeno dell’economia e della fiscalità europea. Già oggi vediamo il fallimento di un Europa di Stati spinti dai loro interessi nazionali. Da un lato la Gran Bretagna di Cameroon di fatto si è isolata e disinteressata della crisi europea sperando di far passare la nottata in solitudine. Le immagini delle rivolte londinesi iniziano a dirci che forse nemmeno il leone inglese potrà cavarsela da solo, di fronte ad un intera generazione che non ha nulla da perdere, nemmeno le sue catene. Sul continente le paure tedesche condizionano e spesso bloccano interventi tempestivi ed efficaci (come nel caso greco) e l’esposizione di bilancio francese rende debole l’azione francese. Col rischio davvero reale che la costruzione europea vada in fumo non solo con l’abbandono dell’euro ma con la regressione alle piccole patrie e al nazionalismo spesso carico di odio.

Eppure qui da noi si pare più interessati al destino di un singolo esecutivo (quello in carica o quello apotropaico dei tecnici) piuttosto che al respiro lungo che servirebbe per uscire dalla più profonda crisi degli ultimi trent’anni. Solo poche voci isolate o di anziani saggi (Bonino, Ciampi, Amato, Napolitano) innalzano il coro dell’Europa soluzione possibile, mentre il governo affanna e le opposizioni si chiedono se potranno reggere i tagli che i podestà stranieri o italiani imporranno ed un’intera generazione di giovani latita dal dibattito pubblico mentre il suo futuro si decide di ora in ora. Diceva Brecht che solo nei vicoli ciechi si possono fare le rivoluzioni, basterebbe non essere così tanto miopi da non vedere il muro in fondo al vicolo italiano.

Nemmeno una risata a seppellirli

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 28 luglio 2011.

Non sono mancati, in queste settimane, paralleli più o meno spinti fra l’attuale crisi del Paese e quella che lo travolse tra il 1992 e 1993 ai tempi della cosiddetta tangentopoli. In fondo, dicono i sostenitori della tesi, siamo di fronte al discredito di un’intera classe politica, ad una crisi economica e ad un debito pubblico enorme come allora. Purtroppo rispunta anche un suicidio ad aumentare le analogie con quel periodo storico. Ma una differenza, seppur apparentemente di poco conto, ci separa da mani pulite. La capacità di riderne. Come spesso accade infatti quella stagione fu preceduta, nel sentire comune degli italiani, prima delle inchieste, dalle barzellette e dai monologhi dei comici. Come dimenticare Beppe Grillo e il suo show sul viaggio in Cina di Craxi e la moltitudine di parenti che fu più efficace di 10.000 post apocalittici del suo blog attuale? Oppure le mille barzellette sui socialisti che rubavano, le quali raccontavano (o forse creavano?) una storia che poi le indagini talvolta accertarono e talvolta proseguirono senza costrutto. Infine Cuore, settimanale di resistenza umana, che più di mille saggi ci raccontò in tempo reale la degenerazione di una classe politica e di un Paese tutto. Titoli epocali come “Torna l’ora legale, panico tra i socialisti”, i racconti della casta sotto il titolo “hanno la faccia come il culo” o la fotonotizia del primo avviso di garanzia a Craxi con un fotomontaggio di Bettino in procinto di lanciarsi dalla sommità dell’hotel Raphael e la didascalia “l’ha presa bene!”. Certo satira cattiva, perfida, spesso unidirezionale e un tanto al chilo, ma capace di incanalare, soprattutto nelle giovani generazioni la rabbia e il risentimento e trasformarlo, se non in impegno, almeno in riflessione.  Un ultimo colpo di coda dello spontaneismo e degli anni settanta, di quella risata che doveva seppellire il potere e che invece, incapace di darsi eredi, ha finito per disperdersi e non trovare più casa comune, incattivendosi nel diventare seria. Quello che ha provato a sostituirsi in questi anni, non ha mai avuto la stessa leggera capacità di prendersi ampiamente in giro e appare, come per esempio il Misfatto attuale, un tentativo più simile alla satira propagandistica che a un foglio “libero” nella tradizione de il Male o, per contrappunto, il Candido. Il ’92 lo affrontammo anche ridendo di noi stessi: dei nomi bizzarri delle botteghe oscure che disseminano il Paese, delle tette e dei culi che affollavano (ed affollano) le copertine dei settimanali politici e non soltanto dei potenti. La satira, quella satira, ci chiamò còrrei  e, come cantava Guccini, ci spiegò che “soltanto i pochi che si incazzarono dissero che era l’usato passo fatto dai soliti che ci marciavano per poi rimetterlo sempre là, in basso”.

Napolitano col K

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 14 luglio 2011

Ancora una volta le istituzioni italiane si dimostrano malleabili, molto più che altrove, rispetto a chi pro tempore le incarna; con l’effetto che, da noi, le uniche riforme istituzionali possibili sono quelle legate al carattere e all’attitudine di chi ci governa piuttosto che alle regole e ai vincoli costituzionali. In particolare la Presidenza della Repubblica ha, nel corso degli anni, visto modificare il suo potere e il suo spazio di intervento (senza che alcuna modifica costituzionale la scalfisse), a seconda di quale inquilino abitasse il Quirinale.

Buon ultimo il presidente Napolitano ha in questi anni inaugurato una coabitazione all’italiana che a molti è sembrata spesso una supplenza al governo stesso, apparso o distratto o incapace di attuare alcuna delle politiche che aveva promesso. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato che è stato costretto ad intervenire in Libia per colpa di Napolitano, oppure si possono ricordare le pressioni più o meno esplicite che il colle ha fatto sui provvedimenti più controversi della legislatura. Ben oltre la moral suasion di Ciampi e con maggior efficacia e rispetto per la forma di Scalfaro, Napolitano è apparso sempre più come un attore piuttosto che un arbitro nella politica italiana, dimostrando ancora una volta la regola aurea della politica: non esiste il vuoto perché qualcuno lo riempie immediatamente. Napolitano ha dunque riempito il vuoto dell’inanizione del governo di centrodestra, garantendo al paese credibilità e fiducia in un momento così critico, forte di una simpatia oltreoceano che il presidente Obama ha più volte manifestato; ma svolgendo contemporaneamente  anche un ruolo di supplenza dell’opposizione a cui è parso spesso consigliare l’atteggiamento da tenere nei rapporti col governo.

Un comportamento che pochi avrebbero potuto immaginare al momento della sua elezione, la prima di un ex comunista, seppur atipico. Il primo PCI accolto negli USA, quello che si oppose con molte ragioni al Berlinguer della questione morale e che proponeva un esito socialista a partire dal nome alla svolta occhettiana. Uno bravo e preparato che, dicevano i suoi detrattori, aveva spesso ragione prima degli altri ma che non riusciva a convertire quella ragione in vittorie politiche per mancanza di coraggio. E’ forse oggi, nel momento più alto della sua carriera ed in uno dei più drammatici del Paese, che Napolitano potrebbe prendersi la sua rivincita avendo ragione prima degli altri. Per il bene del Paese speriamo proprio che sia così.

Le vie dell’acqua di Vendola e Renzi

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 30 giugno 2010.

In Puglia la remunerazione del capitale investito del 7% è un costo: quello che pagheremo ogni anno fino al 2018 sul bond in sterline pari al 6,92%”. A parlare è Fabiano Amati, assessore alle Opere Pubbliche della Regione Puglia commentando le decisioni dell’assemblea dell’Acquedotto Pugliese.  Scopriamo così che l’Acquedotto Pugliese, totalmente pubblico, paga di interessi sul prestito (invero preso dalla giunta Fitto di centrodestra) praticamente la stessa cifra (il 6,92%) della remunerazione garantita ai soggetti industriali privati (il 7%) che investivano, prima del referendum, in altre società di gestione delle acque.  Morale della favola? Nonostante la massiccia vittoria del sì al quesito sull’eliminazione della remunerazione del capitale non si prevede, né in Puglia né altrove, alcuna diminuzione delle tariffe. Anche perché, l’alternativa per restituire i soldi o alle banche che li hanno prestati o alle società che li hanno investiti è o l’aumento impositivo o l’aumento del debito pubblico. Dunque nemmeno Vendola, che tanto si è speso nella narrazione del ritorno all’acqua pubblica, si sogna di abbassare le tariffe. Tariffe che ha invece, negli ultimi anni, innalzato del 18% ed ha anzi appena approvato un piano di investimenti da 674 milioni di Euro che porterà l’indebitamento complessivo dell’acquedotto pugliese da 219 a 402 milioni di Euro, sui quali naturalmente,  pagherà gli interessi. Almeno dal punto di vista economico la gestione pubblica rispetto a quella privata non pare portare significativi miglioramenti per il cittadino/utente visto anche che l’utile di esercizio dell’Acquedotto Pugliese, di quest’anno, 37 milioni, andrà nelle casse degli azionisti (pubblici).

Singolare poi la giustificazione di Vendola a chi chiedeva perché non avesse detto queste cose durante la campagna referendaria: “nessuno me lo ha chiesto”. Un narratore a richiesta dunque, un po’ come i cantastorie siciliani che a seconda della piazza in cui si esibivano davano più enfasi nei loro “cunti” alla battaglia tra paladini o alla storia  d’amore tra questi e le belle principesse.

Una soluzione alternativa per la ripubblicizzazione dell’acqua arriva invece dal sindaco di Firenze Matteo Renzi. Una holding dei servizi che si quoti in borsa e con il capitale raccolto ricompri le quote di Acea in Publiacqua.  Il progetto, bisogna ammetterlo, può avere un senso:  un’unica avvertenza non è una cosa immediata.  Il sindaco ha parlato di sei mesi per la creazione della holding finanziaria, un tempo non impossibile per la nascita della holding stessa, che però è ben lungi dalla sua possibile quotazione in borsa visto che i requisiti della CONSOB richiedono almeno 3 anni di bilanci oltre al fatto che l’attivo e i ricavi non devono essere per la maggior parte rappresentati da partecipazioni in altre società.

Nel frattempo, si spera, il Parlamento avrà legiferato per superare il vuoto normativo derivante dal referendum e evitare così che le nostre amministrazioni continuino ad affogare in un (carissimo) bicchier d’acqua.

Il cesarismo ha il fiato corto

Da Il Nuovo Corriere di Firenze del 16 giugno 2011.

Di solito il cesarismo funziona così: il cesare di turno si fa notare, crea un feeling col popolo, si afferma sbaragliando la concorrenza in primis del proprio campo con metodi efficaci ma sbrigativi, assume il potere che gestisce più o meno in solitudine ma mai in modo trasparente e condiviso e poi finisce nella polvere solo o con pochi fedelissimi mentre gli amici di un tempo giurano e spergiurano di non essere mai stati lì.

Anche il Berlusconismo, dopo il voto dei ballottaggi e dei referendum, pare avviato su questo finale di partita. A nulla sono finora valsi i tentativi di Ferrara di rivitalizzare il moribondo Cavaliere prima con la sferzata dell’economia e poi con le primarie del pdl. Alla prima Silvio ha prima aderito facendo scrivere allo stesso Ferrara un paio di articoli a sua firma apparsi su Foglio e Corrierone, poi però partorendo un decreto sullo sviluppo in cui di sviluppo e quattrini non c’era traccia ha di fatto lasciato cadere l’opzione preferendo ai consigli economici dell’elefantino i consigli d’immagine della Santacchè, coi risultati che abbiamo visti. Delle primarie poi forse è anche inutile parlarne. Mentre Ferrara si sgolava sul suo quotidiano di rendere contendibile il dopo berlusconi con elezioni libere e democratiche, l’altro nel chiuso delle sue stanze di palazzo Grazioli nominava senza consultazioni Alfano inutile segretario politico.

Nessuno scampo dunque al declino? Campo aperto ai successori in cerca di legittimazione con una lotta per il dopo che vede principali competitor Tremonti in asse con la lega, usciti comunque malconci dagli ultimi voti, e Formigoni, abbacchiato dal voto milanese ma comunque saldo su un potere economico, sociale e mediatico che ha radici profonde e spesso sconfina anche nel campo avverso? E’ davvero tutto già scritto, prima a Pontida sabato e poi nelle aule del parlamento o il 22 giugno prossimo?

Se una cosa ci hanno insegnato 17 anni di Berlusconi è che Silvio ha sempre rotto gli schemi e sovvertito le previsioni. Certo sinora non si era mai trovato a non avere “il sole in tasca” e il suo proverbiale ottimismo non pare contagiare lui per primo. Dunque tutto fa pensare al declino inevitabile ma non esclude sorprese. Quella di un uscita di scena governata per la successione o quella, più in linea col personaggio, di un uscita scenica non tra le fiamme del Caimano di Moretti ma tra i fuochi d’artificio sparati dal suo panfino all’ancora di Panama city.

Perchè sì perchè NO

Dal Nuovo Corriere di Firenze del 9 giugno 2011

In un Paese normale domenica e lunedì saremmo chiamati a votare per abrogare o meno quattro norme specifiche e dunque impedire, nel caso, la messa in moto di un processo che porti al nucleare civile, una norma di salvaguardia giudiziale per alcune cariche politiche, la non rimuneratività degli investimenti nel campo della gestione idrica e il ritorno alle aziende municipalizzate di servizi.

In Italia invece siamo convinti di andare a votare contro Berlusconi e per salvaguardare l’acqua pubblica. Il primo tema è l’ennesimo omaggio al totalitario motto “il fine giustifica i mezzi” per cui nulla ha senso in quanto tale ma per l’effetto che può produrre; mentre la seconda è una mistificazione frutto di una campagna di comunicazione, di certo efficace, da parte dei promotori del referendum.

Sul primo tema si spiegano le posizioni dell’IdV e del PD, pronti a cavalcare l’esito referendario in un possibile uno-due con le amministrative per mettere in crisi, definitiva, l’esecutivo. Solo questo può spiegare il ripensamento (visto che non è dato conoscere un eventuale esito condiviso di un dibattito interno ai due partiti sui temi del servizi pubblici) rispetto alle politiche attuate quando erano forza nazionale sullo stesso tema o su quelle locali anche qui in Toscana.

Quattro sì, poi, è molto più semplice da far capire che dover differenziare il messaggio, col rischio che uno non capisca, preferisca andare al mare e non contribuisca alla spallata. Eppure ci si dovrebbe aspettare di più da amministratori che sinora hanno detto e fatto tutt’altro soprattutto in tema di servizi pubblici locali.

Infatti il quesito sulla cosiddetta acqua pubblica non riguarda la sola gestione del servizio idrico ma tutti i servizi pubblici che tornerebbero secondo lo spirito con cui è proposto il quesito, in caso di vittoria del sì, completamente pubblici non nella proprietà (salvaguardata già oggi) ma nella gestione. Un cambio di rotta che, pur non volendolo giudicare, forse andrebbe giustificato da parte di chi ha votato norme opposte a quanto si prefigge di votare domenica prossima.

Cambiare idea non solo è legittimo ma spesso salutare, farci conoscere il perché sarebbe però altrettanto importante, spiegarci come si intende procedere per quanto riguarda le proprie competenze in tal senso sarebbe altrettanto doveroso, farci capire poi come si concilia “meno costi della politica” e ritorno al pubblico anche. Si badi bene non è automatico che il ritorno al pubblico debba per forza significare un aumento dei costi della politica o della lottizzazione dei consigli di amministrazione, tuttavia siccome spesso questo è accaduto sarebbe necessario, nel momento in cui si cambia rotta spiegare quali elementi si metteranno in campo per garantire l’efficienza e l’efficacia del servizio pubblico.

Il ritorno al pubblico comporterà, qui da noi,  il ritorno anche al localismo, all’impresa di ambito comunale? Oppure la strategia del dimensionamento di imprese di servizi pubblici per far fronte ad investimenti consistenti proseguirà in forma diversa? Lo chiedo perché sinora nel (poco) dibattito pubblico sul tema gli stessi che ci invitano a votare sì ci assicuravano che l’investimento privato era l’unico sistema possibile per risolvere questo problema.

Una proposta la avanza il governatore Enrico Rossi, battagliero in posa pannelliana con un cartello indicante i suoi 4 sì sul proprio profilo facebook: quella dell’azionariato popolare. Come questo si concili coi suoi sì ai quesiti non lo spiega però. L’azionariato popolare è un intervento privato, che dunque va bene se a farlo sono in molti ma va male se a farlo sono in pochi. Altro punto previsto da Rossi è la rimunerazione dell’investimento “diffuso” a tassi di poco superiori a quelli bancari. Ammesso che si trovino soggetti disposti ad investire con guadagni di poco superiori allo 0 la proposta di Rossi prevede, ci par di capire, una redditività certa dell’investimento, da attuare presumiamo attraverso la tariffazione e dunque l’opposto di quanto afferma votando sì al secondo quesito referendario.

E’ probabile che lo spirito con cui molti pensano alla fase successiva di una eventuale vittoria dei sì sarà quello di un ridisegno dei servizi pubblici che non precluderà affatto i privati nella gestione ma li limiterà fortemente e renderà i loro investimenti più difficili e meno remunerativi. Di fatto quindi tutt’altro del messaggio “l’acqua bene pubblico” veicolato in questi giorni e sul quale viene chiesto il voto. Non sarebbe la prima volta che un esito referendario verrebbe tradito, è già successo sul finanziamento pubblico dei partiti e sulla responsabilità civile dei magistrati. Dubito però che sarebbe la strada giusta per riavvicinare i cittadini con la politica (come dicono di voler fare tutti) e per ridare fiducia all’istituto referendario che infatti da venti anni non raggiunge mai il quorum.

Infine siamo sicuri che il vuoto normativo che succederebbe inevitabilmente al referendum sarebbe colmato nella direzione in cui sperano? Dubito che l’attuale maggioranza di governo sia capace di legiferare in alcun senso; ma un’eventuale maggioranza di centrosinistra riuscirebbe a mettere mano al tema superando le posizioni della sinistra di Vendola che già nei precedenti governi hanno impedito riforme in questo settore?